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giovedì 1 gennaio 2015

30 canzoni per 30 anni: la playlist della vita (parte II)

Vi racconto la seconda parte della playlist schifosamente auto-celebrativa che ho assemblato con non pochi sforzi per festeggiare i miei trent'anni. La prima parte la trovate qui. 


Se dovessi riassumere i miei anni parmigiani con una sola canzone, sarebbe Certe Notti di Ligabue. Non é per questione di banale vicinanza geografica, quanto per l'insolita frequenza di ascolti casuali nella città emiliana, per le sere in Pilotta in compagnia di una chitarra, per la nebbia e i locali a cui dai del tu; e perché da Mario, qualche volta, ci vedevamo anche noi. Solo che era un compagno di corso e non un bar. 


Il mio Erasmus a Málaga, come ogni esperienza multiforme, ha una colonna sonora a parte. Ci vorrebbero almeno tre cd, per renderle giustizia. Per ovvie ragioni, qui ho dovuto limitarmi a rappresentarla con i tre brani più significativi. "Un Violinista en Tu Tejado", in questo ruolo, è senza dubbio il numero uno. Lo lego ai primi tempi. Quelli dell'arrivo, della ricerca di una casa, del cartello con sù scritto "Mundo Nuevo". L'associo al negozio di un elettricista in Calle de la Victoria, dove mi ero recata con Daniela per farci adattare artigianalmente (e a basso prezzo) le spine dei computer alle prese locali. "Ma c'è sempre questa canzone, ovunque!", mi disse mentre aspettavamo in una fila scomposta dietro ad un logorroico anziano andaluso. "Se non altro è bella, dai". 


Il secondo trimestre, subito dopo Natale, fu un po' come una nuova era. Nuovi coinquilini, nuove compagnie, nuovi locali da frequentare. Avevo iniziato a legare con Grace, che ancora oggi considero come una delle mie più care amiche. Grazie a lei, avevo iniziato uno stage alla pagina internazionale del giornale universitario Aula Magna. Il brano di Fito, ai tempi, si sentiva ovunque. Io avevo preso l'abitudine di appostarmi con il mio bloc notes fuori dalle aule dove impartivano corsi di lingua agli stranieri, per poterli intervistare. Conobbi un sacco di persone bizzarre, in questo modo. Così come, grazie al passa parola e agli amici-di-amici, visitai un sacco di case iper-affollate di gente che non avrei mai più rivisto. Erano facce su facce. Nomi su nomi, spesso difficili da ricordare. Era una vita che iniziava a somigliare spaventosamente al set de "L'appartamento spagnolo". Mi piaceva. Ed ogni volta che tornavo a casa, con le mie risposte annotate in una pessima grafia, pensavo sorridendo a quanto mi si addicesse un verso. Mi sembrava racchiudere in sè la ragione stessa per cui chiunque avrebbe dovuto richiedere la borsa di studio e partire. Diceva: "Si es por el colegio nunca aprendo a coger el cielo con las manos, a reir y a llorar lo que te canto, a coser mi alma rota" e soprattutto "a perder el miedo a quedar como un idiota" (Se fosse stato per la scuola non avrei mai imparato ad afferrare il cielo con le mani, a ridere e piangere quello che ti canto, a cucire la mia anima rotta, a perdere la paura di fare la figura dell'idiota). 


Retta finale. Ultimi tre mesi, prime cene di "despedida", sofferenza già prevista degli addii. In uno degli ultimissimi pacchi che mi spedirono i miei dall'Italia c'era anche HellDorado dei Negrita, che presi l'abitudine di ascoltare la Domenica pomeriggio mentre facevo le pulizie di casa. Ricordo che Grace disse che le ricordavano Bunbury, somiglianza che personalmente non ho mai riscontrato. Comunque sia, su quel disco c'era Notte Mediterranea. Me ne ero già innamorata nel corso di uno sfortunato concerto degli aretini a Trieste in occasione della Barcolana, ma adesso...caspita, adesso, all'improvviso, il testo parlava di me. Di me e delle trasmissioni radiofoniche col gruppo multietnico dell'università. Di me e delle tante fiestas. Di me, degli occhi che brillano di felicità in una foto e dei fuochi di San Juan sulla spiaggia della Malagueta. Flamenco, Salsa, Rumba e coppe di vino, ritmo fandango fino al mattino. 

20. El Canto del Loco- Ekix 

Complice un volo a quattro euro, avevo deciso di chiudere il mio Erasmus in grande stile: due giorni di turismo solitario a Granada, con 42 gradi all'ombra, e poi via, verso Roses. Lì, in quel paesino pittoresco della costa catalana, El Canto del Loco avrebbero fatto tappa con il tour che avrebbe segnato l'addio della band. Che sarebbe stato il Concerto della Vita l'avevo capito subito. Le circostanze, la location, l'insonnia che mi spinse ad accodarmi ai sacchi a pelo già disposti davanti all'ingresso dalla notte prima. Fu la prima volta che guadagnai la prima fila. Dani non ci mise molto ad associare volto e bandiera ai messaggi a cui in più di un'occasione aveva risposto sul forum. Per tutto il concerto mi rivolse gesti e ringraziamenti. Ma, soprattutto, mi dedicò Ekix: un gioiello che in pochi conoscono e che divenne, da allora, uno dei miei brani chiave. Anni dopo la richiesi al concerto privato in studio di registrazione che lui, già solista, aveva organizzato per altre 11 persone oltre a me. Non ricordava il testo, dovette cercarlo sul Mac. Io dissi che se c'erano problemi poteva anche cambiare. Insistette. Alla fine la eseguirono soltanto piano e voce, lui e Iñaki García. Dani spense le luci per creare atmosfera, ed io ricordo quel momento come uno dei piú intensi e meravigliosi di tutta la mia vita da fan. 







La prima a dirmelo fu Marianna, una delle lettrici storiche di questo blog: anche il ritorno dall'Erasmus ha una sua canzone. Ce l'ha perché é una sensazione impossibile da spiegare. Uno stato di totale disadattamento che ti fa parlare in lingue miste, dire "piso" invece di "appartamento", salutare con "buenos días" quando entri nei negozi, vestire con gonne lunghe variopinte e top a pancia scoperta per andare all'ufficio orientamento dell'università. Gli amici, quelli rimasti a casa, ti chiedono di raccontare. E tu non sai cosa rispondere, da dove cominciare. "Ma come, in 10 mesi non é successo niente?". Non hai la benché minima idea dei programmi televisivi di cui parlano, non sei aggiornata sugli ultimi gossip, ti senti fuori luogo sempre e comunque, anche con le persone che conosci da un bel po'. É strano. Poi passa, ma intanto quella sensazione cerchi di spiegarla con le parole degli altri. Nel mio caso quelle di Tiziano Ferro in Scivoli di Nuovo.


La mia laurea, nel 2010, coincise con l'uscita del primo disco solista di Dani Martín. Decisi di sfruttare il denaro che mi arrivó in regalo per prendermi una specie di anno sabbatico e seguire il tour.  Andai ad una cosa come 15 date o piú in un solo anno. Facevo su e giù dalla Penisola iberica ad intervalli di tre mesi o meno. Fu bellissimo. Pazzesco e bellissimo. Soprattutto perché sapevo che una cosa cosí non avrei potuto ripeterla mai piú. A ricordarmi quel periodo ci sono due brani. Il primo, contenuto nella tracklist di Pequeño, é stato per molto tempo la mia suoneria del cellulare. 


...Il secondo, una vecchia hit de El Canto che Dani non ha praticamente mai tolto dalle scalette dei live. Di dediche e gesti ce ne furono tanti, da parte sua, sia nel 2010 che negli anni a venire. Eppure, chissà, perché, La Suerte de Mi Vida finiva sempre per raccoglierle tutte. Quella canzone divenne la costante. Il sorriso sulle prime note. La strizzata d'occhio. Il mio nome pronunciato al microfono. Fu cosí che intitolai l'album fotografico che realizzai con le migliori foto di quegli anni da concertista: "La suerte de mi vida". Perché, dal palco, nei raduni tra fan italiani o al centro delle hall di qualche hotel, quel tizio dagli occhi azzurri  fortunata riusciva a farmici sentire davvero. 





Doveva esserci almeno una canzone incaricata di rappresentare il flamenco, nella playlist dei miei trent'anni. Avrei potuto scegliere il brano del primo saggio. Mediterraneo di Serrat, che ha accompagnato gli inchini a uno spettacolo, magari. Invece ho optato per Niña Pastori, perché questa canzone mi ricorda la mia prima maestra, diventata poi una grandissima amica. E con lei il viaggio in Croazia, il pic nic del Primo Maggio, Jerez, la trasferta a Bologna per vedere Eva la Yerbabuena, le prove del vestito della Laurea in un camerino di Zara. Mi ricorda una lezione extra scroccata a Milano un giorno che ero ospite a casa sua. Aveva usato "De Boca en Boca" per gli esercizi di riscaldamento, ed io ne ero stata rapita sin dal primo verso. Eres como el flamenco, que enamora. 


Questa cosa non l'avevo ancora mai detta, pubblicamente, forse per paura di sembrare un po' scema o forse per non contaminarla con le mie personali distorsioni. Il fatto é che, nei ringraziamenti del mio primo libro #Odissea, faccio riferimento ad una canzone che ascoltavo sempre mentre scrivevo il capitolo sulla "Trinachía". Ebbene, quella canzone era Il Sole. Un brano che parla di barche, di mare, di "capitano, dici che la rivedrò?". Probabilmente si riferisce a tutt'altro, ma in quel frangente a me, il testo, sembrava starci da Dio. 

26. Il Cile - Siamo Morti a Vent'anni 

Mi dispiace aver dovuto limitare la presenza de Il Cile ad una sola canzone. É pur vero che l'ho scoperto in tempi relativamente recenti, ma lo é altrettanto che le cose evolvono in fretta; che grazie a lui ho conosciuto persone meravigliose, macinato chilometri, costruito amicizie solide, sorriso un bel po'. A volte penso ai tempi in cui seguivo la pagina di Lorenzo Cilembrini su Facebook senza intervenire, per paura di finire invischiata nell'ennesima passione musicale che mi avrebbe succhiato via denaro, tempo ed energie. Poi penso a quello che mi sarei persa, se fossi riuscita a persistere nel mio proposito. E, con un biglietto per Bruxelles in mano, ringrazio la mia buona stella che non sia stato cosí. 
A differenza di Cremonini e Dani Martín, Il Cile non mi é mai sembrato antipatico o idiota. Cemento Armato, peró, non era riuscita a convincermi del tutto. Cosí, anche in questo caso, tutto é partito un po' piú tardi, sulle prime note di un disco comprato per insistenza di mia madre. "Siamo Morti a Vent'anni" é la ragione di quelle amicizie, di quei chilometri, e persino di quel volo per Bruxelles. Non capita spesso che una canzone riesca a raccontare con tanta millimetrica precisione le tue sensazioni. Non mentre sei in auto verso Gorizia, immersa nei pensieri nostalgicamente sconnessi che hai quando hai terminato gli studi, cerchi un lavoro, l'indipendenza, il posto nel mondo, e ti accorgi che tutto quello che hai lasciato a Parma (e prima ancora a Málaga e a Trieste) l'hai lasciato per sempre. Compresa te stessa. Compresi i tuoi vent'anni e i progetti di vita alternativa raccontati al solito bar davanti al caffè al gin seng che ormai non ordini piú. "Questo mi conosce", fu la prima cosa che pensai. "Mi capisce". Da lí in poi, é stata tutta discesa. 






Mi intrippai con i Fun grazie alla hit "We are young", che si collocó in breve tempo sulla stessa linea di gasamento incontrollato di cui tempo prima erano stati responsabili gli Alcazar, la Camisa Negra  di Juanes e la qui non citata Grace Kelly di Mika. Prima che me lo comprassi, il loro disco divenne una presenza fissa dei miei ascolti quotidiani su Spotify e questa canzone, in particolare, fu quella che più di tutte mi colpì. L'associo ad uno dei miei tanti ritorni a Málaga, ai primi tempi in cui la passione per Dani Martín iniziava a vacillare un po'. Dopo tanti sforzi avevo riconquistato il senso di appartenenza alla mia terra, o quanto meno trovavo una benché minima ragione al mio vivere in Italia. Eppure eccomi lí, a fare ancora la valigia col biglietto di un concerto in mano, diretta a una cittá dell'ovest che mi avrebbe lasciato (come sempre) dubbi, sconforto e voglia di non lasciarla mai piú. Perché lo stavo facendo? Non era masochismo, forse? E sembrava che i miei dubbi li avessero anche i Fun. 





Considero Night Visions degli Imagine Dragons uno dei dischi piú belli degli ultimi anni. Non solo, ma é anche diventata la colonna sonora dei tempi in cui ancora lavoravo da casa, nel momento in cui mi sono resa conto che é quella che piú di tutte riesce a rendermi misteriosamente produttiva. Per rappresentarla ho scelto Demons, perché é una di quelle che piú mi diverto ad interpretare in playback tra facce buffe (lo so, ho dei problemi). 





Quando El Canto del Loco si separarono come band, il progetto solista di David Otero (in arte El Pescao) fu cronologicamente il primo ad uscire. Mi piacque, ma come tutte le vecchie fan del gruppo avevo ormai inequivocabilmente scelto la mia strada. Le cose cambiano, peró. Cosí, nel momento in cui pubblico troppo giovane ed eccessi di marketing sollevavano in me piú di un dubbio e di una critica nei confronti del cugino Martín, David annunció di aver lasciato la Sony. Il nuovo progetto indipendente lo portó a sviluppare una serie di iniziative innovative sui social che non sarebbero state concepibili nella cornice di una major e che finirono con lo strapparmi una serie pressoché interminabile di wow. A legarmi ulteriormente al progetto ci fu poi la vittoria di un concorso che mi portó ad ascoltare il disco con diversi mesi d'anticipo, sondando una volta in piú la qualità umana non solo dell'artista ma di tutti quelli che lo circondavano. A rappresentarlo ho scelto Azul Y Blanco, il primo singolo che ha segnato i momenti buoni di quest'ultima estate. 





Vero e proprio tormentone estivo in Spagna, per me Bailando di Enrique Iglesias é semplicemente il senso del 2014. Non soltanto perché é stata la colonna sonora della Feria de Málaga e di un viaggio con mia madre, o perché l'ho sentita con una frequenza preoccupante, ma anche perché il ballo é stato per me quest'anno piú importante che mai. Ho partecipato a piú spettacoli che in qualsiasi altra estate, ne ho fatto il perno di un evento da me orgogliosamente organizzato, e mi ha aiutata - anche solo parlandone - a scaricare la tensione in un periodo non propriamente felice. Che nel videoclip della canzone sia rappresentata una forma stereotipata di flamenco, beh, non fa che sottolineare il concetto ancor di piú. Bailando, amor, es que se me va el dolor. 





mercoledì 31 dicembre 2014

30 canzoni per 30 anni: la playlist della vita (parte I)

Oggi compio trent'anni. E, per quanto possa sembrare schifosamente auto-celebrativo, ho voluto festeggiare il traguardo con una playlist particolare. 30x30, si chiama. Racchiude i trenta brani che piú sono stati significativi nella mia (ancora breve, dai!) esistenza. Non é stato facile, assemblarli. Quando ho preso carta e penna, con questa folle idea in testa e la volontà di tagliare il piú possibile, mi sono ritrovata con un elenco di 52 canzoni. Cinquantadue, capite? Eliminarne altre mi sembrava impossibile. Ingiusto, persino. Ma, alla fine, ci sono riuscita. Ci sono grandi assenti, ovviamente. Ma il risultato mi soddisfa abbastanza da poterlo considerare un ritratto abbastanza fedele di me. Usatelo per conoscermi meglio, se vi va. Per quanto mi riguarda vi aiuto raccontandovi (in due parti) le ragioni alla base dei brani superstiti. Buon ascolto. Buona lettura. E - permettetelo - buon compleanno a me!   





1. Eagles - Hotel California.


Pare sia stata la prima canzone che i miei hanno ascoltato quando sono nata. Da quando me l'hanno detto, mi capita di sentirla per caso ad ogni mio compleanno; per radio, suonata da un piccolo complesso sulla scalinata di Montmatre o magari rivisitata per un qualche programma in Tv. Recentemente mi é persino capitato di vedere il verso "Some dance to remember, some dance to forget" abbinato ad una foto di flamenco su Pinterest. Giuro che ho quasi pianto.






I "pomeriggi spice" a casa mia, a pensarci ora, sono stati forse uno dei momenti piú spensierati della pre-adolescenza. Eravamo cinque amiche con un appuntamento periodico. Fissavamo una data, mettevamo sú le cassette, ed inventavamo coreografie in salotto. L'unica regola era che quel giorno non eravamo noi; eravamo le Spice Girls. C'erano borsoni pieni di vestiti da indossare. Trucchi con cui giocare. C'era la nostra Geri che si colorava le ciocche dei capelli con una di quelle lacche probabilmente tossiche che regalavano con Cioè. Erano giornate passate sul divano a tirarci cuscinate mentre ci sforzavamo di farci piacere un film orribile, a posare come le ragazze nei booklet ufficiali, o magari a fare merenda intingendo le patatine nel tiramisú. Esistono delle foto, di quei pomeriggi. Ogni volta che ci penso, ringrazio Dio che non esistesse Facebook. 





Scoprii gli Oasis grazie ad un disco che mi regalò mio zio. Lo ascoltai in loop sul mio lettore cd blu per tutto il tragitto in auto da Riva del Garda a Monfalcone, fino ad impararlo a memoria. A differenza della maggior parte dei miei coetanei, la canzone che più mi colpì non fu "Wonderwall", ma "Don't look back in anger". Ricordo che ne rimasi talmente affascinata da tradurne il testo, cercando sul vocabolario Garzanti le parole che lì per lì non capivo. Da quel momento in poi, la frase "Please don't put your life in the hand of a rock and roll band who'll throw it all away" (Per favore non mettere la tua vita nelle mani di una rock and roll band, che te la butterà via) sarebbe finita, anno dopo anno, su tutti i miei diari scolastici e privati. Per un periodo pensai addirittura che, da grande, me la sarei tatuata. Insomma, per me era la Verità Assoluta. La Perla di Saggezza Universale. La Prima Regola di Vita. E, manco a dirlo, non la rispettai mai. 






Con Ricky Martin ho iniziato ad imparare lo spagnolo. Grazie a la bomba, per esempio, appresi che "mona" voleva dire bella. Nozione importante. Non me l'avesse spiegata la sorella maggiore di una mia cara amica, avrei probabilmente continuato a pensare che il portoricano stesse rispondendo all'accusa di un tizio che chiedeva, in triestino, se non fosse scemo a provarci con Linda. "Cossa Linda? cossa Mona?", ribadiva stizzito. MueveteMamitaQueLaBombaVa. Vabbè. Ricordo anche i miei compagni di classe delle medie, che cantavano "un, dos, tres, María" durante le ore di educazione fisica mentre io perdevo i polmoni al secondo giro di corsa in palestra. Ancora mi chiedo dove diavolo trovassero le energie. Ho peró scelto "Livin' la vida loca" a rappresentarlo perché quando la ballavo in discoteca, la Domenica pomeriggio, mi scatenavo a tal punto che finivo sempre col rimorchiare un casino. Era l'unico momento in cui riuscivo a sentirmi all'altezza delle mie amiche sempre piú attraenti e corteggiate di me. E Scusate se é poco.


5. Alcazar - Crying at the discoteque 

Un'altra delle mie canzoni da gasamento in discoteca. Con la differenza che non richiedeva sculettamenti, e quindi non mi faceva rimorchiare. Quanto mi divertivo, però! Partivano le prime note e non riuscivo a stare ferma. Avevo addirittura imparato tutti i passi della coreografia, soprassedendo all'immenso shock di quell'orrore di videoclip che l'accompagnava. Chissà che fine avranno fatto gli Alcazar, poi. Ricordo solo che erano svedesi, e che lui sembrava un po' una versione umana di Ken.




6. Lunapop - Un giorno migliore 

Anche quelli musicali, come tutti i grandi amori, partono spesso con il piede sbagliato. Quando sentii per la prima volta 50 special in radio pensai al tipico tormentone estivo: una canzone idiota cantata da un ragazzino idiota che oltretutto aveva anche una faccia da schiaffi mica da ridere. Poi, però, salii sull'autobus che dal Liceo avrebbe dovuto riportarmi a casa. Era stranamente deserto, non ricordo perché. Forse c'era sciopero, o magari avevo finito un'ora prima. Comunque fosse, il punto è che si sentiva la radio. Mentre mi sedevo passarono Un giorno migliore, e fu come se qualcuno mi avesse aperto la porta verso un nuovo mondo. La mia passione per Cesare Cremonini, quella che dura esattamente da metà della mia vita, cominciò così. Diversi anni dopo, ad un concerto in teatro, Un Giorno Migliore divenne anche il primo ed unico brano su cui io abbia mai pianto ad un live. La mia vena romanziera aveva pensato che con quella scena stesse finendo una parte concreta della mia giovinezza. In un certo senso, fu davvero così. 






Iniziavo a sviluppare una certa attrazione nei confronti di tutto ciò che fosse anche solo vagamente latineggiante, quando uscì uno dei singoli di maggior successo di Geri Halliwell. "Mi Chico Latino" (declinato nel tempo in una serie infinita di varianti, tra cui "mi cioccolatino") divenne al liceo la mia personalissima ossessione. La mia compagna di banco me la cantava continuamente, ogni volta che gliene capitava l'occasione, ad intervalli talmente brevi e regolari da farmi prendere in seria considerazione l'idea di studiare con la pratica i sistemi di tortura medievale. Ancora oggi, ogni volta che mi capita di ascoltarla, io rivedo la sua faccia. 


La gita delle superiori in Andalusia, come tutte le gite all'estero delle superiori, fu una tappa fondamentale della crescita di tutti noi della sezione B. Finì con un volo annullato, gente che non si parlava più e ragazze che si tiravano i capelli su un autobus, ma in compenso ne valse la pena. Ebbe una sola colonna sonora, quell'escursione. Aveva a che fare con un presunto matador brufoloso che ci provava con una mia amica in un bar a Siviglia e con l'odore acre (forse più immaginato che sentito) del sangue assorbito dalla sabbia alla Plaza de Toros di Ronda. Quella colonna sonora era Torero di Chayenne. 

9. Cesare Cremonini - Vieni a Vedere Perché

Ebbi la fortuna di ascoltare in anteprima assoluta diversi brani del primo album solista di Cesare Cremonini. Ricordo ancora la data: era il 22 Giugno del 2002. Estate torrida, estate mondiale. Quella dell'arbitro Moreno e della Spagna che ci dava ragione nelle radio. Quella dei treni affollati e dell'esodo di massa verso la Riviera Romagnola. L'incontro era fissato a Cesena, riservato ai 25 utenti piú attivi del forum (non) ufficiale. Pranzai accanto a Cesare. Lo vidi guardare a terra, incapace di sostenere sguardi, mentre le canzoni inondavano la stanza finalmente climatizzata dello studio di registrazione. Assistetti alla Jam Session che mise in piedi assieme a qualche fan. Ma, soprattutto, conobbi alcune persone che sono poi diventate (e in certi casi ancora sono) parte integrante della mia vita. Fu "vieni a vedere perché" il brano che piú mi colpí in quell'occasione; forse perché era il piú "lunapoppiano", chissà. Lo legai a loro. A quella stanza col boccione dell'acqua svuotato troppo presto. Ecco perché, tanti anni dopo, mi emozionó sapere fosse tra i preferiti di Dani Martín. Ecco perché mi sentii fiera di farne il pretesto per allacciare un discorso tra loro su Twitter. Quel discorso era ed é il ponte tra due mondi. L'emblema di un Destino in cui mi piace fingere di credere davvero. 





10. Francesco Renga - Alba

C'é stato un periodo in cui Francesco Renga divenne per me una sorta di religione profana. Rischiai addirittura di iscrivermi al suo forum, il che, conoscendomi, avrebbe probabilmente finito col trasformare l'ascolto ammirato nell'irrevocabile devozione di fan. Mi trattenni, grazie a Dio. Alba, peró, restó indissolubilmente attaccata ai primi anni d'Universitá a Trieste. Ero riuscita a farla apprezzare anche ad una mia compagna di corso, e assieme a lei mi ero divertita a provare a tradurne il testo in spagnolo. Riascoltarla ora, dopo tanti anni, mi riproietta lá. Durante la pausa ad una noiosa lezione di storia. In cattedra, un prof che ricordava il Dottor House. 

11. Juanes - La camisa negra

Mi piace pensare alla hit di Juanes come alla "Cryin' at the discoteque" dell'universitá. Le somiglianze erano tante, infatti, nelle mie scomposte reazioni danzerecce. L'associo alle scale per raggiungere l'aula del corso di spagnolo. Ad una lezione in cui la lettrice di Gijón (l'adoravo per questo!) la utilizzó come esercizio didattico. E persino ad un viaggio a Madrid con un'amica, annullato all'ultimo causa fallimento della compagnia MyAir. (Yo por ti pierdo la calma y casi pierdo hasta mi cama. Dell'ostello in calle Huertas, nello specifico). 




12. Estopa - Ya no me acuerdo

Quelle lezioni, e intendo quelle di spagnolo a Trieste, furono cruciali per il mio futuro di italo-spagnola. Lí conobbi un ragazzo a cui, col senno di poi, penso come a una di quelle persone che di tanto in tanto capitano nella vita per un tempo breve ed un motivo preciso. Il suo, a quanto pare, era quello di addentrarmi nel mondo della musica spagnola. Mi aveva dato un cd con dentro innumerevoli hit del periodo e degli anni precedenti. C'erano anche quelle de El Canto del Loco, che di lí a poco avrebbero segnato una svolta per me importante. Prima di scoprirle, peró, su quel cd trovai gli Estopa. Per un lungo periodo ascoltai Vacaciones quasi tutti i giorni durante il tragitto in treno da casa all'università. Poi, scoprii Ya no me acuerdo. I fratelli Muñoz, con le loro canzoni, finirono con l'accompagnare moltissimi momenti della mia esistenza negli anni a venire. Anche la nascita di questo blog vi fu in qualche modo legata. Quel brano, peró, é stato per me una sorta di filo conduttore tra epoche. Il personaggio di un romanzo che leggevo, per addormentarsi, si canticchiava in testa un brano di cui sapeva a perfezione le parole. Al primo caso di insonnia, provai a vedere se funzionava. Funzionó, in effetti, cosí continuai ad adottare il metodo. Di tanto in tanto lo utilizzo ancora oggi, e per addormentarmi non ho mai cambiato canzone. 
Indovinate qual é. 

13. El Canto del Loco - Volverà

Nel tentativo di migliorare la comprensione in vista dell'esame di spagnolo, seguii il consiglio del ragazzo di cui sopra ed iniziai ad ascoltare Los 40 Principales online. Una delle prime canzoni in cui mi capitó di imbattermi fu Volverá. Non riesco a descrivere quello che provai: so soltanto che restai come paralizzata, alla disperata ricerca di un secondo ascolto. Poi scoprii che c'era, in quel benedetto cd. Di piú, c'era tutto l'album Zapatillas. Credo di non aver mai ascoltato nessun disco per tante volte di fila, senza interruzione. Nemmeno quello degli Oasis. Divenne una droga. Non avevo idea di chi fossero, quelli lí, che faccia avessero, da dove venissero, ma volevo disperatamente saperne di piú. Quando mi capitó di vedere un video su Internet, di nuovo, pensai che il cantante fosse un idiota con la faccia da schiaffi. Mi stava sulle palle. Lo trovavo brutto. Non capivo davvero come fosse possibile che venisse considerato un sex symbol. Viste le premesse con Cremonini, avrei dovuto capirlo già lí, che era l'inizio di una passione duratura. 
Al primo viaggio a Barcellona comprai una parte importante della loro discografia originale, che mi diede accesso al forum ufficiale. Entro la fine dell'anno avevo già creato il fanclub italiano. 





14. The Beatles - Strawberry Fields Forever 

Piccola parentesi di sdegno: possibile che non ci siano gli album originali dei Beatles su Spotify? Voglio dire: cos'aspettate a provvedere?! Mah. Strawberry Fields Forever é uno di quei brani che non mi vergogno di considerare un pezzetto di me. Per una serie di coincidenze, si é legato ad entrambe le mie tesi di laurea: quella triennale a Trieste e quella specialistica, a Parma. Al momento di scegliere le trenta canzoni della playlist piú sudata di sempre, su una cosa non ho mai avuto dubbio: questa non poteva mancare. 




15. Tiromancino - La descrizione di un attimo

Uno dei brani in assoluto piú trasversali nella mia vita. Mi ha accompagnata in tanti momenti diversissimi, legandosi a ricordi quasi opposti tra loro. Ascoltarla é sempre stato per me come ricevere un pugno forte nello stomaco. La mia anima romantica (e adesso non ridete!) ha sempre sognato che qualcuno mi dicesse "mi hanno detto dei tuoi viaggi, mi hanno detto che stai male, che sei diventata pazza, ma io so che sei normale". Voglio dire, una cosa cosí potrebbe pronunciarla solo la mia anima gemella: qualcuno che, pazzo, lo fosse piú di me. 

[To be continued....]




giovedì 25 settembre 2014

I trentenni in discoteca.


Strana gente, i trentenni. Nostalgici di una nostalgia strana. Ricordano Periodi d'Oro con la distorsione del tempo passato. Chè era bello, scatenarsi in discoteca finchè se ne aveva il fiato. Il sudore appiccicato ai vestiti. I cocktail dal sapore dolciastro. Davvero, accidenti, quanto ci divertivamo! Così ci cascano. Ci caschiamo tutti, prima o poi.

Soffieremo candeline. Cambieremo decennio. E, dopo una pausa ad effetto che fa tanto preludio-al-massacro-da-film- horror, annunceremo: “è tanto, però, che non andiamo a ballare”! Ta-daaaaaan. 



Ci mettiamo quattro ore, a trovare un locale. Consultiamo 324 recensioni su tripadvisor. Cerchiamo app per l'evenienza. Divaghiamo mentalmente pensando alla bellezza delle partite a Risiko. Il tutto per renderci conto che l'unica opzione che davvero ci entusiasma sembra essere la Silent Disco. Avete presente, no? Quel concetto meraviglioso  per cui ti danno delle cuffie, tu scegli di ascoltare la musica che vuoi, e ognuno balla come un indemoniato per conto proprio. Che almeno “se vuoi parlare con qualcuno ti togli gli auricolari”. “Sì, non c'è casino”. “Ma dite che uno può portarsi l'iPod da casa?”. Che siamo irrimediabilmente vecchi, in effetti,  avremmo dovuto capirlo già lì.  A dirla proprio tutta, io mi sono chiesta anche se ci fosse il volume regolabile. Solo che ho deciso di tenermelo per me. Del resto, sto già fantasticando sulla Rivelazione del Secolo: in alcuni di questi posti – è scritto su Tripadvisor- il genere ascoltato viene segnalato da lucine di diversi colori. Voglio dire, ci rendiamo conto dei vantaggi? Con una sola occhiata puoi: 

A) Capire se uno è gay
B) Capire se uno è disadattato 
C) Capire se potrebbe venire ad un concerto con te
D) Capire se insulterebbe pesantemente i tizi che vai a vedere in concerto tu.

Insomma, è il luogo di Rimorchio perfetto! Il Paradiso in Terra! E' geniale! E'... 

“Una vaccata. L'uomo medio guarda quello che ascoltano le tipe e prende le cuffie di conseguenza. Poi l'hard rock se lo ascolterà a casa”. 

Un minuto di silenzio: riposi in pace un'illusione. 

Comunque: la Silent Disco, manco a dirlo, in giro non c'è. Così trangugiamo un grappino, prendiamo il giubbotto, e prendiamo per le corna la nostra affatto perduta gggioventù. 



Nella foga di voler evitare i bimbi (leggi: neo-diciottenni molesti in libera uscita) finiamo in un locale  popolato in via esclusiva da quella rinomata specie autoctona dei locali danzerecci italici meglio nota come: viscidoni. Trattasi, per chi non li conoscesse, di uomini al di sopra dei 40 anni, tendenzialmente sudaticci e molto poco avvenenti, che si dimenano in modo scoordinato in pista lasciando occhiate languide a chiunque sia dotato di un seno. Suona La Copa de La Vida. Oleoleole. La Festeggiata ed io ci guardiamo con aria terrorizzata e il vaghissimo sospetto di essere rimaste incastrate in una brutta copia degli anni novanta. Ci beviamo un mojito, e scappiamo via. 

A questo punto è l'una di notte e io sono già cotta. Dove per "cotta" intendo che devo concentrare tutte le  energie sulle palpebre per imporre loro di non chiudersi. Mi sa che non ci riesco neanche granchè bene, visto che ho ricordi piuttosto vaghi del tragitto per raggiungere il secondo locale. Una discoteca vera e propria, questa volta. Di quelle che per entrare devi sborsare venti euro e sorbirti file epiche. Ma si è in compagnia, siamo gggiovani, si può fare.  

Mi guardo attorno. Una mandria di ragazze si dirige spavalda verso l'entrata, sfidandosi all'evidente gioco di mostrare più parti possibili del corpo senza arrivare al nudo integrale. Ridono contente. Si mantengono in bilico su trampoli che manco al circo. Io, con i collant invernali, la giacca in pelle e gli stivali rasoterra mi stringo in qualche brivido di freddo con un'espressione da imminente patibolo. Poi, un trans supera l'allegra comitiva su tacchi ancora più alti. Indossa una minigonna inguinale giallo fluo ed ha un fisico molto ma molto più bello del mio. Mi viene da piangere. Giuro.


Un tizio ci prova, infatti, col trans. “Sei bellissima”, gli dice. Sento che vuole offrirgli da bere. Mi chiedo se non abbia capito, se abbia capito e gli vada bene così, se è proprio quello che cercava, se lo sta prendendo in giro. Poi, in uno di quei fastidiosissimi momenti di empatia che mi prendono ogni tanto nei confronti della razza umana, penso a quanto debba essere difficile vivere così. Senza sapere quello che la gente vuole o si aspetta realmente da te. Eppure chi di noi lo sa, in fondo? 

Un'amica interrompe i miei deliri filosofici sottoponendomi una gif sul cellulare in cui un tipo fighissimo si spoglia tra gli urletti femminili. “Ma perchè mi mandano 'ste cose?”, si chiede affranta. A me viene da ridere, e torno alla realtà.

La discoteca – in cui peraltro ero già stata – si rivela popolata di gente varia. Ragazzi carini persi nel loro mondo. Viscidoni. Bimbi. Coetanei più o meno intraprendenti. Tra loro c'è anche una biondina ubriaca che biascica qualcosa sul fatto che è ubriaca (ma va?) ed una tizia che balla scatenata con una testa di cavallo in plastica a coprirle il volto. Sul serio. Che, dico io,  per indossare una maschera equina per ballare devi come minimo: 

- esserti drogata di brutto 
- essere (o credere di essere) brutta 
- fare la comparsa in un video di Cremonini. 

Certo, c'è anche la possibilità che tu sia una celebrità e non voglia farti riconoscere per sfuggire agli autografi, ma il “naaaaaaaaaa, ma va!” con cui viene pubblicamente accolta la mia teoria mi lascia intuire che forse non sia poi tanto plausibile. Io mi immaginavo già Katy Perry. Uffa. 

Comunque: in questo ameno loco ci sono due sale, che dovrebbero differenziarsi per genere musicale. In realtà, quella al piano di sotto è palesemente tecno. Quella al piano di sopra è palesemente tecno, con l'aggiunta di due cubisti palestrati che si dimenano attorno a un palo ed un dj francamente imbranato. Della serie che, nella circostanza già sfortunata di un genere musicale a te avverso (sto ancora sognando le cuffie della silent disco), appena stai per lanciarti nelle danze questo ti tronca senza criterio il brano. Al suo posto, dopo una pausa di qualche secondo, infila  un suono non meglio specificato che in quanto a ritmo starebbe bene in un brano di Alborán. La gente, infatti, si ferma di botto con lo sguardo smarrito. Se non fosse che l'episodio si ripete in loop fino alle quattro del mattino, penserei sinceramente ad un flashmob. 

A metá serata, sul palco al centro della sala viene allestito uno spettacolo di Drag Queen a tema Star Wars. Nelle intenzioni dovrebbe essere comico. Nella pratica Leila canta "Ma la sera a casa di Luca" di Silvia Salemi. Se non altro, c'è da dire che questi sul palco non hanno né un bel fisico né la minigonna giallo fluo. 

"Sai cosa pensavo?" , dice La Festeggiata sulla strada del ritorno.
"No, cosa?"
"Con tutto quello che abbiamo bevuto, non sono ubriaca per niente".
"Ma lo sai che nemmeno io?"

Qualche lato positivo, alla fin fine, i trent'anni ce l'hanno pure.














PS: nonostante la giacca in pelle, sono tornata a casa con il raffreddore.