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domenica 11 luglio 2021

Treviso non è pronta: l’odissea del rientro in Spagna tra QR e Green Pass

Il concetto di ordine è alieno al DNA dei popoli mediterranei. Capisci da dove arriva uno dal modo in cui si mette in fila, e la disposizione da parterre di concerto pop dei passeggeri diretti a Málaga non lascia dubbio alcuno sulla loro nazionalità. Italiani, spagnoli, poco importa: le differenze ora si appianano nei volti confusi, nello gesticolare sfrenato, nei decibel in ramping sotto la mascherina. Cosa caz*pita tengo que hacer. 

Quelli che mi si accalcano attorno non sono più turisti di ritorno da un viaggio a Venezia, con ancora in testa il cappello da gondoliere comprato dai filippini a Rialto.  Non sono viaggiatori intrepidi pronti a sfidare i 40 e passa gradi della bella Andalusia per poi raccontare che sì, bella la mezquita, ma facciamo che ci torno quando non rischio l’autocombustione.
Forse non sono neanche più persone. In questo momento sono (siamo) tutti solo centinaia di esseri isterici che si ammassano senza alcun criterio in una stanza più piccola del salotto di casa mia…  e non è che viva precisamente in una mansione da diva hollywoodiana.
Al centro del girone infernale, un tizio autoelettosi benefattore della comunità sta urlando senza sosta il numero del volo. Attorno a lui, si stanno formando piccoli cerchi di sconosciuti che si copiano l’un l’altro le risposte alle domande sul cellulare.
“Io che posto ho?”
“Signorinaaaaa io sono vaccinato, posso passare? Guardi, ho il green pass!”
“Qua cosa devo scrivere? Veneto?”
“Ma il qr è quello della certificazione verde?”
“Questionario? Che questionario?”


Tra gomitate, spintoni e passaggi tipo limbo sotto ai nastri rossi e bianchi che dovrebbero separare le code ai check in, la marea umana si sposta da un lato all’altro della hall seguendo ipnotizzata le direttive degli schermi. Che, come no, cambiano idea ogni 5 minuti.
“Chi ha solo il bagaglio a mano alla porta 3”
“Chi ha solo il bagaglio a mano alla porta 5” 

“Potete andare a qualunque porta, basta che facciate presto, per Dio”. 

  
E pensare che poteva essere tutto così semplice…

La tipica "fila mediterranea" all'aeroporto di Treviso




Per entrare in Spagna bisogna compilare un questionario online del Governo, che ha l’obiettivo di rintracciare in fretta i nuovi casi di Covid-19 sul territorio, frenando la diffusione dei contagi. Ti chiedono robe tipo i tuoi dati, i recapiti, da dove arrivi, quali Paesi hai visitato negli ultimi 14 giorni, dove alloggerai in Spagna e che certificato alleghi per dimostrare che non stai portando il virus a passeggio: tampone negativo (se sì, di che tipo, fatto dove e in che data), ciclo vaccinale terminato o avvenuta guarigione.
Una volta fornite tutte le informazioni richieste, si genera un codice QR che viene SEMPRE E COMUNQUE richiesto all’arrivo: se ce l’hai, passi la frontiera. Se non ce l’hai, no.

Mi pare quindi sensato che controllino che tu ne sia provvisto ancor prima di decollare. Voglio dire: se sei già atterrato a Málaga, vai bello arzillo verso l’uscita e ti fermano perchè non hai il QR compilato che fai? Passi il resto dei tuoi giorni in aeroporto come Tom Hanks in The Terminal? Io finirei per spendere tutti i miei soldi da Natura e metterei sú 8 kili da Starbucks, tutti sul sedere. Non è il caso. 


Ad ogni modo non ci vuole una laurea in organizzazione di eventi per capire che il modo più veloce ed efficace di verificare che uno abbia compilato ‘sto benedetto questionario sia chiederglielo nei momenti in cui è già in fila per mostrarti qualcosa. Ai controlli di sicurezza, per esempio. O addirittura al gate, subito prima del decollo. La signorina che ti chiede la carta d’imbarco potrebbe chiederti, assieme ad essa, anche il codice QR per entrare in Spagna. Hanno pure la macchinetta apposta per leggerlo. Si perderebbero circa 0,5 secondi in più per passeggero, e non si creerebbero altre file. 


Facile. Rapido. Sicuro. 


Ma l’aeroporto di Treviso is different. 



Lì la  suddetta signorina dei controlli di sicurezza ti informa - peraltro con tono visibilmente seccato - che per poter passare per tutta la trafila di vassoi e metal detector devi prima recarti al check in, dove ti controlleranno la documentazione per l’ingresso in Spagna.
Il che significa che , se hai scelto di viaggiare solo con bagaglio a mano proprio per  evitare di fare la coda al check in (o, ancora peggio, se hai pagato 4,50 € in più per il fast track) avrai la nitida visione dei tuoi soldi piegati in forma di aeroplanino che decollano verso destinazioni esotiche facendoti ciao ciao con la manina.

Una volta al check in, un’addetta solo un filino più cordiale della prima scriverà a MANO su un foglietto poco più grande di un francobollo la sequenza della tua carta d’imbarco e ci piazzerà sopra un timbro rosso con su scritto QR CHECK OK. A partire da quel momento, quel piccolissimo pezzetto di carta stropicciato sarà il tuo tesoro più prezioso: non solo ti servirà per accedere ai controlli di sicurezza, ma ti verrà richiesto persino per salire sull’aereo.
Tutto molto coerente, non c’è che dire: si consiglia vivamente di non stampare il biglietto, il green pass e il questionario sanitario si accettano cartacei solo ed esclusivamente in caso di comprovato impedimento tecnologico, si cerca di limitare l'utilizzo della poco igienica carta in favore del digitale for ever and ever… ma per dimostrare che possiedi il codice QR necessario a entrare in Spagna devi mostrare un bigliettino scarabocchiato con la biro, più piccolo e malridotto dello scontrino del supermercato che hai infilato in fretta e furia nei jeans. Eccerto.

Ma il punto non è il bigliettino. Il punto è lo scompiglio che tutto ‘sto sistema finisce col creare.

Tralasciamo per un momento che Ryanair manda cinquecentosette messaggi la settimana prima della partenza per ricordarti di compilare il questionario sanitario e che nonostante questo il 50% dei passeggeri non abbia idea che esista un questionario da compilare. Che viene da chiedersi come accidenti sia possibile continuare a guadagnare con l’email marketing. O se non sia il caso di cambiare le mie tecniche di copywriting per testi tipo: “Compra questo che è economico. Ciulli ciulli trallalà salsicce baccalà fiori di sambuco”. Tanto se leggono la prima riga è già un traguardo.

Tralasciamo anche che, nei suoi cinquecentosette messaggi, Ryanair consiglia di presentarsi in aeroporto due ore e mezza prima del volo “per agevolare i controlli”, e il check in - dove, a Treviso, si svolgono (inspiegabilmente) i controlli - apre meno di due ore prima. A questo punto potrebbero almeno affiggere all’entrata un cartello illustrativo delle diverse tecniche di harakiri che si possono utilizzare quando si è costretti a passare un’ora in una stanza con un tabacchino, due bagni e 4 posti a sedere. 

Stendiamo pure un velo pietoso sul fatto che venga affidato ad una sola persona il compito di controllare i qr di centinaia di passeggeri indemoniati: ci vuole almeno mezz’ora prima che qualche illuminato si renda conto che forse, ma proprio forse, sarebbe il caso di aprire altre due o tre file, per poter riuscire a verificare i documenti di tutti prima che l’aereo decolli. 


Il punto è che quest’organizzazione ha avuto l’unico effetto di creare assembramenti innecessari e facilmente evitabili, non solo aumentando il livello di stress generale, ma anche dando vita a possibili focolai di contagio. Perchè, non dimentichiamolo: il vaccino non evita che tu ti prenda il virus, evita che tu abbia sintomi gravi e finisca in ospedale quando te lo prendi. 

In tal senso, la situazione dopo i controlli di sicurezza non migliora. Dei due bar di cui dispone Treviso, è aperto solo uno, che finisce inevitabilmente preso d’assalto da mandrie di viaggiatori affamati. I posti a sedere - che già erano pochi di per sè - sono dimezzati da un ultimo, stoico, tentativo di mantenere le distanze sociali.

E il miglior modo di trasformare l’uomo in bestia - credetemi - è impedirgli di appoggiare il culo su una sedia. Immagino non ci siano voluti neanche cinque secondi prima che si trovasse una soluzione al problema. Qualcuno, più anarchico, l’ha fatto sradicando i cartelli “vietato sedersi” dai posti bloccati. Altri, sbrigativi, hanno optato per sedersi per terra (ovviamente appiccicati gli uni agli altri). Altri ancora hanno deciso che tanto valeva iniziare a mettersi in fila per l’imbarco - con buona pace delle cinquecentosette email in cui RyanAir intima di non farlo finchè non viene aperto il gate. Sul serio, il copywriter di Ryanair mi fa tenerezza.

Mentre cerco un cestino in cui gettare l’immondizia, mi cade l’occhio su un ragazzo addormentato che, in assenza degli strumenti adatti, ha pensato bene di togliersi la mascherina chirurgica per usarla come copriocchi.

Ve lo dico con tutto l’amore del mondo, e con tutta la mia profonda felicità per le riprese dei voli diretti Málaga- Treviso: se non siete attrezzati per garantire quel minimo di norme igieniche necessarie in tempi di pandemia, continuate ad operare su Venezia Marco Polo come si faceva fino a poco tempo fa. O ancora meglio (per me, ovviamente):  sfruttate l’aeroporto di Trieste, che è esageratamente grande per i due voli in croce che ha.

Comunque sia fate qualcosa, perchè il commento “viaggiare così è un incubo” è quello che ho ascoltato più spesso, in due lingue, al rientro dalle mie vacanze italiane.


giovedì 19 novembre 2020

4 idee per un’escursione nella natura senza uscire da Málaga

Quando ti decidi (finalmente?) a rompere un silenzio lungo diverse ere geologiche, il minimo che tu possa fare è giustificare la scelta con un post di pubblica utilità. Questo dovrebbe esserlo per chi, come me, ha scoperto negli ultimi mesi l’inaspettata esigenza di stare a contatto con la natura. 

Tanto per capirci, nel mio armadio non c’è neanche una tuta. Il capo più sportivo che ho è un paio di converse a fiori taroccate che è già tanto se sono riuscite a sopravvivere ai bagni chimici dei festival. L’unico sacco a pelo che abbia mai posseduto in vita mia lo comprai per accamparmi davanti ai palasport, e attualmente si gode un pacifico pensionamento nel ruolo di ripieno della fodera del piumone (comprare un piumone vero mi sembrava uno spreco di soldi, nella Costa del Sol). 

Insomma, non sono propriamente un tipo avvezzo alle escursioni campestri. 

Pare, però, che gli arresti domiciliari imposti dalla PutaPandemia siano in grado di cambiare anche le anime più cittadine - soprattutto quelle che vivono in un appartamento di 30 metri quadri vista strada, con tanto di bidone della spazzatura annesso.

Almeno fino al 23 Novembre, in Andalusia, non possiamo uscire dal nostro Comune. Bar, negozi di abbigliamento e attività non essenziali chiudono alle sei, avviando una quotidiana e progressiva desertificazione dei centri urbani che culmina nel coprifuoco delle dieci di sera. 

La buona notizia, però, è che a Málaga si può passare una giornata immersi nella natura, senza neppure uscire dalla città. Non ci credete? Date un’occhiata qui sotto. 

Ho selezionato 4 luoghi che forse non conoscete e che sicuramente adorerete se volete prendervi una pausa dal cemento di casa, il viavai delle macchine, le luci di Natale e i ragazzini che anticipano la sbronza nei pomeriggi di Pedregalejo. Non ditelo a nessuno, ma quando siete in mezzo a un bosco, senza anima viva nel raggio di centinaia di metri, magari potete anche permettervi il lusso di abbassare un momento la mascherina. 


1. PARQUE DEL MORLACO 

Parque del Morlaco 

















La mia scoperta più recente. Fuori da ogni rotta turistica, il Parque del Morlaco è un gioiellino incastonato tra i villoni di uno dei quartieri più ricchi di Málaga: il Limonar. 

Lo so, agli italiani fa ridere. Pensate che c’è pure un autobus che fa capolinea da quelle parti. La frase tipica dell’Erasmus che se lo trova davanti appena arrivato in città è: “andiamo a Limonar” ah ah ah. Che tenerezza. 

Comunque. Stavamo parlando del Parque del Morlaco, un’area forestale di 161.720 metri quadrati dove troverete tutto quello che si può desiderare per una tranquilla passeggiata all’aria aperta: boschi popolati da scoiattoli, camaleonti e una stupenda vista sul mare. La cosa migliore è che, quando vi stancate di tutto quel verde e di tutto quel silenzio, in circa 15 minuti a piedi arrivate a los Baños del Carmen, che se non fosse un possibile focolaio di Coronavirus nelle Domeniche di sole (sul serio: tutti lì dovete andare?) sarebbe il luogo perfetto per un aperitivo. 


2. MONTE DE GIBRALFARO


Monte Gibralfaro 














Vista dal Monte Gibralfaro 















Famoso per essere stato l'ultimo luogo di Malaga conquistato dai Re Cattolici nel 1487, il castello di Gibralfaro (costruito nel XIV secolo) è uno dei monumenti più importanti in città. Se entrate in un qualsiasi punto di informazione turistica  e chiedete come potete raggiungerlo, vi diranno che avete due opzioni: in autobus oppure a piedi, seguendo il sentiero asfaltato che fiancheggia l’Alcazaba. Difficilmente menzioneranno però la terza via, che io ho scoperto quasi per caso nell’immediato post-lockdown. E, dopo 4 anni di residenza fissa a Málaga, è proprio il caso di dire: “meglio tardi che mai”. 

Quando la libertà di passeggiare era limitata ad un chilometro da casa, mi accorsi che, in fondo a calle Agua (una laterale di Calle Victoria) ci sono delle scale. Salendoci, si accede ad un’enorme area naturale che - udite, udite - si è scoperto poi essere proprio il Monte Gibralfaro. Da quel punto di accesso è possibile raggiungere il castello attraverso i sentieri in mezzo agli alberi, lontani da famiglie chiassose e con la compagnia quasi esclusiva degli immancabili scoiattoli. Certo, dovete mettere in conto salite e sudore, ma il panorama quando arriverete in cima vi ripagherà di tutte le fatiche. 

Una volta lì, potete seguire il percorso (debitamente segnalato) che circonda le mura della fortezza, che è leggermente più frequentato e vanta persino un’area adibita ai giochi per i bambini. 


3. MONTES DE MÁLAGA

Montes de Málaga. Foto: Málaga Hoy 














Montes de Málaga. Foto: Malaga.es












Nonostante sia un’escursione che pianifico ormai da molto, ammetto con certa vergogna di non esserci (ancora!) mai stata. Il motivo? Ai Montes de Málaga non ci si arriva con i trasporti pubblici, e farmi più di 4 ore a piedi solo per raggiungere un posto in cui andrei per camminare è un filino troppo persino per me. 

In assenza di esperienza diretta vi dirò, però, che chiunque ami la natura la consiglia come una tappa IM-PRE-SCIN-DI-BI-LE. Proprio così. Tutto maiuscolo e scandito. 

In effetti l’ha consigliata di recente pure Málaga Hoy, in un articolo dedicato (come questo) a chi volesse “respirare aria buona” senza varcare i confini del comune. Non posso confermare né smentire che, forse forse, ho preso ispirazione da lì. 

Secondo il giornale, sono due i percorsi consigliati agli escursionisti inesperti. 

Il più facile è lungo appena 3 km e inizia dal Carril del Viento, ubicato poco dopo la Venta de El León. Seguendo il sentiero, si può raggiungere il Pico de El Viento, che con i suoi 1.029 metri sul livello del mare è il secondo rilievo più alto del Parco Naturale, che in totale si estende per oltre 5.000 ettari. 

C’è poi un percorso un po’ più lungo (6 chilometri) ma sempre di difficoltà bassissima, che parte dal Mirador del Cochino, da cui peraltro si può godere di una splendida vista sulla città di Málaga e i suoi dintorni paesaggistici. Da lí si prosegue fino a un altro punto panoramico, il mirador Vázquez Sell, attraverso il sentiero segnalato come El Cerrado. La zona é consigliata dalla Junta de Andalucía per l’avvistamento di uccelli rapaci in primavera ed autunno. 

4. JARDÍN BOTÁNICO HISTÓRICO LA CONCEPCIÓN 


Jardín Botánico






















Jardín Botánico




























Se volete stare in mezzo alla natura, ma senza faticare troppo,  il Jardín Botánico è l’opzione perfetta per voi. Si raggiunge comodamente in autobus e all’interno ha un bar/ristorante con prezzi accettabili, un negozio di souvenir, bagni puliti, strutture architettoniche, aree attrezzate per pic nic e comodità di ogni genere. L’unica pecca è che, a differenza di tutti i luoghi fin qui menzionati, si paga per entrare (è gratis solo la Domenica, dalle 14 alle 17.30, orario di chiusura).

Considerato Bene di Interesse Culturale, il Jardín Botánico ha più di centocinquanta anni di storia ed è uno dei pochi giardini in Europa in cui si possono ammirare  piante di origine subtropicale. In tutto ce ne sono più di cinquantamila, di duemila specie diverse, inclusi (oltre alle immancabili palme) i bambù e gli esemplari acquatici. 

Una delle zone secondo me più tranquille per passeggiare nel verde è il sentiero panoramico che parte dalla zona dei cactus. Lì, in genere, il vociare dei turisti si disperde lasciando posto all’assoluta - e a tratti quasi inquietante - tranquillità. 



Avete già deciso quale sarà la vostra prossima meta? 

giovedì 16 luglio 2020

Ti conosco, mascherina: differenze tra Italia e Spagna nell’estate del post-lockdown

Sarà che il Friuli Venezia Giulia non é mai stata una delle Regioni più colpite. Sarà che la compagnia dei genitori, di per sé, ti rassicura. Però mi guardo intorno e la pandemia, qui, sembra non esserci mai stata.


Arrivo dall’Andalusia: terra in cui, da questa settimana, la mascherina é obbligatoria SEMPRE; All’interno, all’esterno, che si rispetti la distanza di sicurezza oppure no. La devi indossare anche in spiaggia. Persino se sei da solo. A meno che tu non sia disposto a sborsare cento euro di multa per aver fatto finta di non capire.
Foto: El Confidencial/EFE






Arrivo da un posto in cui, nel quotidiano, i discorsi ruotano ancora tutti attorno al Covid. Dove si guarda con terrore all’aumento incessante dei contagi, e si fa il conto alla rovescia verso un secondo lockdown che tutti percepiscono come inevitabile.

Alle cinque del mattino, un taxista affetto da Diarrea Verbale mi portó all’aeroporto di Malaga stampando invettive contro il vetro protettivo. Reduce da un Sabato notte di ragazzini ammassati a bere in piazza Mitjana, parlava preoccupato di incoscienza collettiva. Ed io, sfidando il sonno, gli davo ragione. “Sembra che non gliene freghi niente”, “L’empatia andrebbe insegnata nelle scuole”, “Com’é possibile che le cachimbas non le abbiano proibite da subito?”. 

Quel giorno avevo lasciato il mio ragazzo a dormire a pancia in giù, pensando che chissà se sarei davvero riuscita a riabbracciarlo tra due settimane. Le notizie parlavano di nuove zone confinate in Catalogna, di riunioni con Sánchez per decidere le nuove misure da adottare; E la paura di una chiusura imminente dei confini, nella grandine degli aggiornamenti via social, colpiva forte fino a farmi sanguinare. 

Capirete quindi il mio shock quando sono scesa dall’aereo e mi sono resa conto che qui, nel Nord Est italiano, la mascherina la porto praticamente solo io. All’esterno non é obbligatoria. All’interno, i commercianti fanno finta di non vedere.

Le persone, per le strade, parlano del tempo, dei libri che hanno letto, dell’aperitivo da organizzare, in una normalità che di nuovo ha solo la viscosità del gel idroalcolico sulle mani.

Non dico che sia sbagliato. Davvero, questo non vuol essere l’ennesimo post in cui affermo che gli spagnoli sono bravissimi e noi facciamo schifo. Per niente. In questo caso, non sono proprio in grado di dire chi ha ragione e chi ha torto. Col senno di poi, in Italia la situazione é stata gestita meglio sin dall’inizio. I contagi oggi sono molto più controllati e i dati danno motivo di rilassarsi un po’.

É solo che mi sembra strano, vedere come tutti sembrano avere dimenticato. Avevo letto, una volta, di un meccanismo fisiologico che eliminerebbe il ricordo del dolore del parto dalla mente delle mamme, perché se lo ricordassero non vorrebbero più procreare. É una specie di istinto di sopravvivenza. Un ingranaggio ben oliato che fa funzionare la macchina perfetta del nostro corpo al fine di garantire continuità alla specie. 

Forse, qui, é successa un po’ la stessa cosa. Forse la maggior parte della popolazione ha rimosso l’immagine dei mezzi militari in fila indiana che portavano altrove i cadaveri di Bergamo, perché solo cosí puó riprendere a vivere.

Non lo so. Fatto sta che io quell’immagine non riesco a togliermela dalla testa neanche se la sbatto contro il muro. Come non riesco a togliermi quella dei morti impilati al Palacio de Hielo de Madrid. Non riesco - davvero, non riesco - a non pensare a tutta quella gente morta da sola, o magari guarita, sí, ma dopo tre mesi  su un letto d’ospedale con un tubo - e il cuore dei parenti- in gola. 
Non posso non ricordare le amiche che non hanno potuto dire addio a famigliari deceduti, perché bloccate in un’altra Nazione. Amiche che hanno dovuto assistere al funerale di un genitore, o di un fratello, via cellulare. Riuscite a pensare a qualcosa di più terribile? Perché a me si inondano gli occhi di lacrime solo a pensarci.

Se qualcuno riesce a dimenticare tutto questo, se riesce ad ignorarlo…beh, cavolo, beato lui. Lo invidio da matti, dico sul serio. E mi é anche piuttosto chiaro che, se mai avrò un figlio, sarà soltanto uno, perché quel meccanismo, mi sa che io non ce l’ho.

Tacciavo di irresponsabili gli spagnoli che non sapevano rinunciare all’abbraccio, alla birra sorseggiata gomito a gomito in un chiringuito. M’ero incazzata - soprattutto con me stessa, per non avere avuto i riflessi abbastanza pronti da farglielo notare - con la scarsa attenzione dimostrata da chi, incontratami per caso in un locale, si avvicinava a parlarmi senza mettersi la mascherina. 

Ero tornata a casa di corsa, con lo stomaco contratto dalla rabbia, quella volta che ero uscita a fare la spesa e m’ero ritrovata con un gruppo di 5 adolescenti appiccicati l’uno all’altro, incuranti di ogni divieto. Per non parlare dei turisti, arrivati da chissà dove per ustionarsi la pelle ignari d’ogni esigenza governativa di protezione. 

Mi piacerebbe poter dire il contrario, ma non arrivo dalla Terra Perfetta. Nemmeno in Andalusia, per quanto io la adori,  l’empatia e il rispetto regnano sovrani. Per questo io stessa mi stupisco, oggi, quando penso che, alla fin fine, forse c’é più coscienza civica lì. Ma forse non é nemmeno coscienza civica…forse é semplicemente più paura. 

La mascherina e le chiacchiere del quotidiano non sono l’unica differenza tra Italia e Spagna.

In effetti, sono molte altre le cose che mi hanno lasciato allibita al ritorno in Patria.

Per esempio, qui la “distanza minima” da mantenere tra una persona e l’altra (e, di conseguenza, tra un tavolo e l’altro al bar) é di un metro, mentre in Spagna é di 2. Non dovrebbe essere uguale in tutto il mondo? Le famose "goccioline di saliva" che ti attaccano la malattia non dovrebbero avere un raggio massimo d’azione, studiato da fior fior di scienziati? Va a capire.

Qui non si usano più i guanti al supermercato. In Spagna sono ancora obbligatori (oltre che un attentato ai nervi ogni volta che devi aprire il sacchetto della frutta). Li devi indossare all’entrata e gettare quando esci. Nei supermercati più piccoli, c’é ancora pure la fila unica alle casse.

A Venezia ho notato diversi  turisti con le audioguide alla Chiesa dei Frari, mentre in Spagna sono state tra le primissime cose ad essere abolite, in quanto considerate non igieniche. Per sostituirle, al Centro Pompidou usano pannelli informativi in due lingue collocati di fianco alle opere. In un negozio di cosmetica, qui nel mio paesino natale, ho visto addirittura dei Tester. I Tester! Le aziende di bellezza stanno usando la realtà aumentata per far provare i trucchi in modo virtuale, perché i campioncini gratis, quando non vengono aboliti, si considerano una tra le cose meno sicure in giro.

Fondamentalmente la differenza tra Italia e Spagna, in questa crisi, si riduce ancora una volta al modo di pensare.

Un nuovo lockdown darebbe il colpo mortale all’economia di entrambe le Nazioni. Ma se in Spagna stanno facendo di tutto per impedirlo, qui mi sembra che sia stato il fatalismo a vincere. É un po’ una contrapposizione tra le due filosofie “Facciamo in modo che non ci richiudano” vs. “Facciamo come prima, tanto non ci rinchiudono”.
E, insisto: davvero non so quale sia il modo giusto di prenderla. Quando tutto questo gran casino stava iniziando, presi posizione per il menefreghismo degli spagnoli, convinta com’ero che gli italiani stessero esagerando con l’allarmismo. É venuto fuori che mi sbagliavo di grosso, e proprio per quel menefreghismo c’hanno rimesso la vita migliaia di persone.

Per questo oggi non mi "schiero". Perché, fondamentalmente, sono consapevole più che mai di non capirci un cavolo di niente.

Di sicuro, so che vive molto più rilassati con la scuola di pensiero all’italiana. Senza dubbio sto molto meglio da quando, nel guscio della mia famiglia, mi adeguo a fingere che tutto sia passato.

Dall’altra parte, peró, lo spettro di quello che potrebbe succedere sta ancora lí. Sta scritto nella storia. La storia della febbre spagnola. La storia della Peste. La storia di tutte le epidemie che, nei secoli,  si sono prese una pausa in estate prima di sferrare l’attacco piú micidiale. E, se la storia insegna, allora credo che la precauzione non sia mai abbastanza. Anche a costo di esagerare.
Foto di una famiglia durante l'epidemia di febbre spagnola del 1918




E poi, parliamoci chiaro: La mascherina dà fastidio a tutti. Tiene caldo, é scomoda, ti dà la sensazione di non respirare a pieni polmoni. Vero. Ma quante volte abbiamo indossato per tutto il giorno un paio di scarpe che ci andavano strette, solo perché ci piacevano? Quante volte ci siamo fatte andare bene dei jeans anche se ci stringevano in vita? E, ragazze, non mi direte che vi fa piacere, d’estate, costringervi in un reggiseno! Però lo fate. Lo facciamo. Quindi perché non potremmo sforzarci di mettere una fascia di tessuto sulla bocca? Se proprio non vi va giù l’imposizione, pensatelo come un accessorio fashion da abbinare alle maglie o ai vestiti. Compratevene due o tre con fantasie carine, e divertitevi a scegliere di volta in volta quella che si addice di più al vostro outfit. Io faccio cosí, e vi garantisco che arriva un momento in cui quest’imposizione te la fai persino piacere. Come le scarpe. Come il reggiseno. Come i jeans.

Comunque una cosa c’é, ad accomunare Italia e in Spagna nell’estate del post-lockdown: la fretta nell’aprire i bar e la lentezza nell’aprire gli uffici essenziali. L’accelerazione dei consumi e il rallentamento della burocrazia. Perché, in fondo, nel bene e nel male, rimaniamo pur sempre due popoli mediterranei.


martedì 28 aprile 2020

La fine delle tapas.

Un popolo lo conosci per come mangia.
Anche per questo mi piacciono gli spagnoli.

Quando facevo la guida gastronomica, dicevo sempre ai clienti che il loro modo di stare a tavola ne riflette la personalità. In quel loro ordinare tanti piatti diversi e metterli in mezzo “para compartir” (per condividere) vedevo il riflesso di un carattere aperto, godereccio e generoso. 


Ci credevo sul serio.

Senza parlare di come quell’abitudine mi permettesse di assaggiare un po’ di tutto ovunque andassi. Per una buona forchetta (e un’indecisa cronica) come me era praticamente il Paradiso.

Lo dicevo a genitori, amici, parenti:
Avevo trovato il mio stile di vita ideale.

Quando tornavo in Italia, facevo sempre un po’ fatica a ri-adattarmi al piatto unico. Alla scelta esclusiva. Al “guai se ti azzardi ad assaggiare quello che IO ho ordinato”. 


Non mi sono trasferita in Spagna PER le abitudini alimentari, questo è ovvio. Però erano uno degli aspetti che più amavo della vita qui.

Ieri la Junta de Andalucía ha presentato al Governo la sua proposta per la riapertura di ristoranti e bar dopo la quarantena (che deve passare per il filtro e l’approvazione del Ministero della Sanità)

In sintesi, le regole sarebbero queste:

- Si potrà entrare in un ristorante solo a turno ed esclusivamente su prenotazione (prenotando al massimo per 4 persone)
- Tra un turno e l’altro, i dipendenti devono avere il tempo di igienizzare tutto.
- Non ci si possono mettere più di 30 minuti per fare colazione, e non si può restare più di  90 minuti per mangiare.
- É obbligatorio ordinare un piatto per persona, che non può essere condiviso con gli altri commensali. 

In pratica, questo significa dire addio alla cultura delle tapas. Ai ritmi lenti. Alle sobremesas eterne nei chiringuitos. E, tra parentesi, quant’è bella la parola sobremesa, guarda caso intraducibile. Bella come l’atto di godersi la vita tra un bicchiere di vino ed un gin tonic mentre allacci il pranzo alla merenda seduto con gli amici a un tavolo vista mare. Come gli andalusi che, un po’ brilli, lasciano scorrere il giorno e le preoccupazioni cantando sevillanas per digerire in una taverna tipica.

Dobbiamo dire addio al piattino di olive davanti alla birra. Allo spiluccare qualcosa in ogni bar fino a saziarti. Al vagare senza meta per infilarsi in un posto nuovo che “ti ispira” ed esaltarti quando scopri che non era niente male. Alla casualità della scoperta. Alla libertà estrema del non programmare. Forse persino ai pentoloni della Farola de Orellana.

E lo so bene che tutto questo, adesso, è letteralmente l’ultimo dei problemi.
Lo so, che era l’unica proposta sensata.
Che sono una cretina anche soltanto a parlarne. 

Eppure, chissà perché, alla fine sono sempre i dettagli più insignificanti a gettarmi nello sconforto. 

Di colpo, leggendo il piano della Junta, m’è presa una tristezza che, razionalmente, non so giustificare. 

Forse penso e ragiono in funzione del cibo.
Forse posso abituarmi a tutto, tranne all’Andalusia che diventa il Nord Italia. 

O forse, più realisticamente, è solo che un concetto futile come la fine del tapeo rende ancora più concreto quello che già sapevo: tornare alla “normalità” sarà davvero impossibile.


Comunque sia sbrigatevi, a trovare un vaccino. 




domenica 2 febbraio 2020

Dolore, Gloria e Banderas: uno sguardo ravvicinato ai premi Goya di Málaga


>> Puoi leggere quest'articolo anche su Total Free Magazine cliccando qui


Il red carpet dei premi Goya davanti al palazzetto dello sport Martín Carpena,
trasformato per l'occasione in un Auditorium di lusso. 

La sera del 25 Gennaio il Martín Carpena è irriconoscibile. Non che qualcuno si sarebbe mai aspettato il contrario: il Comune di Málaga ha speso ben 786.500 euro per trasformare il palazzetto dello sport della città in Auditorium di lusso.

I furgoncini con il logo della tv di stato, pieni della frenesia di una diretta da lanciare, bastano da soli a spiegarne il motivo.
Perché i premi Goya non sono mica una roba da niente. Definiti gli Oscar del cinema spagnolo, per il secondo anno di fila portano gli occhi e il glamour della Spagna dritti dritti in Andalusia.
Stavolta è toccato a Málaga ospitarli, complice la presenza del prestigioso Festival del Cinema locale. E sono stati proprio gli organizzatori del Festival ad aver voluto imprimere all’evento la stessa filosofia della kermesse: quella di coinvolgere la città intera attraverso manifestazioni collaterali, favorendo gli incontri tra pubblico e vip. A quest’ultimo punto tenevano particolarmente, dato che la precedente edizione, tenutasi a Siviglia, era stata criticata per aver reso totalmente inaccessibili le celebrities invitate. 

E così eccoci qui, sotto al ronzio incessante di un elicottero. Con la sovrastruttura effimera montata sul Martín Carpena a gocciolare glamour su un tappeto rosso di 300 metri. Sembra cioccolata, disse su Twitter qualcuno particolarmente affamato. Non posso confermare né smentire di essermi trovata d’accordo. 

Non é stata una settimana facile, per i malagueñi. La tempesta Gloria (e mai nome fu più a tema, direbbe il buon Almodovar) ha gettato chili di grandine e litri di pioggia su quella che in genere viene chiamata Costa del Sol. Questa stessa mattina del 25 Gennaio, alcuni quartieri della città sono stati allagati ed isolati, valendo vari fischi alle orecchie di Greta Thunberg e non poche critiche alla Giunta comunale. 

Ma le intemperie, si sa, non bastano a frenare la curiosità.

Decine di persone si sono accampate davanti al palazzetto dalle 8 A.M. Poi ne sono arrivate altre. Poi altre. Ed altre ancora. Alle sette di sera, c’è ormai gente accalcata ovunque. Le ragazzine - già afone - urlano nomi plausibilmente associabili alle teste che intravedi dietro un muro di cellulari. Le signore commentano che il bianco è di tendenza, e che devono tornare a fare shopping da Zara ("se lo voy a decir a Manolo").

Gli ombrelli si aprono e chiudono a intermittenza. Le auto con i vetri oscurati sono pacchi regali da aprire con cautela. “Questo chi è?” è la domanda che riecheggia più spesso.


Finché, d’improvviso, parte un coro. Forte. Unisono. Accorato.
“Antonio, Antonio, Antonio”, grida la gente da ogni angolazione.


Sarà lui, il vero trionfatore della serata. E non soltanto perché la storia d’amore che lo lega a Málaga rende emozionante qualsiasi sua apparizione in città.

No. Banderas trionferà nel momento in cui, ormai a tarda notte, alzerà la statuetta che lo premia come Miglior Attore Protagonista per Dolor Y (appunto) Gloria, davanti alla standing ovation di amici e colleghi.

É il primo Goya della sua carriera, e arriva nel miglior momento possibile. Nella sua terra. Per la sua miglior interpretazione di sempre. A tre anni esatti dall’infarto che gli ha segnato - e cambiato - la vita.

Perché una persona normale, dopo un infarto, deciderebbe di andare in pensione; Chessó, di trascorrere le giornate curando l’orto e guardando film in compagnia dei famigliari. Banderas no. Banderas, dopo un infarto, ha aperto un teatro degno di Broadway nella sua città natale. Si é messo a ballare in Chorus Line, uno dei musical più esigenti che ci siano. Ha ricevuto una nomination all’Oscar. 

God Save Antonio, è il caso di dirlo. Perchè anche se dimentica per l’emozione di ringraziare Penelope Cruz, la fidanzata e Málaga stessa (God save pure Instagram, che é il mezzo perfetto per le rettifiche last minute) nel suo discorso parla di rinascere e di sentirsi vivo. Che è molto più di essere vivo e basta. E il concetto fa spuntare una lacrima su un buon quantitativo di visi.


É, senza ombra di dubbio, il momento algido di un galà per lo più noioso da morire: carne da meme per i siparietti pseudo comici della presentatrice Silvia Abril - degni del peggiore Sanremo - , il viavai incessante delle persone davanti alla videocamera, e le sedie di plastica che devono aver bellamente quadrettato il prezioso sedere di artisti e autorità (dopo la Gloria serviva il Dolore, è chiaro).

Non fa niente, però. Málaga, il suo successo, ce l’ha avuto a prescindere dalla buona o cattiva riuscita dello spettacolo mediatico. Grazie a Banderas, sì, ma anche a Belén Cuesta, altrettanto malagueña e vincitrice del Goya come miglior attrice. O a Antonio De La Torre, conterraneo di entrambi e protagonista de “La Trinchera Infinita”, che ha ricevuto 15 nomination e due premi.


I Goya della Costa del Sol sono stati un riconoscimento al talento locale che, quando c’é, sa farsi vedere ovunque. In un Auditorium di lusso cosí come in un palazzetto dello sport…che, forse, non sarebbe nemmeno servito “rivestire”.


A seguire, l’elenco completo dei vincitori dei Premi Goya di quest’anno.



Miglior film 
Dolor y gloria (Pedro Almodovar)


Miglior attore 
Antonio Banderas per Dolor y gloria

Miglior attrice
Belén Cuesta per La trinchera infinita

Miglior attore non protagonista 
Eduard Fernández per Mientras dure la guerra

Miglior attrice non protagonista
Julieta Serrano per Dolor y gloria

Mejor regia 
Pedro Almodóvar per Dolor y gloria

Mejor regista emergente 
Belén Funes per La hija de un ladrón

Miglior attore rivelazione 
Enric Auquer per Quien a hierro mata

Miglior attrice rivelazione 
Benedicta Sánchez per Lo que arde

Miglior film latinoamericano 
La odisea de los giles (Argentina)

Miglior film europeo 
Les miserables (Francia)

Miglior docu-film 
Ara Malikian: Una vida entre las cuerdas

Miglior film d’animazione
Buñuel en el laberinto de las tortugas

Miglior sceneggiatura adattata 
Intemperie

Miglior sceneggiatura originale 
Dolor y gloria

Miglior corto d’animazione 
Madrid 2120

Miglior documentario corto
Nuestra vida como niños refugiados en Europa

Miglior corto di finzione
Suc de sindria

Migliori effetti speciali
El hoyo

Miglior trucco e parrucco 
Mientras dure la guerra

Migliori costumi 
Mientras dure la guerra

Miglior direzione artistica 
Mientras dure la guerra

Miglior sonoro
La trinchera infinita
Miglior montaggio 
Dolor y gloria
Miglior canzone originale 
Intemperie da Intemperie
Miglior musica originale 
Dolor y gloria
Miglior direzione di produzione 
Mientras dure la guerra
Miglior direzione della fotografia 
Lo que arde
Goya d’onore 2020
Pepa Flores