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domenica 2 febbraio 2020

Dolore, Gloria e Banderas: uno sguardo ravvicinato ai premi Goya di Málaga


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Il red carpet dei premi Goya davanti al palazzetto dello sport Martín Carpena,
trasformato per l'occasione in un Auditorium di lusso. 

La sera del 25 Gennaio il Martín Carpena è irriconoscibile. Non che qualcuno si sarebbe mai aspettato il contrario: il Comune di Málaga ha speso ben 786.500 euro per trasformare il palazzetto dello sport della città in Auditorium di lusso.

I furgoncini con il logo della tv di stato, pieni della frenesia di una diretta da lanciare, bastano da soli a spiegarne il motivo.
Perché i premi Goya non sono mica una roba da niente. Definiti gli Oscar del cinema spagnolo, per il secondo anno di fila portano gli occhi e il glamour della Spagna dritti dritti in Andalusia.
Stavolta è toccato a Málaga ospitarli, complice la presenza del prestigioso Festival del Cinema locale. E sono stati proprio gli organizzatori del Festival ad aver voluto imprimere all’evento la stessa filosofia della kermesse: quella di coinvolgere la città intera attraverso manifestazioni collaterali, favorendo gli incontri tra pubblico e vip. A quest’ultimo punto tenevano particolarmente, dato che la precedente edizione, tenutasi a Siviglia, era stata criticata per aver reso totalmente inaccessibili le celebrities invitate. 

E così eccoci qui, sotto al ronzio incessante di un elicottero. Con la sovrastruttura effimera montata sul Martín Carpena a gocciolare glamour su un tappeto rosso di 300 metri. Sembra cioccolata, disse su Twitter qualcuno particolarmente affamato. Non posso confermare né smentire di essermi trovata d’accordo. 

Non é stata una settimana facile, per i malagueñi. La tempesta Gloria (e mai nome fu più a tema, direbbe il buon Almodovar) ha gettato chili di grandine e litri di pioggia su quella che in genere viene chiamata Costa del Sol. Questa stessa mattina del 25 Gennaio, alcuni quartieri della città sono stati allagati ed isolati, valendo vari fischi alle orecchie di Greta Thunberg e non poche critiche alla Giunta comunale. 

Ma le intemperie, si sa, non bastano a frenare la curiosità.

Decine di persone si sono accampate davanti al palazzetto dalle 8 A.M. Poi ne sono arrivate altre. Poi altre. Ed altre ancora. Alle sette di sera, c’è ormai gente accalcata ovunque. Le ragazzine - già afone - urlano nomi plausibilmente associabili alle teste che intravedi dietro un muro di cellulari. Le signore commentano che il bianco è di tendenza, e che devono tornare a fare shopping da Zara ("se lo voy a decir a Manolo").

Gli ombrelli si aprono e chiudono a intermittenza. Le auto con i vetri oscurati sono pacchi regali da aprire con cautela. “Questo chi è?” è la domanda che riecheggia più spesso.


Finché, d’improvviso, parte un coro. Forte. Unisono. Accorato.
“Antonio, Antonio, Antonio”, grida la gente da ogni angolazione.


Sarà lui, il vero trionfatore della serata. E non soltanto perché la storia d’amore che lo lega a Málaga rende emozionante qualsiasi sua apparizione in città.

No. Banderas trionferà nel momento in cui, ormai a tarda notte, alzerà la statuetta che lo premia come Miglior Attore Protagonista per Dolor Y (appunto) Gloria, davanti alla standing ovation di amici e colleghi.

É il primo Goya della sua carriera, e arriva nel miglior momento possibile. Nella sua terra. Per la sua miglior interpretazione di sempre. A tre anni esatti dall’infarto che gli ha segnato - e cambiato - la vita.

Perché una persona normale, dopo un infarto, deciderebbe di andare in pensione; Chessó, di trascorrere le giornate curando l’orto e guardando film in compagnia dei famigliari. Banderas no. Banderas, dopo un infarto, ha aperto un teatro degno di Broadway nella sua città natale. Si é messo a ballare in Chorus Line, uno dei musical più esigenti che ci siano. Ha ricevuto una nomination all’Oscar. 

God Save Antonio, è il caso di dirlo. Perchè anche se dimentica per l’emozione di ringraziare Penelope Cruz, la fidanzata e Málaga stessa (God save pure Instagram, che é il mezzo perfetto per le rettifiche last minute) nel suo discorso parla di rinascere e di sentirsi vivo. Che è molto più di essere vivo e basta. E il concetto fa spuntare una lacrima su un buon quantitativo di visi.


É, senza ombra di dubbio, il momento algido di un galà per lo più noioso da morire: carne da meme per i siparietti pseudo comici della presentatrice Silvia Abril - degni del peggiore Sanremo - , il viavai incessante delle persone davanti alla videocamera, e le sedie di plastica che devono aver bellamente quadrettato il prezioso sedere di artisti e autorità (dopo la Gloria serviva il Dolore, è chiaro).

Non fa niente, però. Málaga, il suo successo, ce l’ha avuto a prescindere dalla buona o cattiva riuscita dello spettacolo mediatico. Grazie a Banderas, sì, ma anche a Belén Cuesta, altrettanto malagueña e vincitrice del Goya come miglior attrice. O a Antonio De La Torre, conterraneo di entrambi e protagonista de “La Trinchera Infinita”, che ha ricevuto 15 nomination e due premi.


I Goya della Costa del Sol sono stati un riconoscimento al talento locale che, quando c’é, sa farsi vedere ovunque. In un Auditorium di lusso cosí come in un palazzetto dello sport…che, forse, non sarebbe nemmeno servito “rivestire”.


A seguire, l’elenco completo dei vincitori dei Premi Goya di quest’anno.



Miglior film 
Dolor y gloria (Pedro Almodovar)


Miglior attore 
Antonio Banderas per Dolor y gloria

Miglior attrice
Belén Cuesta per La trinchera infinita

Miglior attore non protagonista 
Eduard Fernández per Mientras dure la guerra

Miglior attrice non protagonista
Julieta Serrano per Dolor y gloria

Mejor regia 
Pedro Almodóvar per Dolor y gloria

Mejor regista emergente 
Belén Funes per La hija de un ladrón

Miglior attore rivelazione 
Enric Auquer per Quien a hierro mata

Miglior attrice rivelazione 
Benedicta Sánchez per Lo que arde

Miglior film latinoamericano 
La odisea de los giles (Argentina)

Miglior film europeo 
Les miserables (Francia)

Miglior docu-film 
Ara Malikian: Una vida entre las cuerdas

Miglior film d’animazione
Buñuel en el laberinto de las tortugas

Miglior sceneggiatura adattata 
Intemperie

Miglior sceneggiatura originale 
Dolor y gloria

Miglior corto d’animazione 
Madrid 2120

Miglior documentario corto
Nuestra vida como niños refugiados en Europa

Miglior corto di finzione
Suc de sindria

Migliori effetti speciali
El hoyo

Miglior trucco e parrucco 
Mientras dure la guerra

Migliori costumi 
Mientras dure la guerra

Miglior direzione artistica 
Mientras dure la guerra

Miglior sonoro
La trinchera infinita
Miglior montaggio 
Dolor y gloria
Miglior canzone originale 
Intemperie da Intemperie
Miglior musica originale 
Dolor y gloria
Miglior direzione di produzione 
Mientras dure la guerra
Miglior direzione della fotografia 
Lo que arde
Goya d’onore 2020
Pepa Flores


venerdì 30 marzo 2018

Tu chiamala, se vuoi, vocazione.

"Scusate, ragazze, sapete dirmi se il Paseo Marítimo Antonio Banderas è vicino?"

"Il Paseo...è tipo alla fine del muelle, no?"
"Sì, mi pare, non.."

Entro a gamba tesa nella conversazione, preda di un impulso superiore alle mie forze. 
Immagini di tramonti e capelli spettinati. E lune obese. E gelati. E case in costruzione. Richiamo salmastro della parola "casa". 


"No, guarda è dalle parti di Huelin, la zona Ovest della città."
Le ragazzine al mio fianco sbottano in un "ahhh, è vero". Io alzo gli occhi al cielo. Meno male che, dall'accento, quelle autoctone dovrebbero essere loro. Ay, Dios.
"Non proprio vicinissimo ma puoi arrivarci a piedi in mezz'ora, in auto saranno 15 minuti". 
"Grazie mille! Quindi forse ce la facciamo a fare delle riprese, no?"

La giornalista riccia, ormai, non parla più con me. Si è rivolta a guardare il cameraman, intento a riporre l'attrezzatura tra alzate di spalle e dialoghi veloci che non riesco a percepire. 

Qualcun altro, alle sue spalle, sta filmando per la settima volta l'introduzione di una perfezionista mora. Un telefono squilla. "Siamo davanti al Teatro Cervantes" - ormai la so a memoria - "Per la prima mondiale di Genius: Picasso, l'acclamata serie di Ron Howard..."

Potrei pure andarmene, in effetti. Ho visto Antonio Banderas, ancora inguardabilmente calvo per quelle che presumo esigenze di copione. Gli ero talmente vicina da sentire quello che diceva fuori dal microfono. Attorno pochissima gente, a parte i vip e gli addetti ai lavori. D'altra parte si erano guardati bene dal renderla pubblica, l'ora dell'evento. In pochi, oltre a me, sono stati abbastanza abili nell'arte dello stalking dal reperirla in una comunicazione interna sul sito del Comune. 



Giusto giusto le ragazzine sperdute. Qualche passante che non capisce bene che succede. "Is this a Premiere?" E una signora malagueña che urla a squarciagola "qué bien hablas, hijo, qué bien hablas!" 

Potrei andarmene, davvero. Dovrei. La brezza che inizia a spirare è ancora troppo fresca per i miei vestiti. Eppure c'è una forza invisibile che mi inchioda all'asfalto e mi fa brillare gli occhi nel sospiro della vita che vorrei.

Perchè io, al photocall, guardavo dall'altra parte. Chissenefrega dei vip, al diavolo l'abito lungo della protagonista, o quella giacca improponibile a foglio di giornale. A me interessavano i flash dei reporter. I "guarda di qua". I click di quando cambi obiettivo. Io ero affascinata dai pass attaccati alle camice. Dai registratori tra le mani. Da quel correre veloci a bordo del furgoncino - e dritti in redazione, presto, ché c'è un pezzo da far uscire entro domani. 



Málaga, per un giorno, é stata al centro degli sguardi di tutto il mondo. C'era glamour. Feste in hotel lussuosi. C'erano lingue diverse per lo stesso contenuto nei tweet. Ed é stato in mezzo a quel vortice che, una volta in più, mi sono ricordata di una vecchia passione.

Dicono che quello del giornalista sia uno dei cinque lavori più stressanti al mondo. Eppure, Dio, cosa darei per poterlo esercitare! Dico sul serio. Dico pagata. Dico per viverci.
Intendiamoci: mi piace gestire account social, ma poche cose mi fanno stare bene come l'adrenalina di dare una notizia prima degli altri. Lo scrupolo di verificare le fonti. La tecnica di eliminare il superfluo per far stare un pezzo nel giusto numero di battute. 

Ero seria, l'altro giorno, quando nel fuori onda di una trasmissione radiofonica dicevo che adoro le interviste. Perchè sono curiosa per natura. Perchè ti permettono di scoprire di più su altre persone ed altri mondi, magari lontani anni luce da te.

Entrare nelle redazioni di Málaga col curriculum in mano, sulla scia di quelle sensazioni, mi é sembrata come sempre una perdita di tempo. Ma respiravo nel va e vieni degli ascensori, nei computer accesi, nell'informalità cameratistica dei tizi con gli occhiali, l'odore di un mondo a cui sento di appartenere. É stato - non lo so - come tornare a casa. 

Allora è questa la vocazione? Non ne ho idea. E poi, che sostantivo estremo "vocazione"! Però Martedì sera sono stata ospite di Radio Stonata per commentare gli outfit dei videoclip dell'Eurofestival (Jo Squillo era impegnata). Mi sono presentata dicendo "sono giornalista" ed immediatamente mi sono sentita più sicura di me. Come se, nonostante tutti gli anni di esperienza, dire "faccio la social media manager" mi facesse ancora sentire un'imbrogliona.  Lo "faccio", appunto. Non lo "sono". Ho avvertito un leggerissimo, stupidissimo brivido: come se, finalmente, mi fossi ritrovata. 


A proposito: se volete farvi quattro risate, potete ascoltare il podcast qui. 






martedì 28 marzo 2017

La storia d'amore tra Málaga e Banderas.

L'amore tra Málaga e Antonio Banderas non lo puoi spiegare se non ci vivi in mezzo. É un legame a filo doppio, solido e discreto come possono esserlo soltanto i più longevi. Lo percepisci tra le pietre del Teatro Romano, quando cade la sera tra il borbottio del Pimpi e i neon delle terrazze chic. S'infrange con le onde, senza troppo drammatismo, sul Paseo Marítimo che ne porta il nome. Quel legame si magnifica nell'orgoglioso rispetto di un posto in cui tutti sanno dove vive, eppure nessuno va mai ad importunarlo sotto casa sua. Ché poi sarebbe bello non doversene stupire. 

Dal 2009 Antonio Banderas per me è in un certo senso un pezzo di città. Ricordo quando passavo per caso davanti al Teatro Cervantes, troppo bassa per scrutare tra la folla, troppo stordita per decifrare le sillabe che andavano a comporre un'ovazione. Oltre quel muro di gente - mi avevano detto - c'era lui. Zorro. El Gato con Botas. L'andaluso forse più internazionale al mondo. Quel giorno, chissiricorda perchè, ho iniziato a chiamarlo Tony. E in un nomignolo d'inconsapevole umanità smetteva di essere un attore per diventare uno qualunque. Abbandonava i panni del vecchio sex symbol per vestire quelli di uno che, semplicemente, mi stava simpatico. Forse in quel momento sono diventata parte di Málaga. Della sua essenza, del suo anti-divismo, del suo essere sempre cosí colloquiale. 




Otto anni dopo, aspettarlo davanti a quello stesso teatro mi è sembrato quasi un doveroso atto di passaggio. Come se dovessi dimostrare alla città che sono di nuovo qui, a chiudere un ciclo, qui dove avevo siglato un patto con me stessa nei giorni in cui il mio primo Festival del Cinema la faceva esplodere di bellezza e luce. Erano i giorni in cui (me ne rendo conto solo ora) capivo per la prima volta di non voler tornare. 

Probabilmente avevo bisogno di veder esplodere quell'amore nel grido della folla. "Antonio, Antonio!" - mille voci in una sola - quando l'ultima auto con i vetri oscurati lo consegnava agli abbracci, agli applausi, alle strette di mano. E lui scherzava, chiacchierava, gesticolava senza sosta, con l'invidiabile talento di chi sembra essere impermeabile ad ogni aura di divismo o imposizione di celebrità.

Succedeva al termine di un pomeriggio interessante. Un gruppo di signore variopinte seguiva la scena dal balcone del terrazzo della casa che lo scorso Settembre credevo potesse diventare la mia. Succedeva dopo essermi interrogata sull'essenza reale o statuaria di un corvo fermo da troppo in posizioni scomode. Dopo aver riso come una pazza per i commenti delle pettegole attempate davanti a me - ché "tengo una amiga que es CENAFILA de ésas y se ve todas las pelis", e "qué culo más feo tiene Mónica Cruz"; ché avrei fatto un live tweeting più completo dei loro commenti se non fossi stata troppo pressata dalla folla per riuscire a maneggiare il cellulare. Succedeva prima di finire mio malgrado sullo sfondo dello Snapchat di una tipa francese che si faceva un video con le orecchie da coniglio rosa. Prima che andarsene da lì diventasse un'impresa epica. 

E con quella barba Antonio Banderas mi sembrava un po' Babbo Natale. Quando mi ha salutata, assieme (ovvio!) a tutto il mio tratto di folla, è stato come se il ciclo si fosse concluso. Toh, Tony, siamo di nuovo tutti e due qui. 

Quest'anno, al festival del cinema, gli hanno consegnato un premio onorario. E credo di aver consumato tutti i cuori messi a disposizione da Periscope quando ho seguito la diretta del discorso con cui l'ha ricevuto. Un discorso che ho voluto tradurre qui sotto, perchè possiate condividere - seppur in minima parte - i brividi, i sorrisi e l'emozione che ha messo addosso a me. 

Perciò, Banderas, l'unica cosa che ti chiedo è questa: smettila una buona volta di parlare con le galline. Uno che racchiude flamenco, Odissea e Málaga in un unico contesto non si merita di essere associato a Rosita e a quelle stramaledette merendine. 

Guardate tutto il video, che ne vale la pena. 





<< Non mi sono preparato nulla perchè in genere mi piace scrivere le cose da dire in questo tipo di atti, ma mi sembrava che rivolgendomi ai miei compaesani sarebbe parso un po' freddo mettersi qui davanti un foglio e leggere; quindi improvviserò un po'. 
Alcune delle cose che dirò qui le ho probabilmente già dette questa mattina alla conferenza stampa. Avevo letto ultimamente che il festival di Málaga era in debito con me e che con questo premio voleva saldare quel debito e non è vero. Non è vero perchè il festival di Málaga a me non deve proprio niente. Tutto quello che ha ottenuto se l'è guadagnato in 20 anni grazie ai diversi direttori del festival che si sono succeduti, alla la gente che ci ha lavorato, ai tecnici: tutti loro hanno lavorato un sacco e lo so bene. 

Io volevo scusarmi in qualche modo perchè ho assistito in due o tre occasioni, e non siamo riusciti ad inserire nel contesto del Festival film come el Camino de Los Ingleses o Crazy in Alabama, i miei due lavori come regista. La gente mi diceva sempre: "Lei viene alla Semana Santa e non viene al Festival", ma il punto é che durante la Semana Santa è festa in tutto il mondo e quindi mi lasciavano allontanarmi dalle riprese. In altre circostanze mi dicevano "No, non è più festa adesso, deve restare qui". 

Questo premio deve servire per consolidare un rapporto. Deve servire a far sì che io prenda un impegno con questo festival, che mi "usino" di più, che io possa essere più utile e diventare davvero un anfitrione del festival di Málaga. Oltretutto io mi congratulo per il fatto che quest'anno si sia finalmente aperto in modo chiaro non solo al cinema spagnolo ma al cinema IN spagnolo:  questo ha un significato molto importante, internazionalizza il festival e apre la porta a un mondo che è mi é stato molto vicino in tutta la mia carriera, sia nel periodo che ho passato negli Stati Uniti sia dopo, in diversi Paesi come Cile, Argentina, Colombia, Messico, Venezuela, dove ho girato film e avuto l'occasione di lavorare a contatto con il talento di queste Nazioni che è enorme e invidiabile. La possibilità di portarlo ogni anno qui è fantastica e credo sia stata una mossa azzeccata da parte della direzione del festival. 

Tutto questo si inquadra bene in una città, Málaga, che sta smettendo di odorare di doposole e che inizia ad odorare di cultura. E l'orgoglio che si prova! A me piace conservare il senso critico con me stesso e in tutti gli aspetti della vita, ma bisogna anche mostrare i muscoli e sentirsi orgogliosi. Io credo che noi malagueñi dobbiamo iniziare a mostrare quei muscoli; mantenere il senso critico, naturalmente, per migliorare le cose che possono andare bene o male, ma Málaga sta diventando una città importante e io credo che siamo solo all'inizio di un percorso per cui si trasformerà nel futuro in un punto di riferimento per la cultura a livello mondiale. 

Questa, che sembra una cosa senza senso, non lo é più di quando io dissi che me ne sarei andato ad Hollywood, ma le cose succedono. 

Le persone sono molto diverse tra loro ma io mi sento quasi di dividerle in due categorie: ci sono quelli che affrontano la vita in modo cerebrale, le persone metodiche che fanno strategie... io non sono così. Io mi sono affidato al cuore per per tutto quello che ho fatto nella vita. Sono impulsivo, non ho mai pensato molto, mi sono tuffato di testa in tutto. Quando sono andato via da qui a 19 anni diretto a Madrid l'ho fatto a cavallo di un cuore. Ho lavorato sostenendomi su quel cuore. Sono andato negli Stati Uniti sulla spinta di quel cuore e il giorno 16 gennaio di quest'anno quel cuore mi ha detto "ora basta, siamo arrivati". E ho avuto un infarto. Ti fa pensare, perchè gli ho messo molta pressione addosso, e il mio cuore - che è estremamente andaluso- mi ha detto: "picha, fermati un attimo, ché sennò qua ci tocca litigare". Abbiamo avuto uno scontro. Ora stiamo facendo di nuovo amicizia, parliamo molto tutti i giorni. 

Mi sono reso conto che, nonostante tutto quello che mi dicono i cardiologi, il cuore non è una bombola che dà ossigeno al corpo, il cuore - e in questo bisogna affidarsi alla cultura popolare, che è saggia: la gente non dice "ti amo con tutto il mio cervello", dice "ti amo con tutto il mio cuore"; Non dice "mi si è spezzato il pancreas dalla tristezza"...parlano del cuore, e lo fanno perchè ha un significato, che io adesso ho capito più che mai. Il cuore è un magazzino di emozioni e in questi due mesi io ho visto lì dentro tutte le persone che ho amato e che amo, ho visto Zorro, ho visto un gatto con gli stivali, ho visto il mio amico Almodovar, gli anni della movida, gli anni del Teatro Romano qui a Málaga quando andavamo in giro vestiti da romani su un vespino per andare a recitare; 

E sulle pareti di quel cuore, nei ventricoli e nelle arterie coronarie e tra sistole e diastole, c'è Málaga. Lì, come la mia Itaca personale, o forse come la mia Dulcinea. E nel mezzo di tutto questo un'idea di nuovo surrealista, andalusa, insensata, malagueña e chisciottesca: l'idea che il meglio debba ancora venire. >>


PS: Comunque il tappeto rosso in Calle Larios dovrebbero tenerlo sempre, ché con i tacchi ci si cammina meglio. 












mercoledì 16 ottobre 2013

Cercavi me? Sicuro? [Chiavi di ricerca 2013 Special Edition]

Se seguite questo blog da poco forse non lo sapete, ma io avevo una tradizione. Tempo fa, intendo. Molto tempo fa. Diciamo nel duemilaotto o giù di lì, quando le statistiche sui contatti unici non erano ancora un universo legato al mio lavoro. 
Comunque: il fatto è che mi piaceva, di tanto in tanto, elencare le chiavi di ricerca più bizzarre che avevano condotto anonimi visitatori sul mio blog. C'era da spanzarsi, dico davvero. Le riportavo, accompagnate da un commentino che voleva essere simpatico. Non offensivo, lo specificavo sempre. Io volevo soltanto strappare sorrisi.


Avevo abbandonato l'usanza, non so bene neanch'io il perchè. A dirla proprio tutta, anche chi arrivava qui da Google iniziava ad essere ben poco originale. Ilaria Dot. Italospagnola. Litalospagnola Blogspot. Cantanti spagnoli famosi in Italia. Confronti tra spagnoli e italiani. Più in là di lì non è che si andasse, salvo troppo sporadici casi. Casi di gente ormonalmente agitata che cercava gonne sollevate dal vento o film porno su Torrent, per lo più. Il punto è che da Shinystat aveva smesso di arrivarmi ispirazione. 

Fino a poco tempo fa. 

Sì, perchè negli ultimi mesi c'è stata una nuova impennata di ricerche alquanto insolite. Il che, unito alla mia già citata mania per la creazione di rubriche e/o al raffreddore da Guinness che attualmente m'impedisce di mettere assieme post intelligenti, m'ha fatto venir voglia di riciclare quell'abitudine. 

A mó di premessa, urge dire che negli ultimi mesi ho notato da parte vostra interesse crescente nei confronti del Koala Ciuffo, dei biscotti dell'Ikea (come darvi torto?) e della relazione di Banderas con la Gallina del Mulino Bianco. Tra l'altro, non so se l'abbiate notato, ma da quando ci chiacchiera sta diventando ogni giorno piú pallido. Chissá, magari é per rievocare il nome del brand. Comunque, secondo me troppo bene non sta. Ma poi, come cacchio s'é pettinato? Io non me ne faccio una ragione. 



Peró faccio un applauso (sentito, accorato, accompagnato da urletti) al tizio che é capitato da queste parti chiedendo alla barra di Google se, per caso,  il Mitico Tony non parli il bresciano. 

E detto questo, ecco la top 10 delle chiavi di ricerca piú assurde che, nell'ultimo periodo, hanno condotto qualcuno su questo blog. Corredate di commenti, é chiaro. Ho detto che riciclo la tradizione, mica che la modifico!

1. Il festival delle trombate italo spagnole --- Ecco. Per la serie, cominciamo bene. Ma poi, esiste sul serio? No, perché potrei farci un articolo per Total Free Magazine. 

2. Offerte di kit mattoni rossi finti  --- Capirei se fossero veri, ma finti...? Che te ne fai? Boh. 

3. Perchè gli spagnoli hanno il cappello --- Perchè gli calza a pennello, du-ah. 

4. Si potrà fare il bagno a malaga dopo il 11 ottobre  --- Secondo me sì, vai tranqui amigo. 

5. Copia scrivi  --- Incolla leggi. 

6. Nascita del calcestruzzo armato in spagna  --- eh? Più che altro mi fa ridere il fatto che la ricerca abbia indirizzato il tizio sul mio blog. Dev'essere perchè ho parlato del Cile. Io ti ho dato prati di viole e tu calcestruzzo armato. Ovvio. 

7. Tutto surreale post trauma --- No, ma anche senza il trauma, te lo garantisco.

8. Gli spagnoli sono sempre in ritardo  --- Mi dispiace.

9. Espressioni varie di occhi di coccinelle  --- Ora, va bene tutto, ma non mi risulta che le coccinelle siano cosí espressive... poi magari non ho spirito di osservazione.

10. Gnam gnam sospiro dance --- La hit musicale dei golosi, é chiaro. Ora la cerco su Spotify. 

martedì 24 aprile 2012

Antonio Banderas, il Mulino Bianco, e una gallina.

Passare da Zorro alla voce del Gatto con gli stivali, in fondo, ci può anche stare. Passare da Almodovar alla pubblicitá del Mulino Bianco, peró, mi sembra un po' troppo. Ché finché si trattava de “el nuestro amor, no smaglia nunca”, i suoi connotati di sensualitá li conservava pure. Ma a vedere il mio Tony imboscarsi aerei giocattolo per poi parlare con una Gallina ...ecco, non so a voi, ma a me piange un po' il cuore. Tra l'altro, le mamme di quei bimbi lí non gliel'hanno  mai detto, che non si parla con gli sconosciuti? Mah.