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mercoledì 30 dicembre 2020

Cose belle del 2020 (sì, ci sono state)

Foto: Pexels



Prima di lui vidi la valigia.

Un trolley bordeaux riempito di pochi abiti stropicciati presi a caso dall’armadio.
Lo fece rotolare fino al centro della stanza, il respiro affannato di chi ha accelerato il passo per non varcare i confini dell’illegalità. 

Poi mi strinse forte.
Era la sera del nostro primo anniversario. La stanza profumava di lasagna. E in quel preciso istante capii, per la prima volta, il significato della parola “gratitudine”.

Mancava ormai poco a mezzanotte, l’ora in cui sarebbe entrato in vigore il lockdown. 


Per lui non si trattava di arrivare tardi ad una cena. Si trattava di scegliere dove e con chi passare i prossimi tre mesi.

In un appartamento spazioso a pochi metri dal mare o in un buco di 30 metri quadrati con vista sul bidone della spazzatura. Con la famiglia o con una tizia isterica che da giorni non faceva altro che piangere leggendo le notizie sui social. 


“Dato che il posto è piccolo potremmo cambiare di tanto in tanto la disposizione dei mobili” - mi disse - “Fare i turni per la spesa così prendiamo aria. Fare esercizio con i video di youtube”. E il sottotesto era che (povero pazzo!) aveva davvero scelto me. 

Seguì una quarantena di ferias improvvisate, performance sonore coi bicchieri di vetro, canzoni giapponesi, cibo a domicilio, zumba, netflix e risate. Tante. Io ho imparato ad accettare il suo disordine, lui s’è rassegnato al mio essere scontrosa quando scrivo.  Ci sono cresciuti i capelli e - nel mio caso - il diametro del sedere. E mentre il mondo, fuori, impazziva, siamo riusciti addirittura ad essere felici.

I tre mesi sono diventati sei. Poi nove. Poi la ricerca di una casa più grande mentre un gatto randagio ci si struscia sulle gambe dandoci il benvenuto nel quartiere.

Il 2020 è stato orribile, non mentiamoci.
Ma è stato anche l’anno in cui ho iniziato a convivere.

E convivere, in qualche strano modo, mi ha aiutata a trovare l’equilibrio. A riprendere a leggere. A chiudere il computer dopo 8 ore di lavoro. A smettere di andare a letto alle 2 del mattino.

Ho affrontato tante cose da sola.
Da sola mi sono trasferita in un Paese straniero.
Da sola mi sono trovata un posto in cui vivere, un lavoro, degli amici. Da sola ho sopportato influenze, mal di stomaco, lutti, addii, inganni e delusioni.

Ma una pandemia, no, quella sarebbe stata troppo. 


Sarei impazzita. Ne sono sicura. 


Me ne rendo conto ogni volta in cui mi stresso per una sciocchezza e lui con un’uscita improbabile mi calma meglio e più in fretta di un sedativo.

Per questo dico che non tutto è da buttare.

Di fatto, di quest’anno ignobile, ho un altro buon pugno di momenti da salvare.

Per esempio, la cena al buio nel ristorante gestito da non vedenti a Barcellona. Indovinare il colore del vino che mi stavano servendo, non capire chi avessi accanto, soffermarsi sui sapori di pietanze da mangiare con le mani.

Il Red Carpet dei Goya. Il mio primo evento di moda flamenca con l’accredito di rivista specializzata nel settore. L’orgoglio del cartellino con sú scritto prensa e un hotel a cinque stelle in cui sognare di volant.



L’escursione con gli amici a Nerja e Frigiliana. La mia prima (e unica) serata di poesia dal vivo. La banda che suona la musica di Chorus Line in plaza de la Constitución mentre esterno il mio entusiasmo in un vocale. Salire sul tetto della Cattedrale e silenziare le notifiche per fingere che il virus non sia già attorno a noi.


E ancora, il primo giorno in cui siamo potuti uscire e il Parco di San Miguel ci sembrava il Paradiso. La piscina della casa rurale di Frigiliana nel giorno più caldo dell’estate. Ricongiungermi coi miei a Venezia in una giornata che così limpida sarebbe stata difficile anche solo da immaginare.







Poi le ventiquattro ore da vip per Esperienza Spagna. Il relax ai Bagni Arabi. Le tante escursioni in catamarano al tramonto - compresa quella in cui ho perso una scarpa pur di riuscirmi a imbarcare.


Per non parlare del weekend romantico a Tarifa. Truccarsi di tutto punto per passare Hallowen seduta sul divano. Le fughe nella natura e il pranzo al sacco sul Gibralfaro ( "Stiamo creando le nostre proprie tradizioni!"). La vigilia alla spagnola.

Il primo gennaio del 2020, ubriaca sul divano, dichiaravo che quest’anno mi faceva paura. Che mi trasmetteva brutte sensazioni. Che per una mia legge personale che ho sempre visto rispettarsi, a un’annata buona ne segue inevitabilmente una cattiva. Il 2019 era stato troppo troppo perfetto per non far presagire il peggio. Sentivo che il pungiglione liquido di una lacrima iniziava a perforarmi l’iride. Esagerata, dicevo a me stessa. E davo la colpa al vino.

Oggi penso al 2021 con un senso di tranquillità. Perchè a quella legge, adesso, voglio credere più che mai. Ho bisogno di farlo. Ho bisogno di convincermi, come convinta ero delle premonizioni fatte su quel divano, che piano piano, a fatica, questa volta andrà davvero “tutto bene”. 





P.S: Subito dopo aver scritto questo post ho avuto un incidente da idiota con il minipimer, ho passato la serata in pronto soccorso e ne sono uscita con 3 punti su un dito. COSA ACCIDENTI STATE CERCANDO DI DIRMI?

giovedì 16 luglio 2020

Ti conosco, mascherina: differenze tra Italia e Spagna nell’estate del post-lockdown

Sarà che il Friuli Venezia Giulia non é mai stata una delle Regioni più colpite. Sarà che la compagnia dei genitori, di per sé, ti rassicura. Però mi guardo intorno e la pandemia, qui, sembra non esserci mai stata.


Arrivo dall’Andalusia: terra in cui, da questa settimana, la mascherina é obbligatoria SEMPRE; All’interno, all’esterno, che si rispetti la distanza di sicurezza oppure no. La devi indossare anche in spiaggia. Persino se sei da solo. A meno che tu non sia disposto a sborsare cento euro di multa per aver fatto finta di non capire.
Foto: El Confidencial/EFE






Arrivo da un posto in cui, nel quotidiano, i discorsi ruotano ancora tutti attorno al Covid. Dove si guarda con terrore all’aumento incessante dei contagi, e si fa il conto alla rovescia verso un secondo lockdown che tutti percepiscono come inevitabile.

Alle cinque del mattino, un taxista affetto da Diarrea Verbale mi portó all’aeroporto di Malaga stampando invettive contro il vetro protettivo. Reduce da un Sabato notte di ragazzini ammassati a bere in piazza Mitjana, parlava preoccupato di incoscienza collettiva. Ed io, sfidando il sonno, gli davo ragione. “Sembra che non gliene freghi niente”, “L’empatia andrebbe insegnata nelle scuole”, “Com’é possibile che le cachimbas non le abbiano proibite da subito?”. 

Quel giorno avevo lasciato il mio ragazzo a dormire a pancia in giù, pensando che chissà se sarei davvero riuscita a riabbracciarlo tra due settimane. Le notizie parlavano di nuove zone confinate in Catalogna, di riunioni con Sánchez per decidere le nuove misure da adottare; E la paura di una chiusura imminente dei confini, nella grandine degli aggiornamenti via social, colpiva forte fino a farmi sanguinare. 

Capirete quindi il mio shock quando sono scesa dall’aereo e mi sono resa conto che qui, nel Nord Est italiano, la mascherina la porto praticamente solo io. All’esterno non é obbligatoria. All’interno, i commercianti fanno finta di non vedere.

Le persone, per le strade, parlano del tempo, dei libri che hanno letto, dell’aperitivo da organizzare, in una normalità che di nuovo ha solo la viscosità del gel idroalcolico sulle mani.

Non dico che sia sbagliato. Davvero, questo non vuol essere l’ennesimo post in cui affermo che gli spagnoli sono bravissimi e noi facciamo schifo. Per niente. In questo caso, non sono proprio in grado di dire chi ha ragione e chi ha torto. Col senno di poi, in Italia la situazione é stata gestita meglio sin dall’inizio. I contagi oggi sono molto più controllati e i dati danno motivo di rilassarsi un po’.

É solo che mi sembra strano, vedere come tutti sembrano avere dimenticato. Avevo letto, una volta, di un meccanismo fisiologico che eliminerebbe il ricordo del dolore del parto dalla mente delle mamme, perché se lo ricordassero non vorrebbero più procreare. É una specie di istinto di sopravvivenza. Un ingranaggio ben oliato che fa funzionare la macchina perfetta del nostro corpo al fine di garantire continuità alla specie. 

Forse, qui, é successa un po’ la stessa cosa. Forse la maggior parte della popolazione ha rimosso l’immagine dei mezzi militari in fila indiana che portavano altrove i cadaveri di Bergamo, perché solo cosí puó riprendere a vivere.

Non lo so. Fatto sta che io quell’immagine non riesco a togliermela dalla testa neanche se la sbatto contro il muro. Come non riesco a togliermi quella dei morti impilati al Palacio de Hielo de Madrid. Non riesco - davvero, non riesco - a non pensare a tutta quella gente morta da sola, o magari guarita, sí, ma dopo tre mesi  su un letto d’ospedale con un tubo - e il cuore dei parenti- in gola. 
Non posso non ricordare le amiche che non hanno potuto dire addio a famigliari deceduti, perché bloccate in un’altra Nazione. Amiche che hanno dovuto assistere al funerale di un genitore, o di un fratello, via cellulare. Riuscite a pensare a qualcosa di più terribile? Perché a me si inondano gli occhi di lacrime solo a pensarci.

Se qualcuno riesce a dimenticare tutto questo, se riesce ad ignorarlo…beh, cavolo, beato lui. Lo invidio da matti, dico sul serio. E mi é anche piuttosto chiaro che, se mai avrò un figlio, sarà soltanto uno, perché quel meccanismo, mi sa che io non ce l’ho.

Tacciavo di irresponsabili gli spagnoli che non sapevano rinunciare all’abbraccio, alla birra sorseggiata gomito a gomito in un chiringuito. M’ero incazzata - soprattutto con me stessa, per non avere avuto i riflessi abbastanza pronti da farglielo notare - con la scarsa attenzione dimostrata da chi, incontratami per caso in un locale, si avvicinava a parlarmi senza mettersi la mascherina. 

Ero tornata a casa di corsa, con lo stomaco contratto dalla rabbia, quella volta che ero uscita a fare la spesa e m’ero ritrovata con un gruppo di 5 adolescenti appiccicati l’uno all’altro, incuranti di ogni divieto. Per non parlare dei turisti, arrivati da chissà dove per ustionarsi la pelle ignari d’ogni esigenza governativa di protezione. 

Mi piacerebbe poter dire il contrario, ma non arrivo dalla Terra Perfetta. Nemmeno in Andalusia, per quanto io la adori,  l’empatia e il rispetto regnano sovrani. Per questo io stessa mi stupisco, oggi, quando penso che, alla fin fine, forse c’é più coscienza civica lì. Ma forse non é nemmeno coscienza civica…forse é semplicemente più paura. 

La mascherina e le chiacchiere del quotidiano non sono l’unica differenza tra Italia e Spagna.

In effetti, sono molte altre le cose che mi hanno lasciato allibita al ritorno in Patria.

Per esempio, qui la “distanza minima” da mantenere tra una persona e l’altra (e, di conseguenza, tra un tavolo e l’altro al bar) é di un metro, mentre in Spagna é di 2. Non dovrebbe essere uguale in tutto il mondo? Le famose "goccioline di saliva" che ti attaccano la malattia non dovrebbero avere un raggio massimo d’azione, studiato da fior fior di scienziati? Va a capire.

Qui non si usano più i guanti al supermercato. In Spagna sono ancora obbligatori (oltre che un attentato ai nervi ogni volta che devi aprire il sacchetto della frutta). Li devi indossare all’entrata e gettare quando esci. Nei supermercati più piccoli, c’é ancora pure la fila unica alle casse.

A Venezia ho notato diversi  turisti con le audioguide alla Chiesa dei Frari, mentre in Spagna sono state tra le primissime cose ad essere abolite, in quanto considerate non igieniche. Per sostituirle, al Centro Pompidou usano pannelli informativi in due lingue collocati di fianco alle opere. In un negozio di cosmetica, qui nel mio paesino natale, ho visto addirittura dei Tester. I Tester! Le aziende di bellezza stanno usando la realtà aumentata per far provare i trucchi in modo virtuale, perché i campioncini gratis, quando non vengono aboliti, si considerano una tra le cose meno sicure in giro.

Fondamentalmente la differenza tra Italia e Spagna, in questa crisi, si riduce ancora una volta al modo di pensare.

Un nuovo lockdown darebbe il colpo mortale all’economia di entrambe le Nazioni. Ma se in Spagna stanno facendo di tutto per impedirlo, qui mi sembra che sia stato il fatalismo a vincere. É un po’ una contrapposizione tra le due filosofie “Facciamo in modo che non ci richiudano” vs. “Facciamo come prima, tanto non ci rinchiudono”.
E, insisto: davvero non so quale sia il modo giusto di prenderla. Quando tutto questo gran casino stava iniziando, presi posizione per il menefreghismo degli spagnoli, convinta com’ero che gli italiani stessero esagerando con l’allarmismo. É venuto fuori che mi sbagliavo di grosso, e proprio per quel menefreghismo c’hanno rimesso la vita migliaia di persone.

Per questo oggi non mi "schiero". Perché, fondamentalmente, sono consapevole più che mai di non capirci un cavolo di niente.

Di sicuro, so che vive molto più rilassati con la scuola di pensiero all’italiana. Senza dubbio sto molto meglio da quando, nel guscio della mia famiglia, mi adeguo a fingere che tutto sia passato.

Dall’altra parte, peró, lo spettro di quello che potrebbe succedere sta ancora lí. Sta scritto nella storia. La storia della febbre spagnola. La storia della Peste. La storia di tutte le epidemie che, nei secoli,  si sono prese una pausa in estate prima di sferrare l’attacco piú micidiale. E, se la storia insegna, allora credo che la precauzione non sia mai abbastanza. Anche a costo di esagerare.
Foto di una famiglia durante l'epidemia di febbre spagnola del 1918




E poi, parliamoci chiaro: La mascherina dà fastidio a tutti. Tiene caldo, é scomoda, ti dà la sensazione di non respirare a pieni polmoni. Vero. Ma quante volte abbiamo indossato per tutto il giorno un paio di scarpe che ci andavano strette, solo perché ci piacevano? Quante volte ci siamo fatte andare bene dei jeans anche se ci stringevano in vita? E, ragazze, non mi direte che vi fa piacere, d’estate, costringervi in un reggiseno! Però lo fate. Lo facciamo. Quindi perché non potremmo sforzarci di mettere una fascia di tessuto sulla bocca? Se proprio non vi va giù l’imposizione, pensatelo come un accessorio fashion da abbinare alle maglie o ai vestiti. Compratevene due o tre con fantasie carine, e divertitevi a scegliere di volta in volta quella che si addice di più al vostro outfit. Io faccio cosí, e vi garantisco che arriva un momento in cui quest’imposizione te la fai persino piacere. Come le scarpe. Come il reggiseno. Come i jeans.

Comunque una cosa c’é, ad accomunare Italia e in Spagna nell’estate del post-lockdown: la fretta nell’aprire i bar e la lentezza nell’aprire gli uffici essenziali. L’accelerazione dei consumi e il rallentamento della burocrazia. Perché, in fondo, nel bene e nel male, rimaniamo pur sempre due popoli mediterranei.


mercoledì 6 maggio 2020

La borsetta della Nuova Normalità





Le borsette, prima, erano la mia ancora sul mondo.

Le sceglievo sempre grandi, per riempirle fino all’orlo di casomai. Il rimmel che giá sapevo che non avrei rimesso nel gabinetto del pub, l’ombrello con 40 gradi in Andalusia, la tessera della Fnac anche se uscivo a bere una birra dopo le dieci.

Preparata a tutto, pronta a nulla. 

Quelle borse erano cosí inutilmente pesanti che era un miracolo se la cerniera mi durava un mese. 

Forse è per questo che mi é scappato da ridere, Sabato scorso. 
Mi sono guardata allo specchio e ho pensato “guarda te”. 


Per la prima passeggiata ne ho scelta una minuscola.

Dentro non ho avuto bisogno di metterci altro che non fossero le chiavi di casa, il cellulare, la carta di credito, il documento di identità e il disinfettante per le mani. Il nuovo essenziale. Ho mosso i primi passi lentamente, godendomi la luce decisa del pre-tramonto. 

Non era solo la borsa ad essere leggera. 



Alla prima uscita mi sono sentita diversa, come se mi avessero svuotata di qualcosa.
E forse non è necessariamente un male. 

Durante questa quarantena ho scoperto che ho bisogno della natura molto più di concerti e bar. Io, che ho sempre preferito 30 metri di asfalto a una villa distante dallo scintillio del centro, ora darei un rene per poter aprire la finestra sul mare. Ho scoperto (ed era anche ora) che la consultazione frenetica dei social network mi fa solo stare male. Che mi serve una persona accanto per andare a letto presto, staccare dopo lavoro e prendermi davvero cura di me. 

Oggi tutti parlano di fasi, e anch’io ho avuto le mie. 

FASE 1: CREARE


Quando ci hanno rinchiusi in casa ho ricominciato a scrivere poesie. Credevo di aver smesso da adolescente ma poi, da un giorno all’altro, i versi hanno ricominciato a disturbarmi il sonno. Senza voler essere Freud, immagino c’entrasse qualcosa con la routine di piantini isterici che avevo fatto precedere al lockdown

Comunque sia, la prima cosa che facevo alla mattina era sputare i versi su un documento Word, senza stare troppo a pensare allo stile. Parlavano di Málaga. Di mio nonno la volta che ho pianto guardando una barca a vela. Del disordine per casa. Di quella pozzanghera chiamata Mediterraneo che connette le mie due vite. Di mattoncini dei lego come costruzione improvvisata di futuro. Di punti interrogativi alla rovescia. Di Ángel che mi salva cantando gli Estopa prima di dormire.


Ah! E di Charles Baudelaire. 
Se scrivo poesie, c’entra quasi sempre Charles Baudelaire.

Un lettore estraneo non troverebbe niente di troppo strano, nei miei componimenti. Eppure io so di essere nuda. 

Anche se dubito che li farò mai leggere a qualcuno, scriverli è stato terapeutico. L’ora d’aria quando ancora non l’avevo. Poi ho guardato di nuovo davanti a me e ho ricominciato a vedere alberi fioriti dentro a una cornice geometrica dove prima c’era una primavera rettangolare. 

Ho sorriso senza troppi rimorsi. 

La poesia mi aveva abbandonata perché avevo assorbito il colpo.
Non mi serviva più.
Era arrivata l’accettazione. 

FASE 2: MUOVERSI 


Come nei migliori corsi di auto-aiuto, ho deciso che - se proprio dovevo stare chiusa a casa - un po’ di attività fisica mi avrebbe fatto bene.

Sí, continuavo a fare lezione di flamenco in due volte a settimana (con la differenza che ora la facevo in streaming e rigavo il pavimento che era una meraviglia); ma fondamentalmente avevo smesso di fare quei 20 km a piedi vagando senza meta per Málaga ogni fine settimana. 

Si aggiunga che mangiavo come un bue, e… zacchete. Di colpo mi si stavano pericolosamente ingrossando le tette. Ogni volta che mi rendo conto che quando ingrasso metto i kili di troppo sul sedere e sulle tette mi viene in mente Lily che si incazza con Robin in How I Met Your Mother. Però è così, accidenti. É il mio segnale d’allarme supremo. 

Quindi, niente. Dovevo muovermi. Ed é cosí che, cerca che ti ricerca, ho scoperto la zumba. Rivelazione del secolo. Ogni Domenica mi sparavo un video diverso su Youtube e mi mettevo a saltellare per casa come una sciura in trip da acquagym al villaggio vacanze. Una volta mi sono dimenticata che avevo appena passato il mocio e sono finita a gambe all’aria sul pavimento della sala, ma c’é da dire che mi sono rialzata con una certa classe. 

In questa fase ho imparato a conoscere e classificare i vari istruttori di zumba e cardiofitness del web. Per esempio, ci sono le tizie super professional che sorridono felici e coi capelli perfettamente in ordine mentre tu sei già in un bagno di sudore con la lingua penzolante e la chioma pseudo-afro, che metti in pausa per andare a scolarti l’intero Guadalquivir previamente filtrato (il Guadalmedina sarebbe più malagueño, è vero, ma ti disseteresti poco.  E poi ci sono i boni, quasi certamente gay, che ti ammiccano nel bel mezzo degli esercizi riuscendo al massimo nell’aspetto motivazionale. 

Dopo una serie di severissime audizioni di fronte ad una giuria composta da me e da me medesima (note esperte del settore) ho deciso che i miei preferiti sono loro: 

A) Clase completa de Zumba- DeportesUncomo (per la categoria tizie professional, accompagnate da uno stuolo di ancelle con top molto cool) 



B) Cardio Dance Flamenco - Siéntete Jóven (per la categoria tizie professional, ma senza ancelle. Questo allenamento è bellissimo perché mixa - come avrete capito - il cardio fitness con il flamenco) 


C) Dance Workout - Fitsseveneleven (per la categoria boni) 




FASE 3: PERDERE IL TEMPO 


Infine (probabilmente stremata sul divano tipo il gatto qui sopra) mi sono resa conto che potevo anche perdere il tempo. Che è importante pure quello. Che magari, non so, mi fa addirittura bene.

C'è stato un momento, nella mia vita adulta, in cui - chissà perchè - ho smesso di giocare. Certo, quando è uscito Facebook avevo provato (come tutti) a dare una possibilità al magico mondo dei gattini con sembianze umane, al Pacman versione 2.0 e all’immancabile Candy Crush. Mi sono stufata subito perché: 

1. Quando ho potuto mettere la bandiera spagnola e scrivere "EL CANTO DEL LOCO" nella cameretta della mia gattina col fiore in testa, francamente non mi restava altro a cui aspirare. 
2. Mio papà mi batteva sempre al Pacman e la cosa mi faceva incazzare un sacco. 
3. Per andare avanti con Candy Crush dovevi chiedere un sacco di aiuti agli amici e non mi andava di rompere le palle al prossimo.  

Quindi, niente. Capitolo chiuso. Avevo ufficialmente deciso che i videogiochi erano un’alienazione. Il Grande Nemico che ti distoglieva da compiti importantissimi come  fare il bucato, pulire casa, scrivere un articolo, scrivere un post, scrivere un altro post, scrivere un terzo post, scrivere un articolo, scrivere un… Dio, c'è sempre cosí tanto da fare! 

Finché un giorno, in quarantena, mi stavo rodendo il fegato a leggere commenti acidi su Twitter. Ho alzato lo sguardo dallo schermo, furibonda, e ho visto il mio ragazzo che sorrideva beato davanti al computer, perso in una dimensione tutta sua. 

Mi sono avvicinata (un po' guardinga) e stava fissando un guerriero tanto carino che correva su un molo di pietra verso un aggeggio per il teletrasporto. Bel posto, sembrava il Muelle Uno. Ho iniziato, lo confesso, a seguire con certa invidia le avventure di quel guerriero. Più che altro era per gli scenari: rivedevo Málaga ovunque. La fortezza medievale, nella mia mente bacata, diventava il Gibralfaro. La chiesa deserta era la mia Manquita. Se c’erano palme, Paseo del Parque senza dubbio alcuno.

Naturalmente, i mostri che uccideva per me erano gli scarafaggi.
MORTE AGLI SCARAFAGGI SEMPRE. 

Di colpo, mi sono accorta che perdersi in una dimensione virtuale era decisamente piú rilassante che leggere la gente che si lamenta di altra gente che si incazza con altra gente su un social network creato dalla gente. Quindi mi sono messa a navigare un po’ sull’Apple Store. Ho trovato un giochino carino, tipo Sim City. Nella mia era pre-adulta, quando ancora non avevo messo al bando i videogiochi, amavo molto Sim City. 

Ad oggi sono sindaco di una bella cittadina piena di alberi viola su di un'isoletta assolata. Ogni tanto, dopo lavoro, invece di preoccuparmi di quello che devo scrivere, cucinare, devo mettere a posto, scriverescriverescriverescrivere penso che potrei espandere la spiaggia o costruire un dipartimento di ingegneria industriale. E vi assicuro che é come fare reset in testa. 

Dopo tanto, ho sentito il mio cervello respirare, come le città deserte in cui riaffiora la natura. 







E forse è proprio lì che ho alleggerito la borsetta. 
Forse è lì che mi sono svuotata. 



martedì 28 aprile 2020

La fine delle tapas.

Un popolo lo conosci per come mangia.
Anche per questo mi piacciono gli spagnoli.

Quando facevo la guida gastronomica, dicevo sempre ai clienti che il loro modo di stare a tavola ne riflette la personalità. In quel loro ordinare tanti piatti diversi e metterli in mezzo “para compartir” (per condividere) vedevo il riflesso di un carattere aperto, godereccio e generoso. 


Ci credevo sul serio.

Senza parlare di come quell’abitudine mi permettesse di assaggiare un po’ di tutto ovunque andassi. Per una buona forchetta (e un’indecisa cronica) come me era praticamente il Paradiso.

Lo dicevo a genitori, amici, parenti:
Avevo trovato il mio stile di vita ideale.

Quando tornavo in Italia, facevo sempre un po’ fatica a ri-adattarmi al piatto unico. Alla scelta esclusiva. Al “guai se ti azzardi ad assaggiare quello che IO ho ordinato”. 


Non mi sono trasferita in Spagna PER le abitudini alimentari, questo è ovvio. Però erano uno degli aspetti che più amavo della vita qui.

Ieri la Junta de Andalucía ha presentato al Governo la sua proposta per la riapertura di ristoranti e bar dopo la quarantena (che deve passare per il filtro e l’approvazione del Ministero della Sanità)

In sintesi, le regole sarebbero queste:

- Si potrà entrare in un ristorante solo a turno ed esclusivamente su prenotazione (prenotando al massimo per 4 persone)
- Tra un turno e l’altro, i dipendenti devono avere il tempo di igienizzare tutto.
- Non ci si possono mettere più di 30 minuti per fare colazione, e non si può restare più di  90 minuti per mangiare.
- É obbligatorio ordinare un piatto per persona, che non può essere condiviso con gli altri commensali. 

In pratica, questo significa dire addio alla cultura delle tapas. Ai ritmi lenti. Alle sobremesas eterne nei chiringuitos. E, tra parentesi, quant’è bella la parola sobremesa, guarda caso intraducibile. Bella come l’atto di godersi la vita tra un bicchiere di vino ed un gin tonic mentre allacci il pranzo alla merenda seduto con gli amici a un tavolo vista mare. Come gli andalusi che, un po’ brilli, lasciano scorrere il giorno e le preoccupazioni cantando sevillanas per digerire in una taverna tipica.

Dobbiamo dire addio al piattino di olive davanti alla birra. Allo spiluccare qualcosa in ogni bar fino a saziarti. Al vagare senza meta per infilarsi in un posto nuovo che “ti ispira” ed esaltarti quando scopri che non era niente male. Alla casualità della scoperta. Alla libertà estrema del non programmare. Forse persino ai pentoloni della Farola de Orellana.

E lo so bene che tutto questo, adesso, è letteralmente l’ultimo dei problemi.
Lo so, che era l’unica proposta sensata.
Che sono una cretina anche soltanto a parlarne. 

Eppure, chissà perché, alla fine sono sempre i dettagli più insignificanti a gettarmi nello sconforto. 

Di colpo, leggendo il piano della Junta, m’è presa una tristezza che, razionalmente, non so giustificare. 

Forse penso e ragiono in funzione del cibo.
Forse posso abituarmi a tutto, tranne all’Andalusia che diventa il Nord Italia. 

O forse, più realisticamente, è solo che un concetto futile come la fine del tapeo rende ancora più concreto quello che già sapevo: tornare alla “normalità” sarà davvero impossibile.


Comunque sia sbrigatevi, a trovare un vaccino. 




domenica 12 aprile 2020

La voce del quartiere

Chissà chi avevano fatto sanguinare, le risate affilate degli adolescenti.
Mi nascondevo da loro quasi senza accorgermene, come per paura che potessero ferirmi di striscio.

Finivo di pranzare dando la schiena alla libreria.
Erano sempre, invariabilmente, le tre.

E chissà dove andavano a finire, le parole lanciate all’aria come baci sul vassoio di uno schermo nero. 


C’era quella donna, per esempio. Parlava sempre con una certa Gema.

Le ruote dei trolley trascinati dai bambini.
Qualcuno piangeva di sonno. Qualcun altro lo sentivi saltellare.

La signora con la voce infilata nell’età sbagliata che ogni mattina parlava sottobraccio con un’anziana della casa di cura. 

L’uomo che mentiva di Guapaaaa all’Antonia, che poi non s’é mai capito cosa accidenti vendeva.
Il tintinnio ritmico di un bastone. La modulazione di un canto flamenco.
C’era tutto un mondo sonoro, là fuori. 


Avevo imparato a riconoscerlo, come l’eclissi artificiale di un sole sulle ruote che mi oscurava il mondo mentre facevo da mangiare.


Ricordo ancora la conversazione all’alba tra due preti che parlavano di donne e tentazioni. Uno di loro ammetteva di aver peccato. L’altro si sentiva in colpa per averci pensato.

Il litigio feroce di quella che credeva che lui avesse un’altra. 
I suoi singhiozzi incontrollati. 

“Mi lasci per quella troia, non é vero? Lo so che ci sei stato a letto!”

L’eterna telenovela di drammi frammentati di cui solo chi vive al piano terra può godere.

Avevo persino pensato di registrarla.
Sarebbe stato un ottimo esercizio di scrittura sperimentale.

Ci avevo provato, a inizio anno.

Intento fallito poco prima che le conversazioni a cui avevo imparato a prestare attenzione contenessero tutte la stessa parola.

Troppo familiare.

Italia.
Italia.
Italia.

Poi, di colpo, il nulla.


Oggi sembra sempre Domenica, nella cornice del mio quadro personale.
Solo che non ci sono le bambine coi fiocchi in testa, i padri di famiglia con le paste, la frusta dei baci scoccati.


Tutt’al piú arriva l’inno di Spagna , un po’ attenuato, a mezzogiorno in punto. E mi fa sempre pensare ai mondiali. O la donna che non conosce l’uso dei guinzaglio e, ogni sera, urla al cane Charlie di tornare


Qualche pomeriggio passa un gitano con la sigaretta in bocca, unico superstite privo di mascherina. E troppe volte ho visto un’ambulanza, andare e venire da una casa in fondo alla via.
Il mondo sonoro del quartiere, oggi, si concentra tutto in una nuova routine.


Alle 19.45 un tizio con un chiaro passato da capo Ultras inizia a sparare musica a tutto volume. 

Regaettón, per lo piú. Poi inizia ad urlare come un pazzo, con tutto il fiato che ha in gola. Si é procurato persino un megafono, per i giorni in cui non ce la fa.

“Affacciatevi alle finestre, forza, diamoci dentro”.

Alle 8, puntuale come un orologio svizzero, quell'uomo a cui ancora non ho associato un volto coordina l’applauso che scende come pioggia sulla via.

É evidente che ormai non é piú solo un rito di ringraziamento per il personale sanitario.

É un bisogno disperato di aggrapparsi al contatto umano; di combattere quel maledetto silenzio che ci impedisce di fingere che questa sia solo una giornata pigra a casa.

E allora partono le urla. Sempre le stesse. Sempre nello stesso ordine. Con le esigenze di reiterazione corale di un qualunque concerto pop.

“Viva los médicos”
“Vivaaaa"
“Viva los miltares”
“Vivaaaa”
“Viva Málaga”
“Vivaaaa”
“Viva España”
“Vivaaaa” 
"Viva los médicos de Málaga"
"Vivaaaa"
"Viva los médicos de España"
"Vivaaaa"

“Viva los vecinooosss”
"Vivaaaa"

Ogni giorno dura un minuto in piú. 

La Croce Rossa passa a pavoneggiarsi, facendo partire un solo colpo di sirena in segno di saluto.


Immediatamente dopo, qualcuno intona una canzoncina per bambini.

“Hola Don Pepito”
“Hola Don José”, rispondono dagli altri balconi.
“Adiós Don Pepito”
“Adiós Don José”


É il segnale in codice che indica il momento di rientrare.
Cosí innocente che, giuro, mi dá fastidio.

Da una finestra all’altra ci si scambiano i saluti, ci si chiede come si sta.
"A domani"
Poi le persiane si chiudono e il quartiere torna a spegnersi. 

Privato della sua voce.
Derubato della sua identitá. 
Immagine: Pinterest.it









C'era una volta - Frammenti sparsi di conversazione captati fuori dalla mia finestra tra Gennaio e Febbraio 2020: 


¿Qué calorcito hoy, no? 

A ella le gusta mucho la Misericordia 

Es cuestión de sentarnos a ver. 

¿Pero te gustaría? Dime. 

NToniaaaaaa ... ¡qué guapa! 

Se llama Pablo y es homosexual 

¡Ntoniaaa Adiós! 

Perdón si te he ofendido. 

Y ¿qué te ha dicho, qué te ha dicho? 

(Llorando) era la que yo quería 


Esta mañana me llama la encargada.. cucha, Gema, es que hoy se me ha ido el autobús 


Si hay cosas más de chica... como de princesa, y eso 



- Pero esta semana no ha sido, fue la semana pasá 


- Es que no me acuerdo bien 


- Yaaa, por eso, fue la semana pasá 



Tenemos que ir al Mercadona 


Venga, esta tarde/noche hablamos 




- ¡Felicidadesss! 


- Ay, ¡muchas gracias! 
- ¿Cuántos son? 


- Un año más vieja 




Gema, quedamos a las 5 mejor. 



Adiós ¡capitán! ¿Dónde llevas la pistola? 



Nos tomamos una cervecita... ¿qué más queremos?

Por lo menos nos vemos en estos contextos festivos 



- Uyyyy, hermano, hoy me he enterado de una cosa... 


- De qué cosa, ¿mariposa? 


Es que estoy fatal, es que no me encuentro bien 






sabato 8 febbraio 2020

Beviti la finale! Torna l'Italo-Spagnola Sanremo Drinking Game

Mi rende particolarmente triste dovervi comunicare che quest'anno non prenderò parte all'ormai tradizionale serata alcolica tra amici organizzata in occasione della finale di Sanremo. Non mi è sembrato, tuttavia, un motivo sufficiente per privare anche voi dell'unico modo possibile per affrontare mille mila ore di Amadeus.

É con un certo orgoglio che vi presento, quindi, il Drinking Game di quest'anno: 





Per una versione extra-strong aggiungete un chupito per ogni volta in cui appare qualcuno con un capo di abbigliamento coi brillantini. Io, però non mi responsabilizzo di eventuali coma etilici.

Buona sbornia...ehm, finale a tutti!