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domenica 12 aprile 2020

La voce del quartiere

Chissà chi avevano fatto sanguinare, le risate affilate degli adolescenti.
Mi nascondevo da loro quasi senza accorgermene, come per paura che potessero ferirmi di striscio.

Finivo di pranzare dando la schiena alla libreria.
Erano sempre, invariabilmente, le tre.

E chissà dove andavano a finire, le parole lanciate all’aria come baci sul vassoio di uno schermo nero. 


C’era quella donna, per esempio. Parlava sempre con una certa Gema.

Le ruote dei trolley trascinati dai bambini.
Qualcuno piangeva di sonno. Qualcun altro lo sentivi saltellare.

La signora con la voce infilata nell’età sbagliata che ogni mattina parlava sottobraccio con un’anziana della casa di cura. 

L’uomo che mentiva di Guapaaaa all’Antonia, che poi non s’é mai capito cosa accidenti vendeva.
Il tintinnio ritmico di un bastone. La modulazione di un canto flamenco.
C’era tutto un mondo sonoro, là fuori. 


Avevo imparato a riconoscerlo, come l’eclissi artificiale di un sole sulle ruote che mi oscurava il mondo mentre facevo da mangiare.


Ricordo ancora la conversazione all’alba tra due preti che parlavano di donne e tentazioni. Uno di loro ammetteva di aver peccato. L’altro si sentiva in colpa per averci pensato.

Il litigio feroce di quella che credeva che lui avesse un’altra. 
I suoi singhiozzi incontrollati. 

“Mi lasci per quella troia, non é vero? Lo so che ci sei stato a letto!”

L’eterna telenovela di drammi frammentati di cui solo chi vive al piano terra può godere.

Avevo persino pensato di registrarla.
Sarebbe stato un ottimo esercizio di scrittura sperimentale.

Ci avevo provato, a inizio anno.

Intento fallito poco prima che le conversazioni a cui avevo imparato a prestare attenzione contenessero tutte la stessa parola.

Troppo familiare.

Italia.
Italia.
Italia.

Poi, di colpo, il nulla.


Oggi sembra sempre Domenica, nella cornice del mio quadro personale.
Solo che non ci sono le bambine coi fiocchi in testa, i padri di famiglia con le paste, la frusta dei baci scoccati.


Tutt’al piú arriva l’inno di Spagna , un po’ attenuato, a mezzogiorno in punto. E mi fa sempre pensare ai mondiali. O la donna che non conosce l’uso dei guinzaglio e, ogni sera, urla al cane Charlie di tornare


Qualche pomeriggio passa un gitano con la sigaretta in bocca, unico superstite privo di mascherina. E troppe volte ho visto un’ambulanza, andare e venire da una casa in fondo alla via.
Il mondo sonoro del quartiere, oggi, si concentra tutto in una nuova routine.


Alle 19.45 un tizio con un chiaro passato da capo Ultras inizia a sparare musica a tutto volume. 

Regaettón, per lo piú. Poi inizia ad urlare come un pazzo, con tutto il fiato che ha in gola. Si é procurato persino un megafono, per i giorni in cui non ce la fa.

“Affacciatevi alle finestre, forza, diamoci dentro”.

Alle 8, puntuale come un orologio svizzero, quell'uomo a cui ancora non ho associato un volto coordina l’applauso che scende come pioggia sulla via.

É evidente che ormai non é piú solo un rito di ringraziamento per il personale sanitario.

É un bisogno disperato di aggrapparsi al contatto umano; di combattere quel maledetto silenzio che ci impedisce di fingere che questa sia solo una giornata pigra a casa.

E allora partono le urla. Sempre le stesse. Sempre nello stesso ordine. Con le esigenze di reiterazione corale di un qualunque concerto pop.

“Viva los médicos”
“Vivaaaa"
“Viva los miltares”
“Vivaaaa”
“Viva Málaga”
“Vivaaaa”
“Viva España”
“Vivaaaa” 
"Viva los médicos de Málaga"
"Vivaaaa"
"Viva los médicos de España"
"Vivaaaa"

“Viva los vecinooosss”
"Vivaaaa"

Ogni giorno dura un minuto in piú. 

La Croce Rossa passa a pavoneggiarsi, facendo partire un solo colpo di sirena in segno di saluto.


Immediatamente dopo, qualcuno intona una canzoncina per bambini.

“Hola Don Pepito”
“Hola Don José”, rispondono dagli altri balconi.
“Adiós Don Pepito”
“Adiós Don José”


É il segnale in codice che indica il momento di rientrare.
Cosí innocente che, giuro, mi dá fastidio.

Da una finestra all’altra ci si scambiano i saluti, ci si chiede come si sta.
"A domani"
Poi le persiane si chiudono e il quartiere torna a spegnersi. 

Privato della sua voce.
Derubato della sua identitá. 
Immagine: Pinterest.it









C'era una volta - Frammenti sparsi di conversazione captati fuori dalla mia finestra tra Gennaio e Febbraio 2020: 


¿Qué calorcito hoy, no? 

A ella le gusta mucho la Misericordia 

Es cuestión de sentarnos a ver. 

¿Pero te gustaría? Dime. 

NToniaaaaaa ... ¡qué guapa! 

Se llama Pablo y es homosexual 

¡Ntoniaaa Adiós! 

Perdón si te he ofendido. 

Y ¿qué te ha dicho, qué te ha dicho? 

(Llorando) era la que yo quería 


Esta mañana me llama la encargada.. cucha, Gema, es que hoy se me ha ido el autobús 


Si hay cosas más de chica... como de princesa, y eso 



- Pero esta semana no ha sido, fue la semana pasá 


- Es que no me acuerdo bien 


- Yaaa, por eso, fue la semana pasá 



Tenemos que ir al Mercadona 


Venga, esta tarde/noche hablamos 




- ¡Felicidadesss! 


- Ay, ¡muchas gracias! 
- ¿Cuántos son? 


- Un año más vieja 




Gema, quedamos a las 5 mejor. 



Adiós ¡capitán! ¿Dónde llevas la pistola? 



Nos tomamos una cervecita... ¿qué más queremos?

Por lo menos nos vemos en estos contextos festivos 



- Uyyyy, hermano, hoy me he enterado de una cosa... 


- De qué cosa, ¿mariposa? 


Es que estoy fatal, es que no me encuentro bien 






domenica 6 ottobre 2019

Pensieri Fantastici di Domenica Sera.

Ci sono giorni in cui la felicità si manifesta con tanta nitidezza che ti sembra quasi di poterla toccare. 

Come quella sera in macchina, sospesi in un silenzio che non pesa. Fuori dal finestrino il sole si dissanguava sul bacino idrico de El Chorro. Rosso. Drammatico. Wow. La radio si risvegliò dal gracidio per passare Hotel California, e lui alzò appena un poco il volume. 

“Eccolo qua”, pensai. “É il momento perfetto”.
Uno di quelli da film. Talmente belli che non riesci a credere che tu li stia vivendo davvero.
Foto:  Jesús González Vera / Traveler  (di mie non ne ho: ero troppo in estasi per scattare)





Mi é capitato di nuovo, all’Oh See Festival. 

É successo quando mi sono resa conto che tutte (o quasi tutte) le persone importanti dei miei anni malagueñi erano riunite nello stesso luogo. 

Sotto a un palco, come io stessa avrei scritto se la mia vita fosse stata una sceneggiatura. 

Suonavano i Love Of Lesbian. Il tizio vestito da Epi (o era Blas?) s’era deciso a barcollare altrove. Alla mia sinistra discorsi un po’ non sense usciti da immensi bicchieri di birra. “Uff, no vea’ como está este”. L’abbraccio di una coppia. Ed io che, chissà perchè, alzo lo sguardo al cielo. 

E c’è la Luna, nel cielo. Tonda, sfacciata, luminosa. Esce dalle nubi in una nottata in cui, secondo tutte le previsioni, sarebbe dovuto piovere. 

Per un istante mi sorprendo a pensare a mio nonno. All’ultima conversazione che ho avuto con lui per telefono. Mi aveva chiesto se qui ero felice. 

E allora non lo so, sarà la birra, ma mi domando se magari mi sta guardando, in questo momento qui.

Nel momento perfetto.

Quello in cui Santi Balmes mi ha distratta attaccando “Club de Fans de John Boy” e Nancy mi ha chiamata perchè dovevamo cantarla assieme.
Love of Lesbian all'Oh See Fest


E oggi è Domenica. 
La valigia per la riunione trimestrale dell'azienda a Barcellona è già pronta all’angolo. 
I pendolari che tornano. Il silenzio per le strade. 

La Domenica, come sempre, io mi immergo nelle canzoni come un bagno caldo, sperando di annegarci questa dannata paura. 

Perchè solo oggi rallento. Rifletto. Ricordo.
E riprendo, allora, a temere che le persone a cui voglio bene prima o poi si accorgano che non sono altro che fuffa. Che li ho ingannati, tutti, e non so come ci sia riuscita.  

Che non né sono bella, né divertente, né eccezionalmente intelligente. 
Che non scrivo sempre bene.
Che non sono sempre di buon umore. 
Che controllo tre o quattro volte se ho chiuso a chiave quando esco di casa. 
Che divento antipatica se ho fame, molto antipatica se ho sonno, e insopportabile se un post non mi viene come vorrei. 
Che scappo dai conflitti.
Che non so riscuotere crediti.  
Che mi taglio sempre, inevitabilmente, nello stesso punto quando mi depilo col rasoio. 
Che mi dimentico di fare la lavatrice e, quando la faccio, mi dimentico di stendere. 
Che non so dare consigli. 
Che non stiro quasi mai. 
Che ho milleottocento idee al minuto e non ne metto in pratica nemmeno una. 
Che ogni tanto brucio il cibo perchè mi distraggo a leggere Twitter. 
Che ho rotto due piatti ballando da sola per casa sulle note degli Imagine Dragons. 
Che mi paralizzo davanti ad un insetto. 
Che sono incapace di andare a letto presto. 
Che non rispondo se mi chiamano da un numero sconosciuto, però vado a Googlarlo per vedere chi è. 
Che non butto via mai niente, anche se è rotto o finito. 
Che posso perdere tre ore a cercare dei calzini nel cassetto perchè sono tutti bucati. 
Che pago di più di quel che dovrei pur di non avere a che fare coi centralini della Vodafone. 
Che canto malissimo. 
Che ballo flamenco da mille anni ma ancora non mi riesce il contratiempo. 
Che non trovo mai la nuova Sala Velvet. 
Che se inizio a piangere non mi fermo più. 
Che faccio battute per cui rido solo io. 
Che ogni tanto parlo da sola. 
Che non riesco a prendere medicinali in pastiglie perchè ho il terrore di strozzarmi. 
Che ho delle sindromi pre-mestruali orribili. 
Che mi lamento se mi scrivono troppo, e mi lamento se non mi scrivono mai. 

Che sono un casino come tutte le altre… anzi, sono molto peggio. 

Però so riconoscere la felicità quando la vedo. 
Ed ogni volta la imploro di fermarsi ancora un po’. 

Come dice Santi Balmes nel mio inno dell’ultimo mese: 



“¿Qué es un mundo feliz, el de Buda o Schopenhauer,
Libros de autoayuda o la belleza en Murakami?
No. Son esos momentos,
Cuando viene el rictus mortis,
Y la risa es llanto y con el llanto lagrimones así…

Sí. Somos alguien,
Algo dispersos, vulnerables.
Somos reverso o la imagen
De un Universo inestable.”




Fantastico. 







domenica 15 settembre 2019

Throwback: i migliori look della Feria de Málaga


Decine di post salvati su Instagram mi ricordano che sono in debito con i volant.
Sulle vetrine dei negozi di moda flamenca, la parola “SALDI” è un urlo scritto di malinconia. A sostituire i vestiti delle feste all’aria aperta, scarpe con le suole chiodate e ben più economiche gonne per i corsi di danza s’incaricano di dare l’addio ad una stagione. 

Finita la festa, inizia il sudore.


Sono dell’idea, però, che non ci siano punti e a capo senza un bilancio finale. 
Così, a un mese esatto dall’inizio della Feria di Málaga, oggi voglio concedermi di ritornare là. 


Lo faccio per amor di narrazione. Chiamala coerenza, continuità, o...chiodo fisso, magari.
 
Insomma, mi piaceva l’idea di passare in rassegna gli outfit indossati dalle flamenche sotto il sole implacabile d’Agosto, lontane dalle passerelle; nel delirio del Centro o illuminate dalle luci al neon del Real. 


Quello che ho constatato, in generale, è stato un deciso ritorno alla tradizione. Nel Capoluogo della Costa del Sol, i colori più visti alla Feria sono stati il rosso e il bianco, indossati su abiti monocromatici o mescolati in fantasie floreali e a pois. Abbastanza presente anche il giallo, mutuato dalla moda "civile".


In linea con i trend del momento, tra i capelli non c’era quasi mai un solo fiore. Come nelle altre città andaluse, anche le malagueñe li hanno preferiti grandi e numerosi, spesso di colori molto diversi da quelli scelti per l’abito. Tanto per contraddirmi, nel 2019 il vestito corto è stato pressochè inesistente, eclissato dal ben più classico taglio lungo e dalle sensuali silhouette “a chitarra”, quasi sempre abbinate alle maniche lunghe. Tra le (poche) innovazioni, si conferma l’emergere di bottoni e spacchi nell’ottica di una maggior comodità dell’abito flamenco; Ma c’è stato anche chi ha osato con fantasie a righe o giocato con i tessuti, facendosi notare con gonne abbellite da piume. 


Per quanto riguarda quello che mi piace chiamare “flamenco prét-a-porter”, l’indumento più popolare tra chi ha voluto adeguarsi all’atmosfera senza indossare abiti flamenchi è stato l’immancabile vestito lungo a pois. Personalmente mi sono parsi, però, ben più degni di nota i pantaloni a zampa con tre o più file di volant (tipo questi, in stile “mamma mia 2”) che ho visto addosso ad almeno 2 o 3 ragazze diverse nell’arco di quei 9, fatidici, giorni di festeggiamenti a ritmo di verdiales e sevillanas. 


Ancora una volta, le più stilose si sono dimostrate (almeno nel contesto diurno) le signore over 50, che hanno curato i dettagli degli outfit flamenchi molto più delle mie coetanee. Siete avvisate, ragazze: la sfida è lanciata!

A seguire, ecco la mia personale selezione dei migliori look visti alla Feria de Málaga 2019.
Quale vi piace di più?


ROSSO E BIANCO Bianco, pois e fiori: la fashion blogger Patricia di "Flamencas y Volantes" è andata sul sicuro con quest'abito di Rosapeula, che racchiude alcuni dei maggiori trend dell'anno.


Chiunque fosse scettico sull'uso delle righe nel flamenco (io per prima!) cambierà idea con questa gonna confezionata da Pilar Arregui.


Amaranta Pozo ha realizzato da sola questo splendido abito dal taglio classico, che mischia tinta unita, fiori e pois.


Fiori rossi oversize abbinati all'abito bianco e orecchini gialli a contrasto per un look semplice, versatile e d'impatto.


Il pizzo aggiunge conferisce sempre un pizzico di eleganza in più all'abito flamenco.  Qui viene "sdrammatizzato" dai volant rossi e dai ricami a contrasto.


Pizzo e total white anche per Miriam, che smorza "l'effetto sposa" con ventaglio e fiori multicolor.


Focus sulle spalle e gonna amplissima in questo spettacolare completo di Pilar Arregui, in grado di valorizzare chiunque. 


Bottoni, spacco e tinta unita per questa cliente di Astrid Hohle, di cui ammiro anche l'hairstyle. 


Applausi sinceri per questa instagrammer: adoro i dettagli con le frange e l'indovinata semplicità floreale dell'abito che ha cucito con le sue mani. 


In calle Larios, ho apprezzato anche molto i dettagli del look della donna sulla destra, il cui abito alterna in modo asimmetrico le tonalità del rosso e del bianco. La corona di fiori colorati è il complemento perfetto.  






































GIALLO

Ed ecco a voi l'outfit che mi è piaciuto più di tutti tra i tanti che ho visto su Instagram:  



... Nella parte interna della gonna i volant sono fucsia, in un abbinamento cromatico a tinte forti che si sposa a perfezione con la blusa. 


Fiori, fiori e ancora fiori! Impeccabile Ana, che abbina l'abito a uno chignon basso e ad una profusione cromatica di accessori sui capelli - proprio come detta la moda. 



Mi piace molto anche l'outfit di Inma, con focus sui fianchi, fiori a contrasto e accostamento di diverse tipologie di pois. 


Tornano le righe anche nell'abito di Gema, dove il bianco e il nero si abbinano al giallo brillante per un effetto che non può lasciare indifferente nessuno. 


Minimale e stupendo quest'abito giallo chiaro che lascia la schiena scoperta e risulta ulteriormente valorizzato dal fiore blu. 


FIORI
Le fantasie floreali sulle tonalità del rosa e dell'azzurro sono un classico del negozio "Dos Lunas" e, secondo me, fanno sempre la loro bella figura. 




... I fiori abbinati al nero, poi, sono sempre elegantissimi. 



Meravigliosa questa gonna dai volumi ampi, che si prende tutto il suo meritato protagonismo abbinata ad una semplice canotta nera. 


Per strada, mi sono piaciuti i colori sgargianti di questo vestito. 




A vincere tutto, però, è stata questa signora: asimmetrie, borsetta abbinata al fiore e dettagli di piume multicolor hanno dato vita al look più stiloso e originale della Feria de Málaga 2019.