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domenica 11 luglio 2021

Treviso non è pronta: l’odissea del rientro in Spagna tra QR e Green Pass

Il concetto di ordine è alieno al DNA dei popoli mediterranei. Capisci da dove arriva uno dal modo in cui si mette in fila, e la disposizione da parterre di concerto pop dei passeggeri diretti a Málaga non lascia dubbio alcuno sulla loro nazionalità. Italiani, spagnoli, poco importa: le differenze ora si appianano nei volti confusi, nello gesticolare sfrenato, nei decibel in ramping sotto la mascherina. Cosa caz*pita tengo que hacer. 

Quelli che mi si accalcano attorno non sono più turisti di ritorno da un viaggio a Venezia, con ancora in testa il cappello da gondoliere comprato dai filippini a Rialto.  Non sono viaggiatori intrepidi pronti a sfidare i 40 e passa gradi della bella Andalusia per poi raccontare che sì, bella la mezquita, ma facciamo che ci torno quando non rischio l’autocombustione.
Forse non sono neanche più persone. In questo momento sono (siamo) tutti solo centinaia di esseri isterici che si ammassano senza alcun criterio in una stanza più piccola del salotto di casa mia…  e non è che viva precisamente in una mansione da diva hollywoodiana.
Al centro del girone infernale, un tizio autoelettosi benefattore della comunità sta urlando senza sosta il numero del volo. Attorno a lui, si stanno formando piccoli cerchi di sconosciuti che si copiano l’un l’altro le risposte alle domande sul cellulare.
“Io che posto ho?”
“Signorinaaaaa io sono vaccinato, posso passare? Guardi, ho il green pass!”
“Qua cosa devo scrivere? Veneto?”
“Ma il qr è quello della certificazione verde?”
“Questionario? Che questionario?”


Tra gomitate, spintoni e passaggi tipo limbo sotto ai nastri rossi e bianchi che dovrebbero separare le code ai check in, la marea umana si sposta da un lato all’altro della hall seguendo ipnotizzata le direttive degli schermi. Che, come no, cambiano idea ogni 5 minuti.
“Chi ha solo il bagaglio a mano alla porta 3”
“Chi ha solo il bagaglio a mano alla porta 5” 

“Potete andare a qualunque porta, basta che facciate presto, per Dio”. 

  
E pensare che poteva essere tutto così semplice…

La tipica "fila mediterranea" all'aeroporto di Treviso




Per entrare in Spagna bisogna compilare un questionario online del Governo, che ha l’obiettivo di rintracciare in fretta i nuovi casi di Covid-19 sul territorio, frenando la diffusione dei contagi. Ti chiedono robe tipo i tuoi dati, i recapiti, da dove arrivi, quali Paesi hai visitato negli ultimi 14 giorni, dove alloggerai in Spagna e che certificato alleghi per dimostrare che non stai portando il virus a passeggio: tampone negativo (se sì, di che tipo, fatto dove e in che data), ciclo vaccinale terminato o avvenuta guarigione.
Una volta fornite tutte le informazioni richieste, si genera un codice QR che viene SEMPRE E COMUNQUE richiesto all’arrivo: se ce l’hai, passi la frontiera. Se non ce l’hai, no.

Mi pare quindi sensato che controllino che tu ne sia provvisto ancor prima di decollare. Voglio dire: se sei già atterrato a Málaga, vai bello arzillo verso l’uscita e ti fermano perchè non hai il QR compilato che fai? Passi il resto dei tuoi giorni in aeroporto come Tom Hanks in The Terminal? Io finirei per spendere tutti i miei soldi da Natura e metterei sú 8 kili da Starbucks, tutti sul sedere. Non è il caso. 


Ad ogni modo non ci vuole una laurea in organizzazione di eventi per capire che il modo più veloce ed efficace di verificare che uno abbia compilato ‘sto benedetto questionario sia chiederglielo nei momenti in cui è già in fila per mostrarti qualcosa. Ai controlli di sicurezza, per esempio. O addirittura al gate, subito prima del decollo. La signorina che ti chiede la carta d’imbarco potrebbe chiederti, assieme ad essa, anche il codice QR per entrare in Spagna. Hanno pure la macchinetta apposta per leggerlo. Si perderebbero circa 0,5 secondi in più per passeggero, e non si creerebbero altre file. 


Facile. Rapido. Sicuro. 


Ma l’aeroporto di Treviso is different. 



Lì la  suddetta signorina dei controlli di sicurezza ti informa - peraltro con tono visibilmente seccato - che per poter passare per tutta la trafila di vassoi e metal detector devi prima recarti al check in, dove ti controlleranno la documentazione per l’ingresso in Spagna.
Il che significa che , se hai scelto di viaggiare solo con bagaglio a mano proprio per  evitare di fare la coda al check in (o, ancora peggio, se hai pagato 4,50 € in più per il fast track) avrai la nitida visione dei tuoi soldi piegati in forma di aeroplanino che decollano verso destinazioni esotiche facendoti ciao ciao con la manina.

Una volta al check in, un’addetta solo un filino più cordiale della prima scriverà a MANO su un foglietto poco più grande di un francobollo la sequenza della tua carta d’imbarco e ci piazzerà sopra un timbro rosso con su scritto QR CHECK OK. A partire da quel momento, quel piccolissimo pezzetto di carta stropicciato sarà il tuo tesoro più prezioso: non solo ti servirà per accedere ai controlli di sicurezza, ma ti verrà richiesto persino per salire sull’aereo.
Tutto molto coerente, non c’è che dire: si consiglia vivamente di non stampare il biglietto, il green pass e il questionario sanitario si accettano cartacei solo ed esclusivamente in caso di comprovato impedimento tecnologico, si cerca di limitare l'utilizzo della poco igienica carta in favore del digitale for ever and ever… ma per dimostrare che possiedi il codice QR necessario a entrare in Spagna devi mostrare un bigliettino scarabocchiato con la biro, più piccolo e malridotto dello scontrino del supermercato che hai infilato in fretta e furia nei jeans. Eccerto.

Ma il punto non è il bigliettino. Il punto è lo scompiglio che tutto ‘sto sistema finisce col creare.

Tralasciamo per un momento che Ryanair manda cinquecentosette messaggi la settimana prima della partenza per ricordarti di compilare il questionario sanitario e che nonostante questo il 50% dei passeggeri non abbia idea che esista un questionario da compilare. Che viene da chiedersi come accidenti sia possibile continuare a guadagnare con l’email marketing. O se non sia il caso di cambiare le mie tecniche di copywriting per testi tipo: “Compra questo che è economico. Ciulli ciulli trallalà salsicce baccalà fiori di sambuco”. Tanto se leggono la prima riga è già un traguardo.

Tralasciamo anche che, nei suoi cinquecentosette messaggi, Ryanair consiglia di presentarsi in aeroporto due ore e mezza prima del volo “per agevolare i controlli”, e il check in - dove, a Treviso, si svolgono (inspiegabilmente) i controlli - apre meno di due ore prima. A questo punto potrebbero almeno affiggere all’entrata un cartello illustrativo delle diverse tecniche di harakiri che si possono utilizzare quando si è costretti a passare un’ora in una stanza con un tabacchino, due bagni e 4 posti a sedere. 

Stendiamo pure un velo pietoso sul fatto che venga affidato ad una sola persona il compito di controllare i qr di centinaia di passeggeri indemoniati: ci vuole almeno mezz’ora prima che qualche illuminato si renda conto che forse, ma proprio forse, sarebbe il caso di aprire altre due o tre file, per poter riuscire a verificare i documenti di tutti prima che l’aereo decolli. 


Il punto è che quest’organizzazione ha avuto l’unico effetto di creare assembramenti innecessari e facilmente evitabili, non solo aumentando il livello di stress generale, ma anche dando vita a possibili focolai di contagio. Perchè, non dimentichiamolo: il vaccino non evita che tu ti prenda il virus, evita che tu abbia sintomi gravi e finisca in ospedale quando te lo prendi. 

In tal senso, la situazione dopo i controlli di sicurezza non migliora. Dei due bar di cui dispone Treviso, è aperto solo uno, che finisce inevitabilmente preso d’assalto da mandrie di viaggiatori affamati. I posti a sedere - che già erano pochi di per sè - sono dimezzati da un ultimo, stoico, tentativo di mantenere le distanze sociali.

E il miglior modo di trasformare l’uomo in bestia - credetemi - è impedirgli di appoggiare il culo su una sedia. Immagino non ci siano voluti neanche cinque secondi prima che si trovasse una soluzione al problema. Qualcuno, più anarchico, l’ha fatto sradicando i cartelli “vietato sedersi” dai posti bloccati. Altri, sbrigativi, hanno optato per sedersi per terra (ovviamente appiccicati gli uni agli altri). Altri ancora hanno deciso che tanto valeva iniziare a mettersi in fila per l’imbarco - con buona pace delle cinquecentosette email in cui RyanAir intima di non farlo finchè non viene aperto il gate. Sul serio, il copywriter di Ryanair mi fa tenerezza.

Mentre cerco un cestino in cui gettare l’immondizia, mi cade l’occhio su un ragazzo addormentato che, in assenza degli strumenti adatti, ha pensato bene di togliersi la mascherina chirurgica per usarla come copriocchi.

Ve lo dico con tutto l’amore del mondo, e con tutta la mia profonda felicità per le riprese dei voli diretti Málaga- Treviso: se non siete attrezzati per garantire quel minimo di norme igieniche necessarie in tempi di pandemia, continuate ad operare su Venezia Marco Polo come si faceva fino a poco tempo fa. O ancora meglio (per me, ovviamente):  sfruttate l’aeroporto di Trieste, che è esageratamente grande per i due voli in croce che ha.

Comunque sia fate qualcosa, perchè il commento “viaggiare così è un incubo” è quello che ho ascoltato più spesso, in due lingue, al rientro dalle mie vacanze italiane.


mercoledì 30 dicembre 2020

Cose belle del 2020 (sì, ci sono state)

Foto: Pexels



Prima di lui vidi la valigia.

Un trolley bordeaux riempito di pochi abiti stropicciati presi a caso dall’armadio.
Lo fece rotolare fino al centro della stanza, il respiro affannato di chi ha accelerato il passo per non varcare i confini dell’illegalità. 

Poi mi strinse forte.
Era la sera del nostro primo anniversario. La stanza profumava di lasagna. E in quel preciso istante capii, per la prima volta, il significato della parola “gratitudine”.

Mancava ormai poco a mezzanotte, l’ora in cui sarebbe entrato in vigore il lockdown. 


Per lui non si trattava di arrivare tardi ad una cena. Si trattava di scegliere dove e con chi passare i prossimi tre mesi.

In un appartamento spazioso a pochi metri dal mare o in un buco di 30 metri quadrati con vista sul bidone della spazzatura. Con la famiglia o con una tizia isterica che da giorni non faceva altro che piangere leggendo le notizie sui social. 


“Dato che il posto è piccolo potremmo cambiare di tanto in tanto la disposizione dei mobili” - mi disse - “Fare i turni per la spesa così prendiamo aria. Fare esercizio con i video di youtube”. E il sottotesto era che (povero pazzo!) aveva davvero scelto me. 

Seguì una quarantena di ferias improvvisate, performance sonore coi bicchieri di vetro, canzoni giapponesi, cibo a domicilio, zumba, netflix e risate. Tante. Io ho imparato ad accettare il suo disordine, lui s’è rassegnato al mio essere scontrosa quando scrivo.  Ci sono cresciuti i capelli e - nel mio caso - il diametro del sedere. E mentre il mondo, fuori, impazziva, siamo riusciti addirittura ad essere felici.

I tre mesi sono diventati sei. Poi nove. Poi la ricerca di una casa più grande mentre un gatto randagio ci si struscia sulle gambe dandoci il benvenuto nel quartiere.

Il 2020 è stato orribile, non mentiamoci.
Ma è stato anche l’anno in cui ho iniziato a convivere.

E convivere, in qualche strano modo, mi ha aiutata a trovare l’equilibrio. A riprendere a leggere. A chiudere il computer dopo 8 ore di lavoro. A smettere di andare a letto alle 2 del mattino.

Ho affrontato tante cose da sola.
Da sola mi sono trasferita in un Paese straniero.
Da sola mi sono trovata un posto in cui vivere, un lavoro, degli amici. Da sola ho sopportato influenze, mal di stomaco, lutti, addii, inganni e delusioni.

Ma una pandemia, no, quella sarebbe stata troppo. 


Sarei impazzita. Ne sono sicura. 


Me ne rendo conto ogni volta in cui mi stresso per una sciocchezza e lui con un’uscita improbabile mi calma meglio e più in fretta di un sedativo.

Per questo dico che non tutto è da buttare.

Di fatto, di quest’anno ignobile, ho un altro buon pugno di momenti da salvare.

Per esempio, la cena al buio nel ristorante gestito da non vedenti a Barcellona. Indovinare il colore del vino che mi stavano servendo, non capire chi avessi accanto, soffermarsi sui sapori di pietanze da mangiare con le mani.

Il Red Carpet dei Goya. Il mio primo evento di moda flamenca con l’accredito di rivista specializzata nel settore. L’orgoglio del cartellino con sú scritto prensa e un hotel a cinque stelle in cui sognare di volant.



L’escursione con gli amici a Nerja e Frigiliana. La mia prima (e unica) serata di poesia dal vivo. La banda che suona la musica di Chorus Line in plaza de la Constitución mentre esterno il mio entusiasmo in un vocale. Salire sul tetto della Cattedrale e silenziare le notifiche per fingere che il virus non sia già attorno a noi.


E ancora, il primo giorno in cui siamo potuti uscire e il Parco di San Miguel ci sembrava il Paradiso. La piscina della casa rurale di Frigiliana nel giorno più caldo dell’estate. Ricongiungermi coi miei a Venezia in una giornata che così limpida sarebbe stata difficile anche solo da immaginare.







Poi le ventiquattro ore da vip per Esperienza Spagna. Il relax ai Bagni Arabi. Le tante escursioni in catamarano al tramonto - compresa quella in cui ho perso una scarpa pur di riuscirmi a imbarcare.


Per non parlare del weekend romantico a Tarifa. Truccarsi di tutto punto per passare Hallowen seduta sul divano. Le fughe nella natura e il pranzo al sacco sul Gibralfaro ( "Stiamo creando le nostre proprie tradizioni!"). La vigilia alla spagnola.

Il primo gennaio del 2020, ubriaca sul divano, dichiaravo che quest’anno mi faceva paura. Che mi trasmetteva brutte sensazioni. Che per una mia legge personale che ho sempre visto rispettarsi, a un’annata buona ne segue inevitabilmente una cattiva. Il 2019 era stato troppo troppo perfetto per non far presagire il peggio. Sentivo che il pungiglione liquido di una lacrima iniziava a perforarmi l’iride. Esagerata, dicevo a me stessa. E davo la colpa al vino.

Oggi penso al 2021 con un senso di tranquillità. Perchè a quella legge, adesso, voglio credere più che mai. Ho bisogno di farlo. Ho bisogno di convincermi, come convinta ero delle premonizioni fatte su quel divano, che piano piano, a fatica, questa volta andrà davvero “tutto bene”. 





P.S: Subito dopo aver scritto questo post ho avuto un incidente da idiota con il minipimer, ho passato la serata in pronto soccorso e ne sono uscita con 3 punti su un dito. COSA ACCIDENTI STATE CERCANDO DI DIRMI?

giovedì 19 novembre 2020

4 idee per un’escursione nella natura senza uscire da Málaga

Quando ti decidi (finalmente?) a rompere un silenzio lungo diverse ere geologiche, il minimo che tu possa fare è giustificare la scelta con un post di pubblica utilità. Questo dovrebbe esserlo per chi, come me, ha scoperto negli ultimi mesi l’inaspettata esigenza di stare a contatto con la natura. 

Tanto per capirci, nel mio armadio non c’è neanche una tuta. Il capo più sportivo che ho è un paio di converse a fiori taroccate che è già tanto se sono riuscite a sopravvivere ai bagni chimici dei festival. L’unico sacco a pelo che abbia mai posseduto in vita mia lo comprai per accamparmi davanti ai palasport, e attualmente si gode un pacifico pensionamento nel ruolo di ripieno della fodera del piumone (comprare un piumone vero mi sembrava uno spreco di soldi, nella Costa del Sol). 

Insomma, non sono propriamente un tipo avvezzo alle escursioni campestri. 

Pare, però, che gli arresti domiciliari imposti dalla PutaPandemia siano in grado di cambiare anche le anime più cittadine - soprattutto quelle che vivono in un appartamento di 30 metri quadri vista strada, con tanto di bidone della spazzatura annesso.

Almeno fino al 23 Novembre, in Andalusia, non possiamo uscire dal nostro Comune. Bar, negozi di abbigliamento e attività non essenziali chiudono alle sei, avviando una quotidiana e progressiva desertificazione dei centri urbani che culmina nel coprifuoco delle dieci di sera. 

La buona notizia, però, è che a Málaga si può passare una giornata immersi nella natura, senza neppure uscire dalla città. Non ci credete? Date un’occhiata qui sotto. 

Ho selezionato 4 luoghi che forse non conoscete e che sicuramente adorerete se volete prendervi una pausa dal cemento di casa, il viavai delle macchine, le luci di Natale e i ragazzini che anticipano la sbronza nei pomeriggi di Pedregalejo. Non ditelo a nessuno, ma quando siete in mezzo a un bosco, senza anima viva nel raggio di centinaia di metri, magari potete anche permettervi il lusso di abbassare un momento la mascherina. 


1. PARQUE DEL MORLACO 

Parque del Morlaco 

















La mia scoperta più recente. Fuori da ogni rotta turistica, il Parque del Morlaco è un gioiellino incastonato tra i villoni di uno dei quartieri più ricchi di Málaga: il Limonar. 

Lo so, agli italiani fa ridere. Pensate che c’è pure un autobus che fa capolinea da quelle parti. La frase tipica dell’Erasmus che se lo trova davanti appena arrivato in città è: “andiamo a Limonar” ah ah ah. Che tenerezza. 

Comunque. Stavamo parlando del Parque del Morlaco, un’area forestale di 161.720 metri quadrati dove troverete tutto quello che si può desiderare per una tranquilla passeggiata all’aria aperta: boschi popolati da scoiattoli, camaleonti e una stupenda vista sul mare. La cosa migliore è che, quando vi stancate di tutto quel verde e di tutto quel silenzio, in circa 15 minuti a piedi arrivate a los Baños del Carmen, che se non fosse un possibile focolaio di Coronavirus nelle Domeniche di sole (sul serio: tutti lì dovete andare?) sarebbe il luogo perfetto per un aperitivo. 


2. MONTE DE GIBRALFARO


Monte Gibralfaro 














Vista dal Monte Gibralfaro 















Famoso per essere stato l'ultimo luogo di Malaga conquistato dai Re Cattolici nel 1487, il castello di Gibralfaro (costruito nel XIV secolo) è uno dei monumenti più importanti in città. Se entrate in un qualsiasi punto di informazione turistica  e chiedete come potete raggiungerlo, vi diranno che avete due opzioni: in autobus oppure a piedi, seguendo il sentiero asfaltato che fiancheggia l’Alcazaba. Difficilmente menzioneranno però la terza via, che io ho scoperto quasi per caso nell’immediato post-lockdown. E, dopo 4 anni di residenza fissa a Málaga, è proprio il caso di dire: “meglio tardi che mai”. 

Quando la libertà di passeggiare era limitata ad un chilometro da casa, mi accorsi che, in fondo a calle Agua (una laterale di Calle Victoria) ci sono delle scale. Salendoci, si accede ad un’enorme area naturale che - udite, udite - si è scoperto poi essere proprio il Monte Gibralfaro. Da quel punto di accesso è possibile raggiungere il castello attraverso i sentieri in mezzo agli alberi, lontani da famiglie chiassose e con la compagnia quasi esclusiva degli immancabili scoiattoli. Certo, dovete mettere in conto salite e sudore, ma il panorama quando arriverete in cima vi ripagherà di tutte le fatiche. 

Una volta lì, potete seguire il percorso (debitamente segnalato) che circonda le mura della fortezza, che è leggermente più frequentato e vanta persino un’area adibita ai giochi per i bambini. 


3. MONTES DE MÁLAGA

Montes de Málaga. Foto: Málaga Hoy 














Montes de Málaga. Foto: Malaga.es












Nonostante sia un’escursione che pianifico ormai da molto, ammetto con certa vergogna di non esserci (ancora!) mai stata. Il motivo? Ai Montes de Málaga non ci si arriva con i trasporti pubblici, e farmi più di 4 ore a piedi solo per raggiungere un posto in cui andrei per camminare è un filino troppo persino per me. 

In assenza di esperienza diretta vi dirò, però, che chiunque ami la natura la consiglia come una tappa IM-PRE-SCIN-DI-BI-LE. Proprio così. Tutto maiuscolo e scandito. 

In effetti l’ha consigliata di recente pure Málaga Hoy, in un articolo dedicato (come questo) a chi volesse “respirare aria buona” senza varcare i confini del comune. Non posso confermare né smentire che, forse forse, ho preso ispirazione da lì. 

Secondo il giornale, sono due i percorsi consigliati agli escursionisti inesperti. 

Il più facile è lungo appena 3 km e inizia dal Carril del Viento, ubicato poco dopo la Venta de El León. Seguendo il sentiero, si può raggiungere il Pico de El Viento, che con i suoi 1.029 metri sul livello del mare è il secondo rilievo più alto del Parco Naturale, che in totale si estende per oltre 5.000 ettari. 

C’è poi un percorso un po’ più lungo (6 chilometri) ma sempre di difficoltà bassissima, che parte dal Mirador del Cochino, da cui peraltro si può godere di una splendida vista sulla città di Málaga e i suoi dintorni paesaggistici. Da lí si prosegue fino a un altro punto panoramico, il mirador Vázquez Sell, attraverso il sentiero segnalato come El Cerrado. La zona é consigliata dalla Junta de Andalucía per l’avvistamento di uccelli rapaci in primavera ed autunno. 

4. JARDÍN BOTÁNICO HISTÓRICO LA CONCEPCIÓN 


Jardín Botánico






















Jardín Botánico




























Se volete stare in mezzo alla natura, ma senza faticare troppo,  il Jardín Botánico è l’opzione perfetta per voi. Si raggiunge comodamente in autobus e all’interno ha un bar/ristorante con prezzi accettabili, un negozio di souvenir, bagni puliti, strutture architettoniche, aree attrezzate per pic nic e comodità di ogni genere. L’unica pecca è che, a differenza di tutti i luoghi fin qui menzionati, si paga per entrare (è gratis solo la Domenica, dalle 14 alle 17.30, orario di chiusura).

Considerato Bene di Interesse Culturale, il Jardín Botánico ha più di centocinquanta anni di storia ed è uno dei pochi giardini in Europa in cui si possono ammirare  piante di origine subtropicale. In tutto ce ne sono più di cinquantamila, di duemila specie diverse, inclusi (oltre alle immancabili palme) i bambù e gli esemplari acquatici. 

Una delle zone secondo me più tranquille per passeggiare nel verde è il sentiero panoramico che parte dalla zona dei cactus. Lì, in genere, il vociare dei turisti si disperde lasciando posto all’assoluta - e a tratti quasi inquietante - tranquillità. 



Avete già deciso quale sarà la vostra prossima meta? 

mercoledì 9 settembre 2020

Un giorno da turista a Málaga ai tempi del Covid-19

Lo scorso mese di Agosto, Esperienza Spagna mi chiese di organizzare un itinerario di meno di 24 ore nella mia città adottiva con lo scopo di raccontare come si vive il turismo a Málaga ai tempi del Covid-19. 

Per metterlo in piedi scelsi proprio Ferragosto: data emblematica che, in circostanze normali, avrebbe dovuto segnare l'inizio della Feria, la Festa più sentita e attesa nel capoluogo della Costa del Sol. Tra musei, chiringuitos, SPA in stile moresco ed escursioni in barca, vi racconto come è andata nel lungo e dettagliato articolo che trovate a questo link. 


Buona lettura! 






LEGGI QUI IL MIO ARTICOLO PER ESPERIENZA SPAGNA 




P.S: Quando avete finito, vi consiglio di cliccare qui per dare un'occhiata anche alle esperienze degli altri "embajadores" italiani in Spagna: raccontano - ciascuno a suo modo e con lo sguardo di chi le conosce bene - la vita e i divertimenti nelle diverse località della Penisola Iberica in questi tempi decisamente anomali. 


mercoledì 6 maggio 2020

La borsetta della Nuova Normalità





Le borsette, prima, erano la mia ancora sul mondo.

Le sceglievo sempre grandi, per riempirle fino all’orlo di casomai. Il rimmel che giá sapevo che non avrei rimesso nel gabinetto del pub, l’ombrello con 40 gradi in Andalusia, la tessera della Fnac anche se uscivo a bere una birra dopo le dieci.

Preparata a tutto, pronta a nulla. 

Quelle borse erano cosí inutilmente pesanti che era un miracolo se la cerniera mi durava un mese. 

Forse è per questo che mi é scappato da ridere, Sabato scorso. 
Mi sono guardata allo specchio e ho pensato “guarda te”. 


Per la prima passeggiata ne ho scelta una minuscola.

Dentro non ho avuto bisogno di metterci altro che non fossero le chiavi di casa, il cellulare, la carta di credito, il documento di identità e il disinfettante per le mani. Il nuovo essenziale. Ho mosso i primi passi lentamente, godendomi la luce decisa del pre-tramonto. 

Non era solo la borsa ad essere leggera. 



Alla prima uscita mi sono sentita diversa, come se mi avessero svuotata di qualcosa.
E forse non è necessariamente un male. 

Durante questa quarantena ho scoperto che ho bisogno della natura molto più di concerti e bar. Io, che ho sempre preferito 30 metri di asfalto a una villa distante dallo scintillio del centro, ora darei un rene per poter aprire la finestra sul mare. Ho scoperto (ed era anche ora) che la consultazione frenetica dei social network mi fa solo stare male. Che mi serve una persona accanto per andare a letto presto, staccare dopo lavoro e prendermi davvero cura di me. 

Oggi tutti parlano di fasi, e anch’io ho avuto le mie. 

FASE 1: CREARE


Quando ci hanno rinchiusi in casa ho ricominciato a scrivere poesie. Credevo di aver smesso da adolescente ma poi, da un giorno all’altro, i versi hanno ricominciato a disturbarmi il sonno. Senza voler essere Freud, immagino c’entrasse qualcosa con la routine di piantini isterici che avevo fatto precedere al lockdown

Comunque sia, la prima cosa che facevo alla mattina era sputare i versi su un documento Word, senza stare troppo a pensare allo stile. Parlavano di Málaga. Di mio nonno la volta che ho pianto guardando una barca a vela. Del disordine per casa. Di quella pozzanghera chiamata Mediterraneo che connette le mie due vite. Di mattoncini dei lego come costruzione improvvisata di futuro. Di punti interrogativi alla rovescia. Di Ángel che mi salva cantando gli Estopa prima di dormire.


Ah! E di Charles Baudelaire. 
Se scrivo poesie, c’entra quasi sempre Charles Baudelaire.

Un lettore estraneo non troverebbe niente di troppo strano, nei miei componimenti. Eppure io so di essere nuda. 

Anche se dubito che li farò mai leggere a qualcuno, scriverli è stato terapeutico. L’ora d’aria quando ancora non l’avevo. Poi ho guardato di nuovo davanti a me e ho ricominciato a vedere alberi fioriti dentro a una cornice geometrica dove prima c’era una primavera rettangolare. 

Ho sorriso senza troppi rimorsi. 

La poesia mi aveva abbandonata perché avevo assorbito il colpo.
Non mi serviva più.
Era arrivata l’accettazione. 

FASE 2: MUOVERSI 


Come nei migliori corsi di auto-aiuto, ho deciso che - se proprio dovevo stare chiusa a casa - un po’ di attività fisica mi avrebbe fatto bene.

Sí, continuavo a fare lezione di flamenco in due volte a settimana (con la differenza che ora la facevo in streaming e rigavo il pavimento che era una meraviglia); ma fondamentalmente avevo smesso di fare quei 20 km a piedi vagando senza meta per Málaga ogni fine settimana. 

Si aggiunga che mangiavo come un bue, e… zacchete. Di colpo mi si stavano pericolosamente ingrossando le tette. Ogni volta che mi rendo conto che quando ingrasso metto i kili di troppo sul sedere e sulle tette mi viene in mente Lily che si incazza con Robin in How I Met Your Mother. Però è così, accidenti. É il mio segnale d’allarme supremo. 

Quindi, niente. Dovevo muovermi. Ed é cosí che, cerca che ti ricerca, ho scoperto la zumba. Rivelazione del secolo. Ogni Domenica mi sparavo un video diverso su Youtube e mi mettevo a saltellare per casa come una sciura in trip da acquagym al villaggio vacanze. Una volta mi sono dimenticata che avevo appena passato il mocio e sono finita a gambe all’aria sul pavimento della sala, ma c’é da dire che mi sono rialzata con una certa classe. 

In questa fase ho imparato a conoscere e classificare i vari istruttori di zumba e cardiofitness del web. Per esempio, ci sono le tizie super professional che sorridono felici e coi capelli perfettamente in ordine mentre tu sei già in un bagno di sudore con la lingua penzolante e la chioma pseudo-afro, che metti in pausa per andare a scolarti l’intero Guadalquivir previamente filtrato (il Guadalmedina sarebbe più malagueño, è vero, ma ti disseteresti poco.  E poi ci sono i boni, quasi certamente gay, che ti ammiccano nel bel mezzo degli esercizi riuscendo al massimo nell’aspetto motivazionale. 

Dopo una serie di severissime audizioni di fronte ad una giuria composta da me e da me medesima (note esperte del settore) ho deciso che i miei preferiti sono loro: 

A) Clase completa de Zumba- DeportesUncomo (per la categoria tizie professional, accompagnate da uno stuolo di ancelle con top molto cool) 



B) Cardio Dance Flamenco - Siéntete Jóven (per la categoria tizie professional, ma senza ancelle. Questo allenamento è bellissimo perché mixa - come avrete capito - il cardio fitness con il flamenco) 


C) Dance Workout - Fitsseveneleven (per la categoria boni) 




FASE 3: PERDERE IL TEMPO 


Infine (probabilmente stremata sul divano tipo il gatto qui sopra) mi sono resa conto che potevo anche perdere il tempo. Che è importante pure quello. Che magari, non so, mi fa addirittura bene.

C'è stato un momento, nella mia vita adulta, in cui - chissà perchè - ho smesso di giocare. Certo, quando è uscito Facebook avevo provato (come tutti) a dare una possibilità al magico mondo dei gattini con sembianze umane, al Pacman versione 2.0 e all’immancabile Candy Crush. Mi sono stufata subito perché: 

1. Quando ho potuto mettere la bandiera spagnola e scrivere "EL CANTO DEL LOCO" nella cameretta della mia gattina col fiore in testa, francamente non mi restava altro a cui aspirare. 
2. Mio papà mi batteva sempre al Pacman e la cosa mi faceva incazzare un sacco. 
3. Per andare avanti con Candy Crush dovevi chiedere un sacco di aiuti agli amici e non mi andava di rompere le palle al prossimo.  

Quindi, niente. Capitolo chiuso. Avevo ufficialmente deciso che i videogiochi erano un’alienazione. Il Grande Nemico che ti distoglieva da compiti importantissimi come  fare il bucato, pulire casa, scrivere un articolo, scrivere un post, scrivere un altro post, scrivere un terzo post, scrivere un articolo, scrivere un… Dio, c'è sempre cosí tanto da fare! 

Finché un giorno, in quarantena, mi stavo rodendo il fegato a leggere commenti acidi su Twitter. Ho alzato lo sguardo dallo schermo, furibonda, e ho visto il mio ragazzo che sorrideva beato davanti al computer, perso in una dimensione tutta sua. 

Mi sono avvicinata (un po' guardinga) e stava fissando un guerriero tanto carino che correva su un molo di pietra verso un aggeggio per il teletrasporto. Bel posto, sembrava il Muelle Uno. Ho iniziato, lo confesso, a seguire con certa invidia le avventure di quel guerriero. Più che altro era per gli scenari: rivedevo Málaga ovunque. La fortezza medievale, nella mia mente bacata, diventava il Gibralfaro. La chiesa deserta era la mia Manquita. Se c’erano palme, Paseo del Parque senza dubbio alcuno.

Naturalmente, i mostri che uccideva per me erano gli scarafaggi.
MORTE AGLI SCARAFAGGI SEMPRE. 

Di colpo, mi sono accorta che perdersi in una dimensione virtuale era decisamente piú rilassante che leggere la gente che si lamenta di altra gente che si incazza con altra gente su un social network creato dalla gente. Quindi mi sono messa a navigare un po’ sull’Apple Store. Ho trovato un giochino carino, tipo Sim City. Nella mia era pre-adulta, quando ancora non avevo messo al bando i videogiochi, amavo molto Sim City. 

Ad oggi sono sindaco di una bella cittadina piena di alberi viola su di un'isoletta assolata. Ogni tanto, dopo lavoro, invece di preoccuparmi di quello che devo scrivere, cucinare, devo mettere a posto, scriverescriverescriverescrivere penso che potrei espandere la spiaggia o costruire un dipartimento di ingegneria industriale. E vi assicuro che é come fare reset in testa. 

Dopo tanto, ho sentito il mio cervello respirare, come le città deserte in cui riaffiora la natura. 







E forse è proprio lì che ho alleggerito la borsetta. 
Forse è lì che mi sono svuotata. 



martedì 28 aprile 2020

La fine delle tapas.

Un popolo lo conosci per come mangia.
Anche per questo mi piacciono gli spagnoli.

Quando facevo la guida gastronomica, dicevo sempre ai clienti che il loro modo di stare a tavola ne riflette la personalità. In quel loro ordinare tanti piatti diversi e metterli in mezzo “para compartir” (per condividere) vedevo il riflesso di un carattere aperto, godereccio e generoso. 


Ci credevo sul serio.

Senza parlare di come quell’abitudine mi permettesse di assaggiare un po’ di tutto ovunque andassi. Per una buona forchetta (e un’indecisa cronica) come me era praticamente il Paradiso.

Lo dicevo a genitori, amici, parenti:
Avevo trovato il mio stile di vita ideale.

Quando tornavo in Italia, facevo sempre un po’ fatica a ri-adattarmi al piatto unico. Alla scelta esclusiva. Al “guai se ti azzardi ad assaggiare quello che IO ho ordinato”. 


Non mi sono trasferita in Spagna PER le abitudini alimentari, questo è ovvio. Però erano uno degli aspetti che più amavo della vita qui.

Ieri la Junta de Andalucía ha presentato al Governo la sua proposta per la riapertura di ristoranti e bar dopo la quarantena (che deve passare per il filtro e l’approvazione del Ministero della Sanità)

In sintesi, le regole sarebbero queste:

- Si potrà entrare in un ristorante solo a turno ed esclusivamente su prenotazione (prenotando al massimo per 4 persone)
- Tra un turno e l’altro, i dipendenti devono avere il tempo di igienizzare tutto.
- Non ci si possono mettere più di 30 minuti per fare colazione, e non si può restare più di  90 minuti per mangiare.
- É obbligatorio ordinare un piatto per persona, che non può essere condiviso con gli altri commensali. 

In pratica, questo significa dire addio alla cultura delle tapas. Ai ritmi lenti. Alle sobremesas eterne nei chiringuitos. E, tra parentesi, quant’è bella la parola sobremesa, guarda caso intraducibile. Bella come l’atto di godersi la vita tra un bicchiere di vino ed un gin tonic mentre allacci il pranzo alla merenda seduto con gli amici a un tavolo vista mare. Come gli andalusi che, un po’ brilli, lasciano scorrere il giorno e le preoccupazioni cantando sevillanas per digerire in una taverna tipica.

Dobbiamo dire addio al piattino di olive davanti alla birra. Allo spiluccare qualcosa in ogni bar fino a saziarti. Al vagare senza meta per infilarsi in un posto nuovo che “ti ispira” ed esaltarti quando scopri che non era niente male. Alla casualità della scoperta. Alla libertà estrema del non programmare. Forse persino ai pentoloni della Farola de Orellana.

E lo so bene che tutto questo, adesso, è letteralmente l’ultimo dei problemi.
Lo so, che era l’unica proposta sensata.
Che sono una cretina anche soltanto a parlarne. 

Eppure, chissà perché, alla fine sono sempre i dettagli più insignificanti a gettarmi nello sconforto. 

Di colpo, leggendo il piano della Junta, m’è presa una tristezza che, razionalmente, non so giustificare. 

Forse penso e ragiono in funzione del cibo.
Forse posso abituarmi a tutto, tranne all’Andalusia che diventa il Nord Italia. 

O forse, più realisticamente, è solo che un concetto futile come la fine del tapeo rende ancora più concreto quello che già sapevo: tornare alla “normalità” sarà davvero impossibile.


Comunque sia sbrigatevi, a trovare un vaccino.