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domenica 11 luglio 2021

Treviso non è pronta: l’odissea del rientro in Spagna tra QR e Green Pass

Il concetto di ordine è alieno al DNA dei popoli mediterranei. Capisci da dove arriva uno dal modo in cui si mette in fila, e la disposizione da parterre di concerto pop dei passeggeri diretti a Málaga non lascia dubbio alcuno sulla loro nazionalità. Italiani, spagnoli, poco importa: le differenze ora si appianano nei volti confusi, nello gesticolare sfrenato, nei decibel in ramping sotto la mascherina. Cosa caz*pita tengo que hacer. 

Quelli che mi si accalcano attorno non sono più turisti di ritorno da un viaggio a Venezia, con ancora in testa il cappello da gondoliere comprato dai filippini a Rialto.  Non sono viaggiatori intrepidi pronti a sfidare i 40 e passa gradi della bella Andalusia per poi raccontare che sì, bella la mezquita, ma facciamo che ci torno quando non rischio l’autocombustione.
Forse non sono neanche più persone. In questo momento sono (siamo) tutti solo centinaia di esseri isterici che si ammassano senza alcun criterio in una stanza più piccola del salotto di casa mia…  e non è che viva precisamente in una mansione da diva hollywoodiana.
Al centro del girone infernale, un tizio autoelettosi benefattore della comunità sta urlando senza sosta il numero del volo. Attorno a lui, si stanno formando piccoli cerchi di sconosciuti che si copiano l’un l’altro le risposte alle domande sul cellulare.
“Io che posto ho?”
“Signorinaaaaa io sono vaccinato, posso passare? Guardi, ho il green pass!”
“Qua cosa devo scrivere? Veneto?”
“Ma il qr è quello della certificazione verde?”
“Questionario? Che questionario?”


Tra gomitate, spintoni e passaggi tipo limbo sotto ai nastri rossi e bianchi che dovrebbero separare le code ai check in, la marea umana si sposta da un lato all’altro della hall seguendo ipnotizzata le direttive degli schermi. Che, come no, cambiano idea ogni 5 minuti.
“Chi ha solo il bagaglio a mano alla porta 3”
“Chi ha solo il bagaglio a mano alla porta 5” 

“Potete andare a qualunque porta, basta che facciate presto, per Dio”. 

  
E pensare che poteva essere tutto così semplice…

La tipica "fila mediterranea" all'aeroporto di Treviso




Per entrare in Spagna bisogna compilare un questionario online del Governo, che ha l’obiettivo di rintracciare in fretta i nuovi casi di Covid-19 sul territorio, frenando la diffusione dei contagi. Ti chiedono robe tipo i tuoi dati, i recapiti, da dove arrivi, quali Paesi hai visitato negli ultimi 14 giorni, dove alloggerai in Spagna e che certificato alleghi per dimostrare che non stai portando il virus a passeggio: tampone negativo (se sì, di che tipo, fatto dove e in che data), ciclo vaccinale terminato o avvenuta guarigione.
Una volta fornite tutte le informazioni richieste, si genera un codice QR che viene SEMPRE E COMUNQUE richiesto all’arrivo: se ce l’hai, passi la frontiera. Se non ce l’hai, no.

Mi pare quindi sensato che controllino che tu ne sia provvisto ancor prima di decollare. Voglio dire: se sei già atterrato a Málaga, vai bello arzillo verso l’uscita e ti fermano perchè non hai il QR compilato che fai? Passi il resto dei tuoi giorni in aeroporto come Tom Hanks in The Terminal? Io finirei per spendere tutti i miei soldi da Natura e metterei sú 8 kili da Starbucks, tutti sul sedere. Non è il caso. 


Ad ogni modo non ci vuole una laurea in organizzazione di eventi per capire che il modo più veloce ed efficace di verificare che uno abbia compilato ‘sto benedetto questionario sia chiederglielo nei momenti in cui è già in fila per mostrarti qualcosa. Ai controlli di sicurezza, per esempio. O addirittura al gate, subito prima del decollo. La signorina che ti chiede la carta d’imbarco potrebbe chiederti, assieme ad essa, anche il codice QR per entrare in Spagna. Hanno pure la macchinetta apposta per leggerlo. Si perderebbero circa 0,5 secondi in più per passeggero, e non si creerebbero altre file. 


Facile. Rapido. Sicuro. 


Ma l’aeroporto di Treviso is different. 



Lì la  suddetta signorina dei controlli di sicurezza ti informa - peraltro con tono visibilmente seccato - che per poter passare per tutta la trafila di vassoi e metal detector devi prima recarti al check in, dove ti controlleranno la documentazione per l’ingresso in Spagna.
Il che significa che , se hai scelto di viaggiare solo con bagaglio a mano proprio per  evitare di fare la coda al check in (o, ancora peggio, se hai pagato 4,50 € in più per il fast track) avrai la nitida visione dei tuoi soldi piegati in forma di aeroplanino che decollano verso destinazioni esotiche facendoti ciao ciao con la manina.

Una volta al check in, un’addetta solo un filino più cordiale della prima scriverà a MANO su un foglietto poco più grande di un francobollo la sequenza della tua carta d’imbarco e ci piazzerà sopra un timbro rosso con su scritto QR CHECK OK. A partire da quel momento, quel piccolissimo pezzetto di carta stropicciato sarà il tuo tesoro più prezioso: non solo ti servirà per accedere ai controlli di sicurezza, ma ti verrà richiesto persino per salire sull’aereo.
Tutto molto coerente, non c’è che dire: si consiglia vivamente di non stampare il biglietto, il green pass e il questionario sanitario si accettano cartacei solo ed esclusivamente in caso di comprovato impedimento tecnologico, si cerca di limitare l'utilizzo della poco igienica carta in favore del digitale for ever and ever… ma per dimostrare che possiedi il codice QR necessario a entrare in Spagna devi mostrare un bigliettino scarabocchiato con la biro, più piccolo e malridotto dello scontrino del supermercato che hai infilato in fretta e furia nei jeans. Eccerto.

Ma il punto non è il bigliettino. Il punto è lo scompiglio che tutto ‘sto sistema finisce col creare.

Tralasciamo per un momento che Ryanair manda cinquecentosette messaggi la settimana prima della partenza per ricordarti di compilare il questionario sanitario e che nonostante questo il 50% dei passeggeri non abbia idea che esista un questionario da compilare. Che viene da chiedersi come accidenti sia possibile continuare a guadagnare con l’email marketing. O se non sia il caso di cambiare le mie tecniche di copywriting per testi tipo: “Compra questo che è economico. Ciulli ciulli trallalà salsicce baccalà fiori di sambuco”. Tanto se leggono la prima riga è già un traguardo.

Tralasciamo anche che, nei suoi cinquecentosette messaggi, Ryanair consiglia di presentarsi in aeroporto due ore e mezza prima del volo “per agevolare i controlli”, e il check in - dove, a Treviso, si svolgono (inspiegabilmente) i controlli - apre meno di due ore prima. A questo punto potrebbero almeno affiggere all’entrata un cartello illustrativo delle diverse tecniche di harakiri che si possono utilizzare quando si è costretti a passare un’ora in una stanza con un tabacchino, due bagni e 4 posti a sedere. 

Stendiamo pure un velo pietoso sul fatto che venga affidato ad una sola persona il compito di controllare i qr di centinaia di passeggeri indemoniati: ci vuole almeno mezz’ora prima che qualche illuminato si renda conto che forse, ma proprio forse, sarebbe il caso di aprire altre due o tre file, per poter riuscire a verificare i documenti di tutti prima che l’aereo decolli. 


Il punto è che quest’organizzazione ha avuto l’unico effetto di creare assembramenti innecessari e facilmente evitabili, non solo aumentando il livello di stress generale, ma anche dando vita a possibili focolai di contagio. Perchè, non dimentichiamolo: il vaccino non evita che tu ti prenda il virus, evita che tu abbia sintomi gravi e finisca in ospedale quando te lo prendi. 

In tal senso, la situazione dopo i controlli di sicurezza non migliora. Dei due bar di cui dispone Treviso, è aperto solo uno, che finisce inevitabilmente preso d’assalto da mandrie di viaggiatori affamati. I posti a sedere - che già erano pochi di per sè - sono dimezzati da un ultimo, stoico, tentativo di mantenere le distanze sociali.

E il miglior modo di trasformare l’uomo in bestia - credetemi - è impedirgli di appoggiare il culo su una sedia. Immagino non ci siano voluti neanche cinque secondi prima che si trovasse una soluzione al problema. Qualcuno, più anarchico, l’ha fatto sradicando i cartelli “vietato sedersi” dai posti bloccati. Altri, sbrigativi, hanno optato per sedersi per terra (ovviamente appiccicati gli uni agli altri). Altri ancora hanno deciso che tanto valeva iniziare a mettersi in fila per l’imbarco - con buona pace delle cinquecentosette email in cui RyanAir intima di non farlo finchè non viene aperto il gate. Sul serio, il copywriter di Ryanair mi fa tenerezza.

Mentre cerco un cestino in cui gettare l’immondizia, mi cade l’occhio su un ragazzo addormentato che, in assenza degli strumenti adatti, ha pensato bene di togliersi la mascherina chirurgica per usarla come copriocchi.

Ve lo dico con tutto l’amore del mondo, e con tutta la mia profonda felicità per le riprese dei voli diretti Málaga- Treviso: se non siete attrezzati per garantire quel minimo di norme igieniche necessarie in tempi di pandemia, continuate ad operare su Venezia Marco Polo come si faceva fino a poco tempo fa. O ancora meglio (per me, ovviamente):  sfruttate l’aeroporto di Trieste, che è esageratamente grande per i due voli in croce che ha.

Comunque sia fate qualcosa, perchè il commento “viaggiare così è un incubo” è quello che ho ascoltato più spesso, in due lingue, al rientro dalle mie vacanze italiane.


giovedì 16 luglio 2020

Ti conosco, mascherina: differenze tra Italia e Spagna nell’estate del post-lockdown

Sarà che il Friuli Venezia Giulia non é mai stata una delle Regioni più colpite. Sarà che la compagnia dei genitori, di per sé, ti rassicura. Però mi guardo intorno e la pandemia, qui, sembra non esserci mai stata.


Arrivo dall’Andalusia: terra in cui, da questa settimana, la mascherina é obbligatoria SEMPRE; All’interno, all’esterno, che si rispetti la distanza di sicurezza oppure no. La devi indossare anche in spiaggia. Persino se sei da solo. A meno che tu non sia disposto a sborsare cento euro di multa per aver fatto finta di non capire.
Foto: El Confidencial/EFE






Arrivo da un posto in cui, nel quotidiano, i discorsi ruotano ancora tutti attorno al Covid. Dove si guarda con terrore all’aumento incessante dei contagi, e si fa il conto alla rovescia verso un secondo lockdown che tutti percepiscono come inevitabile.

Alle cinque del mattino, un taxista affetto da Diarrea Verbale mi portó all’aeroporto di Malaga stampando invettive contro il vetro protettivo. Reduce da un Sabato notte di ragazzini ammassati a bere in piazza Mitjana, parlava preoccupato di incoscienza collettiva. Ed io, sfidando il sonno, gli davo ragione. “Sembra che non gliene freghi niente”, “L’empatia andrebbe insegnata nelle scuole”, “Com’é possibile che le cachimbas non le abbiano proibite da subito?”. 

Quel giorno avevo lasciato il mio ragazzo a dormire a pancia in giù, pensando che chissà se sarei davvero riuscita a riabbracciarlo tra due settimane. Le notizie parlavano di nuove zone confinate in Catalogna, di riunioni con Sánchez per decidere le nuove misure da adottare; E la paura di una chiusura imminente dei confini, nella grandine degli aggiornamenti via social, colpiva forte fino a farmi sanguinare. 

Capirete quindi il mio shock quando sono scesa dall’aereo e mi sono resa conto che qui, nel Nord Est italiano, la mascherina la porto praticamente solo io. All’esterno non é obbligatoria. All’interno, i commercianti fanno finta di non vedere.

Le persone, per le strade, parlano del tempo, dei libri che hanno letto, dell’aperitivo da organizzare, in una normalità che di nuovo ha solo la viscosità del gel idroalcolico sulle mani.

Non dico che sia sbagliato. Davvero, questo non vuol essere l’ennesimo post in cui affermo che gli spagnoli sono bravissimi e noi facciamo schifo. Per niente. In questo caso, non sono proprio in grado di dire chi ha ragione e chi ha torto. Col senno di poi, in Italia la situazione é stata gestita meglio sin dall’inizio. I contagi oggi sono molto più controllati e i dati danno motivo di rilassarsi un po’.

É solo che mi sembra strano, vedere come tutti sembrano avere dimenticato. Avevo letto, una volta, di un meccanismo fisiologico che eliminerebbe il ricordo del dolore del parto dalla mente delle mamme, perché se lo ricordassero non vorrebbero più procreare. É una specie di istinto di sopravvivenza. Un ingranaggio ben oliato che fa funzionare la macchina perfetta del nostro corpo al fine di garantire continuità alla specie. 

Forse, qui, é successa un po’ la stessa cosa. Forse la maggior parte della popolazione ha rimosso l’immagine dei mezzi militari in fila indiana che portavano altrove i cadaveri di Bergamo, perché solo cosí puó riprendere a vivere.

Non lo so. Fatto sta che io quell’immagine non riesco a togliermela dalla testa neanche se la sbatto contro il muro. Come non riesco a togliermi quella dei morti impilati al Palacio de Hielo de Madrid. Non riesco - davvero, non riesco - a non pensare a tutta quella gente morta da sola, o magari guarita, sí, ma dopo tre mesi  su un letto d’ospedale con un tubo - e il cuore dei parenti- in gola. 
Non posso non ricordare le amiche che non hanno potuto dire addio a famigliari deceduti, perché bloccate in un’altra Nazione. Amiche che hanno dovuto assistere al funerale di un genitore, o di un fratello, via cellulare. Riuscite a pensare a qualcosa di più terribile? Perché a me si inondano gli occhi di lacrime solo a pensarci.

Se qualcuno riesce a dimenticare tutto questo, se riesce ad ignorarlo…beh, cavolo, beato lui. Lo invidio da matti, dico sul serio. E mi é anche piuttosto chiaro che, se mai avrò un figlio, sarà soltanto uno, perché quel meccanismo, mi sa che io non ce l’ho.

Tacciavo di irresponsabili gli spagnoli che non sapevano rinunciare all’abbraccio, alla birra sorseggiata gomito a gomito in un chiringuito. M’ero incazzata - soprattutto con me stessa, per non avere avuto i riflessi abbastanza pronti da farglielo notare - con la scarsa attenzione dimostrata da chi, incontratami per caso in un locale, si avvicinava a parlarmi senza mettersi la mascherina. 

Ero tornata a casa di corsa, con lo stomaco contratto dalla rabbia, quella volta che ero uscita a fare la spesa e m’ero ritrovata con un gruppo di 5 adolescenti appiccicati l’uno all’altro, incuranti di ogni divieto. Per non parlare dei turisti, arrivati da chissà dove per ustionarsi la pelle ignari d’ogni esigenza governativa di protezione. 

Mi piacerebbe poter dire il contrario, ma non arrivo dalla Terra Perfetta. Nemmeno in Andalusia, per quanto io la adori,  l’empatia e il rispetto regnano sovrani. Per questo io stessa mi stupisco, oggi, quando penso che, alla fin fine, forse c’é più coscienza civica lì. Ma forse non é nemmeno coscienza civica…forse é semplicemente più paura. 

La mascherina e le chiacchiere del quotidiano non sono l’unica differenza tra Italia e Spagna.

In effetti, sono molte altre le cose che mi hanno lasciato allibita al ritorno in Patria.

Per esempio, qui la “distanza minima” da mantenere tra una persona e l’altra (e, di conseguenza, tra un tavolo e l’altro al bar) é di un metro, mentre in Spagna é di 2. Non dovrebbe essere uguale in tutto il mondo? Le famose "goccioline di saliva" che ti attaccano la malattia non dovrebbero avere un raggio massimo d’azione, studiato da fior fior di scienziati? Va a capire.

Qui non si usano più i guanti al supermercato. In Spagna sono ancora obbligatori (oltre che un attentato ai nervi ogni volta che devi aprire il sacchetto della frutta). Li devi indossare all’entrata e gettare quando esci. Nei supermercati più piccoli, c’é ancora pure la fila unica alle casse.

A Venezia ho notato diversi  turisti con le audioguide alla Chiesa dei Frari, mentre in Spagna sono state tra le primissime cose ad essere abolite, in quanto considerate non igieniche. Per sostituirle, al Centro Pompidou usano pannelli informativi in due lingue collocati di fianco alle opere. In un negozio di cosmetica, qui nel mio paesino natale, ho visto addirittura dei Tester. I Tester! Le aziende di bellezza stanno usando la realtà aumentata per far provare i trucchi in modo virtuale, perché i campioncini gratis, quando non vengono aboliti, si considerano una tra le cose meno sicure in giro.

Fondamentalmente la differenza tra Italia e Spagna, in questa crisi, si riduce ancora una volta al modo di pensare.

Un nuovo lockdown darebbe il colpo mortale all’economia di entrambe le Nazioni. Ma se in Spagna stanno facendo di tutto per impedirlo, qui mi sembra che sia stato il fatalismo a vincere. É un po’ una contrapposizione tra le due filosofie “Facciamo in modo che non ci richiudano” vs. “Facciamo come prima, tanto non ci rinchiudono”.
E, insisto: davvero non so quale sia il modo giusto di prenderla. Quando tutto questo gran casino stava iniziando, presi posizione per il menefreghismo degli spagnoli, convinta com’ero che gli italiani stessero esagerando con l’allarmismo. É venuto fuori che mi sbagliavo di grosso, e proprio per quel menefreghismo c’hanno rimesso la vita migliaia di persone.

Per questo oggi non mi "schiero". Perché, fondamentalmente, sono consapevole più che mai di non capirci un cavolo di niente.

Di sicuro, so che vive molto più rilassati con la scuola di pensiero all’italiana. Senza dubbio sto molto meglio da quando, nel guscio della mia famiglia, mi adeguo a fingere che tutto sia passato.

Dall’altra parte, peró, lo spettro di quello che potrebbe succedere sta ancora lí. Sta scritto nella storia. La storia della febbre spagnola. La storia della Peste. La storia di tutte le epidemie che, nei secoli,  si sono prese una pausa in estate prima di sferrare l’attacco piú micidiale. E, se la storia insegna, allora credo che la precauzione non sia mai abbastanza. Anche a costo di esagerare.
Foto di una famiglia durante l'epidemia di febbre spagnola del 1918




E poi, parliamoci chiaro: La mascherina dà fastidio a tutti. Tiene caldo, é scomoda, ti dà la sensazione di non respirare a pieni polmoni. Vero. Ma quante volte abbiamo indossato per tutto il giorno un paio di scarpe che ci andavano strette, solo perché ci piacevano? Quante volte ci siamo fatte andare bene dei jeans anche se ci stringevano in vita? E, ragazze, non mi direte che vi fa piacere, d’estate, costringervi in un reggiseno! Però lo fate. Lo facciamo. Quindi perché non potremmo sforzarci di mettere una fascia di tessuto sulla bocca? Se proprio non vi va giù l’imposizione, pensatelo come un accessorio fashion da abbinare alle maglie o ai vestiti. Compratevene due o tre con fantasie carine, e divertitevi a scegliere di volta in volta quella che si addice di più al vostro outfit. Io faccio cosí, e vi garantisco che arriva un momento in cui quest’imposizione te la fai persino piacere. Come le scarpe. Come il reggiseno. Come i jeans.

Comunque una cosa c’é, ad accomunare Italia e in Spagna nell’estate del post-lockdown: la fretta nell’aprire i bar e la lentezza nell’aprire gli uffici essenziali. L’accelerazione dei consumi e il rallentamento della burocrazia. Perché, in fondo, nel bene e nel male, rimaniamo pur sempre due popoli mediterranei.


venerdì 10 maggio 2019

Ricordi di Madrid

Madrid è una collezione di deja vù.

Di volti che si sormontano.  Di frasi rimaste impigliate negli angoli addolciti delle sue strade.
C’è la Latina, che ha la voce di Leiva e un po’ anche quella di mia madre.

E Huertas, con Laura che guarda fuori dalla finestra di quel Primo Ostello da cui intrapresi un viaggio di ritorni regolari. Il Jazz di Casa Alberto. Le americane inacidite dal Jet Lag.

C’è il Palacio Real, con Michela che canta i Negrita in una versione tutta sua. E l’incrocio in cui ho conosciuto Céline a due passi dalla Gran Via.

C’è la Glorieta de Bilbao dove mi sono persa. L’hotel pagato dall’azienda la prima volta che ho visto l’Ambasciata. Il furgoncino coi vetri oscurati che mi guidava ad un concerto privato. E Gli showcase alla fnac. E i mercatini d’inverno. E quel locale trendy in cui m’aveva portata Carolina.

É incredibile pensare a quanti ricordi io abbia affidato negli anni alla Capital.

Non l’ho mai vista come una casa, perchè in una casa non ci ridi soltanto.

Lo so bene, oggi che ho rinnovato per un altr’anno il contratto del mio appartamento a Málaga. In una casa assapori lacrime orizzontali stesa a letto dopo aver ricevuto un rifiuto. In una casa organizzi le cene, prendi un té con un’amica, canti facendo le pulizie. Ma ricevi anche brutte notizie al telefono, spegni la sveglia di malumore, ti angosci sui siti per cercare lavoro. In una casa ti svegli col mal di testa dopo una serata in cui hai esagerato un po’.

Madrid non è questo. Madrid, per me, è sempre stato un punto di incontro tra persone in transito. La promessa di non essere mai sola quando, per caso, sei di passaggio lì.

É un luogo in cui ritrovi. In cui conosci. In cui abbracci. É il posto in cui andare a resettarti la vita. E in quei casi la città si lascia sfogliare come un libro, tra versi scritti sulle strisce pedonali, murales e cartelloni pubblicitari che sembrano messi lì apposta per aiutarti a capire chi sei.



Per questo è bello, condividere Madrid con le persone a cui vuoi bene. Perché lì, donde se cruzan los caminos, Madrid è un’oasi di felicitá.

Mi sembra ieri che l’ho vista di nuovo fare capolino dalla finestra di un aereo in ritardo. Era una notte stellata al contrario, coi Vetusta Morla a rivendicare la cittadinanza nelle scelte opportune del mio iPod.

E, come quasi sempre, ho avuto un brivido.

Tornare dalle ferie in Italia è un po’ tuffarsi a testa dentro un’altra vita.

E chissà se un giorno saprò mai spiegarlo davvero. Chissà se riuscirò a farvi capire come ci si sente ad addormentarsi nel letto della casa in cui sei sei cresciuta. A risvegliarsi nei ritmi e negli odori di sempre. E cercare sullo schermo di un cellulare un qualche tipo di prova tangibile che ti confermi che gli ultimi due anni siano davvero esistiti.

Perchè potrebbe essere stato tutto un sogno, a conti fatti. Che ne sai. In fondo, delle persone che vedi ogni giorno, qui non ce n’è neanche una. E qualcuno, sui sedili di un’auto, ti ha detto senza saperlo le stesse parole della canzone ascoltata la sera prima. In fondo tutto quello che avevi chiesto - tutto, fin nei minimi dettagli - si è materializzato in modo troppo perfetto per non essere frutto della tua immaginazione.

E in quella che era la tua casa - e che ora è la casa dei tuoi -  tutto è, invece, rimasto uguale.

Poi in genere l’aereo atterra, l’umidità di Málaga si insinua tra la pelle, e il sogno ricomincia da dove s’era fermato. Nel momento del rullaggio i ritmi lenti del nord-est si cancellano, come se l’ultima volta in cui ti sei stesa su quel letto non fosse stata ieri, ma due millenni fa.

Tornare è un atto brusco, sempre, in tutte le direzioni. Tornare mi sconquassa, mi confonde, mi stordisce.

Ma almeno questa volta, in mezzo, c’è stata Madrid. Ci sono stati gli amici che mi hanno accolta fuori dal Terminal 1 di Barajas e una città che mi si è srotolata attorno mentre Ángel la presentava a chi non c’era mai stato.

Madrid, nel weekend delle elezioni, mi ha fatto da cuscinetto per rendere l’impatto un po’ meno brutale.
Così in quest’altra vita, anzichè tuffarmi a testa, mi ci sono stavolta immersa in modo graduale. Macinando chilometri. Bagnandomi le labbra di Vermut. Aggiungendo volti ai ricordi, frasi alle strade.

Ho mangiato per la prima volta al Mercado de San Fernando, dove vendono libri al chilo e ti fanno i mondaditos de lomo a 4 euro con la birra inclusa.



Mi sono lasciata sedurre di ansia dall’arte claustrofobica di Tetsuya Ishida al Parque Del Retiro.

Ho abbracciato Nancy mentre cantavamo Hemos Ganado Tiempo al concerto dei Viva Suecia pensando che di tempo, sì, ne abbiamo guadagnato un bel po’.



E poi ho aperto gli occhi, a un certo punto, sull’autobus che ci riportava in Andalucía. Ho osservato i miei amici. Una guardava fuori dal finestrino con le cuffie alle orecchie e l’aria malinconica riflessa sul vetro. Un altro controllava i risultati della formula uno sul cellulare. Il terzo leggeva un libro. In quel momento erano talmente loro che mi è venuto da ridere.



Ho richiuso gli occhi, e ho pensato che ho avuto fortuna.

venerdì 22 marzo 2019

4 mostre da non perdere questa primavera a Málaga


Sulla strada per il Mercadona, i fiori sugli alberi si sono aperti come gli obiettivi dei cellulari che li immortalano. 

Come i miei occhi avidi di bellezza, e il mio cuore pronto ad acciuffare la vita. É primavera, señoras y señores. Lo dicono le ultime arance spiaccicate a terra sotto casa. Lo dice il profumo di Biznagas che, da una Calle Larios finalmente sgombra, mi sussura che il meglio deve ancora arrivare. 

Lo dico sempre, e lo ripeto una volta in più: questa è la stagione migliore per vivere la città. E non soltanto per il clima, o per il festival del cinema. Nella città dei musei, tra i tanti eventi che potete godervi in queste settimane, ci sono almeno quattro mostre da non perdere.

Queste: 


1. Un país nuevo. Henri Matisse (1869-1954) - Centre Pompidou Málaga

6 MARZO - 9 GIUGNO 2019
Ingresso Mostra: 4€ Intero, 2,50€ ridotto
Ingresso Mostra + Collezione permanente: 7€ Intero, 4€ ridotto
GRATUITO la Domenica a partire dalle 16.00. 

Foto: Málaga Hoy


Immaginate di essere a Madrid. Uscite dal Reína Sofía, con gli occhi gonfi di quel solito, inspiegabile, dolore che vi inonda ogni volta che vedete il Guernica. State pensando che sì, d'accordo, il Pompidou di Málaga sarà pure uno dei vostri musei preferiti; Ma, siamo obiettivi: non potrà mai superare questo. 

É allora che, manco fosse spinto da un atto di gelosia, il cubo più colorato d'Europa annuncia sui social la sua mostra ad oggi più ambiziosa. 

Matisse, nientemeno. Che, accidenti, ti viene da dire "m'arrendo". Scacco matto. Hai vinto tu. 

In occasione del 150 anni dalla sua nascita, la sede malagueña del museo parigino ha raccolto in totale 48 tra quadri, sculture e disegni di uno dei più grandi Maestri della modernità. 

Le opere selezionate ne ripercorrono la traiettoria artistica dagli inizi fino agli ultimi lavori degli anni '50, includendo capolavori come Il Violinista alla Finestra (1918), realizzato durante i suoi primi anni a Nizza, o il Nudo rosa seduto (1935-1936), emblema della semplificazione radicale a cui Matisse aspirava da sempre. 


2. Olga Picasso, Museo Picasso Málaga 

26 FEBBRAIO- 2 GIUGNO 2019
Ingresso Mostra: 6,5€ Intero, 4€ ridotto
Ingresso Mostra + Collezione permanente: 12€ Intero, 7€ ridotto
GRATUITO la Domenica a partire dalle 17.00.

Foto: De Museos Por Málaga

Il Museo Picasso dedica una delle sue mostre più intime e particolari ad Olga Khokhlova, la prima moglie dell'artista malagueño e madre del suo primo figlio. 

Come ricorda il blog "De Museos Por Málaga" (che se amate l'arte vi consiglio di seguire), Olga fu la donna che, più di tutte, influì sull'arte di Pablo. La ritrasse in tutti i modi e in tutte le forme: la conosciamo classica, surrealista e cubista. L'abbiamo vista dolce e sensuale all'epoca dell'innamoramento, e deformata fino a sembrare un mostro quando l'amore era ormai bell'e finito. 

Ma, al di là di quello che le opere di Picasso ci trasmettono, la sua figura era rimasta fino ad ora per molti versi avvolta nel mistero. Almeno così fu per Bernard Ruiz-Picasso, suo nipote, che ha commissionato questa mostra spinto dal desiderio di saperne di più sulla nonna. 

Mischiando arte e vita personale, l'esposizione si basa sul contenuto del baule di viaggio che Olga, ballerina russa, portava sempre con sé: oltre 350 oggetti tra lettere, disegni e fotografie che ci permettono di conoscere un po' più da vicino sia la sua vita di coppia con Picasso che il contesto politico e sociale in cui si svolgeva. Alcune delle opere più iconiche del genio malagueño accompagnano e completano quella che si potrebbe quasi definire una sorta di narrazione multimediale. 

Se come me avete visto Genius: Picasso (la serie di National Geographic con Antonio Banderas) vi incuriosirà ancora di più. 

3. El Jardín Secreto, Museo del Patrimonio Municipal, Málaga (Sala de exposiciones de la coracha)

20 FEBBRAIO- 30 APRILE 2019
Ingresso Gratuito. 



Quando pianifichi itinerari artistici per la città, il Museo del Patrimonio Municipale tendi inevitabilmente a dimenticarlo. É un peccato, perché invece organizza spesso esposizioni degne d'attenzione. Come questa, che raccoglie oltre 300 opere di collezionisti privati per esplorare la relazione tra l'arte e chi l'acquista per il puro piacere estetico di abbellirsi la casa (e la vita). 

Tra i lavori esposti si apprezzano le firme di alcuni dei nomi più rappresentativi della scena contemporanea malagueña, come Enrique Brikkmann o Francisco Peinado. Ma c'é spazio anche per autori di rilievo internazionale, come Anish Kapoor, Per Barclay, Markus Oehlen, David Hockney o Louis Bourgeois, tra gli altri. A completare il catalogo troviamo poi numerosi rappresentanti nazionali come Chema Cobo, Guillermo Pérez Villalta, Juan Uslé, Abraham Lacalle, o Manolo Quejido, oltre ad un'interessante scommessa sugli artisti emergenti. 

Consigliatissima soprattutto se siete curiosi di dare uno sguardo al movimento artistico contemporaneo più autentico. 

4. Van Gogh Alive, Puerto de Málaga (Paseo de La Farola) 

9 MARZO - 9 GIUGNO 2019
Ingresso Mostra in giorni lavorativi: 12€ Intero, 10€ ridotto
Ingresso Mostra in giorni festivi: 14€ Intero, 12€ ridotto
Foto: Yo Soy Mujer

Sarò sincera: il prezzo di questa mostra (o forse dovrei dire "esperienza") è un po' un furto. Esigere 12 o 14 euro per qualcosa che non ha un reale valore artistico mi sembra esagerato e fuori luogo, specie se paragonato al costo delle 3 esposizioni appena menzionate. 

Penso, però, che vada vista. A costo di uscirne delusi e incazzati. 

Perchè? 

In primo luogo perchè è attualmente l'esposizione multisensoriale più visitata al mondo, e la curiosità impone di capirne il motivo. E poi perchè incarna un nuovo formato di vivere l'arte, che attira il pubblico più giovane e apre scenari interessanti in vista del futuro. 

A due passi dalla "farola" (l'iconico faro malagueño con cui culmina la passeggiata del Muelle Uno), un tendone di oltre 800 metri quadrati pieno di maxischermi promette allo spettatore di vivere un'esperienza unica nel suo genere, immergendosi letteralmente nella vita e nell'arte di Vincent Van Gogh. 

Oltre 3.000 immagini proiettate sulle pareti e sul pavimento e accompagnate da musica scelta per l'occasione, permettono di "passeggiare" in mezzo ai paesaggi dipinti dall'artista e apprezzare ogni dettaglio dei suoi autoritratti, fino alla singola pennellata e al modo in cui si mischiano i colori. 

Allo stesso modo, si può conoscere la vita e l'evoluzione della traiettoria artistica di Van Gogh senza alcun bisogno di audio-guide. 

L'obiettivo è quello di "ispirare, intrattenere ed educare il pubblico", risvegliando l'interesse per l'arte nelle persone che normalmente non visitano i musei. Chi lo fa, potrà invece quantomeno provare un'esperienza diversa dalle solite. 


lunedì 1 gennaio 2018

Buon Viaggio Nuovo




Gocce di pioggia sulla finestra. Un torpore ad alto tasso glicemico e il tunnel carpale da risposta agli auguri. É la giornata mondiale della Resaca. Della Citrosodina. Dei giochi in scatola a cui verosimilmente perderò. Un nuovo anno inizia e, come sempre, mi costringo a dargli il benvenuto sul blog. Come rituale è stupido, mi rendo conto. Si appoggia su frasi fatte e finte convinzioni. Eppure per qualche motivo continua a rassicurarmi, invitandomi a scrivere con costanza per tutti i dodici mesi a venire. Una promessa con me stessa che, del resto, non ho mai disatteso.


Quindi sì, potrei senz'altro fare dei propositi. Usare Bla Bla Car. Non guardare le mail di lavoro nel weekend. Imparare a non giustificare nessun no. La verità, però, è che da questo 2018 non voglio niente di diverso da quello che il 2017 mi ha già dato. Proprio a volerlo migliorare chiederei magari più calma, una maggiore stabilità, una frangetta più disciplinata e l'estinzione definitiva degli scarafaggi. Potrei rinunciare persino ad una casa vista mare in cambio della stessa salute, della stessa libertà, dell'identico senso senso di impagabile gioia. E vagonate di roba al pil pil. La mia vita sarà sempre perfetta, finchè sarà condita al pil pil. 

Per migliorarlo mi impegnerei semmai ad aumentare la quantità di letture, ché è stata per pochissimo inferiore al libro al mese, e non potete capire quanto mi faccia incazzare. Soprattutto, però, in questo 2018 vorrei viaggiare di più. Perchè il problema, quando vivi in una città che ami, è che non l'abbandoneresti mai. E invece io, Málaga o meno, voglio continuare ad esplorare il mondo come facevo prima che la base a cui tornare avesse un cielo così dannatamente blu. 

Propositi allora? Naah. Sono sopravvalutati. Questa volta preferisco sostituirli con la wishing list delle destinazioni ideali. Non riuscirò, ovviamente, a visitarle tutte in questi dodici mesi. Non senza una vincita alla lotteria o a un qualche tipo di sovvenzione esterna (partecipereste ad un crowdfunding per farmi girare il mondo? Dico sul serio). In ogni caso è una prima selezione. Una limitazione delle infinite possibilità offerte dal Pianeta. Un punto saldo a cui tornare quando le offerte delle compagnie aeree coincideranno con le vacanze e l'immaginario salvadanaio a forma di maialino suonerà abbastanza da poterlo spaccare. 

Ecco, quindi, il risultato di un'attenta riflessione. Buon viaggio nuovo a tutti quelli che come me girano il mappamondo senza riuscire a smettere neanche un secondo di sognare. 

TRAVEL WISHING LIST 

Le mete più vicine: 

- Caminito del Rey 



Al diavolo i perenni Sold Out sul sito: non si può vivere a Málaga senza percorrerlo almeno una volta. E, lo prometto, ci riuscirò. 

- Torcal de Antequera 




Idem come sopra. A dirla tutta, il parco naturale con i dolmen mi piacerebbe anche come cornice notturna per ammirare stelle impossibili da scorgere nell'inquinamento luminoso delle città. Concetto forse un po' troppo romantico in assenza di fidanzati, tuttavia. E allora niente, mi va bene anche di giorno. Scarpe comode e Domeniche diverse. Basta andare. 


- Comares




Non riesco a non pensarci da quando me ne ha parlato uno dei classici taxisti andalusi troppo loquaci mentre mi riportava a casa. Un pueblo blanco, affascinante nelle foto almeno quanto Frigiliana. Tanto vicino quanto difficile da raggiungere con i trasporti pubblici. Mendico passaggi in auto con gli occhi imploranti stile Gatto di Shrek. 


- Almeria e Deserto di Tabernas 





L'unico deserto d'Europa mi ha sempre affascinata, anche solo a immaginarlo nelle enormi distese ocra oltre ai finestrini di un aereo. Vicino c'è una città che non conosco, ed una spiaggia niente male. Tutti motivi più che sufficienti a farne il progetto di un qualche weekend. 


- Minas del Rio Tinto (Huelva)




Fiumi rossi, paesaggi marziani. Di questi scenari fuori dal comune avevo già scritto, ma non è stato sufficiente a trasformare l'interesse in azione. Fino ad ora.

- Setenil de Las Bodegas





.... Per non parlare di Setenil, con la sua inquietante roccia che attraversa e taglia in due il paese. Nella mia wishing list da troppo tempo per essere ancora qui a parlarne. 

Le mete appena un po' meno vicine: 

- Cáceres

Un'amica che ci vive é di per sé il miglior pretesto per visitare una città che non conosci.


- Fuerteventura











Ci suona Dani Martín il prossimo anno. A Settembre. Usare i concerti come scusa per viaggiare era una delle mie migliori abitudini del passato. In questo caso, la ripristinerei più che volentieri. 

- Islas CIES

I caraibi spagnoli, ad accesso limitato in segno di rispetto per la natura. Bastano le foto per capire perchè ci voglio andare. 

I luoghi in cui tornare:

- Londra







E' passato troppo tempo dall'ultima volta che ci sono stata. Di voli low cost da Málaga ce ne sono troppi per non approfittarne. 

- Córdoba 






Non ci rimetto piede dal 2009. E' letteralmente a due passi. Già solo per la mezquita vale la pena rimediare. 

- Parigi





Vedi Cáceres. Qui di amiche ne ho addirittura due o tre. E per quante volte io possa esserci già stata, a Parigi c'è sempre qualcosa di nuovo da scoprire. 


- Sicilia



Non una città ma una regione. Perchè la Sicilia e l'Andalusia condividono clima, gastronomia e paesaggi. E forse proprio per questo è uno dei posti d'Italia che più amo. 


I luoghi da scoprire (In Europa):


- Lisbona









Vintage e trendy. Lenta e frenetica. Malinconica e vivace. Lisbona mi sa di contrasti netti e tramonti da cartolina, per un tipo di metropoli diversa da tutte quelle che ho fino ad ora avuto modo di visitare.


- Atene




La Grecia più mitica, storica e continentale. Quasi un obbligo visitarla, per una che sui Miti ha pure scritto un libro. Sono sicura che potrei lasciarci il cuore.



- Praga





Tra tutte le città dell'Est Europa è da sempre quella che più mi affascina. In più, è anche relativamente low cost.

- Lubjana














A poco più di un'ora d'auto da Trieste. Riuscite a credere che non ci sono mai stata?


- Islanda 



Voglio vedere l'aurora boreale, almeno una volta nella vita. Lo voglio fortissimamente. Peccato che, con tutta probabilità, finirei ibernata appena due secondi dopo averci messo piede. 


Le mete extra-europee: 


- San Francisco





La California è ormai per me ben più di una destinazione: é il progetto mai portato a termine, l'essenza stessa del sogno da coronare. Ho visto, letto, e sognato talmente tante cose su San Francisco che mi sembra di esserci già stata. Quando finalmente ci andrò lo farò con l'emozione del Viaggio della Vita. Perchè è un Quando, non un Se. Me lo ripeto mentalmente ogni volta che ascolto quel dannato brano di M-Clan. 


- New York






Mille film che diventano città. Il luogo in cui, una volta nella vita, DEVI assolutamente andare. Uno di quei giochini idioti su Facebook diceva che sarebbe stata la mia destinazione del 2018. Posso solo incrociare le dita e borbottare "speriamo".