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martedì 1 settembre 2015

Tipi da spiaggia



Avere il mare a due passi da casa, lo ammetterete, è sempre e comunque una fortuna. Anche quando, al posto dei Caraibi, ti ritrovi un vero e proprio bivio generazionale. E' una regola non scritta. Una convenzione forgiata da anni di morfologie e frequentazioni. 'Somma, se sei nato e cresciuto nel mio paesello sai già dove andare non appena raggiungi la Scalinata: una sorta di confine presidiato tra due Stati appartenenti ad un'identica Federazione. La chiamerò MJ (pronuncia: emmggei) anche se sembra il nome di uno dei Backstreet Boys.



Per gli stranieri ci vorrebbe un cartello, ma forse è già abbastanza esplicativa la fila di motorini parcheggiati: vai a sinistra se hai meno di 20 anni. Sempre dritto se ne hai dai 30 in sù. Per quelli compresi tra i venti e i trenta non è prevista una collocazione. Di fatto immagino che vaghino sperduti in un buco nero piangendo con un bicchiere in mano alla ricerca della propria identità. 

Cioè, più o meno come ho fatto io. 

Io che, infatti, non frequentavo questi posti grossomodo da quando giravo impunemente con un coniglietto di playboy sul culo. E di sicuro non ricordavo come fosse la zona degli "Over". 

Ecco, ora lo so. E posso dirvi che tale ameno loco ti costringe a camminate di kilometri in mezzo a gruppi di vispi pesciolini. Il tuo obiettivo iniziale è una bella nuotata. Poi, quando ti rendi conto di aver quasi raggiunto Trieste a piedi senza esserti neanche bagnata la pancia, inizi progressivamente a ridimensionare le aspettative. L'acqua al ginocchio. L'acqua sotto al ginocchio. L'acqua al polpaccio. L'acqua alla caviglia. Dopo tre giorni finisci col distenderti rassegnata sul bagnasciuga schizzandoti un liquido sabbioso e salato che ha la stessa temperatura del piscio (e, vista la quantità di bimbi, probabilmente lo è). 

Questo lato di MJ (pronuncia emmgei) comprende anche un bar in cui è dagli anni '90 che passano a tutto volume gli Aventura. Di fronte ce n'è un altro, un po' più fighetto. Un tempo era l'unica concessione allo sconfinamento che ci facevamo noi bimbeminkia ante-litteram dopo esserci legate il pareo in vita. Ci sedevamo per mangiare un magnum o un Calippo alla Coca Cola. A volte - proprio in rarissime occasioni - magari giusto giusto un biscotto bigusto (o bi-giusto, in questo caso. Ah ah ah, sono simpaticissima). Ricordo che c'era un juke box dove mettevamo sempre le stesse canzoni. Tipo i LunaPop. Ché sotto certi aspetti sono sempre stata una tipa coerente. 

Comunque. Il lato positivo dell'area Over è la percentuale nettamente minore di ragazzi con le palle.Che detto così sembra una brutta roba. Invece. 

Il fatto è che, vedete, io ho subito una specie di trauma adolescenziale che mi porta ad odiare visceralmente le aggregazioni maschili intente a dilettarsi nel giuoco della pallavolo, calcio o altre discipline dinamiche che prevedono passaggi di oggetti sferici in mare. Per capirlo, dovete sapere che sono sempre stata negata in qualunque tipo di sport. A ciò va aggiunto che per fare il bagno mi tolgo gli occhiali da miope, il che fa di me una specie di accecata che non ci vede più in là di un metro.

Come se non bastasse, da adolescente avevo l'aggravante di girare sempre con amiche molto più attraenti. Il che portava al replicarsi di una stessa situazione: noi che usciamo a fare il bagno e i ragazzi, decisi a provarci (con l'amica) , che fanno cadere apposta la palla verso di noi chiedendo se vogliamo giocare. Capitava che l'amica, in effetti, accettasse al grido di "bello conoscere gente nuova!" o "figo quello, no?" (MA CHI? MA CHI LO VEDE?! MA CHE FACCIA HA?). Ed è così che mi trovavo soggiogata alla Figura di Merda del Secolo dato che, a causa delle suddette cause concomitanti (imbranataggine+cecità) non beccavo una palla manco a morire. Ripiegavo sulla tattica dell'andarmene solo nei rarissimi casi in cui qualche briciola di amor proprio decideva di intervenire, anche perchè passare dal fare la parte della sfigata che non sa giocare alla sfigata che resta da sola a riva non era in ogni caso l'ideale. Da allora, odio con tutta me stessa chiunque giochi in spiaggia e sto alla larga da qualunque pallone anche solo accidentalmente sulla mia traiettoria. 

Beh, tranne in Spagna. Ma - a mia discolpa-  quel tizio a Gandia era davvero carino (avevo gli occhiali!),  per ridargli il pallone bastava un calcetto, e poi in Spagna si sa che sono un'altra persona.




Comunque. A parte qualche raro esponente della categoria sportivi in questione, ci sono altri personaggi caratteristici degni di nota che popolano il microcosmo di MJ (pronuncia emmgei) Over. Come non menzionare, a titolo di esempio, il campionario variopinto di Dormienti?  Alcuni russano sonoramente. Altri si rannicchiano in posizione fetale. C'è anche qualche vecchietto collassato sulla straio con la testa di lato che non capisci se abbia avuto un malore finchè non si riscuote borbottando qualcosa in dialetto. E poi ci sono i bimbi che, sotto lo sguardo attento dei genitori, giocano a:

- Far annegare Barbie Sirenetta immergendola a testa in giù;
- Creare buche di profondità tale da raggiungere il centro della Terra, prevenire i terremoti e contattare Povia;
- Giocare alla Costa Concordia facendo schiantare una nave di plastica contro il secchiello capovolto.

Che tenerezza.

Ancora, ci sono signore che disquisiscono di tecniche depilatorie. Intellettuali che si confrontano per ore sulla fine dell'Impero Romano d'Oriente con quaranta gradi all'ombra (mah!). Famiglie accampate dalla mattina con tende quechua, coperte per picnic, fornellini da campeggio, mini-frigoriferi, e secondo me anche qualche armadio Ikea. Ogni volta che le guardo mi ricordo il monologo di Dani Rovira sugli andalusi, e confesso di sentirmi un po' più a casa. 







Last but not Least, ci sono i venditori. Ma mica quelli del Cocco Bello. Naaa. Troppo inflazionati. Questi, mentre cerchi di adeguarti al mood della tribù dei dormienti, ti propongono, nell'ordine:

- Libri su Martin Luther King. Peraltro in inglese.
- Belle tute (adesso? Ho caldo!)
- Bei pantaloni (adesso? Ho caldo!)
- Bei vestiti (beh, quello quasi quasi...)
-Pinguini Nani di dubbia utilità che, sostenuti da un filo invisibile, sono in grado di galleggiare in piedi sull'acqua. Che, dico io, come si fa a spendere dei soldi per una roba del genere? Ma dove siamo capitati? Certo che le inventano tutte! Ah, il consumismo. Ma ci credete? MAPPERPIACEREAHAHAHAHCHERIDICOLIAHAHAHAHA. 






Lo so, sono bellissimi. Ne voglio subito uno. 





mercoledì 21 dicembre 2011

Il passato, face to face.

Io una volta avevo un blog. Non questo, dico: un altro .Il primo. L'avevo aperto nel 2003, protetta dall'anonimato di un nickname. Ero soltanto una ragazzina, eppure ancora mi sorprende il successo che aveva. Certo, come tutto, c'era voluto un po' perchè prendesse piede. Ma ero molto paziente, all'epoca. Armata di un manuale che riportava l'elenco aggiornato dei blog più letti in Italia, ero passata a lasciare commenti mirati sotto ad ognuno dei loro ultimi post. Post che avevo letto davvero, e che davvero mi riuscivano ad interessare. Erano frasi brevi, profonde o ironiche a seconda della circostanza. La costanza aveva portato alla familiarità. La familiarità all'intriga. E forse era vero che non scrivevo male. Morale: con quel blog, in rete, ero quasi riuscita a farmi un nome.



Lo aggiornavo quotidianamente, alternando scritti lunghi ad illuminazioni twittere ante-litteram. Zero immagini. Carattere Times New Roman corpo 12. Interlinea inesistente. Eppure, avevo una media di 15 commenti a post. E non parlo di spam, badate. Non mi riferisco agli inutili “passa da me”. No. Quella era gente che mi leggeva, e lo faceva con attenzione. Su quel blog, tra quei commenti, erano arrivati a lasciare la loro firma scrittori di best sellers come Luca Bianchini, Federico Moccia (ebbene sì) o il duo emergente tutto al femminile Canevari e Fiume. Per non parlare delle cosiddette e pluripremiate blogstar: gente come l'autore di “e io che mi pensavo” , Squonk o Personalità Confusa passavano a dire la loro in più di un'occasione. Se non sbaglio, l'aveva fatto in un caso persino Macchianera in persona. Avevo anche inventato una fiction comico-fantasy a puntate, molto liberamente tratta dalle vicende che accadevano durante un corso di spagnolo all'università. Ogni puntata occupava in media 4 pagine di word, per dire. Eppure erano i post più apprezzati, in barba alla legge della brevità di cui tanto si riempiono la bocca gli esperti di comunicazione online. I lettori fissi li chiedevano a gran voce. Molti mi scrivevano in privato dicendo che s'erano stampati la puntata per poi leggersela a letto prima di andare a dormire. Lo giuro. Era qualcosa di incredibile, almeno a pensarci ora. Di estremamente gratificante, anche e soprattutto per la mia autostima.

Ma la cosa migliore era che non me ne importava. No. Per niente.

Io, quel posto, lo usavo per sfogarmi. Raccontavo delle mie cotte, dei miei pensieri, delle bizzarrie infinite della vita quotidiana. Il fatto che nessuno mi conoscesse (salvo qualche sporadica amica tra le più fidate) mi dava una libertà che, a conti fatti, m'accorgo oggi di non avere più. Perchè finchè la vita reale non fa irruzione nel tuo racconto, puoi fregartene delle convenzioni sociali. Se t'innamori lo scrivi. Se t'incazzi lo scrivi. Se conosci qualcuno che ti sta antipatico a pelle, beh, che cacchio! Anche quello lo scrivi. L'anonimato non ti obbliga a proteggere un ruolo davanti alle aziende che ti cercano su google, né tantomeno a tutelare gli altri dalle offese di una troppo cruda verità. Io non ero Ilaria, su quel vecchio blog. Eppure, forse, ero me stessa più di quanto ogni giorno, in faccia al mondo, io riesca ad essere mai.



Ricordo commenti del tipo “sei sicura che sia una buona idea?”, oppure, “parli di questo qui con troppa frequenza, non é che ti piace?”. E ricordo anche che io, puntualmente, mi ci incazzavo. Negavo, a me stessa prima ancora che a loro. Sempre. Pensavo che quella gente non mi conosceva. Che non avesse diritto di giudicarmi. Eppure, con il senno di poi, mi sono accorta di come quegli estranei avessero, incredibilmente, quasi sempre avuto ragione.

E poi c'era uno, che mi leggeva sempre. Se non ricordo male, amava la Spagna pure lui. Non mi aveva nemmeno mai vista in faccia, eppure ricordo con certa gratitudine il momento in cui mi disse che, soltanto per quello che scrivevo, per il mio modo d'essere, pensava che di una come me si sarebbe senz'altro innamorato. Ovviamente, lì per lì ero scappata terrorizzata. Troppa franchezza, troppa sfrontatezza. E chi diavolo sei? Ma è stato in quel momento, grazie a quelle poche parole, che ho deciso che essere se stessi è in fondo l'unica cosa che davvero paga.

La migrazione di Splinder: è sempre colpa sua, se mi ritrovo oggi faccia a faccia col passato. Una mail promemoria. La decisione di lasciarlo andare....

E, di colpo, sono di nuovo lì. Al momento della svolta. Al mio tragico errore. Chè avevo commentato col nickname il post in cui un'amica parlava di me con nome e cognome. Mi sembra di riviverlo, adesso, il profondo terrore di quell'affermazione. Era l'ultima lezione di un corso universitario a Parma. Minuti di cazzeggio nell'aula d'informatica, coi piedi sanguinanti sotto le dannate scarpe nuove che dopo quel giorno non ho messo mai più. D'un tratto qualcuno, alle mie spalle, aveva iniziato a leggere a voce alta le prime righe del post di quell'amica. M'ero girata di scatto, il sudore sulla fronte, pensando tra me e me “Dio, per favore, fa che non legga i commenti!”. E poi invece l'aveva fatto. E poi aveva visto che, sotto a quel mio commento, c'era il link al blog.

Non ho mai saputo se al mio “smettila, ti prego, smettila, ti imploro perfavorepercaritàdidioperdiononcliccare” sia poi mai seguito l'effettivo clic. Di certo lui era rimasto in silenzio per qualche secondo, fissando lo schermo. E poi guardandomi stranito in virtù di una reazione che a chiunque , in effetti, sarebbe sembrata un filino esagerata. Anche perché non é che l'ultimo post in ordine cronologico fosse granchè rilevante, o personale, o spaventoso. Anzi, credo parlasse della bellezza di Parma in un giorno di primavera. Niente di che. Ma resta il fatto che non ero più riuscita a concentrarmi su nient'altro fino all'agognata fine di quella giornata.

Chè, lo sappiamo tutti: le notizie fanno in fretta a propagarsi. Studiando giornalismo lo sapevo, allora, soprattutto io. E in quel preciso istante, ci fosse stato o meno il clic, il mio segreto non era più al sicuro. La prima cosa che feci, appena arrivata a casa, fu andare su splinder e rendere privato quel blog. Seguì un sospiro di sollievo. Il giorno dopo, un'altra ragazza – mia compagna di corso – mi disse infatti, com'era prevedibile, di aver letto il mio messaggio fittizio di scuse. Quello che adesso appariva se, cliccando sotto al blog della mia amica, capitavi su quel mio vecchio blog. Per la serie, "l'avevo detto, io". 



Faccia a faccia con i post di quel periodo, mi sono trovata oggi a chiedermi cosa sarebbe successo se quel ragazzo, quel giorno, non avesse detto nulla. Forse, chissà, sarei riuscita con il tempo a diventare una blogstar anch'io. Però quanti danni....Dio, che caterva infinita di danni avrei finito con l'infliggere alla mia vita quotidiana! Perchè fregarsene delle convenzioni sociali, in fondo, va bene solamente finchè la società non entra in esse. Dopo, ci son soltanto casini. E poi,boh, magari è vero che qui sono un po' meno libera. Che scrivere mettendoci la faccia mi diverte meno che allora. Ma le opportunità che sono arrivate grazie a questo spazio; le persone che grazie a queste righe ho conosciuto...beh, non sono certo qualcosa che posso rinnegare. No. Io a questo posto devo troppo. Anche se non mi scrivono i “vip”, e i 15 commenti al giorno non li ho più. Forse soprattutto per questo. Perché oggi sí, che a cose come quelle darei peso.

Alla fine sono tornata su quel primo, vecchio blog. Nei circa 5 minuti di tempo in cui l'ho reso pubblico per esportarlo su di un'altra piattaforma ben 5 persone hanno visitato il mio profilo. Una a minuto, capite? Sono arrossita dietro allo schermo. Poi, al sicuro in un posto che non dirò, l'ho richiuso alle visite esterne.

E' una fetta del mio passato cui soltanto io posso oggi accedere. Ma il passato va affrontato, anche a scadenze regolari. Al passato io non ce l'ho avuto nemmeno stavolta, il coraggio di dare un definitivo addio.