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mercoledì 14 agosto 2013

Adottare parole. E palabras.

In effetti, l'incentivo a riscrivere il Decameron in 100 tweet sarebbe anche potuto bastare. Ma é soprattutto per un'altra iniziativa che la Società Dante Alighieri si è aggiudicata in questi giorni la mia eterna stima. Parlo del progetto "Adotta una parola", nato per tutelare i termini italiani in via d'estinzione. Sí, insomma, per evitare l'appiattimento del linguaggio in un'era digitale sempre più votata a sintesi, immagini e reiterazioni.

L'idea è quella di scegliere un vocabolo tra quelli messi a disposizione da ben quattro dizionari tra i più prestigiosi della nostra Nazione. Se é in grassetto, significa che nessuno si é ancora proposto come suo custode. Farlo - e, cioé, adottarlo- significa incentivarne l'utilizzo. Inserirlo nei propri scritti. Proteggerlo da intemperie e metaforiche ragnatele.

Io poi mi sono sentita piuttosto orgogliosa, devo dirvi la veritá: sfogliavo la versione online del Garzanti, e mi sono accorta che gran parte di quelle parole in grassetto le uso giá di frequente nei miei post. Sul serio, per cinque secondi netti mi sono sentita intelligentissima. Peccato che poi mi sia subito passata.
Comunque. Insistevo nella ricerca perchè pensavo che adottare una parola fosse un po' come prendere in affido un cucciolo in canile. Dicono sia lui a scegliere te, non il contrario. E in effetti, ci crediate o meno, è stato proprio così.



Non ho avuto dubbi, quando ho letto "ispanofono". Ci ho cliccato sopra. Mi sono impegnata ad utilizzarlo ogni volta che capiterà l'occasione. A denunciarne l'uso improprio. Insomma, ad averne cura. Mi stava aspettando, lo capirete anche da voi. 

D'altronde, come me, ci sono anche tanti vip ad aver aderito all'iniziativa. Giorgia e Javier Zanetti, per esempio, sono diventati custodi di "fuggevolezza". Matteo Renzi ha scelto "propinare", Giuliano Pisapia "dirimere", e Dario Fo  "Gibigiana", termine di origine lombarda che francamente non ricordo di aver mai sentito prima d'ora. 



La cosa migliore, peró (almeno nell'ottica di questo blog), é che anche in Spagna c'é un'iniziativa simile. La Escuela de Escritores de Madrid e la Escola d'Epscriptura del Ateneo Barcelonés hanno, infatti, collaborato per mettere assieme un'autentica Riserva di termini castigliani e catalani ormai in disuso. Ci sono riuscite grazie alla partecipazione di 21.632 persone provenienti da 69 Paesi diversi che, dal 30 Marzo al 21 Aprile scorso, hanno preso sotto la propria ala protettiva piú di diecimila parole.

Tra esse, la piú adottata dalle popolazioni ispanofone (strizzata d'occhio!) é risultata essere "bochinche". Il significato? Una situazione confusa, caotica, senza ordine alcuno. 'Somma, per farla breve, un casino.

Potete consultare l'elenco completo dei quindici vocaboli spagnoli piú custoditi a questo link. E voi, cosa aspettate ad adottarne qualcuno? 

lunedì 7 gennaio 2013

Ask: il social network delle domande (e dei tamarri).


Io, ai Social Network, farei prima a farci l'abbonamento. Tuttavia, credo che Ask.fm abbia davvero una grande potenzialità. Insomma, in fondo viene a sostituire quei lunghissimi test da duemila domande l'uno che nella mia immediata post-adolescenza mi divertivo spesso a compilare. Con la differenza che a fartele, quelle domande, sono altre persone. Gente in carne ed ossa, più o meno pettegola, che esprime reali curiosità. Il che lo rende giorno dopo giorno sempre nuovo, e un po' più ricco di stimoli.



Forse, però, dovrei cominciare dall'inizio. E cioè dallo spiegarvi in che cosa consista, 'sto benedetto Ask. Non che del resto ci sia molto altro da aggiungere. Voglio dire, ti crei un profilo. Ne condividi il link. E chiunque lo voglia, in un paio di click, può farti una domanda in modo anonimo. A tua discrezione se rispondere e quando. Ma, se lo farai, sappi che la risposta (con relativo quesito) apparirà in pubblico a chiunque, iscritto o meno al social, decidesse di farsi un po' di affari tuoi. Insomma: è una sorta di continua intervista a mille voci rivolta a persone non famose. Interessante per il marketing. Interessante per gli studi sociologici. Ma soprattutto, interessante per me. Ché, lo ripeto: adoro rispondere a domande nei miei (seppur rari) momenti di noia.

Il problema è che, fino ad ora, Ask – per la sua stessa struttura basata sull'anonimato – sembra essere territorio principe della curiosità morbosa e del gossip sfrenato. Basti pensare a come io l'ho scoperto: colpa della sua diffusione in un ambiente groupie esasperato da eccessive gelosie. L'odio, l'invidia, la necessità assurda di criticarsi gli uni con gli altri ha trovato lì il giusto sfogo. La cornice perfetta a insulti, contrattacchi, insinuazioni. Per contro, sembra anche essere dominio incontrastato di esibizionisti e gente un po' tamarra, almeno a giudicare dalle attività più popolari.

Ma nonostante questo...oh, a me piace.
Mi piace perché, come sempre, un mezzo è solo un mezzo. Poi sta a te decidere che uso farne.
E lì a me chiedono del libro. Dei viaggi. Dei miei progetti personali e professionali.

Su ask mi aiutano a raccontare cose che magari a volte ho dato per scontate. O che, se non altro, non pensavo potessero interessare. Questo sì: devo ancora lavorare sulla sintesi.

Mentre ci provo, se lo volete, potete chiedermi qualcosa anche voi. Basta andare a questo link.  




mercoledì 24 ottobre 2012

Cose da non fare su twitter.


Mettiamo le cose in chiaro: oggi non aspiro a originalità. Per niente. Del resto, anche volendo, 'sta botta di primavera fuori luogo mi ha gettata in una sorta di coma irreversibile. Di quelli che non ti salverebbe manco una dose di caffé al ginseng per endovena. E dire che stavo già facendo il countdown verso Natale, accipicchia.

(Sospira. Si arrotola invano le maniche della felpa. Stacco su nero).



Sì, insomma, di “regole per un corretto utilizzo dei social network”, la rete è già piena. E io certo non sono uno stratega del marketing. O una Parodi 2.0, magari. Corredata di un filo di perle mentre spiega i principi del bon ton. Macché. A dirla proprio tutta, non credo neanche che un “corretto utilizzo”, poi, esista davvero. Non se si parla di twitter, almeno. Perchè, certo, i centoquaranta caratteri impongono, con la sintesi, una chiara selezione. I concetti, le parole, la sintassi...tutto, come ovvia conseguenza, si cura un po' di più nella ricerca del retweet. Ma non sta scritto da nessuna parte che dev'essere per questo un canale di intellettuali. Né che ci si debba limitare alla battuta sarcastica. Naa. Io credo, piuttosto, che esistano diverse tipologie di twitteri. I fans che cercano il contatto con l'idolo. I commentatori assidui di serie e programmi tv. I comici improvvisati. I filosofi da citazione compulsiva. Quelli che, semplicemente, raccontano minuto per minuto i piccoli gesti della vita quotidiana. Nessuno di loro ha ragione. Nessuno ha torto. Nessuno é meglio o peggio dell'altro. Sono solo sottinsiemi che si uniscono in funzione di interessi condivisi. Sei solo tu che, in virtù dei tuoi follow, decidi da che parte ti diverte più stare.

Quindi no, non sarò originale. E tantomeno mi pretendo categorica. Sono solo un'utente – francamente compulsiva – di un social network diverso da tutti gli altri. E come tale, in un giorno di finta primavera, ho scelto di stilare un elenco. Uno dei tanti, uno in più. Uno che raccolga ciò che, in quel micromondo, non andrebbe fatto mai. Con l'ovvia, dovuta e perenne premessa del Secondo Me. Poi potrete aggiungere dei punti, se vi andrà.




Cose da non fare su twitter:

  • Il Fav senza previo Retweet. Insomma, è come dire a qualcuno che l'ami ma nascondere a tutti la vostra relazione. Come lodare un piatto ordinato al ristorante e non offrirne nemmeno un assaggio agli amici. E' egoistico, quasi. Il “fav” é, su twitter, il segno massimo di apprezzamento di un messaggio altrui. Un'adulazione tale che ti porta a preservarlo dal trascorrere del tempo. A radicarlo in un elenco stellato che probabilmente consulterai nei momenti di noia. Ma allora, se quello che ho scritto ti piace tanto, perchè non lo mostri anche ai tuoi amici? RT e dopo fav, sempre. Ne va dell'autostima.
  • Ritwittare più di due-tre messaggi di fila dello stesso utente. Se non seguo qualcuno, ci sarà una ragione. E ritwittarmi la sua opera omnia centoquaranta caratteri per volta non servirà a farmi cambiare idea. La promozione funziona se condividi qualche suo tweet particolarmente ingegnoso a intervalli regolari di tempo. Allora sì che sarò invogliata a darci un'occhiata. Riportarli tutti di fila, invece, provoca l'effetto contrario. E priva di varietà la mia timeline.

  • Postare alte quantità di tweet in uno spazio di tempo breve. Ci sono persone che si connettono ad internet per una frazione di tempo determinata. Metti un'ora, mezz'ora al giorno. E in quella mezz'ora decidono di farsi sentire vomitando contenuti a tutto spiano . Ragazzi, è più o meno la stessa cosa del punto precedente: così facendo, darete l'impressione di “monopolizzare” la timeline.
  • Il “mi segui, per favore?”. Twitter si basa sul principio fondamentale per cui i contenuti che leggi sono quelli che tu stesso ti scegli. Giorno dopo giorno. In piena libertà. Chiedere di farne parte è come forzare qualcuno a guardare Maria de Filippi quando aveva già pensato di noleggiare il dvd di un film d'azione. Non è carino. Senza contare che un follow spontaneo dà molta più soddisfazione di uno dato per obbligo.

  • L'esplicita richiesta del RT. Ho letto, una volta, che “il Retweet è come il bacio: si dà, non si chiede”. E, in linea di massima, sono d'accordo. Fanno ovvia eccezione le giuste cause. Campagne per l'adozione di qualche cucciolo trovato per strada, per la diffusione di iniziative benefiche o progetti di nuova uscita di qualche artista che lotta per farsi conoscere. Allora ci sta, certo. Altrimenti, però, evitate di chiedere. Se il tweet é buono, le condivisioni arriveranno da sole.

  • Ritwittare i complimenti. E' un po' come vantarsi, il che è piuttosto fastidioso. Se ti seguo vuol dire che già ti apprezzo: non mi serve a nulla sapere che anche altri la pensano come me. Se invece non lo faccio, il fatto che qualcuno ti ripeta quanto sei fantastico certo non basterà a farmi cambiare idea.

  • I tweet tutti in maiuscolo. D'altronde, questo è uno dei principi base dell'educazione online e della netiquette nelle sue linee generali. Scrivere in maiuscolo è gridare. E gridare è disturbare gli altri, come in un qualsiasi luogo pubblico affollato.

Per il resto, credo che la miglior regola, su twitter come nella vita, rimanga sempre quella di essere spontanei. E, detto questo, torno a pianificare i prossimi concerti a cui andrò. 

lunedì 23 gennaio 2012

"Spagnoli, e italiani": quando un vecchio articolo puó dire ancora la veritá.



Se la data d'archivio non inganna io, all'epoca, nemmeno esistevo. Eppure, quel 28 Marzo del 1984, Juan Arias scriveva giá per El País il tipo di articolo che, neanche troppi anni dopo, avrebbe motivato un'iscrizione a giornalismo. Era un'analisi lucida, splendidamente scritta, che senza paura attraversava i confini di sociologia e linguistica. Una di quelle che, in sostanza, sarebbe sempre piaciuto redigere a me.

Ve ne parlo perché soltanto ieri un amico l'ha pubblicata sulla schermata di facebook. Io la data, lí per lí, non l'avevo vista neppure. Non che dovrei stupirmene, d'altronde: l'attualitá delle osservazioni , nel bene e nel male, é perenne. E qualunque italiano che si sia trovato a vivere in Spagna, o a vedersi dall'esterno nella cornice di un qualsiasi Paese straniero – ne sono certa – le condividerá. Lui, Arias, le muoveva dalla prospettiva opposta. Un “figlio di Cervantes” , come lui si definisce, catapultato nella terra di Dante, a chiedersi se davvero i nostri popoli abbiano poi cosí tanto in comune.

Oggi, quell'articolo, mi permetto di tradurlo. Perché nel 1984, anno in cui io nascevo, nascondeva giá l'essenza di questo mio blog. Lo traduco perché, ventisette anni dopo la sua stesura, le tecnologie hanno abbattuto i confini. E anche l'altro protagonista del confronto, al di lá dei limiti linguistici, merita di condividerne le riflessioni. Buona lettura, perció.



Spagnoli, e Italiani.
(testo originale: Juan Arias. Link, qui. )

E' vero che Spagna e Italia sono due Paesi cosí simili? Cosí pensano in tanti. Da parte mia, dopo aver passato quasi la metá della vita in Italia, sono ogni giorno piú convinto che, al contrario, siamo due popoli profondamente diversi. Quasi in tutto, ad eccezione del sole, delle arance e dell'olio, magnifici, tra l'altro, in entrambi i Paesi.



Quel che inganna molti , come un miraggio, é la simpatia e attrazione quasi istintiva tra i figli di Dante e di Cervantes. Ma potrebbe perfettamente essere che il motivo di tale attrazione consista proprio in questa diversitá che ci contraddistingue. A prova dell'attrazione reciproca si é soliti allegare il fatto che siamo entrambi popoli latini. Ma latini sono anche i francesi, e non é lo stesso. Oppure che siamo mediterranei, ma figlia di quel mare é anche la Grecia, e anche con tale Paese le cose sono diverse. Ma, fatta eccezione per questa curiosa attrazione che potrebbe avere come spiegazione una virtú comune, quella di saper accogliere gli altri, per il resto siamo due Paesi molto diversi.

Si é arrivati a credere che spagnoli e italiani si capiscano immediatamente senza aver prima studiato le rispettive lingue. Niente di piú falso. Sono due lingue che non si possono capire, né tanto meno parlare, se non si studiano a fondo. Infatti, tutti gli uomini politici di entrambi i Paesi finiscono col ricorrere all'aiuto dell'interprete.

Un'altra cosa che puó trarre in inganno é che l'Italia é forse l'unico Paese al mondo con simile capacitá di accettazione e cosí scarsi sentimenti sciovinisti che basta che tu sappia dieci parole della sua lingua perché si complimentino con te dicendoti che la parli divinamente. Ma le due lingue sono diverse come la gente che le parla. Una volta sono stato testimone, alla trattoria romana “La Toscana”, accanto alla fontana di Trevi, di qualcosa di molto curioso e sintomatico. Uno spagnolo appena arrivato dalla Francia si lamentava del carattere antipatico dei francesi, e mi diceva: “qui sí che si sta bene, ti capisci subito con la gente”. E ha mantenuto una lunga conversazione con un cameriere, tra risate e pacche sulle spalle e scambio di foto e di segni. Ma la cosa di cui non si sono resi conto é che per tutto il tempo lo spagnolo parlava di un argomento, e il cameriere di tutt'un altro. Capirsi neanche per sbaglio, ma sono usciti convinti di aver parlato della stessa cosa. Se Camilo José Cela ha potuto dire poco tempo fa a Roma che il castigliano é come “un toro furioso”, l'italiano é a mille lingue di distanza da tale furore taurino, dato che ricorda piuttosto il gioco divertito di un agnellino in campagna.



Ci sono parole spagnole che agli italiani suonano come frustate, cominciando da cabrón. Che tragedia, per un italiano, la jota o la ge, o la zeta. Ho amici che da quindici anni continuano a chiamarmi Kuan. Immaginate se mi chiamassi Jorge. Ci sono parole come cincel, o zancajear, o zurriagazo, che sembrano cinese quando le pronuncia un italiano, cosí com'é quasi impossibile che uno spagnolo riesca a pronunciare correttamente il nome del grande scrittore siciliano Sciascia. Inoltre, l'italiano usa infinitamente piú di noi la metafora, la metonimia, l'eufemismo e qualunque tipo di figura retorica. Gli italiani non sono mai linguisticamente cosí drastici come gli spagnoli quando devono offendere, o difendersi, o dare ordini o condannare.

Ma non é solo la lingua. Lo spagnolo é radicale e drastico quasi in tutto: atteggiamenti, espressioni...L'italiano é possibilista e conciliatore. Lo spagnolo si spezza, l'italiano si piega. Il carattere ispano é fatto di acciaio ; l'italiano, di gomma. Qui la gente litiga con le mani aperte e, tra di noi, con i pugni chiusi. L'Italia é il Paese della diplomazia. Quella vaticana é nata qui é continua ad essere insuperabile. In essa si insegna che nessun e nessun no devono mai essere tali in modo definitivo. Per questo, per un italiano tutto é possibile e non esistono strade senza ritorno. Non c'é per loro, legge senza escamotaggio, anche se sono stati i creatori del Diritto. E' un popolo che malsopporta la legge, e finisce col crearsela a sua misura. Quando si impiantó la tassa sul valore aggiunto (IVA), in meno di un mese era giá uscito un libretto che si intitolava “I 100 modi per non pagare l'Iva”. L'italiano non sopporta le file né la disciplina e, quando puó, si intrufola. E quest'astuzia ha giá un nome all'estero, dove si chiama agire “all'italiana”.

Lo spagnolo é passionale; l'italiano, sentimentale. Don Chisciotte non avrebbe potuto essere generato a Roma, a Napoli o a Firenze, anche se Cervantes conobbe e viaggió per questo Paese.

L'eroismo, come concetto, non é italiano. Gli eroi in questo Paese sono sempre soggetti individuali, per quanto molto numerosi nella sua storia. Né il dogmatismo né il fanatismo, e tantomeno l'intransigenza o il nazionalismo sono frutti italiani.

Il maschilismo é spagnolo, mentre é italianissimo il mammismo. In Italia quasi tutto ha un certo strascico o sapore femminile, e i bambini sono sempre i re della combriccola. Qui l'arte ha genere femminile, e ci sono oggetti che in Spagna non potrebbero mai essere femminili, e qui lo sono , come l'auto o la grappa. Curiosamente, i fiori e il miele sono, invece, maschili. Dei fiori, un mio amico italiano mi disse che magari si deve al fatto che gli italiani li vedono come “gli organi sessuali delle piante”. E credo che lo siano.



Piacciono, in italiano, le forme sferiche, tipiche del genere femminile. Tonda é persino la pizza, e il quasi infinito numero dei suoi tipi di pasta. La palla, in italiano, é di genere femminile, e anche la squadra di calcio. E' molto femminile il desiderio innato di piacere che ha qualunque italiano. Per questo spremono la fantasia, e ne hanno un sacco, perché tutti rimangano contenti. Nei bar puoi ordinare il caffé in fino a 15 modi diversi. Al cinema c'é la poltrona e la poltronissima. E nel campo dei gelati diventa giá impossibile contarne le varietá. Ci sono addirittura semifreddi. E in nessun altro Paese d'Europa ci sono tanti partiti politici e con cosí tanti gruppi distinti all'interno di ciascuno di loro come in questo Paese. Qui ci devono essere sempre infinite possibilitá di tutto per tutti.



Ogni italiano si sente un artista, un poeta o un inventore. Credo sia il Paese con il maggior numero di cittadini che hanno pubblicato qualcosa nella loro vita, foss'anche pagandoselo di tasca propria. O che si vantano di aver inventato qualcosa, o che hanno cercato di dipingere qualche volta. E l'italiano medio ha un dominio della sua lingua di gran lunga superiore al nostro. Hanno nel sangue il senso dell'estetica, e lo riflettono finanche nella zuppa. La bellezza é l'unico dogma in un Paese che non ama le ideologie. E sono artisti nell'arte di uscire dal cammino prestabilito. La famosa economia sommersa, che sta salvando la crisi economica degli ultimi tempi, non é altro che uno sfoggio di ingenio creativo.

Senza fantasia, questo Paese sarebbe giá morto di fame. Perché é formato da gente che crede piú ai favori che alla giustizia, piú all'amico che allo Stato, piú alle raccomandazioni che al Governo. Cercano la raccomandazione anche tra i morti. E la morte é un altro abisso che separa i due popoli. Il “viva la morte” é la cosa meno italiana che si possa concepire. Qui nessuno drammatizza la morte, piuttosto la rimuove.

Il Venerdí Santo passa inosservato. A loro piace la Pasqua, la vita. C'é un culto incredibile per i morti, ma concepiti come vivi, come intercessori. Quando passa un carro funebre é facile che uno spagnolo si tolga il cappello o faccia il segno della croce. Qui é piú facile trovare qualcuno che fa gesti molto espressivi, come toccare ferro o legno, o altre cose. Qui non si nomina mai, nelle conversazioni o sulla stampa, la parola “cancro”, riferendosi a una persona malata. Si dice che tizio o caio stanno male. Si dice che stanno “poco bene”. Il mistico sfogo di Teresa di Avila “muoio perché non muoio” é quanto di piú lontano dalla spiritualitá di Francesco d'Assisi.

In un altro campo, l'invidia é tipicamente spagnola, mentre é italiana la gelosia. E gli psicologi conoscono benissimo la profonda differenza che separa questi due sentimenti.

Al contrario, l'onore, la cavalleria, la fede alla parola data sono virtú tipicamente spagnole, mentre é italiana la famosa furberia. Per loro, poter scavalcare impunemente una legge come toreri é, piú che un disonore, quasi un'azione eroica. Da lí la sfiducia del turista straniero quando arriva in Italia. Tutto ció é, probabilmente, il frutto di un'abilitá ancestrale di fronte al dominatore di turno. Qualcuno mi disse, una volta, che l'Italia é come una grande autostrada su cui é passato mezzo mondo a saccheggiarla, e che per questo sono stati arcuiti cosí tanto in questo Paese i meccanismi di difesa.

Come é molto italiano il non dire mai di no, in Spagna si dice “sí, señor”, in Italia “signorsí”, che é molto piú reverenziale. Cominciare dicendo “no” é, per un italiano, come confessare la propria impotenza. Se l'orgoglio é spagnolo, il desiderio di congratularsi con il prossimo, di conquistare piú amici, di aiutarti a uscire da un impiccio sono tutte qualitá molto italiane. C'é chi suppone che si tratti di una disponibilitá interessata, dato che gli italiani hanno, come carattere, una propensione congenita alla “mafiositá”, concepita peró nella sua accezione ancestrale di necessitá di protezione paterna che li difenda contro uno Stato che sente ostile. E', dicono, come se l'italiano percepisse in ogni favore fatto un amico o protettore potenziale. E' possibile. Ma, dopo tanti anni in Italia, confesso che se mi trovassi un giorno in un guaio vorrei avere un italiano accanto.



Con uno spagnolo mi sento piú sicuro, tuttavia, quando mi giura qualcosa. Della sua parola mi fido di piú. E' qualcosa per cui si dispiace e che invidia lo stesso italiano, che sogna per il suo Paese un supplemento di serietá, mentre credo che lo spagnolo adori, invece, quest'elasticitá congenita nell'italiano, per cui tutto finisce con l'aggiustarsi perché le parole “fine” o “impossibile” non appartengono alla sua cultura, dal momento che in questo Paese tutto puó ricominciare, e tutto puó diventare un miracolo. 

mercoledì 21 dicembre 2011

Il passato, face to face.

Io una volta avevo un blog. Non questo, dico: un altro .Il primo. L'avevo aperto nel 2003, protetta dall'anonimato di un nickname. Ero soltanto una ragazzina, eppure ancora mi sorprende il successo che aveva. Certo, come tutto, c'era voluto un po' perchè prendesse piede. Ma ero molto paziente, all'epoca. Armata di un manuale che riportava l'elenco aggiornato dei blog più letti in Italia, ero passata a lasciare commenti mirati sotto ad ognuno dei loro ultimi post. Post che avevo letto davvero, e che davvero mi riuscivano ad interessare. Erano frasi brevi, profonde o ironiche a seconda della circostanza. La costanza aveva portato alla familiarità. La familiarità all'intriga. E forse era vero che non scrivevo male. Morale: con quel blog, in rete, ero quasi riuscita a farmi un nome.



Lo aggiornavo quotidianamente, alternando scritti lunghi ad illuminazioni twittere ante-litteram. Zero immagini. Carattere Times New Roman corpo 12. Interlinea inesistente. Eppure, avevo una media di 15 commenti a post. E non parlo di spam, badate. Non mi riferisco agli inutili “passa da me”. No. Quella era gente che mi leggeva, e lo faceva con attenzione. Su quel blog, tra quei commenti, erano arrivati a lasciare la loro firma scrittori di best sellers come Luca Bianchini, Federico Moccia (ebbene sì) o il duo emergente tutto al femminile Canevari e Fiume. Per non parlare delle cosiddette e pluripremiate blogstar: gente come l'autore di “e io che mi pensavo” , Squonk o Personalità Confusa passavano a dire la loro in più di un'occasione. Se non sbaglio, l'aveva fatto in un caso persino Macchianera in persona. Avevo anche inventato una fiction comico-fantasy a puntate, molto liberamente tratta dalle vicende che accadevano durante un corso di spagnolo all'università. Ogni puntata occupava in media 4 pagine di word, per dire. Eppure erano i post più apprezzati, in barba alla legge della brevità di cui tanto si riempiono la bocca gli esperti di comunicazione online. I lettori fissi li chiedevano a gran voce. Molti mi scrivevano in privato dicendo che s'erano stampati la puntata per poi leggersela a letto prima di andare a dormire. Lo giuro. Era qualcosa di incredibile, almeno a pensarci ora. Di estremamente gratificante, anche e soprattutto per la mia autostima.

Ma la cosa migliore era che non me ne importava. No. Per niente.

Io, quel posto, lo usavo per sfogarmi. Raccontavo delle mie cotte, dei miei pensieri, delle bizzarrie infinite della vita quotidiana. Il fatto che nessuno mi conoscesse (salvo qualche sporadica amica tra le più fidate) mi dava una libertà che, a conti fatti, m'accorgo oggi di non avere più. Perchè finchè la vita reale non fa irruzione nel tuo racconto, puoi fregartene delle convenzioni sociali. Se t'innamori lo scrivi. Se t'incazzi lo scrivi. Se conosci qualcuno che ti sta antipatico a pelle, beh, che cacchio! Anche quello lo scrivi. L'anonimato non ti obbliga a proteggere un ruolo davanti alle aziende che ti cercano su google, né tantomeno a tutelare gli altri dalle offese di una troppo cruda verità. Io non ero Ilaria, su quel vecchio blog. Eppure, forse, ero me stessa più di quanto ogni giorno, in faccia al mondo, io riesca ad essere mai.



Ricordo commenti del tipo “sei sicura che sia una buona idea?”, oppure, “parli di questo qui con troppa frequenza, non é che ti piace?”. E ricordo anche che io, puntualmente, mi ci incazzavo. Negavo, a me stessa prima ancora che a loro. Sempre. Pensavo che quella gente non mi conosceva. Che non avesse diritto di giudicarmi. Eppure, con il senno di poi, mi sono accorta di come quegli estranei avessero, incredibilmente, quasi sempre avuto ragione.

E poi c'era uno, che mi leggeva sempre. Se non ricordo male, amava la Spagna pure lui. Non mi aveva nemmeno mai vista in faccia, eppure ricordo con certa gratitudine il momento in cui mi disse che, soltanto per quello che scrivevo, per il mio modo d'essere, pensava che di una come me si sarebbe senz'altro innamorato. Ovviamente, lì per lì ero scappata terrorizzata. Troppa franchezza, troppa sfrontatezza. E chi diavolo sei? Ma è stato in quel momento, grazie a quelle poche parole, che ho deciso che essere se stessi è in fondo l'unica cosa che davvero paga.

La migrazione di Splinder: è sempre colpa sua, se mi ritrovo oggi faccia a faccia col passato. Una mail promemoria. La decisione di lasciarlo andare....

E, di colpo, sono di nuovo lì. Al momento della svolta. Al mio tragico errore. Chè avevo commentato col nickname il post in cui un'amica parlava di me con nome e cognome. Mi sembra di riviverlo, adesso, il profondo terrore di quell'affermazione. Era l'ultima lezione di un corso universitario a Parma. Minuti di cazzeggio nell'aula d'informatica, coi piedi sanguinanti sotto le dannate scarpe nuove che dopo quel giorno non ho messo mai più. D'un tratto qualcuno, alle mie spalle, aveva iniziato a leggere a voce alta le prime righe del post di quell'amica. M'ero girata di scatto, il sudore sulla fronte, pensando tra me e me “Dio, per favore, fa che non legga i commenti!”. E poi invece l'aveva fatto. E poi aveva visto che, sotto a quel mio commento, c'era il link al blog.

Non ho mai saputo se al mio “smettila, ti prego, smettila, ti imploro perfavorepercaritàdidioperdiononcliccare” sia poi mai seguito l'effettivo clic. Di certo lui era rimasto in silenzio per qualche secondo, fissando lo schermo. E poi guardandomi stranito in virtù di una reazione che a chiunque , in effetti, sarebbe sembrata un filino esagerata. Anche perché non é che l'ultimo post in ordine cronologico fosse granchè rilevante, o personale, o spaventoso. Anzi, credo parlasse della bellezza di Parma in un giorno di primavera. Niente di che. Ma resta il fatto che non ero più riuscita a concentrarmi su nient'altro fino all'agognata fine di quella giornata.

Chè, lo sappiamo tutti: le notizie fanno in fretta a propagarsi. Studiando giornalismo lo sapevo, allora, soprattutto io. E in quel preciso istante, ci fosse stato o meno il clic, il mio segreto non era più al sicuro. La prima cosa che feci, appena arrivata a casa, fu andare su splinder e rendere privato quel blog. Seguì un sospiro di sollievo. Il giorno dopo, un'altra ragazza – mia compagna di corso – mi disse infatti, com'era prevedibile, di aver letto il mio messaggio fittizio di scuse. Quello che adesso appariva se, cliccando sotto al blog della mia amica, capitavi su quel mio vecchio blog. Per la serie, "l'avevo detto, io". 



Faccia a faccia con i post di quel periodo, mi sono trovata oggi a chiedermi cosa sarebbe successo se quel ragazzo, quel giorno, non avesse detto nulla. Forse, chissà, sarei riuscita con il tempo a diventare una blogstar anch'io. Però quanti danni....Dio, che caterva infinita di danni avrei finito con l'infliggere alla mia vita quotidiana! Perchè fregarsene delle convenzioni sociali, in fondo, va bene solamente finchè la società non entra in esse. Dopo, ci son soltanto casini. E poi,boh, magari è vero che qui sono un po' meno libera. Che scrivere mettendoci la faccia mi diverte meno che allora. Ma le opportunità che sono arrivate grazie a questo spazio; le persone che grazie a queste righe ho conosciuto...beh, non sono certo qualcosa che posso rinnegare. No. Io a questo posto devo troppo. Anche se non mi scrivono i “vip”, e i 15 commenti al giorno non li ho più. Forse soprattutto per questo. Perché oggi sí, che a cose come quelle darei peso.

Alla fine sono tornata su quel primo, vecchio blog. Nei circa 5 minuti di tempo in cui l'ho reso pubblico per esportarlo su di un'altra piattaforma ben 5 persone hanno visitato il mio profilo. Una a minuto, capite? Sono arrossita dietro allo schermo. Poi, al sicuro in un posto che non dirò, l'ho richiuso alle visite esterne.

E' una fetta del mio passato cui soltanto io posso oggi accedere. Ma il passato va affrontato, anche a scadenze regolari. Al passato io non ce l'ho avuto nemmeno stavolta, il coraggio di dare un definitivo addio.