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mercoledì 24 agosto 2016

Terremoti, passato e pensieri.

Sono passate poco più di ventiquattr'ore da quando mi entusiasmavo per il nuovo progetto di Antigua Roma al Día. Ricordate? É quel geniale account spagnolo che si era meritato l'elogio dei media per la ricostruzione a mezzo Twitter delle Idi di Marzo. "Domani", diceva, "inizierà il finto live-tweeting della distruzione di Pompei". Io mi complimentavo. Gioivo di aspettative. Ridevo, persino, dell'inizio brillante della vigilia, con la foto del Vesuvio al tramonto e il commento "tutto tranquillo per ora". É di questo che avrei voluto parlarvi, oggi, sul blog.

Ma poi stamattina, accendendo il cellulare, le immagini dei detriti di Amatrice mi hanno colpito la retina come un pugno sferrato con guanti d'acciaio. Davanti agli occhi, sullo schermo, l'hashtag #PrayForItaly sembrava svuotarmi da dentro di una famigliarità che mai m'era sembrata così vicina. Ovunque, messaggi di persone spaventate, annunci che invitavano a donare il sangue, numeri da chiamare per informazioni. Secoli dopo Pompei, nella stessa giornata, la distruzione di una città mi è parsa tutto tranne che qualcosa che avrei voluto seguire. 



Certo, non è colpa di quel giovane archeologo spagnolo, se i tweet in cui ricostruiva il crollo degli edifici e gli ammassi di detriti sui tetti si accordavano in modo sin troppo appropriato alla stringente attualità. Il suo progetto rimane geniale, ben fatto, e degno di tutta la mia stima.

É solo che, nell'accostamento di presente e passato, d'improvviso tutto é sembrato ricordarmi come basti un istante a stravolgerti la vita. Un secondo, un rumore, un crollo. E tutte le preoccupazioni che ti tengono sveglio la notte si fanno piccolissime nella loro idiozia. Un attimo, e tutto il peso delle cose rimandate o non fatte diventa troppo grande da poterlo sostenere. 

Oggi, leggendo del terremoto nel Centro Italia, sono stata scossa dai brividi. E parlo di brividi veri, di quelli che ti fanno chiedere "Perché Dio?", se esiste un Dio. Perché proprio di notte, quando siamo più vulnerabili? Perchè i bambini, da là sotto, devono essere estratti senza vita dopo lo strazio intollerabile dell'ultimo barlume di speranza a cui si aggrappano i genitori? Poi sarò banale, melodrammatica, resa ipersensibile dagli ormoni pre-ciclo, che in fondo è la scusa biologica per tutto. Eppure gli occhi, mentre ci penso, sono umidi di nuovo. Eppure l'angoscia, mentre questa mattina passavo in rassegna l'elenco mentale delle mie conoscenze che abitano nei dintorni, era tanto reale da sembrarmi fisica. 


Amatrice prima e dopo il terremoto


Vorrei solo che per una volta non ci fossero polemiche. Battute sarcastiche. Smanie di protagonismo idiote. Vorrei che gli unici messaggi da leggere fossero quelli di solidarietà e di aiuto. E che quest'anno la smettesse, una volta per tutte, di portare dolore. 



martedì 25 settembre 2012

Italia Loves Emilia, l'omaggio a Manu Chao e le polemiche sterili.


Ho sentito dire, di “Italia Loves Emilia”, che se ne è “parlato troppo”. Ho letto appellativi tipo “musica di merda”. E una profonda tristezza si è impadronita di me. Tristezza, sì. Io credo sia triste soffocare la mente con i gusti personali. Trincerarvisi dietro, fino a farne il copione per cui sempre e comunque reciti la vita. Finchè, quasi senza accorgertene, non lasci più a te stesso la possibilità di evaderne. Di cambiare, foss'anche per un attimo soltanto, prospettiva. E' triste, dannatamente triste che il disgusto provocato da un genere si riduca al tuo stesso paraocchi. Che ingrandisca il dettaglio, sottraendoti alla vista il quadro generale.  Ed è davvero il genere, poi? O piuttosto il fatto che quel genere vende? Chè andare controcorrente, ribellarsi alle opinioni maggioritarie, è in fondo quasi sempre una nostra segreta aspirazione. Ci fa sentire migliori, al di sopra degli altri, chissà poi perchè. In altri campi, ci sono caduta anch'io . 
E' davvero il genere? O piuttosto l'antipatia verso certi personaggi pubblici, che alla fin fine neppure conosciamo? 

Ma che importa, in fondo. Ognuno ha le sue ragioni per amare. Ciascuno le proprie per odiare. E' proprio questo a rendere il mondo vario e privo di noia.




Eppure quel concerto, piaccia o no, ha permesso di raccogliere una quantità di soldi imbarazzante. Soldi che andranno a ricostruire case e scuole. Che finiranno con l'aiutare una regione devastata. Che serviranno – è questo il punto – serviranno concretamente a fare del bene. Come se non bastasse, l'organizzazione multitudinaria di Campovolo ha dato lavoro a centinaia di persone, in un'epoca in cui il lavoro sta diventando il miraggio dei più. E ha riempito gli alberghi, intasato le autostrade, creato file nei ristoranti. In poche parole, fatto il miracolo degli operatori turistici e di tante famiglie  che, come la maggior parte, faticano ad arrivare a fine mese. 

Se ne è parlato tanto, allora? Può darsi. 
Però dovreste dire "finalmente", anche se siete indie, rocker convinti, metallari. Anche se amate la musica classica o il jazz. Chi se ne frega. Finalmente si parla di un concerto, e non lo si fa perchè un palco è crollato, i biglietti costano troppo, un frontman si è drogato, una diva s'è spogliata  o qualcuno si è fatto male. Se ne è parlato tanto, sì. Ma se ne è parlato comunque meno rispetto alla Minetti che sfila in costume, o al risultato di Milan e Inter all'ultima giornata di campionato. Di questo, però, a nessuno viene in mente di lamentarsi mai. 

Ci si lamenta perchè c'è di mezzo Tiziano Ferro. E Ligabue. E – mamma mia santissima – persino i Negramaro. E Jovanotti, e Antonacci...Vade Retro Satana. Ci si lamenta perchè è “musica di merda”, di quella che sta in cima alle classifiche e allora va odiata di per sé. Sapete cosa? Che palle. 

Vi dirò: io ho un grado di sopportazione molto basso nei confronti di Renato Zero, per esempio. Nemmeno per Zucchero o gli Stadio faccio follie. I Litfiba, francamente, mi piacciono solo a piccole dosi. Eppure, chissà come, questo non mi impedisce di lodarli per il fatto di essere stati lì. Non mi porta a dimenticare le ragioni per cui quel concerto è stato organizzato, né tanto meno gli obiettivi che è riuscito a raggiungere. Per cui parlatemi di Renato Zero fino allo sfinimento, se volete. Parlatene pure, se è per cose del genere. 

Chè, se proprio vogliamo far polemica, allora facciamola piuttosto sulle case discografiche che hanno impedito il passaggio integrale del concerto su Sky Prima Fila. Ecco, quello ci sta. Non perchè non valesse la pena di pagare dieci euro, per carità. Ma perchè l'emittente aveva sponsorizzato l'evento lasciando intendere che ce lo saremmo goduti dall'inizio alla fine. Perchè, dopo quest'esperienza, la gente sarà meno disposta ad acquistare in pay per view un concerto solidale, con conseguenze negative per tutti. Ecco, riflettere su questo ci sta. Non è una critica “sterile” come sosteneva Cattelan in diretta video. 

Sterile è lamentarsi perchè si dà finalmente visibilità ad un'iniziativa che ne merita eccome. E credetemi: io non volevo scrivere un post così indignato. Anzi, in realtà volevo solamente postarvi un clip, figuriamoci. Ma i commenti che ho citato li ho letti e ascoltati da troppe persone perchè cambiare rotta non fosse necessario. Nell'amarezza del tutto, quel video avrà, alla fine, un impatto diverso. Meno allegro di quanto avrei voluto. E mi dispiace. Però, ad Italia Loves Emilia, c'è stato anche un momento italo-spagnolo. Ecco. Era soltanto questo, che vi volevo dire. 

Cosa ne avrebbe pensato Manu Chao? No, perchè a me è piaciuto un casino.