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sabato 16 gennaio 2016

Flamenco ovunque: due blog 100% italo-spagnoli


Ormai quella di consigliarvi le letture per il weekend rischia di diventare una sottospecie di tradizione. E, in un periodo quanto mai denso di avvenimenti flamenchi, il tema non potrebbe che essere legato a cantebaile e volant. 

Foto: We Love Flamenco 2016 // Sfilata di Lola Azahares

Perchè si sa com'è che va: succede sempre un po' tutto assieme. Così, a Siviglia sta per concludersi We Love Flamenco: tradizionale apripista del più prestigioso SIMOF nel dettare le tendenze della moda per bailaoras. E, mentre El Torombo terrà uno stage ad Udine, a Reggio Emilia la mia amatissima Rocío Molina si prepara a stupire tutti con  Afectos.








E' in questo contesto, mentre fissavo l'agenda immersa in un inventario di vorrei-ma-non-posso, che mi sono stati segnalati due blog decisamente italo-spagnoli. 

Il primo, Qué mire Usted! Raccoglie recensioni di spettacoli ed interviste ai professionisti del flamenco italiani e spagnoli.

Il secondo, De Palo en Palo, ha invece l'obiettivo di approfondire - nella nostra lingua - la storia di un'arte antica, multiforme e riconosciuta dall'Unesco Patrimonio Immateriale dell'Umanità.


A redigerli entrambi sono Katia, Paola e Claudia, alias Las Tres Gracias: amiche italianissime che proprio proprio quell'arte ha fatto incontrare. Nell'invitarvi a conoscerle meglio, spero aiutino anche voi a portare nelle nostre vite una piccola dose di flamenco in più. 

martedì 25 settembre 2012

Italia Loves Emilia, l'omaggio a Manu Chao e le polemiche sterili.


Ho sentito dire, di “Italia Loves Emilia”, che se ne è “parlato troppo”. Ho letto appellativi tipo “musica di merda”. E una profonda tristezza si è impadronita di me. Tristezza, sì. Io credo sia triste soffocare la mente con i gusti personali. Trincerarvisi dietro, fino a farne il copione per cui sempre e comunque reciti la vita. Finchè, quasi senza accorgertene, non lasci più a te stesso la possibilità di evaderne. Di cambiare, foss'anche per un attimo soltanto, prospettiva. E' triste, dannatamente triste che il disgusto provocato da un genere si riduca al tuo stesso paraocchi. Che ingrandisca il dettaglio, sottraendoti alla vista il quadro generale.  Ed è davvero il genere, poi? O piuttosto il fatto che quel genere vende? Chè andare controcorrente, ribellarsi alle opinioni maggioritarie, è in fondo quasi sempre una nostra segreta aspirazione. Ci fa sentire migliori, al di sopra degli altri, chissà poi perchè. In altri campi, ci sono caduta anch'io . 
E' davvero il genere? O piuttosto l'antipatia verso certi personaggi pubblici, che alla fin fine neppure conosciamo? 

Ma che importa, in fondo. Ognuno ha le sue ragioni per amare. Ciascuno le proprie per odiare. E' proprio questo a rendere il mondo vario e privo di noia.




Eppure quel concerto, piaccia o no, ha permesso di raccogliere una quantità di soldi imbarazzante. Soldi che andranno a ricostruire case e scuole. Che finiranno con l'aiutare una regione devastata. Che serviranno – è questo il punto – serviranno concretamente a fare del bene. Come se non bastasse, l'organizzazione multitudinaria di Campovolo ha dato lavoro a centinaia di persone, in un'epoca in cui il lavoro sta diventando il miraggio dei più. E ha riempito gli alberghi, intasato le autostrade, creato file nei ristoranti. In poche parole, fatto il miracolo degli operatori turistici e di tante famiglie  che, come la maggior parte, faticano ad arrivare a fine mese. 

Se ne è parlato tanto, allora? Può darsi. 
Però dovreste dire "finalmente", anche se siete indie, rocker convinti, metallari. Anche se amate la musica classica o il jazz. Chi se ne frega. Finalmente si parla di un concerto, e non lo si fa perchè un palco è crollato, i biglietti costano troppo, un frontman si è drogato, una diva s'è spogliata  o qualcuno si è fatto male. Se ne è parlato tanto, sì. Ma se ne è parlato comunque meno rispetto alla Minetti che sfila in costume, o al risultato di Milan e Inter all'ultima giornata di campionato. Di questo, però, a nessuno viene in mente di lamentarsi mai. 

Ci si lamenta perchè c'è di mezzo Tiziano Ferro. E Ligabue. E – mamma mia santissima – persino i Negramaro. E Jovanotti, e Antonacci...Vade Retro Satana. Ci si lamenta perchè è “musica di merda”, di quella che sta in cima alle classifiche e allora va odiata di per sé. Sapete cosa? Che palle. 

Vi dirò: io ho un grado di sopportazione molto basso nei confronti di Renato Zero, per esempio. Nemmeno per Zucchero o gli Stadio faccio follie. I Litfiba, francamente, mi piacciono solo a piccole dosi. Eppure, chissà come, questo non mi impedisce di lodarli per il fatto di essere stati lì. Non mi porta a dimenticare le ragioni per cui quel concerto è stato organizzato, né tanto meno gli obiettivi che è riuscito a raggiungere. Per cui parlatemi di Renato Zero fino allo sfinimento, se volete. Parlatene pure, se è per cose del genere. 

Chè, se proprio vogliamo far polemica, allora facciamola piuttosto sulle case discografiche che hanno impedito il passaggio integrale del concerto su Sky Prima Fila. Ecco, quello ci sta. Non perchè non valesse la pena di pagare dieci euro, per carità. Ma perchè l'emittente aveva sponsorizzato l'evento lasciando intendere che ce lo saremmo goduti dall'inizio alla fine. Perchè, dopo quest'esperienza, la gente sarà meno disposta ad acquistare in pay per view un concerto solidale, con conseguenze negative per tutti. Ecco, riflettere su questo ci sta. Non è una critica “sterile” come sosteneva Cattelan in diretta video. 

Sterile è lamentarsi perchè si dà finalmente visibilità ad un'iniziativa che ne merita eccome. E credetemi: io non volevo scrivere un post così indignato. Anzi, in realtà volevo solamente postarvi un clip, figuriamoci. Ma i commenti che ho citato li ho letti e ascoltati da troppe persone perchè cambiare rotta non fosse necessario. Nell'amarezza del tutto, quel video avrà, alla fine, un impatto diverso. Meno allegro di quanto avrei voluto. E mi dispiace. Però, ad Italia Loves Emilia, c'è stato anche un momento italo-spagnolo. Ecco. Era soltanto questo, che vi volevo dire. 

Cosa ne avrebbe pensato Manu Chao? No, perchè a me è piaciuto un casino.