mercoledì 6 maggio 2020

La borsetta della Nuova Normalità





Le borsette, prima, erano la mia ancora sul mondo.

Le sceglievo sempre grandi, per riempirle fino all’orlo di casomai. Il rimmel che giá sapevo che non avrei rimesso nel gabinetto del pub, l’ombrello con 40 gradi in Andalusia, la tessera della Fnac anche se uscivo a bere una birra dopo le dieci.

Preparata a tutto, pronta a nulla. 

Quelle borse erano cosí inutilmente pesanti che era un miracolo se la cerniera mi durava un mese. 

Forse è per questo che mi é scappato da ridere, Sabato scorso. 
Mi sono guardata allo specchio e ho pensato “guarda te”. 


Per la prima passeggiata ne ho scelta una minuscola.

Dentro non ho avuto bisogno di metterci altro che non fossero le chiavi di casa, il cellulare, la carta di credito, il documento di identità e il disinfettante per le mani. Il nuovo essenziale. Ho mosso i primi passi lentamente, godendomi la luce decisa del pre-tramonto. 

Non era solo la borsa ad essere leggera. 



Alla prima uscita mi sono sentita diversa, come se mi avessero svuotata di qualcosa.
E forse non è necessariamente un male. 

Durante questa quarantena ho scoperto che ho bisogno della natura molto più di concerti e bar. Io, che ho sempre preferito 30 metri di asfalto a una villa distante dallo scintillio del centro, ora darei un rene per poter aprire la finestra sul mare. Ho scoperto (ed era anche ora) che la consultazione frenetica dei social network mi fa solo stare male. Che mi serve una persona accanto per andare a letto presto, staccare dopo lavoro e prendermi davvero cura di me. 

Oggi tutti parlano di fasi, e anch’io ho avuto le mie. 

FASE 1: CREARE


Quando ci hanno rinchiusi in casa ho ricominciato a scrivere poesie. Credevo di aver smesso da adolescente ma poi, da un giorno all’altro, i versi hanno ricominciato a disturbarmi il sonno. Senza voler essere Freud, immagino c’entrasse qualcosa con la routine di piantini isterici che avevo fatto precedere al lockdown

Comunque sia, la prima cosa che facevo alla mattina era sputare i versi su un documento Word, senza stare troppo a pensare allo stile. Parlavano di Málaga. Di mio nonno la volta che ho pianto guardando una barca a vela. Del disordine per casa. Di quella pozzanghera chiamata Mediterraneo che connette le mie due vite. Di mattoncini dei lego come costruzione improvvisata di futuro. Di punti interrogativi alla rovescia. Di Ángel che mi salva cantando gli Estopa prima di dormire.


Ah! E di Charles Baudelaire. 
Se scrivo poesie, c’entra quasi sempre Charles Baudelaire.

Un lettore estraneo non troverebbe niente di troppo strano, nei miei componimenti. Eppure io so di essere nuda. 

Anche se dubito che li farò mai leggere a qualcuno, scriverli è stato terapeutico. L’ora d’aria quando ancora non l’avevo. Poi ho guardato di nuovo davanti a me e ho ricominciato a vedere alberi fioriti dentro a una cornice geometrica dove prima c’era una primavera rettangolare. 

Ho sorriso senza troppi rimorsi. 

La poesia mi aveva abbandonata perché avevo assorbito il colpo.
Non mi serviva più.
Era arrivata l’accettazione. 

FASE 2: MUOVERSI 


Come nei migliori corsi di auto-aiuto, ho deciso che - se proprio dovevo stare chiusa a casa - un po’ di attività fisica mi avrebbe fatto bene.

Sí, continuavo a fare lezione di flamenco in due volte a settimana (con la differenza che ora la facevo in streaming e rigavo il pavimento che era una meraviglia); ma fondamentalmente avevo smesso di fare quei 20 km a piedi vagando senza meta per Málaga ogni fine settimana. 

Si aggiunga che mangiavo come un bue, e… zacchete. Di colpo mi si stavano pericolosamente ingrossando le tette. Ogni volta che mi rendo conto che quando ingrasso metto i kili di troppo sul sedere e sulle tette mi viene in mente Lily che si incazza con Robin in How I Met Your Mother. Però è così, accidenti. É il mio segnale d’allarme supremo. 

Quindi, niente. Dovevo muovermi. Ed é cosí che, cerca che ti ricerca, ho scoperto la zumba. Rivelazione del secolo. Ogni Domenica mi sparavo un video diverso su Youtube e mi mettevo a saltellare per casa come una sciura in trip da acquagym al villaggio vacanze. Una volta mi sono dimenticata che avevo appena passato il mocio e sono finita a gambe all’aria sul pavimento della sala, ma c’é da dire che mi sono rialzata con una certa classe. 

In questa fase ho imparato a conoscere e classificare i vari istruttori di zumba e cardiofitness del web. Per esempio, ci sono le tizie super professional che sorridono felici e coi capelli perfettamente in ordine mentre tu sei già in un bagno di sudore con la lingua penzolante e la chioma pseudo-afro, che metti in pausa per andare a scolarti l’intero Guadalquivir previamente filtrato (il Guadalmedina sarebbe più malagueño, è vero, ma ti disseteresti poco.  E poi ci sono i boni, quasi certamente gay, che ti ammiccano nel bel mezzo degli esercizi riuscendo al massimo nell’aspetto motivazionale. 

Dopo una serie di severissime audizioni di fronte ad una giuria composta da me e da me medesima (note esperte del settore) ho deciso che i miei preferiti sono loro: 

A) Clase completa de Zumba- DeportesUncomo (per la categoria tizie professional, accompagnate da uno stuolo di ancelle con top molto cool) 



B) Cardio Dance Flamenco - Siéntete Jóven (per la categoria tizie professional, ma senza ancelle. Questo allenamento è bellissimo perché mixa - come avrete capito - il cardio fitness con il flamenco) 


C) Dance Workout - Fitsseveneleven (per la categoria boni) 




FASE 3: PERDERE IL TEMPO 


Infine (probabilmente stremata sul divano tipo il gatto qui sopra) mi sono resa conto che potevo anche perdere il tempo. Che è importante pure quello. Che magari, non so, mi fa addirittura bene.

C'è stato un momento, nella mia vita adulta, in cui - chissà perchè - ho smesso di giocare. Certo, quando è uscito Facebook avevo provato (come tutti) a dare una possibilità al magico mondo dei gattini con sembianze umane, al Pacman versione 2.0 e all’immancabile Candy Crush. Mi sono stufata subito perché: 

1. Quando ho potuto mettere la bandiera spagnola e scrivere "EL CANTO DEL LOCO" nella cameretta della mia gattina col fiore in testa, francamente non mi restava altro a cui aspirare. 
2. Mio papà mi batteva sempre al Pacman e la cosa mi faceva incazzare un sacco. 
3. Per andare avanti con Candy Crush dovevi chiedere un sacco di aiuti agli amici e non mi andava di rompere le palle al prossimo.  

Quindi, niente. Capitolo chiuso. Avevo ufficialmente deciso che i videogiochi erano un’alienazione. Il Grande Nemico che ti distoglieva da compiti importantissimi come  fare il bucato, pulire casa, scrivere un articolo, scrivere un post, scrivere un altro post, scrivere un terzo post, scrivere un articolo, scrivere un… Dio, c'è sempre cosí tanto da fare! 

Finché un giorno, in quarantena, mi stavo rodendo il fegato a leggere commenti acidi su Twitter. Ho alzato lo sguardo dallo schermo, furibonda, e ho visto il mio ragazzo che sorrideva beato davanti al computer, perso in una dimensione tutta sua. 

Mi sono avvicinata (un po' guardinga) e stava fissando un guerriero tanto carino che correva su un molo di pietra verso un aggeggio per il teletrasporto. Bel posto, sembrava il Muelle Uno. Ho iniziato, lo confesso, a seguire con certa invidia le avventure di quel guerriero. Più che altro era per gli scenari: rivedevo Málaga ovunque. La fortezza medievale, nella mia mente bacata, diventava il Gibralfaro. La chiesa deserta era la mia Manquita. Se c’erano palme, Paseo del Parque senza dubbio alcuno.

Naturalmente, i mostri che uccideva per me erano gli scarafaggi.
MORTE AGLI SCARAFAGGI SEMPRE. 

Di colpo, mi sono accorta che perdersi in una dimensione virtuale era decisamente piú rilassante che leggere la gente che si lamenta di altra gente che si incazza con altra gente su un social network creato dalla gente. Quindi mi sono messa a navigare un po’ sull’Apple Store. Ho trovato un giochino carino, tipo Sim City. Nella mia era pre-adulta, quando ancora non avevo messo al bando i videogiochi, amavo molto Sim City. 

Ad oggi sono sindaco di una bella cittadina piena di alberi viola su di un'isoletta assolata. Ogni tanto, dopo lavoro, invece di preoccuparmi di quello che devo scrivere, cucinare, devo mettere a posto, scriverescriverescriverescrivere penso che potrei espandere la spiaggia o costruire un dipartimento di ingegneria industriale. E vi assicuro che é come fare reset in testa. 

Dopo tanto, ho sentito il mio cervello respirare, come le città deserte in cui riaffiora la natura. 







E forse è proprio lì che ho alleggerito la borsetta. 
Forse è lì che mi sono svuotata. 



martedì 28 aprile 2020

La fine delle tapas.

Un popolo lo conosci per come mangia.
Anche per questo mi piacciono gli spagnoli.

Quando facevo la guida gastronomica, dicevo sempre ai clienti che il loro modo di stare a tavola ne riflette la personalità. In quel loro ordinare tanti piatti diversi e metterli in mezzo “para compartir” (per condividere) vedevo il riflesso di un carattere aperto, godereccio e generoso. 


Ci credevo sul serio.

Senza parlare di come quell’abitudine mi permettesse di assaggiare un po’ di tutto ovunque andassi. Per una buona forchetta (e un’indecisa cronica) come me era praticamente il Paradiso.

Lo dicevo a genitori, amici, parenti:
Avevo trovato il mio stile di vita ideale.

Quando tornavo in Italia, facevo sempre un po’ fatica a ri-adattarmi al piatto unico. Alla scelta esclusiva. Al “guai se ti azzardi ad assaggiare quello che IO ho ordinato”. 


Non mi sono trasferita in Spagna PER le abitudini alimentari, questo è ovvio. Però erano uno degli aspetti che più amavo della vita qui.

Ieri la Junta de Andalucía ha presentato al Governo la sua proposta per la riapertura di ristoranti e bar dopo la quarantena (che deve passare per il filtro e l’approvazione del Ministero della Sanità)

In sintesi, le regole sarebbero queste:

- Si potrà entrare in un ristorante solo a turno ed esclusivamente su prenotazione (prenotando al massimo per 4 persone)
- Tra un turno e l’altro, i dipendenti devono avere il tempo di igienizzare tutto.
- Non ci si possono mettere più di 30 minuti per fare colazione, e non si può restare più di  90 minuti per mangiare.
- É obbligatorio ordinare un piatto per persona, che non può essere condiviso con gli altri commensali. 

In pratica, questo significa dire addio alla cultura delle tapas. Ai ritmi lenti. Alle sobremesas eterne nei chiringuitos. E, tra parentesi, quant’è bella la parola sobremesa, guarda caso intraducibile. Bella come l’atto di godersi la vita tra un bicchiere di vino ed un gin tonic mentre allacci il pranzo alla merenda seduto con gli amici a un tavolo vista mare. Come gli andalusi che, un po’ brilli, lasciano scorrere il giorno e le preoccupazioni cantando sevillanas per digerire in una taverna tipica.

Dobbiamo dire addio al piattino di olive davanti alla birra. Allo spiluccare qualcosa in ogni bar fino a saziarti. Al vagare senza meta per infilarsi in un posto nuovo che “ti ispira” ed esaltarti quando scopri che non era niente male. Alla casualità della scoperta. Alla libertà estrema del non programmare. Forse persino ai pentoloni della Farola de Orellana.

E lo so bene che tutto questo, adesso, è letteralmente l’ultimo dei problemi.
Lo so, che era l’unica proposta sensata.
Che sono una cretina anche soltanto a parlarne. 

Eppure, chissà perché, alla fine sono sempre i dettagli più insignificanti a gettarmi nello sconforto. 

Di colpo, leggendo il piano della Junta, m’è presa una tristezza che, razionalmente, non so giustificare. 

Forse penso e ragiono in funzione del cibo.
Forse posso abituarmi a tutto, tranne all’Andalusia che diventa il Nord Italia. 

O forse, più realisticamente, è solo che un concetto futile come la fine del tapeo rende ancora più concreto quello che già sapevo: tornare alla “normalità” sarà davvero impossibile.


Comunque sia sbrigatevi, a trovare un vaccino. 




domenica 12 aprile 2020

La voce del quartiere

Chissà chi avevano fatto sanguinare, le risate affilate degli adolescenti.
Mi nascondevo da loro quasi senza accorgermene, come per paura che potessero ferirmi di striscio.

Finivo di pranzare dando la schiena alla libreria.
Erano sempre, invariabilmente, le tre.

E chissà dove andavano a finire, le parole lanciate all’aria come baci sul vassoio di uno schermo nero. 


C’era quella donna, per esempio. Parlava sempre con una certa Gema.

Le ruote dei trolley trascinati dai bambini.
Qualcuno piangeva di sonno. Qualcun altro lo sentivi saltellare.

La signora con la voce infilata nell’età sbagliata che ogni mattina parlava sottobraccio con un’anziana della casa di cura. 

L’uomo che mentiva di Guapaaaa all’Antonia, che poi non s’é mai capito cosa accidenti vendeva.
Il tintinnio ritmico di un bastone. La modulazione di un canto flamenco.
C’era tutto un mondo sonoro, là fuori. 


Avevo imparato a riconoscerlo, come l’eclissi artificiale di un sole sulle ruote che mi oscurava il mondo mentre facevo da mangiare.


Ricordo ancora la conversazione all’alba tra due preti che parlavano di donne e tentazioni. Uno di loro ammetteva di aver peccato. L’altro si sentiva in colpa per averci pensato.

Il litigio feroce di quella che credeva che lui avesse un’altra. 
I suoi singhiozzi incontrollati. 

“Mi lasci per quella troia, non é vero? Lo so che ci sei stato a letto!”

L’eterna telenovela di drammi frammentati di cui solo chi vive al piano terra può godere.

Avevo persino pensato di registrarla.
Sarebbe stato un ottimo esercizio di scrittura sperimentale.

Ci avevo provato, a inizio anno.

Intento fallito poco prima che le conversazioni a cui avevo imparato a prestare attenzione contenessero tutte la stessa parola.

Troppo familiare.

Italia.
Italia.
Italia.

Poi, di colpo, il nulla.


Oggi sembra sempre Domenica, nella cornice del mio quadro personale.
Solo che non ci sono le bambine coi fiocchi in testa, i padri di famiglia con le paste, la frusta dei baci scoccati.


Tutt’al piú arriva l’inno di Spagna , un po’ attenuato, a mezzogiorno in punto. E mi fa sempre pensare ai mondiali. O la donna che non conosce l’uso dei guinzaglio e, ogni sera, urla al cane Charlie di tornare


Qualche pomeriggio passa un gitano con la sigaretta in bocca, unico superstite privo di mascherina. E troppe volte ho visto un’ambulanza, andare e venire da una casa in fondo alla via.
Il mondo sonoro del quartiere, oggi, si concentra tutto in una nuova routine.


Alle 19.45 un tizio con un chiaro passato da capo Ultras inizia a sparare musica a tutto volume. 

Regaettón, per lo piú. Poi inizia ad urlare come un pazzo, con tutto il fiato che ha in gola. Si é procurato persino un megafono, per i giorni in cui non ce la fa.

“Affacciatevi alle finestre, forza, diamoci dentro”.

Alle 8, puntuale come un orologio svizzero, quell'uomo a cui ancora non ho associato un volto coordina l’applauso che scende come pioggia sulla via.

É evidente che ormai non é piú solo un rito di ringraziamento per il personale sanitario.

É un bisogno disperato di aggrapparsi al contatto umano; di combattere quel maledetto silenzio che ci impedisce di fingere che questa sia solo una giornata pigra a casa.

E allora partono le urla. Sempre le stesse. Sempre nello stesso ordine. Con le esigenze di reiterazione corale di un qualunque concerto pop.

“Viva los médicos”
“Vivaaaa"
“Viva los miltares”
“Vivaaaa”
“Viva Málaga”
“Vivaaaa”
“Viva España”
“Vivaaaa” 
"Viva los médicos de Málaga"
"Vivaaaa"
"Viva los médicos de España"
"Vivaaaa"

“Viva los vecinooosss”
"Vivaaaa"

Ogni giorno dura un minuto in piú. 

La Croce Rossa passa a pavoneggiarsi, facendo partire un solo colpo di sirena in segno di saluto.


Immediatamente dopo, qualcuno intona una canzoncina per bambini.

“Hola Don Pepito”
“Hola Don José”, rispondono dagli altri balconi.
“Adiós Don Pepito”
“Adiós Don José”


É il segnale in codice che indica il momento di rientrare.
Cosí innocente che, giuro, mi dá fastidio.

Da una finestra all’altra ci si scambiano i saluti, ci si chiede come si sta.
"A domani"
Poi le persiane si chiudono e il quartiere torna a spegnersi. 

Privato della sua voce.
Derubato della sua identitá. 
Immagine: Pinterest.it









C'era una volta - Frammenti sparsi di conversazione captati fuori dalla mia finestra tra Gennaio e Febbraio 2020: 


¿Qué calorcito hoy, no? 

A ella le gusta mucho la Misericordia 

Es cuestión de sentarnos a ver. 

¿Pero te gustaría? Dime. 

NToniaaaaaa ... ¡qué guapa! 

Se llama Pablo y es homosexual 

¡Ntoniaaa Adiós! 

Perdón si te he ofendido. 

Y ¿qué te ha dicho, qué te ha dicho? 

(Llorando) era la que yo quería 


Esta mañana me llama la encargada.. cucha, Gema, es que hoy se me ha ido el autobús 


Si hay cosas más de chica... como de princesa, y eso 



- Pero esta semana no ha sido, fue la semana pasá 


- Es que no me acuerdo bien 


- Yaaa, por eso, fue la semana pasá 



Tenemos que ir al Mercadona 


Venga, esta tarde/noche hablamos 




- ¡Felicidadesss! 


- Ay, ¡muchas gracias! 
- ¿Cuántos son? 


- Un año más vieja 




Gema, quedamos a las 5 mejor. 



Adiós ¡capitán! ¿Dónde llevas la pistola? 



Nos tomamos una cervecita... ¿qué más queremos?

Por lo menos nos vemos en estos contextos festivos 



- Uyyyy, hermano, hoy me he enterado de una cosa... 


- De qué cosa, ¿mariposa? 


Es que estoy fatal, es que no me encuentro bien 






lunedì 23 marzo 2020

Come essere produttivi lavorando da casa (10 lezioni di smartworking che ho imparato a mie spese)




Devo premettere che non mi piace dare consigli. Anzi, lo detesto: sostanzialmente perché non credo - in nessun campo - di essere migliore di qualcuno.


É anche vero, però, che faccio smartworking da oltre sette anni. Non solo, ma lavoro per un’azienda che organizza, tra gli altri, corsi di produttività e concentrazione. 

Quindi, se vi trovate nella situazione di dover lavorare da casa per la prima volta e non ci siete abituati, forse (e dico forse) in qualche modo vi posso aiutare. 

Senza pretensioni e con tutta l’umiltà del mondo, qui ci sono 10 “lezioni” che ho dovuto imparare a mie spese. Spero possano tornarvi utili per completare i vostri task nel migliore dei modi durante la quarantena… vale a dire, senza perdere il tempo e possibilmente senza impazzire.


1. STABILITE UN ORARIO E RISPETTATELO







In assoluto la Regola d’Oro di ogni smart worker, nonché l’UNICA COSA che vi eviterà di ridurvi a lavorare 24 ore al giorno, o di ritrovarvi a rispondere ai clienti a mezzanotte passata. Il che, come avrete sicuramente già intuito, è l’anticamera del burn out

Davvero: se vi volete almeno un po’ bene, definite il vostro orario di lavoro e comunicatelo ai vostri superiori. Può essere lo stesso orario che avevate in ufficio, o potete confezionarvelo su misura. Come vi pare, ma fissatelo. 

Un buon modo per comunicarlo all’azienda é usare frasi tipo “cosí sapete quando contattarmi” o “cosí siete sempre informati su quando sono sui vari task”: dimostrerete buona volontà e passerete per quello professionale che vuol dare una mano, anziché per quello che “non c’ha voglia di far niente”. 

Una volta definito e comunicato l’orario, é di fondamentale importanza rispettarlo. E questa é la parte più difficile, perché dovrete fare appello a tutta la vostra autodisciplina. Quando siete a metà di un lavoro é naturale volerlo completare. Ma, a meno che non vi manchi proprio pochissimo o dobbiate consegnarlo in giornata, é importante che vi forziate a chiudere tutto quando scatta l’ora X. 


Per aiutarvi potete fissarvi un appuntamento immediatamente dopo (nel mio caso erano le lezioni di flamenco), ma anche impostarvi semplicemente un timer sul cellulare.
Se il vostro capo o un collega vi scrive o vi contatta DOPO l’orario di lavoro che gli avete fornito, non rispondete. Sempre che non siano questioni di vitale importanza, s’intende. 

Altrimenti, ricordate che avete dato una fascia oraria di disponibilità molto ampia e avete tutto il diritto di non essere reperibili al di fuori di essa. Se rispondete anche solo una o due volte dopo l’orario di lavoro, il rischio é che i vostri responsabili capiscano che siete sempre disponibili e pronti a scattare al minimo richiamo… e dicevamo che il nostro obiettivo era precisamente quello di NON lavorare 24 ore al giorno, giusto?


2. METTETEVI IN TIRO




Quando pensano allo smartworking, quasi tutti fantasticano sull’idea di poter lavorare in pigiama. Lo facevo anch’io, e non nego che a molti riesca bene. Nel mio caso, però, non ha funzionato. 


All’inizio é fighissimo, sí. Ti dà un senso di libertà assoluta e comfort. Dopo qualche settimana, tuttavia, inizi a sentirti una specie di barbona. 

Ti rendi conto che ti stai trascurando. Quando incroci il tuo sguardo in uno specchio ti vedi brutta, spettinata, con la pelle bianchissima e le occhiaie. In qualche anfratto del subcosciente, ti rendi conto che non sei più una donna, ma una macchina da lavoro. Questo influisce pesantemente sul tuo umore che, come vi spiegherò più avanti, é un fattore determinante per la motivazione e la produttività. 

Il mio consiglio, quindi, é quello di lavarvi (e ci mancherebbe pure altro, dai), truccarvi e vestirvi ogni mattina come se doveste andare in ufficio. Scarpe e reggiseno inclusi.


3. CREATE UNA TO-DO LIST








Creare una lista dei compiti da svolgere di giorno in giorno ha almeno tre vantaggi: 



1) Garantisce che non vi state dimenticando nulla (il che, a sua volta, vi protegge dal trovarvi all'improvviso del lavoro superiperurgente da fare correndo contro il tempo); 

2) Vi aiuta a mettere i task in ordine di priorità per avere sempre ben chiaro da quale cominciare 

3) Migliora la vostra autostima: quello di cancellare i compiti svolti non é, infatti, soltanto un gesto estremamente liberatorio, ma vi dará anche un’idea tangibile dei progressi fatti, facendovi sentire fieri di voi. 

Ci sono tantissime piattaforme che vi consentono di creare gratuitamente la vostra To-Do List online. La mia preferita é Trello: facilissima da usare, permette, tra tante altre funzioni, di archiviare i task completati, di assegnare task ai colleghi, di aggiungere commenti ed allegati ad ogni attività e di creare varie liste con lo stesso account. 



4. INIZIATE CON IL TASK PIÚ IMPORTANTE (O CON IL PIÚ DIFFICILE) 
 




I primi 90 minuti della giornata lavorativa sono quelli in cui siamo solitamente più produttivi. Anche per questo é importante mettere i vostri compiti giornalieri in ordine di priorità. 



Se lavorate per obiettivi (come spesso accade con lo smartworking) cominciare dal compito che più vi farà avanzare verso l’obiettivo finale vi farà sentire molto più soddisfatti e meno stressati a metà giornata, e affronterete i rimanenti task con molta più energia. 

Nel caso (poco probabile) in cui tutti i vostri compiti abbiano lo stesso livello di priorità, o non riusciate a determinare qual é il più importante, il mio consiglio é di cominciare con quello che più vi pesa fare: se vi ci metterete nei primi 90 minuti della giornata lo finirete molto prima che se lo lascerete per ultimo, e vi toglierete di dosso una buona quantità di stress. 

Un’altra buona idea é quella di riservarvi le attività meno impegnative per il periodo immediatamente successivo alla pausa pranzo: la digestione ci rende piú lenti e piú abbioccati, si sa.

5. CHIUDETE LE FINESTRE (SUL BROWSER)



Questo é un consiglio che mi diede una mia datrice di lavoro, a cui non smetterò mai di essere grata. Avere duemila schede o finestre aperte sul browser trasmette un senso di stress e di lavoro incompiuto, oltre a rendervi più difficile recuperare il sito o il documento che cercate. 



Molto meglio, perciò, abituarsi a chiudere la scheda (o la finestra, o il documento) nel momento in cui avete finito di usarla. Ci guadagnerete in tempo, in tranquillità, e a livello subcosciente starete dicendo al vostro cervello di archiviare come conclusa quella determinata attività.

(Non so se lo sapete, ma il nostro cervello non é progettato per il multitasking. Uno studio della California University ha dimostrato che quando passiamo da un’attività all’altra ci vogliono esattamente 23 minuti e 13 secondi per ritornare a concentrarci sull’attività precedente. Vale a dire che ogni volta che aprite un’altra scheda e poi tornate sulla scheda aperta in precedenza avrete perso almeno 23 minuti e 13 secondi di tempo)

6. “SPREMETE” IL POMODORO








Probabilmente avrete già sentito parlare della tecnica del Pomodoro, in assoluto la tecnica di produttività piú famosa al mondo (peraltro é stata inventata da un italiano, Francesco Cirillo). 

Questa strategia si basa sul concetto, dimostrato, per cui il nostro cervello non riesce a rimanere concentrato su un’unica attività per periodi lunghi di tempo: l’idea é quindi quella di alternare periodi corti ma intensi di produttività con brevi pause. 

In concreto, la tecnica del Pomodoro suggerisce di fare una pausa di 5 minuti dopo ogni periodo di 25 minuti di lavoro continuativo, e una pausa più lunga (15 minuti) dopo un’ora e mezza di lavoro. 

Devo ammettere che io, per mia natura, non sono una che fa pause. Nei momenti in cui sono meno concentrata, o meno ispirata, il Pomodoro, però, mi aiuta sempre. 

Naturalmente potete adeguarlo alle vostre necessità, che é poi quello che faccio io: In 25 minuti difficilmente riesco a finire di scrivere un copy, o di redigere un articolo. Perciò preferisco lavorare per obiettivi: 

Faccio una stima del tempo che penso mi ci vorrà per completare un determinato compito (o del tempo che vorrei metterci) e mi metto il timer sul telefono. 

Allontano il telefono, e lo posiziono in un posto in cui, per raggiungerlo, devo alzarmi per forza (cosí, essendo pigra, so che non mi distrarrò per guardare le notifiche di whatsapp man mano che arrivano). 

Solo a quel punto, mi metto a lavorare. Sapendo che ho un tempo da rispettare per completare il compito, mi dò da fare e lo completo molto più velocemente.


7. PREMIATEVI 







Un modo per rendere ancora più efficace la tecnica del Pomodoro (e per concentrarvi su quello che dovete fare, anche quando proprio non vi va) é stabilire delle ricompense che darete a voi stessi nella prossima pausa. 

Prima di iniziare il vostro compito, pensate a cosa vi piacerebbe fare nei 5 minuti di pausa che vi prenderete quando l’avrete completato. Mangiare un pezzo di cioccolata? Ascoltare la nuova canzone del vostro gruppo preferito? Guardare un video che vi siete salvati su YouTube? Messaggiare con il vostro ragazzo? 

Può essere qualsiasi cosa, purché sappiate che vi renderà felice. 

Il nostro cervello funziona per stimoli. Sapendo che vi attende qualcosa di bello dopo il noiosissimo lavoro che vi tocca fare vi aiuterà a darvi da fare per completarlo in fretta.


8. MUOVETEVI 









Quando le idee proprio non arrivano, gli esperti consigliano di fare una passeggiata all’aria aperta, perché aiuta a ossigenare il cervello. Naturalmente in questi giorni non lo potete fare, ma vi propongo un’alternativa che - almeno con me - funziona ancora meglio: 


Mettete sù una canzone ritmata, alzate il volume e iniziate a ballare. 

Magari all’inizio vi sentirete un po’ scemi a ballare come pazzi per casa, ma giuro che fa bene… e non lo dico solo io! 

La scienza ha dimostrato che il ballo ha numerosi benefici, tra cui migliorare la memoria, l’agilità mentale e la concentrazione.

9. COSTRUITE LA FELICITÁ 







É stato provato che siamo molto piú produttivi quando siamo di buon umore. 

Il problema é: come accidenti si può essere di buonumore durante una pandemia, o quando devi fare un lavoro che non ti piace? 

Esistono dei trucchetti per riuscirci. Il primo é, ancora una volta, la musica: ascoltare canzoni con un ritmo incalzante e un testo positivo ci fa stare bene, e sblocca il nostro potenziale creativo.

Il secondo trucco consiste nel chiudere gli occhi e rivivere, con il maggior numero di dettagli possibile, una situazione in cui siete stati realmente e pienamente felici. Ricreate quella situazione nella testa per alcuni minuti. Pensate a come eravate vestiti, a cosa c’era attorno a voi, a che tempo faceva. Ricostruendo il momento nella vostra testa, ricostruirete anche il modo in cui vi sentivate, e nel momento in cui aprirete gli occhi sarete meglio disposti nei confronti del lavoro che vi aspetta. 

(So che sembra una roba molto zen, ma ho provato e funziona).



10. PENSATE AL DOMANI








Come ultimo punto, vi consiglio di dedicare gli ultimi 10-15 minuti della giornata lavorativa a pianificare la seguente: create la to-do List del giorno dopo, mettete i task in ordine di priorità e decidete da subito da quale cominciare. 

Cosí facendo, all'indomani non dovrete perdere tempo a organizzarvi e potete “passare direttamente all’azione”, sfruttando a pieno i vostri 90 minuti di massimo rendimento. 



Ci tengo a specificare che non sono un guru della produttività né niente del genere: di fatto, mi é capitato in più di un’occasione di disattendere queste regole, e so anche che continuerà a capitarmi. 

Non sentitevi male, quindi, se per qualsiasi motivo non riuscite a rispettarle: siamo umani, e come tali imperfetti. Se vi consiglio di provarci é, però, perché negli ultimi 7 anni ho potuto constatarne l’efficacia più e più volte in prima persona. 


Spero solo che la mia esperienza possa esservi d’aiuto.




giovedì 5 marzo 2020

9 cose da fare a Málaga questo weekend (per meno di 20 euro)

Io a lanciare rubriche non ci provo neanche più, che poi non ho tempo per portarle avanti e mi sento come se avessi fatto un torto gravissimo a qualcuno. 

Stamattina, però, mentre esprimevo il mio interesse per eventi random su Facebook con in testa la musichetta della sigla di Friends, de repente (quant’è bella l’espressione “de repente”?)  mi sono tornate in mente due cose: 
A) Teresa che mi usa come Google Calendar davanti a un bicchiere di vino rosso in un bar qualunque del centro. “Oh, tu che sei sempre informatissima su tutto quello che organizzano a Málaga, che c’è da fare questo weekend?”

B) Ángel che mi chiede informazioni sulla data esatta di una visita guidata al Cementerio Inglés di cui, manco a dirlo, mi ero completamente dimenticata.

Come conseguenza, ho sentito l’obbligo morale e civile di elencarvi qui sotto alcune attività a mio avviso interessanti che potete fare questo settimana se vi trovate nel capoluogo della Costa del Sol. (Sí, qui si esce ancora)

VENERDÍ 6 MARZO:

19.00 - LA TÉRMICA - Red Friday (Gratis)


Foto: La Térmica






Nella zona Ovest della città tornano i mitici ed amatissimi “Red Friday” del centro culturale La Térmica, che a cadenza mensile ci permettono di godere di un mercatino con oltre 60 stand di oggetti d’artigianato, abbigliamento vintage e musica, oltre a concerti gratuiti di gruppi emergenti della scena indie rock e indie pop, dibattiti e molto altro ancora.

La novità di Venerdì è l’”Espacio A 30 grados”, che ospita tre conferenze di trenta minuti ciascuna legate al design e alla filosofia DIY. Le protagoniste saranno tre donne: Volunto, Lamarsala e Labienhecha, che con le loro creazioni sostengono la lotta femminista.

Si potrà assistere, inoltre, ai live di La Santoro e Pelomomo e al dj set di Eme Dj. Le attività si protrarranno fino a oltre la mezzanotte.


19.30 - ATENEO DE MÁLAGA:  “IV Velada Poetry Slam” (Gratis, con contributo volontario)
Foto: Poetry Slam




Poetry Slam è un originale concorso di poesia strutturato come un vero e proprio campionato sportivo. Ad ogni gara (se ne celebra una al mese) 10 autori presentano un testo originale e lo declamano su un palco, avendo a disposizione non più di 3 minuti ciascuno. É assolutamente vietato l’uso di musica o di altri tipi di messa in scena: qui contano solo la penna, il pathos, e la voce.
É il pubblico a votare i componimenti e decidere il vincitore della gara. Alla fine del campionato, il poeta che avrà sommato più punti rappresenterà Málaga alla stessa competizione che viene organizzata su scala nazionale.

21.30 - FLAMENCO EN LA TRINIDAD (15€)

Per chi amasse il flamenco, la Peña Trinitaria apre le sue porte in uno dei quartieri più significativi per la nascita e l’evoluzione di quest’arte a Málaga. Il ballo di Ana Almagro, la chitarra di Juanma Torres , la voce e il piano (ebbene sì!) di Cristina Moret promettono di offrirci un gustoso assaggio delle nuove correnti che stanno nascendo in città.


SABATO 7 MARZO

12.00 - MUSEO CARMEN THYSSEN: “ARTE Y MODA, UN DIÁLOGO CÓMPLICE” (Gratis)
Foto: La Térmica



Eloy Martínez de la Pera Celada analizza la ricchezza delle influenze mutue tra arte e moda in una conferenza che si preannuncia particolarmente interessante per gli amanti dei due mondi.

11:00h, 12:30h y 17:30h - ALAMEDA PRINCIPAL “MUJERES EN LA ALAMEDA” (Gratis)
Foto: Fundación Málaga




In occasione dell’imminente Giornata della Donna, la Fundación Málaga e l’area di Cultura del comune di Málaga organizzano un percorso guidato e teatralizzato alla scoperta delle grandi donne che hanno segnato la storia della città. 



Lo storico Víctor Heredia guiderà gli interessati attraverso uno spazio urbano recuperato di recente che offre nuove possibilità per ripercorrere la vita di donne appartenenti alla borghesia malagueña del XIX e del XX secolo. Amalia Heredia, Trinidad Grund, la Baronessa Rahden, Isabel Oyarzábal e la Duchessa di Parcent torneranno in vita per un giorno grazie alle attrici che le interpreteranno.

L’evento verrà riproposto in 3 diversi orari, e sarà limitato a un massimo di 30 persone per gruppo. Per partecipare, dovete prenotarvi inviando una mail a fundacionmalaga@fundacionmalaga.com


DOMENICA 8 MARZO

10.00 - PASEOS FLAMENCOS - MALAGUEÑAS FLAMENCAS 

L’iniziativa “Paseos flamencos” ha l’obiettivo di far conoscere la storia del flamenco in città attraverso una serie di visite guidate nei suoi luoghi emblematici. In occasione della Giornata della Donna, l’itinerario ruota attorno alla tematica delle più importanti figure femminili del flamenco a Málaga. É necessaria la prenotazione telefonando al numero +34 687 607 526. Non conosco il prezzo esatto ma non dovrebbe superare i 20 euro. In ogni caso, chiedete per evitare sorprese. 


Se poi non temete le code e volete approfittare dell’ingresso GRATUITO nei musei la Domenica, vi consiglio queste due belle mostre inaugurate di recente:

MUSEO THYSSEN - TOULOUSE LAUTREC Y EL CIRCO
Foto: Diario Sur




Nella Sala Noble del museo vi aspettano quarantasei opere su carta che riflettono l’amore dell’artista francese per gli spettacoli circensi che proliferavano nella Parigi del diciannovesimo secolo. Il cuore della mostra é una serie di 39 stampe edite tra il 1905 e il 1931 e basate su disegni originali di Toulouse Lautrec datati 1899. Le accompagnano altre illustrazioni sullo stesso tema pubblicate sulle riviste dell’epoca.


MUSEO PICASSO- GENEALOGÍAS DEL ARTE

Foto: Málaga Hoy




Annunciata da Madrid come una mostra imperdibile premiata da record di affluenza, “Genealogías del Arte” si pone l’ambizioso obiettivo di raccontare la storia dell’arte mediante immagini e poche parole, in contrapposizione al più tradizionale metodo accademico fatto di lunghi testi che spesso finiscono per respingere un pubblico di potenziali appassionati. Sulle pareti del museo più famoso di Málaga vedremo quindi, in quest’occasione, oltre 250 artisti delle arti visuali, tra cui Pablo Picasso, Constantin Brancusi, Paul Cézanne, Robert Delaunay, Alberto Giacometti, Juan Gris, Vasily Kandinsky, Fernand Léger, El Lissitzky, Kazimir Malevich, Franz Marc, Henri Matisse, Joan Miró, Piet Mondrian, Georges Braque, Paul Klee o Henry Moore. 



Al nuovo centro culturale aperto nella Plaza De Toros de La Malagueta potete infine godere, gratuitamente, dell’esposizione fotografica “Flamenco” del cineasta Carlos Saura: decisamente da non perdere se amate la fotografia.