domenica 16 settembre 2018

Oh, See.

Tre del mattino. 
Abbasso lo sguardo sulle scarpe da ginnastica ormai luride. 
"Mio Dio, sono da buttare!"

É la prima cosa su cui mi fisso. 
Ci provo gusto, come se volessi chiedere conferma agli oggetti che la gioia che ho provato è esistita davvero. 
Un bicchiere da lavare. Un foglietto spiegazzato nella borsa. Un braccialetto blu. 

Conto i brillantini incollati sotto i vestiti zuppi di pioggia e birra come ferite di una battaglia bella. 


E le labbra si allargano in un sorriso. 

Per quanto possa sembrare strano, si può dire che l'Oh See sia stato il primo vero festival a cui io abbia partecipato. 
Esclusiva come sono nelle mie fissazioni, ho sempre preferito i concerti singoli. 
Due ore intense- se hai fortuna tre - passate a fissare un palco aspettando la tua dose di emozioni. 


Un solo protagonista. 
Un attimo effimero e bellissimo che non ammette pause o distrazioni. 



Mi emozionava l'idea di vivere finalmente un'esperienza un po' diversa. 
Capire cosa significa passare una giornata intera a trotterellare tra due palchi, con i bassi nel cuore ed un bicchiere in mano. 

Sarei sopravvissuta? Mi sarei - giuro, me l'ero chiesta - un po' annoiata




I preparativi erano iniziati da tempo, nevrotici e solenni nel crescendo di adrenalina.
C'ero io che sognavo le coroncine di fiori del Coachella.
Il meteo che faceva terrorismo preannunciando piogge torrenziali.
C'era la necessità impellente di una borsa abbastanza comoda e capiente da valere la fila alle casse del Primark.
E Nancy che mi mandava le foto dei suoi outfit mentre un tizio mi tartassava per piazzarmi la tessera con gli sconti di non so cosa.
"Y no, mira te lo digo subito...cioé, ya".
NON MI POTETE PARLARE IN SPAGNOLO MENTRE SCRIVO IN ITALIANO. Neanche al contrario.
Dio, che delirio.
E mi son persa al centro commerciale Larios, ritrovandomi al parcheggio con il cellulare in mano.

C'erano i miei amici, che mi chiedevano a intervalli regolari e in tutti i mezzi possibili che autobus dovessimo prendere per arrivare.

"El veinteee, chicos!"

Ci pensavamo tutti, già al live per me un po' troppo rock dei Sexy Zebras. Quando mancavano i kebab e sul taxi che avevo preso di corsa il taxista cantava gli Imagine Dragons.

Il rumore di un tuono. Le dita incrociate.
Poi, quel momento è arrivato.

E, come tutte le giornate memorabili, ha deciso di annunciarsi con eccessivo fragore.
Mi ha sorpresa decretando la morte del vecchio Nokia che usavo come sveglia. Si ringrazia la vescica mi ha fatto aprire gli occhi a mezzogiorno, in mezzo a una caterva di messaggi su whatsapp.

Mierda, ya voy. 
Doccia in tempi record. Incertezza sugli short. 
Come accidenti faccio a dormire così tanto, tío.

Da lì in poi, è stato tutto in discesa. 

Ripenso all'Oh See, oggi.
Oggi che avrei voluto andare in giro per musei, comprare le paste come le famiglie del quartiere, fare una passeggiata sul lungomare. E invece sto qui a prendermi un'aspirina mentre riguardo le foto. La centrifuga della seconda lavatrice in sottofondo e l'elenco di canzoni che mi voglio riascoltare. 

Ripenso all'Oh See. E la mente mi si riempie di immagini sconnesse. 



Io che faccio colazione con la birra ("Beh, ha i cereali"). Il tipo che si impegna a dire che Bob Dylan non è Bob Dylan ("Pero déjame hablar"). Gli sconosciuti che ci riconoscono sui maxischermi. Il fotografo guapísimo del Jagermeister. E fare quattro volte il video a camera lenta allo stand dell'Alhambra perché "el postureo es complicado". 

Ricordo la quantità pressochè infinita di brillantini sulla schiena di Nancy. Andare al bagno degli uomini perchè c'è meno fila. Ballare con le stelle filanti. Il sosia di Sadness. Chiedersi quanti anni ha Coque Malla ad ore improbabili, come se saperlo fosse diventata all'improvviso una questione di vita o di morte.

Ancora, il mal di testa atroce che mi prende mentre suona Iván Ferreiro. Il Gin all'arancia. Dover scegliere se cenare o vedere i Sidonie per poi ritrovarsi a cantare "Por Ti" con un burrito in bocca. 

Il diluvio che ci sorprende mentre suonano Los Planetas. Io che non trovo mai niente nella borsa. Il tizio che si incolla sotto al mio ombrello blaterando robe incomprensibili ("Ma se disturbo me vado, eh?" "Ecco, vai!"). Allungare il bicchiere di birra per chiedere che qualcuno me lo regga mentre tutti credono che io voglia brindare. Facciamo che mi arrangio. Riuscire a mettersi il dannato k-way solo quando smette di piovere. Dico sul serio: chi diavolo li progetta, 'sti cosi?
Il momento in cui ho ammesso, anche a me stessa, che non sono mai stata calciofila ma un po' tifo Málaga. Che una partita alla Rosaleda forse me la vedrei. Che forse mi comprerei la sciarpa. Oddio, ma sono seria? Quando cercavo di spiegare senza successo il thread del russo su Twitter.

Rivivo i miei quattro momenti di puro subidón: No Puedo Vivir Sin Ti di Coque Malla. La Revolución Sexual de La Casa Azul. Años 80 di Iván Ferreiro. La già menzionata Por Ti dei Sidonie.
Che poi, vogliamo parlare di quanto è bella la parola "Subidón"? Non esiste "euforia", "adrenalina" o "esaltazione" in grado di rendere un concetto così.

E "quelli sulle scale". Il cuore di cartone che si rompe. Io che vado a buttare via un bicchiere di plastica due metri più in là; Gli amici, già ubriachissimi, che quando torno chiedono preoccupati "Ma dov'eri? Dove vai da sola?". E lì capisco che "sola" non lo sarò mai.

Decisamente, i festival sono molto diversi dai concerti.

Trotterelli tra due palchi, cambi prospettive, conosci brani e gruppi nuovi. 

Le setlist sono più corte. L'alcol abbonda. L'aspirazione alla prima fila si riduce col passare delle ore. E finisce che chi suona como que te da un poco igual. 
I concerti celebrano la musica, ma i festival celebrano l'amicizia. 

Ed è per questo che, nella mia vita, c'é bisogno di tutti e due. 



sabato 1 settembre 2018

Wake Me Up When...MA COL CAVOLO, GREEN DAY!



Mi sveglio in un bagno di sudore e di pensieri. I rimasugli di qualche immagine onirica sconnessa dentro agli occhi e i capelli già increspati dall'umidità. 

Nuovo mese, nuova playlist. 
Stessa vita.

... Per la cronaca, la nuova playlist inizierà così. 

Da quando sto a Málaga ho imparato ad amare Settembre, cosa che fino a non molto tempo fa mi sarebbe risultata inconcepibile. 

Il fatto è che sì, ti tocca rinunciare agli espetos de sardina (i locali dicono che si dovrebbero mangiare solo nei mesi senza R). 

Devi re-immergerti in una routine lavorativa che ti prosciuga il cervello nell'invenzione costante di testi più o meno creativi. 

Però vuoi mettere? I turisti se ne vanno. Le spiagge si svuotano in un caldo ancora estivo. Il refrigerio delle notti ti conforta nelle strade affollate di routine. 


El Palo 


E d'improvviso sei sola, nell'abbraccio del luogo in cui hai scelto di essere felice. Ti sembra di potergli sussurrare all'orecchio i tuoi più intimi segreti. Sei quasi certa che ti possa capire. 

A Settembre abbondano i motivi per festeggiare. L'anniversario del mio Erasmus (saranno dieci anni tondi, quest'anno). L'anniversario del mio trasferimento. 

E poi gli amici tornano, tutti. Dall'Italia. Dalle vacanze. Dai Paesi in cui stavano vivendo avventure professionali più o meno durature. 

Così ci si riunisce nel bar di sempre a raccontarsi le novità. Si fanno progetti. Si improvvisano piani.

Questo sarà un Settembre di concerti. Tanti.
L.A. alla Fabbrica della Victoria.
I Sexy Zebras gratis per il ciclo di live della San Miguel. 
Il festival Oh, See come evento clue della scena indie spagnola in città.
Un nuovo Sofar a cui spero di riuscire ad andare.

Sarà un Settembre di re-incontri, di grigliate, di persone nuove. Mi perderò nelle passeggiate ai Jardines de Puerta Oscura. Andrò finalmente a prendere il sole al Peñón del Cuervo. E forse mi sentirò un po' meno in colpa a tradire i pomeriggi estivi per una sessione di shopping al centro commerciale Larios - pare che da Primark vendano una linea di accessori ispirata a Friends: capirete che ci DEVO andare. 

Ed è vero che è questo, il Capodanno.
É vero che è il mese dei nuovi inizi. 

Ma se l'Andalusia mi ha insegnato qualcosa è che i nuovi inizi li puoi soltanto amare. 

Quindi no, Green Day, non sono più d'accordo
Svegliatemi ora. Non fatemi chiudere occhio. 

Questi trenta giorni me li voglio godere dall'inizio alla fine. 






domenica 26 agosto 2018

Nela Garcìa e il doppio mistero dell'estate


Ormai é un dato di fatto: i Thriller dell'estate, in Spagna, si leggono su Twitter. A un anno quasi esatto dal fenomeno Bartual, oggi tocca a Nela García tenere il Paese incollato allo schermo del cellulare. Proprio come successe con il vignettista, il suo thread- che conta ormai quasi 83.000 RT - è già soggetto di critiche e dibattiti, oltre che spunto per innumerevoli meme. 




Narrata in un finto real-time, e paragonata nientemeno che a Black Mirror, la trama ruota attorno al misterioso cellulare trovato per strada dalla protagonista. Al suo interno, pochissime app e nessun contatto. Solo un account Facebook e un profilo Instagram senza  follower permettono di risalire al nome della proprietaria: una certa Marta Gutierrez, di Madrid. O, almeno, così pare. Basta, infatti, una semplice ricerca immagini su Google per ritrovare quello stesso volto sul blog di viaggio di Beatrice Williams, una turista americana morta otto anni prima. Sarebbe già abbastanza inquietante, ma non è finita qui: chiamando un numero presente nel registro delle ultime chiamate, una voce contraffatta invita a risolvere delle prove...

Qual è la posta in gioco? E cosa c'entra una scimmia rossa con la sparizione della madre di Nela? Tra parole, foto, video e sondaggi, l'autrice ci regala un colpo di scena dietro l'altro, dimostrando di saper usare a perfezione i codici espressivi di un nuovo formato narrativo ormai del tutto sdoganato in uno dei Paesi più twitteri e social d'Europa.




Ancor più dei suoi predecessori, la García unisce la multimedialità all'interazione, lasciando che siano i suoi follower a risolvere gli enigmi per lei. Non solo, ma ne cita le risposte nei tweet che compongono il racconto, portando l'esperimento ad un livello successivo. In questo modo la trama - per quanto sicuramente pre-studiata - si aggiusta e modifica giorno dopo giorno, anzichè avvalersi esclusivamente di materiali elaborati ad hoc. In sostanza, la comunità diventa PARTE della storia, e non più mera spettatrice. 

Ma non è l'unico elemento di unicità nel caso più virale dell'estate spagnola. Si dà il caso, infatti, che il thread contenga un mistero nel mistero. Prima ancora di chiedersi "come andrà a finire?" la domanda che la Nazione si fa è: "chi c'è dietro?".

Di Nela García non si sa molto, per non dire nulla. Ha i capelli bicolore, con le punte colorate di rosa. Nella biografia di Twitter, si definisce "programmatrice di giorno e gamer di notte". Tutto qui. Senza altri dettagli a gettare luce sulla sua vera identità, le teorie "complottistiche" si sprecano. Anche perchè - ammettiamolo - di dettagli sospetti ce ne sono un bel po'.

L'utente Jose Alonso (@JoseAlonso) è stato tra i primi ad accorgersene. Come tutti i blog, anche quello teoricamente appartenuto a Beatrice Williams contiene un numero di identificazione. Copiandolo e incollandolo sulla barra di ricerca di Google, Alonso è stato rimandato al profilo di un unico utente. Il nome? Ebbene sì, MANUEL BARTUAL. Difficile, peraltro, non accorgersi che il thread della García é iniziato il 20 Agosto del 2018, esattamente alla vigilia dell'anniversario del fenomeno virale di Bartual.

C'è chi è andato più in là. El Hematocrítico - uno degli account twitter più popolari in Spagna - ha azzardato l'ipotesi che il racconto della ragazza sia in realtà frutto della collaborazione tra il vignettista e Modesto García, autore di un altro popolarissimo twit-racconto vincitore di ben due premi alla recente #FeriaDelHilo: il primo contest di twitteratura indetto da Twitter Spagna con il supporto di numerosi brand. Apro una parentesi con almeno due motivi per adorarlo: è malagueño, e l'alter ego con cui ha firmato il suo hilo è Mr.Brightside, come la canzone più famosa dei The Killers. Sto cercando di capire se è single. 

Comunque. Secondo questa teoria, il nome stesso "Nela Garcìa" deriverebbe dall'unione dei nomi dei due autori: Manuel (da cui Manuela, abbreviato Nela) e Garcìa. Non solo, ma sull'account Facebook di Nela, ad inizio Agosto, erano state postate delle foto in cui si vedeva la ragazza intenta a leggere il famoso thread di Modesto. In un altro scatto, il libro di Manuel Bartual appariva in bella vista sullo scaffale alle sue spalle. 


Nela García legge il thread di Mr. Brightside AKA Modesto García


Il libro di Manuel Bartual sulla libreria di Nela García 


Se vi sembrano prove un po' deboli - in fondo, chiunque voglia scrivere un thread virale dovrebbe documentarsi con dei casi di successo - beccatevi questa:

L'indirizzo e-mail di recupero dell'account gmail della supposta proprietaria del cellulare trovato da Nela, marta.gutierrez.espinosa@gmail.com, risulta essere i***@mod**********.com, che corrisponde a perfezione con info@modestogarcia.com: l'indirizzo e-mail riportato sul profilo twitter di Modesto García. Non dimentichiamo, inoltre, che quest'ultimo aveva raccontato il suo famoso thread usando un altro account creato per l'occasione (Mr.Brightside, appunto), quindi non ci sarebbe niente di strano se anche Nela fosse uno pseudonimo. 





La data di nascita di Nela, secondo il suo profilo di Twitter, è 3-2-88. Curiosamente simile a 328, il numero della stanza d'albergo al centro della storia di Bartual. 

Aggiungo che io ho scoperto il thread del momento perchè condiviso- quando ancora i retweet erano relativamente pochi - dall'head of brand strategy di Twitter Spagna, responsabile diretto del racconto di Natale di Manuel Bartual e della #feriadelhilo. Inoltre, il cellulare misterioso è inquadrato troppe volte e mostrato in tutte le sue funzioni per non pensare ad una pubblicità della Samsung. E indovinate chi c'era tra i brand hanno sponsorizzato la Feria del Hilo?

Qualcuno potrebbe obiettare che l'account di Nela esiste dal 2012. Vero. Ma basta una ricerca con i filtri avanzati di Twitter per accorgersi che solo quest'anno il nome é stato cambiato. Prima, l'account apparteneva a un tal @victorizado che - ta daaaan! - stranamente twittava molto sulle partite del Málaga C.F. Da quando ha cambiato nome, Nela ha anche interagito in un paio di occasioni con Bartual. 






Insomma, forse è vero che qualcosa di strano c'è. Ma, qualunque sia la verità, una cosa è certa: la fiction su Twitter è arrivata per restare. 

Potete leggere il thread di Nela Garcìa - chiunque lei sia - qui




UPDATE: Poche ore dopo aver scritto questo post, il racconto si è concluso con un insospettato messaggio educativo e dei titoli di coda da film hollywoodiano. Con essi, la conferma ufficiale: gli autori sono Manuel Bartual e Modesto García, che hanno iniziato a lavorare al progetto due mesi fa. Samsung ha sponsorizzato la cosa, e l'head of brand strategy di Twitter Spagna figura tra i collaboratori. Per il personaggio di Nela sono state utilizzate almeno tre "attrici" diverse e, clamorosamente, nessuno se ne é reso conto. El Hematocrítico non ha svelato nessun inghippo. Al contrario, era anch'egli complice e  il suo thread cospiratorio faceva parte della strategia promozonale. 

martedì 21 agosto 2018

Incompleta.

L'hot dog delle 5.30 del mattino getta silenzio tra le conversazioni.
Mancano i cornetti. Abbonda il sonno. E qualche ricordo fresco ancora da assimilare. 

I bassi di un brano reggaetón ci raggiungono dalla caseta di fronte, testimoni del via vai di un mondo parallelo. Di gonne flamenche che accarezzano l'asfalto. Di trucchi disfatti. Di file all'ingresso come un insulto all'alba che non deve arrivare. 




"Se acabó la Feria, chicos".
Nella mia voce una punta di tristezza si mischia al sapore dell'ultimo Cartojal. 

L'ho salutata per bene la mia Málaga, 'sta volta.
E l'amarezza di un volo in ritardo sembrava ribadirmi quello che già so. 

Lasciarla fa male, da sempre. Che sia per dieci giorni o per dieci anni interi. 

Perchè il mio posto è qui, non ho alcun dubbio. E a spaventarmi non è la resaca all'aeroporto, ma piuttosto l'idea di risvegliarmi come quella che una volta ero. Non voglio perderla, la leggerezza di quest'estate assurda. La scintilla nello sguardo che ha fatto dire ad un'amica che mi vede "più donna". La spontaneità con cui consiglio dischi alle commesse del Corte Inglés. 

Ogni volta che torno, un sonno che pare eterno mi getta sfinita sul letto della casa in cui sono cresciuta. Al risveglio le immagini della mia vita andalusa sembrano i resti di un sogno che fatico a mettere a fuoco. Lontane. Indistinte. Irreali. Non ci sono notifiche sul cellulare, né programmi per il fine settimana. 

Ogni volta è come se gli ultimi due anni si fossero cancellati nella pigrizia estrema che di nuovo mi investe. E mi rende bambina. E m'incatena per mio stesso volere alla routine mai perduta del passato.

Ecco, è questo che mi fa paura. 

Eppure Dio sa se le volevo, queste vacanze estive nella terra patria.
Dio sa se ne avevo bisogno.  

Tanto. 


Come di un punto e a capo. Un attimo di autentica disconnessione. Una parentesi di tranquillità che nelle notti lunghe della Costa del Sol non riesco - né, temo, riuscirò mai del tutto - ad incontrare. 

Solo che la tocco con mano, ogni giorno, la nostalgia degli altri italiani che vivono in Spagna. Per quanto amino il Paese in cui vivono, tutti loro hanno qualcosa per cui sospirare. 

La difendono nelle conversazioni. Li riempie di orgoglio e di emozione quando comprano un biglietto aereo. E, anche se non l'ho mai ammesso, io li invidio.

Non l'ho mai provato, quel senso forse di appartenenza alla mia città o alla mia Regione. 
E solo adesso mi accorgo che mi fa sentire incompleta. Diversa. In colpa, persino.

Nel mio Nord-Est ci torno - e volentieri! - per la famiglia. 
Ma, per quanto mi sforzi, la lista di ragioni si esaurisce  lì. 

Da me non ci sono, purtroppo, i mari cristallini del Sud. Le spiagge di Málaga che tanti criticano sono nettamente migliori di tutte quelle che ho accanto nel mio angolo d'Italia. 

In più l'acqua è fresca e subito fonda, proprio come piace a me. Non devi camminare per chilometri perchè ti arrivi ad altezza vita. Nè litigare con i bambini che giocano a palla in una pozza a temperatura pipì.

La gastronomia andalusa - non è un mistero- mi piace da morire. Per un espeto potrei fare la guerra. Il Moscatel lo importerei senza remore.

Non mi manca il cibo italiano, perchè se ne ho bisogno lo trovo a Málaga, e di miglior qualità di quello che posso reperire a Trieste o a Monfalcone. 

Non sto scherzando. 

Il Terra Mia fa la pizza più buona di qualunque pizzeria dell'Isontino. L'osteria da Angelino, vicino alla Cattedrale, propone una cucina romana da leccarsi i baffi. Alla Bacanal lo spritz è ottimo. E ci sono posti in cui i cannoli li importano direttamente dalla Sicilia. 

Se penso alle uniche pietanze veramente locali che in Andalusia non trovo mi vengono in mente tuttalpiù il cotto col kren (aka rafano), la Iuta, la cubana, il frico, la polenta, i cevapcici, la lubianska. Ma onestamente chi le mangerebbe, con quaranta gradi all'ombra? 

A Málaga il caffè buono si trova, se sai dove cercare. E senza le orde di zanzare. I temporali ogni  sera. Le facce incazzate della gente che va sempre di fretta per le strade. A Nord - Est il sole se ne va a dormire presto, e nessuno canta flamenco mentre passeggia davanti alle finestre della sala. 





Gli occhi degli estranei ti evitano invece di fissartisi addosso in un sorriso. Nessuno, dietro allo sportello di una banca - o alla cassa di un supermercato - inizia a chiacchierare con te della tua vita. 

Quando gli altri italiani all'estero mi chiedono di dire qualcosa nel mio dialetto, io fatico un sacco a ricordarmi le parole. In cambio, conosco a perfezione gran parte delle espressioni malagueñe più tradizionali.

É come se fossi completamente disconnessa dal mio passato. Come se fossi priva di radici. 
E, ve lo giuro, mi dispiace da morire. 

Perchè tra questi palazzi da mozzare il fiato e queste vocali troppo aperte; tra la Fincantieri e l'Ursus; tra le raffiche di vento e la statua di Svevo ...qui, alla alla resa dei conti, ci sono le mie origini.

Vorrei poter essere in grado di difenderle, come chiunque altro. 
Di riscoprirle. Di riconoscere il ruolo che devono pur aver avuto in ciò che sono diventata. 

Vorrei con tutta me stessa avere il sorriso che hanno gli italiani all'estero quando s'imbarcano in direzione "casa". Il sorriso che, al contrario, ho io soltanto quando la rotta è a Sud-Ovest.

Così, in queste vacanze, ho deciso di impiantarmi nello sguardo il filtro dei turisti entusiasti.
Di cercare tutto il bello della mia terra, immagazzinarlo, e poi sputarlo fuori. 

Sotto forma di foto. 
Di storie su Instagram. 
Di parole sui social network. 

Voglio provare, per una volta, ad ignorare il resto. 
E vedere se così riuscirò finalmente a sentirmi completa. 














venerdì 10 agosto 2018

4 negozi flamenchi di Málaga che dovreste seguire su Instagram


Signori, l'ora ics sta per scattare. 
A mezzanotte in punto, con tutto il frastuono dell'aspettativa che esplode, i fuochi d'artificio daranno il benvenuto alla Feria de Málaga. Qui vi dò qualche dritta per viverla come dei veri boquerones. Quelli che non scappano dal delirio, quantomeno.

Se avete deciso di vestirvi da flamenca, sappiate che i negozi di settore tendono a rimanere aperti a orario pressochè continuato per tutta la durata dell'evento. Perciò non preoccupatevi se non avete ancora trovato l'abito giusto: da qualche parte, dietro una vetrina, un groviglio di volant vi sta aspettando in trepidante attesa. 

La cosa migliore è che quasi tutti hanno Instagram. Il che vi permette di dare un'occhiatina alle collezioni comodamente sedute sul divano. Sbizzarrirvi coi like. E varcare la soglia con le idee già abbastanza chiare su quello che davvero volete.

Credetemi: è più utile di quanto pensiate. La folla che li prende d'assalto, i consigli delle commesse e il tripudio di colori delle stoffe potrebbero stordirvi. Per evitarvi lo sconforto dell'indecisione ho quindi voluto segnalarvi gli account dei miei quattro negozi preferiti, con una piccola anteprima di quello che potrete trovare nelle rispettive gallery. 

Buono shopping e buona Feria a tutte!




Il migliore per qualità/prezzo. Questo piccolo ma fornitissimo angolino dell'Entorno Thyssen rischia di passare un po' inosservato. Il motivo è che non cerca di stupirvi con effetti speciali e allestimenti spettacolari (di fatto l'individuerete solo in virtù del manichino fuori dalla porta); ma vi sorprenderà con una varietà sorprendente di abiti e accessori di ogni tipo. Oltre a portarvi a sbirciare all'interno e a condividere le foto dei prodotti in vendita, sui social organizzano anche qualche sorteggio a beneficio delle più fortunate.
Ve lo consiglio per le gonne corte, particolarmente economiche per la media (attorno ai 40 euro l'una) e decisamente adatte al caldo dell'Agosto malagueño. 





Negozio storico del centro di Málaga - è lì dal 1984! - per il mio gusto personale Viva La Feria vende gli abiti più belli in assoluto. Purtroppo, sono anche tra i più cari. Se decidete che l'investimento valga la pena, vi consiglio di sceglierne uno dal taglio classico, capace di resistere al passare del tempo e delle mode. Magari in un intramontabile rosso, che peraltro è anche uno dei colori di tendenza per quest'anno (Che ne dite di questo?) 

Su Instagram potete ammirare i prodotti in esposizione o indossati da modelle in carne ed ossa, che posano davanti alle vetrine o in contesti festivi. Anche in questo caso, non mancano i sorteggi saltuari.





Non ho avuto sempre le migliori esperienze con le commesse in loco, ma sui social network sono senza dubbio i migliori. Alternano le foto dei capi con quotes a tema flamenco, informazioni sui trend del momento e grafiche ad hoc per annunciare le offerte. Per la media del settore, i prezzi sono più che ragionevoli (potete trovare gonne a 89 euro e abiti interi a 99 euro).  

Vendono anche vestiti con le maniche smontabili per le più indecise. Il mio consiglio, se li comprate, è di tenerne una sola: l'asimmetria va di moda quest'anno. 





Altra boutique storica in città, Golo de Lunares è su Instagram da poco ma si sta già facendo notare. La gallery è un campionario accurato dei prodotti in vendita, tutti rigorosamente confezionati in Andalucía. Io mi sono innamorata del dettaglio di quest'abito, che racchiude ben tre delle tendenze del 2018: la stampa floreale, la già citata asimmetria e il rosa acceso, che - complice il Cartojal - è sempre e comunque il colore della Feria de Málaga. 



Infine, se non vi interessa essere particolarmente fashion e cercate semplicemente un vestito flamenco a prezzi stracciati, ci sono due posti in cui potete andare: il negozio solidale della Fundación Cudeca in Plaza de La Merced (li vendono di seconda mano anche per una ventina di euro) e il Mercato di Huelin, dove il Mercoledì e il Sabato mattina potrete scovarne sulle bancarelle addirittura a 3 euro l'uno. 

martedì 31 luglio 2018

Eclissi.


La rinascita comincia quando cambia il vento; O quando inizi a ragionare come Ted Mosby su di un treno diretto a Fuengirola. 



                                    Sí, insomma, un attimo prima dell'esaurimento nervoso. 



E quindi eccola qui, la brezza di Levante. L'effetto speciale perfetto che accompagna le luci sulla scena. Spintona via il Terral, puntuale ed opportuna, mentre i Vetusta Morla accettano di dividere l'ovazione con lei. 

Un post condiviso da Ilaria (@ilaria_luna84) in data:



Mannaggia a me che ho iniziato ad ascoltarli così tardi! Ma forse le canzoni hanno una data di consumo preferente. Ci scivolano addosso. Ci ronzano attorno, pazienti, attendendo il momento più opportuno per colpire. 

Le canzoni, in fondo, sono solo rumore indistinto finché non abbassiamo le difese. Poi, diventano la frase che un'amica si vuole tatuare. Il ritratto di una te che non sapevi d'essere. Diventano Maldita Dulzura, e Consejo de Sabios, e Guerra Civil. 



Ti sussurrano all'orecchio di Puntos Suspensivos (grande assente in setlist) e ti martellano nel petto con le percussioni di El Hombre del Saco. 

Diventano ricordi, punto e basta. Ed è lì che ti rubano il cuore. 
Mismo Sitio Distinto Lugar mi aveva sorpresa inerte sotto alle luci di Natale in calle Larios, quando mi serviva una soundtrack con più spigoli.

Ed ora eccomi qui, a guardarla animarsi di video e di colori. Davanti al Levante. Alle migliaia di braccia che ondeggiano nel cielo. "Questo è il concerto della nostra amicizia italo-spagnola", aveva detto Nancy. Ed era l'emblema di un post it appeso al Centro Pompidou. 




No hay error. Anche perchè cosa può esserci di sbagliato se attendi l'apertura dei cancelli bevendo birra a un chiringuito sul lungo mare? Se chiacchieri con gente nuova? Se persino Fuengirola diventa un posto con cui fare la pace?  

                 Mentre barcolli verso il bagno ridi fuori l'estate che attendevi.

Di colpo, mentre la vescica reclama attenzioni, ti rendi conto che puoi ancora riprendere il controllo della tua vita. Che tutta quella successione disordinata di immagini si può ricomporre in un quadro. Anche se magari l'ha dipinto Dalí. 

Così ripassi.

Il sosia di Andrea alla Casa de Guardia. L'aliena sexy. I Gorilla che riescono a
d ordinare sequenze numeriche in tempi record mentre io ho problemi con la destra e la sinistra quando ballo le sevillanas. 

Un'amica che torna, un'amica che va. Le espadrillas consumate, i sandali coi pois, la matita nera che mi lascia nudi gli occhi. Ed accasciarsi sul computer allo stremo delle forze. Sfuggendo al caldo, agli scarafaggi sui marciapiedi. Aggrappandosi all'idea delle vacanze come a un ponte prima di cadere. 

Ma poi un giorno nulla cambia, e cambia tutto. Così, come il vento, senza alcuna ragione. 
Aprono un bar di tapas all'angolo, e a me torna la voglia di scrivere. 

Con i piedi gonfi, siedo su una panchina e inspiro leggerezza. I fuochi d'artificio, alle mie spalle, sembrano volerla celebrare. 





"Stai attenta a quello che pensi durante l'eclisse", m'hanno detto.

Stai attenta, si potrà realizzare. 








venerdì 6 luglio 2018

"Era una roba da blog, però l'ho scritta su Facebook"


... E quindi ora ve la ricopio qui:

Proprio l’altro giorno, per lavoro, ho scritto un post sul Digital Detox (questo ). Ecco perché non ho potuto fare a meno di fare un saltino sulla sedia quando ho scoperto che la cara vecchia Nancy  è tornata a bloggare con un post sullo stesso tema. Un post che vi consiglio caldamente di leggere (qui) e non soltanto perché è mia amica.



É da un po’ che penso che mi farebbe bene staccare dai social. Non lo faccio in parte perché ci lavoro e in parte perché da quando vivo all’estero ogni mezzo per tenere i contatti con le persone lontane è non solo benvenuto ma anche necessario. Infine, le potenzialità delle [non- più -così] nuove tecnologie continuano ad entusiasmarmi un casino.
Tuttavia, mi sono resa conto che le notifiche sul cellulare mi gettano in uno stato di ansia perenne. Ne vedo una e sento l’esigenza di guardarla immediatamente, come se il ritardo di due minuti in una risposta potesse far cadere l’altra persona giù da un ponte, o chessò io. 

Ora che ci penso è stata proprio Nancy, una delle prime volte che siamo uscite qui a Málaga, a farmi notare che tutti i miei messaggi di Whatsapp cominciavano con “scusa, ho visto solo ora”. Andavamo al Terra Mia, by the way. Che novità. 

Mi sono resa conto che il cellulare mi distrae, tanto, sia quando lavoro che quando mi dedico ai miei progetti personali. Scrivere, soprattutto, è diventato un casino. 


Non solo bloggo molto meno, ma quando lo faccio ci metto un sacco di tempo perchè non mi riesco a concentrare. Per riuscirci devo (giuro!!!) azzerare le suonerie ai telefoni, togliere la vibrazione, girare i display al contrario per non vedere le luci che si illuminano oppure portarli fisicamente in un’altra stanza.


Mi sono resa conto, anche, che leggo di meno. Ed è vero che i miei ritmi di vita, a Málaga, sono decisamente frenetici e spostati sulla notte, ma il fatto che prima di dormire io mi trovi a scrollare le timeline di Twitter, Facebook ed Instagram invece di spegnere e passare quella mezz’oretta in piú a leggere due capitoli del libro che ho sul comodino mi fa innervosire non poco.


Poi c’è l’eterna questione dell’apparenza. Di quelli che giudicano le persone in base alle foto che postano senza riuscire a capire che quello che mettiamo in Rete è solo e soltanto una parte della verità. I momenti di difficoltà ce li abbiamo tutti, sempre. Quindi mordiamoci la lingua prima di pensare “Ma questa sta sempre al mare? Ma questa non lavora? Ma questo é sempre in giro? Guarda che bella vita!”, perchè quasi sempre dietro a quella “bella vita” ci sono lacrime, lutti, delusioni, contratti finiti, stipendi non pagati, difficoltà.


Infine il fatto di esserci. Di DOVER esserci, sempre.


Lunedì il mio capo - uno dei due, cioè. Dei tre. Ma poi, tecnicamente, si possono avere dei capi essendo autonoma? - Insomma: il CEO di una delle aziende per cui collaboro ha concluso una riunione con una richiesta a tutto lo staff: “per favore, non contattate i vostri colleghi su Whatsapp per cose di lavoro. Abbiamo Slack per qualcosa, e lì potete avvisare quando siete o non siete connessi. IL TEMPO LIBERO E’ SACRO, e non è possibile staccare veramente se le questioni di lavoro vi raggiungono ovunque”

E mi sono resa conto che, come social media manager - ma anche, in generale, come professionista del digital o come giornalista, persino- nessuno può davvero staccare mai.

Non stacchi quando ti arriva la notifica di Page Manager che ti avvisa del tizio che ha chiesto il prezzo di un prodotto, anche se in quel momento ti stai bevendo una birra e dici “rispondo domani”. Intanto l’hai vista. Intanto, anche se per un secondo, ci hai pensato. Non stacchi quando Whatsapp diventa il modo più facile e veloce di comunicare con i clienti. Non stacchi quando i telefoni Android decidono che è una buona idea segnalarti l’arrivo delle mail sull’account delle varie aziende. Con la testa non stacchiamo mai davvero.

E quindi eccoci qui, tutti mezzi esauriti, a parlare di Digital Detox. Eccomi qui, a pensare a quando 10 anni fa raccontavo il mio Erasmus passo a passo sul blog perchè non avevo nessun social (a parte Twitter, che ho messo due mesi dopo essere atterrata e che è ancora l’unico che mi diverte davvero) e fondamentalmente mi appagava di più. 

Anzi no: più che appagarmi forse mi faceva sentire più presente, perchè passavo quell’oretta al giorno col computer sulle gambe, a buttare fuori tutto quello che provavo, e per il resto non c’era nulla che interrompessi per chinare la testa su un display. 













Eccomi qui, in definitiva, mentre mi accorgo che questo post - a dirla tutta - sarebbe stata più una roba da blog. A pensare che sì, dai, forse lo copierò sul blog. Intanto, però, mi è venuto spontaneo scriverlo su Facebook. E allora porca vacca, Mark, ci hai veramente rincoglioniti.