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martedì 21 agosto 2018

Incompleta.

L'hot dog delle 5.30 del mattino getta silenzio tra le conversazioni.
Mancano i cornetti. Abbonda il sonno. E qualche ricordo fresco ancora da assimilare. 

I bassi di un brano reggaetón ci raggiungono dalla caseta di fronte, testimoni del via vai di un mondo parallelo. Di gonne flamenche che accarezzano l'asfalto. Di trucchi disfatti. Di file all'ingresso come un insulto all'alba che non deve arrivare. 




"Se acabó la Feria, chicos".
Nella mia voce una punta di tristezza si mischia al sapore dell'ultimo Cartojal. 

L'ho salutata per bene la mia Málaga, 'sta volta.
E l'amarezza di un volo in ritardo sembrava ribadirmi quello che già so. 

Lasciarla fa male, da sempre. Che sia per dieci giorni o per dieci anni interi. 

Perchè il mio posto è qui, non ho alcun dubbio. E a spaventarmi non è la resaca all'aeroporto, ma piuttosto l'idea di risvegliarmi come quella che una volta ero. Non voglio perderla, la leggerezza di quest'estate assurda. La scintilla nello sguardo che ha fatto dire ad un'amica che mi vede "più donna". La spontaneità con cui consiglio dischi alle commesse del Corte Inglés. 

Ogni volta che torno, un sonno che pare eterno mi getta sfinita sul letto della casa in cui sono cresciuta. Al risveglio le immagini della mia vita andalusa sembrano i resti di un sogno che fatico a mettere a fuoco. Lontane. Indistinte. Irreali. Non ci sono notifiche sul cellulare, né programmi per il fine settimana. 

Ogni volta è come se gli ultimi due anni si fossero cancellati nella pigrizia estrema che di nuovo mi investe. E mi rende bambina. E m'incatena per mio stesso volere alla routine mai perduta del passato.

Ecco, è questo che mi fa paura. 

Eppure Dio sa se le volevo, queste vacanze estive nella terra patria.
Dio sa se ne avevo bisogno.  

Tanto. 


Come di un punto e a capo. Un attimo di autentica disconnessione. Una parentesi di tranquillità che nelle notti lunghe della Costa del Sol non riesco - né, temo, riuscirò mai del tutto - ad incontrare. 

Solo che la tocco con mano, ogni giorno, la nostalgia degli altri italiani che vivono in Spagna. Per quanto amino il Paese in cui vivono, tutti loro hanno qualcosa per cui sospirare. 

La difendono nelle conversazioni. Li riempie di orgoglio e di emozione quando comprano un biglietto aereo. E, anche se non l'ho mai ammesso, io li invidio.

Non l'ho mai provato, quel senso forse di appartenenza alla mia città o alla mia Regione. 
E solo adesso mi accorgo che mi fa sentire incompleta. Diversa. In colpa, persino.

Nel mio Nord-Est ci torno - e volentieri! - per la famiglia. 
Ma, per quanto mi sforzi, la lista di ragioni si esaurisce  lì. 

Da me non ci sono, purtroppo, i mari cristallini del Sud. Le spiagge di Málaga che tanti criticano sono nettamente migliori di tutte quelle che ho accanto nel mio angolo d'Italia. 

In più l'acqua è fresca e subito fonda, proprio come piace a me. Non devi camminare per chilometri perchè ti arrivi ad altezza vita. Nè litigare con i bambini che giocano a palla in una pozza a temperatura pipì.

La gastronomia andalusa - non è un mistero- mi piace da morire. Per un espeto potrei fare la guerra. Il Moscatel lo importerei senza remore.

Non mi manca il cibo italiano, perchè se ne ho bisogno lo trovo a Málaga, e di miglior qualità di quello che posso reperire a Trieste o a Monfalcone. 

Non sto scherzando. 

Il Terra Mia fa la pizza più buona di qualunque pizzeria dell'Isontino. L'osteria da Angelino, vicino alla Cattedrale, propone una cucina romana da leccarsi i baffi. Alla Bacanal lo spritz è ottimo. E ci sono posti in cui i cannoli li importano direttamente dalla Sicilia. 

Se penso alle uniche pietanze veramente locali che in Andalusia non trovo mi vengono in mente tuttalpiù il cotto col kren (aka rafano), la Iuta, la cubana, il frico, la polenta, i cevapcici, la lubianska. Ma onestamente chi le mangerebbe, con quaranta gradi all'ombra? 

A Málaga il caffè buono si trova, se sai dove cercare. E senza le orde di zanzare. I temporali ogni  sera. Le facce incazzate della gente che va sempre di fretta per le strade. A Nord - Est il sole se ne va a dormire presto, e nessuno canta flamenco mentre passeggia davanti alle finestre della sala. 





Gli occhi degli estranei ti evitano invece di fissartisi addosso in un sorriso. Nessuno, dietro allo sportello di una banca - o alla cassa di un supermercato - inizia a chiacchierare con te della tua vita. 

Quando gli altri italiani all'estero mi chiedono di dire qualcosa nel mio dialetto, io fatico un sacco a ricordarmi le parole. In cambio, conosco a perfezione gran parte delle espressioni malagueñe più tradizionali.

É come se fossi completamente disconnessa dal mio passato. Come se fossi priva di radici. 
E, ve lo giuro, mi dispiace da morire. 

Perchè tra questi palazzi da mozzare il fiato e queste vocali troppo aperte; tra la Fincantieri e l'Ursus; tra le raffiche di vento e la statua di Svevo ...qui, alla alla resa dei conti, ci sono le mie origini.

Vorrei poter essere in grado di difenderle, come chiunque altro. 
Di riscoprirle. Di riconoscere il ruolo che devono pur aver avuto in ciò che sono diventata. 

Vorrei con tutta me stessa avere il sorriso che hanno gli italiani all'estero quando s'imbarcano in direzione "casa". Il sorriso che, al contrario, ho io soltanto quando la rotta è a Sud-Ovest.

Così, in queste vacanze, ho deciso di impiantarmi nello sguardo il filtro dei turisti entusiasti.
Di cercare tutto il bello della mia terra, immagazzinarlo, e poi sputarlo fuori. 

Sotto forma di foto. 
Di storie su Instagram. 
Di parole sui social network. 

Voglio provare, per una volta, ad ignorare il resto. 
E vedere se così riuscirò finalmente a sentirmi completa. 














domenica 26 giugno 2016

Tracce.


"Il ritorno porta addosso mal di testa e mal d'anima".


Tracce. Alcune più visibili, altre meno. 

La luce di Madrid te la trascini dentro, carico straordinario su un volo diretto ad Est. Ti manca già il modo netto in cui taglia i contorni. L'aspetto da libro per bambini che dona ai paesaggi illuminandone i colori. Accesa fino a dopo le dieci. Intensa e inebriante fino a un momento prima di sparire.



Plaza de Oriente


Sta tutta lì, la differenza con la mia città: in un tramonto appena sfumato dalla terrazza del Círculo de Bellas Artes. Come a dirmi "è questo che sono", "è questo che diventi quando anche tu sei qui". Una persona più estroversa, allegra, sicura di sè. Un ritratto in posa flamenca fuori dal Corral de La Morería, con il volto arrossato e la risata impossibile da contenere. Perchè a Madrid non c'è posto per la malinconia tragica dei tramonti di Trieste, quando il sole scende lento a insanguinare il mare. Spettacolare. Elegante. Drammatico come ho imparato ad esserlo quando mastico nel suo lento estinguersi tutte le mie urgenze d'altrove.





A Madrid c'è solo il momento, qui e ora, solo la vita che ti si aggroviglia attorno ubriacandoti di un'eterna follia. Il confine tra giorno e notte è solo convenzione necessaria a ricordarti che il tuo corpo ha anche l'esigenza di dormire. E non lo so se c'è davvero più bellezza in questo. Forse la bellezza, in senso puro, è più una sintesi delle due anime. Eppure, che volete che vi dica, io continuo a preferire l'altra me. Quella che scrive senza sforzo, in parole più semplici e al contempo più efficaci, vomitando pensieri sullo schermo di un cellulare mentre aspetta il treno alla stazione del metro. Preferisco quella che - si capisce dalle foto, dai- è in definizioni estreme più felice. E se ne frega di chi legge, di chi guarda, di chi vede. E si sente parte di un ambiente che, l'ennesimo messaggio su whatsapp lo conferma, è senza dubbio alcuno il suo. 

Trova quello che ti rende felice e raggiungilo, credo dicesse più o meno qualcuno. Io ci sto provando, e intanto ne prendo assaggi ad intervalli irregolari. Ciò che resta, come al solito, sono le cicatrici. Tracce che, a valigia disfatta, ricordano a me stessa che sono stata là. Sono lo stordimento di una specie di jet lag da smaltire. Una spalla scottata. Gli scontrini nella borsa. Le foto da scaricare. Un paio di sandali colorati. L'abbronzatura diagonale lasciata da un top monospalla sulla schiena. La certezza che partire, sì, è la decisione giusta. 

E, naturalmente, una caterva di post da consegnarvi nei giorni a venire. 





lunedì 12 ottobre 2015

Riemergere da un weekend nel Día de la Hispanidad.


Da certi weekend capita anche che ci riemergi. A fatica, come se sgambettassi dai fondali più profondi, con migliaia di ricordi a zavorrarti i piedi. Non è piacevole. Ci stavi bene, sott'acqua. O, fuor di metafora, nel caldo del tuo letto, la mattina di un Lunedì che arriva troppo in fretta. Ti piomba addosso, col ronzio del tosaerba a dividerti in due la fase Rem. Prima della sveglia. Prima della comprensione. 

L'aria, suppongo. Qualcosa di simile. In cucina un paio di biscotti al cocco, un messaggio vocale sul cellulare. E sei più stanca di quanto tu ricordi di essere mai stata. Dovrebbe essere previsto un weekend per riprendersi dai weekend. Dovrebbe essere almeno proibito che sfocino in un cielo grigio. Covi pensieri funesti. Tipo che il tuo ideale di vita dovrebbe essere sposare un milionario e farti mantenere. O collaudare materassi, che ne so. Ti viene in mente che oggi è il Día de La Hispanidad. Per qualche motivo, lo trovi di buon auspicio. Prima, però, fatemi dormire. 

E poi, sotto la doccia, é tutto un ritornare. Sono immagini sconnesse. Foto in auto-proiezione. Ci sono le pareti colorate del bar in cui hai presentato il libro. La foto di Hemingway sopra la tua testa. L'installazione con le meduse di quel nuovo negozietto di design che inauguravano a Trieste. 




Ci sono i nuovi jeans di Desigual, comprati sfidando la bora a 130, col sacchetto che ti fa da vela. "I hope you know how beautiful you are", c'è scritto all'interno. La cena per due persone vinta al Casinó - io che non vinco quasi mai niente. I budini della Cameo gratis davanti al tramonto più bello di sempre. Un pullman costato 2 euro. Enrique Iglesias sparato a manetta. Rebecca che ti dice "io quasi quasi mi trasferisco". Renzo e Lucia che, più che Twitter, userebbero Whatsapp. C'é una ragazza del Venezuela che ti dice di non aver mai visto tanto talento come in Italia. "Sí, peccato che non ci diano spazio per esprimerlo", ribattevi in modo quasi meccanico. E lei insisteva che no, che sono tutte balle. "Siete voi stessi a frenarvi, perchè siete troppo legati a quello che la gente potrebbe dire o pensare". Dio solo sa quanto avesse ragione. E poi un altro sorso. E poi vorresti visitare il Guatemala. 









É che certi weekend ti lasciano una traccia dentro. Lo capisci il giorno dopo, ripercorrendo quelle stesse strade. Un bicchiere ancora rotto sotto il tavolino di un bar assume di colpo lo sguardo schifato di una donna. "Ragazzi, state un po' attenti, eh!". "Ci scusi, glielo ripaghiamo". Qualcuno che strabuzza gli occhi. L'ennesimo selfie. Un sottofondo di tunz-tunz. L'angolo di un edificio un po' malandato echeggia le voci di tre ragazze che confabulano. Il palco, sconquassato dal vento forte, è tutto un clang clang di disperazione. Eppure ti sembra di vederlo ancora illuminato dai riflettori, nel momento in cui scrutavi l'orizzonte preoccupata, e tartassavi Rebecca di squilli perchè "ora inizia" e non la vedevi tornare. Poco più in là, pieni e vuoti di risate e birre, felicità e lievi tensioni, segni zodiacali e musica. Ascoltata, detta, e da ascoltare. La musica che crea e disfa i miei universi. E a cui - proprio per questo - non saprei rinunciare. 

Chè alla fine è andata come avrei voluto. E non importa se il concerto de Il Cile aveva scaletta ridotta. Se faceva troppo freddo. Se non è stato forse il mio preferito tra i suoi. Quello che importa è che ha concluso un tour sintetizzando tutto quello che per me ha significato: nuove conoscenze. Notti insonni. Dialoghi al buio e sorrisi appena sveglia. Umanità, nel bene e nel male. Amicizia. E in quella, un male, non c'è mai. 



venerdì 28 agosto 2015

Flor de Azahar: un po' di Spagna a Trieste

Io, una bandiera della Spagna, sono in grado di avvistarla anche a migliaia di kilometri. Può essere magari piccola. Accasciarsi avvilita in una zona protetta dal vento e dallo sguardo dei passanti. Eppure io ne annuserò l'odore. Dico sul serio: io so avvertirne la familiarità indotta, patriota - come sempre - di una patria non mia. 

E' così che ho scoperto Flor de Azahar. Attratta dalla famigliarità brillante di quel semi-nascosto simbolo nazionale. Negli occhi ho acceso l'entusiasmo. Ho urlato "Spagnaaaa", come la più pericolosa delle psicopatiche, ed ho improvvisamente cambiato direzione. Succedeva qualche giorno fa, poco prima di passare alla Feltrinelli ad imboccare il tunnel della dipendenza da La Ragazza Del Treno (tra parentesi: leggetelo, vi manderà in trip). 

C'erano delle scarpe, accanto a quella bandiera. Sandali da donna. Con la zeppa. Ho pensato che avrebbero potuto essere nel mio stile. Sopra di loro, la vetrina pulita di un negozio piccolo ma ben arredato dichiarava le sue origini nella parola Madrid. 







Lo confesso, perciò: avrei voluto regalarvi un post più lungo. Uno di quelli che inizio a scrivere senza sapere bene dove voglio andare a parare. Sono rilassanti, per me. Vi avrei detto, magari, del mio ritorno al lavoro. Segnalato un paio di canzoni dei Dorian, di Brandon Flowers e di Fabrizio Moro. Vi avrei, soprattutto, sottoposto dubbi amletici di difficile risoluzione quali: perchè c'è questa mania di fare i concerti di Lunedì? Perchè il ciclo ti viene sempre quando devi andare da qualche parte? Perchè le fashion blogger asiatiche tendono a farsi fotografare con i piedi rivolti all'interno?

Invece. 

Se non l'ho fatto non é per un atto di pietà nei confronti della razza umana, ma perchè ho scoperto che a Trieste esiste un altro luogo per filo-ispaniche incallite. Certo è un po' più defilato rispetto al nuovo Desigual in centro (lo troverete in Corso Italia 9, Galleria Rossoni), 
ma anche molto più autentico e a suo modo originale. Cosa più importante, propone capi di moda iberica a prezzi ragionevoli. E quindi niente: ho pensato che, se vi trovate da queste parti, vi sarebbe piaciuto andare a darci un'occhiata. 



Non foss'altro perchè ha la bandiera all'esterno. Piccola. Protetta dal vento e dagli sguardi dei passanti. Ma, per chi ha il Mal di Spagna, bella quanto basta a farvi sentire a casa. 

lunedì 20 aprile 2015

Quello che ho fatto negli ultimi quindici giorni (o del perchè mi perdo sempre Aprile)

É tornato il periodo piú confuso dell'anno. Quello che ti sfugge tra le dita.

I ragazzi bivaccano in piccoli gruppi, i piedi sospesi nel vuoto, seduti ai bordi del molo audace. Cacofonia di stereo accesi, bottiglie di birra mezze vuote, gli sguardi spensierati verso il cielo. Mi rivedo in loro, avida come sono di questo primo sole. Dei pomeriggi all'aria aperta. Della vita che, di nuovo, sembra sgorgare dopo l'inverno da una fonte troppo a lungo ostruita. C'è un tizio elegante, in Piazza Unità. Riarrangia Viva la Vida dei Coldplay con il solo ausilio di un violino. E, senza alcuna ragione apparente, io mi sento davvero felice.

Aprile se lo perdono tutti, da Sabina in poi. Lo ricordo ogni anno, perchè ogni anno è più vero. Si accumulano i bip sul cellulare, raddoppiano i treni da prendere verso orizzonti comunque rinnovati. Dormi poco, o se non altro meno del dovuto, la testa troppo piena di progetti per far posto a un calendario da gestire. Benvenuta Primavera. Benvenuta alla Speranza che si fa stagione.

Negli ultimi quindici giorni, se mai ve lo steste chiedendo (e capisco che sia interessantissimo), sono successe un bel po' di cose.

Ad esempio, ho dato sfoggio del mio ormai ineluttabile spanglish intercalando con “bueno”, “entonces” e “también” ogni singola frase pronunciata in inglese. Ho litigato con le palpebre cercando di evitarlo in macchina. Convenuto, una volta per tutte, sul fatto che restare sveglia su di un mezzo di trasporto in movimento, se fuori è buio, va contro natura. Ancora, ho dimenticato di spegnere il termosifone prima di dormirci accanto, quando fuori imperava una ventina di gradi. Ho sperimentato con (spero) molto anticipo le vampate della menopausa. Rievocato il Terral nel luglio di Málaga. Brevettato il Maxi-Phon definitivo. Fatto un giro all'inferno per decidere di comportarmi bene. Ma tanto poi aprivi la finestra, e c'erano quei tetti. Con tutti quei camini. Con tutto quel sapore di favola e bon ton. C'erano le montagne, a far loro da cornice. E allora tutto poteva anche andarmi bene. 




Ho scoperto, negli ultimi quindici giorni, che Grenoble è una piccola Parigi incastonata tra le Alpi. Che qualsiasi indicazione, lì, può essere riassunta nel “seguire i binari del tram”. Che non importa in quale Paese tu sia cresciuta: se sei nata negli anni '80, sotto al coperchio di un piatto raffinato, ti aspetterai sempre e comunque di trovarci il granchio della Sirenetta.



E poi ho preso un treno. Ho varcato il confine. Guardato il verde farsi sempre più intenso appena superata Bardonecchia. Ho assaporato un gusto d'altri tempi in una vecchia cabina telefonica dismessa ma tenuta bene. Ho visto il Monte Bianco. Ho visto ponti a metà tra i cantieri infiniti dell'Expo. Ho comprato la cena in una sottospecie di take away bio, pensando che un posto così potrebbe esistere soltanto a Milano. 





E allora ho fotografato il Duomo, sotto un cielo che non credevo potesse essere così azzurro. Mi sono vergognata della frangia spettinata in una città sempre troppo perfetta e frenetica. Chè i passanti muovono l'aria, nel loro correre tra i corridoi della metro. Anche di Domenica. E, nonostante tutto, trovano comunque il tempo di badare a te. Dove per “badare” intendo scansionarti con occhio critico, col probabile fine di individuare le tracce di ghiaia depositate sull'orlo del pantalone nero. Una città da ansia da prestazione. Da insicurezza cronica. Assurda nei suoi pseudo “caffè letterari” in cui un antipasto può costarti 40 euro. E tu ti chiedi se lo sanno, che i veri letterati è già tanto se hanno i soldi per arrivare a fine mese. Poi sono tornata a casa. Ho ribadito che comunque può essere bella, a modo suo, persino lei. Che può esserlo l'Italia, che lo è il mondo intero. Ho sognato teletrasporti. Come il peggiore dei drogati, ho già avuto di nuovo voglia di partire.

Ed ho ospitato, invece. Condiviso chiacchiere e risate con un'altra viaggiatrice. Ho visto furgoni in panne e gelate improvvise cercare di mandare a monte – e non riuscirci – un progetto covato da mesi. Ho mangiato dolcetti siciliani. Mi sono rallegrata per un evento riuscito. Mi sono innamorata di una vecchia macchina da scrivere Underwood. Sentito la gente passarci davanti e dire “Frank”.



Mi sono arrampicata, infine, sulla salita impervia per San Giusto, scovandoci dettagli di street art . E, sapete che c'è? Ho saputo meravigliarmene. Ho saputo apprezzare la bellezza di un tramonto da cartolina, di quelli con il sole fatto a palla, appoggiata sulla spalla di James Joyce. 

E' stato il giorno di quei ragazzi sul Molo Audace. Il giorno in cui ho capito che Aprile me lo perdo perchè mi distraggo a forza di essere felice. 





domenica 12 ottobre 2014

La Barcolana vista da me … e dagli spagnoli.

Arancionità. Il vocabolo mi rimbalza in testa - ossessivo come un mantra- mentre il Mediterraneo, attorno a me, cambia colore. Ha un fascino quasi poetico, la città, vista da qui. L'ha sempre avuto. Forse è perchè, all'estrema propagine del Molo Audace, riesci a dimenticare per un attimo di esserci in mezzo. Sembra lontana, Trieste. Illusione altera e surreale di skyline asburgici che emergono dal mare. La guardo accendere le luci, mentre il tramonto piano sfuma nella notte. Intinge i riflettori nell'acqua, come fossero pennelli da pulire. La gente si accalca sulle Rive, variamente affrettata, imprigionata dalle sbarre di centinaia d'alberi spogli. Cacofonie di musiche varie. Postazioni televisive improvvisate nei gazebo. Crocevia d'accenti. Una barca a vela mi passa accanto in un silenzio di sbuffi. E tutto quel che penso è che nessuna foto potrà rendere l'idea. Tutto quel che penso, incapace a descrivere, è la parola Arancionità.


Foto: Fulvio Dot

Il fine settimana della Barcolana è uno dei rari momenti in cui mi sento fortunata, a vivere dove vivo. Perchè, alla vigilia della Regata più affollata al mondo, si respira festa e mai competizione. Gli equipaggi, a bordo delle barche ormeggiate, suonano chitarre, ballano a ritmi techno e offrono da bere. Ci sono famiglie con il cane, intente a fare uno spuntino a base di panini con porchetta. Ci sono uomini di una certa età che ridono a squarciagola con una bottiglia di Prosecco in mano. E, subito accanto, ironia del destino, americani infighettati in uniformi ben stirate, biondi e patinati come personaggi secondari di O.C. Ci sono eventi, volti, quintali di motorini ammassati senza regola al parcheggio del Molo4. 

Foto: Fulvio Dot

Ci sono bambini con il palloncino di Alien (la barca, non il film); Mamme con lo zucchero filato; Slovene con il fiore in testa e strani tizi travestiti da astici che suonano il tamburo in Piazza della Borsa. E tu, di colpo, ti senti al centro del mondo. Prima ancora di afferrarne il motivo, ti senti felice.


Foto: Emme&Emme/Parenzan (Pagina Facebook "Barcolana") 


Foto: Emme&Emme/Albertacci (Pagina Facebook "Barcolana")

Adesso che anche la quarantaseiesima edizione è finita, non posso fare a meno di ricordarne gli aspetti più curiosi. Tipo i turisti (pazzi!) che fanno la fila davanti ad uno stand che ricrea artificialmente l'esperienza della bora. L'azzeccata promozione dei Quattro Salti in Padella, che con soli tre euro, una mensola piena di microonde ed un contenitore da cinese-per-asporto ti permette di abbuffarti di pasta low cost. O, ancora, lo stuolo di BMW bianche targate Esimit. Il lusso da schiaffo in faccia parcheggiato davanti ad uno degli hotel più costosi della città. Robe che non possono non starti antipatici, per quanto già supponi che vinceranno di nuovo. 

Soprattutto (per chi mi conosce è ovvio) ricordo i concerti. Quelli del Venerdì, ché a me di Mario Biondi frega poco. C'erano i Beatbox, a fare l'apertura: bravissima band di tributo ai Beatles, mi ha fatto pensare, ancora una volta, a quanto tutti gli artisti che seguo siano debitori al quartetto di Liverpool. Riflettere su quanto mi sarebbe piaciuto vederli dal vivo. Rendere evidente, se mai ce ne fosse bisogno, che se fossi nata in un'altra epoca sarei stata una delle tizie isteriche che urlavano ad ogni loro apparizione.


Foto: Emme&Emme/Albertacci (Barcolana Facebook Page) 


E poi Jack Savoretti, con l'attesa partecipazione di Elisa in due brani. In realtà, per quanto la sua voce sia sempre impeccabile, quei duetti sono stati la parte che mi ha convinta meno. Perchè a piacermi, invece, è stato proprio lui. 


Foto: Emme&Emme/ Albertacci (Barcolana Facebook Page) 

L'italo-inglese che conoscevo in via pressochè esclusiva per un brano inserito nella mia playlist estiva. A ben vedere è questo, il bello dei live gratuiti: che ti danno l'opportunità di conoscere realtà che altrimenti, forse, non avresti approfondito. Sarebbe stato un peccato, ora lo posso dire. Perchè Savoretti (oltre ad essere un gran figo, diciamolo) ha una di quelle voci roche in grado di rubarti l'anima. Gli basta una chitarra per trasformare in un concentrato di grinta il ragazzo timido che intermezza i brani di aneddoti. Ed io ne resto ipnotizzata. Al punto da scriverlo su twitter, essere rintracciata dal suo fanclub italiano, e constatare tra i sorrisi che i fanclub sui social – è inutile – sono proprio tutti uguali a quello che ho immaginato per Ulisse in #Odissea.




Comunque. Sono l'autrice del blog italo-spagnola, ed oggi è il Día de la Hispanidad. Per cui non posso parlare della Barcolana senza fare menzione al gruppo di spagnole che, proprio sul molo Audace, mentre pensavo Arancionitá, mi é passato accanto parlando di scherzi da progettare. É bastato il loro accento, a risvegliare in me una curiositá che sento a cadenza annuale. Insomma: il centro del mondo, in qualche modo, dovrebbe essere in grado di attirare anche la curiositá di qualche iberico, no? Preda di un istinto da membro della CIA, ho cercato cosa gli spagnoli scrivessero sul web in merito all'evento piú figo di Trieste. E questo é quello che ho trovato.

LA STAMPA

Come ovvio, i media specialistici sono i più interessati alla regata.

NauticalNewsToday ne parla come di un “evento unico al mondo” a cui “ogni regatista dovrebbe partecipare almeno una volta nella vita”, mettendo l'accento sulla principale novitá dell'edizione di quest'anno: l'arrivo direttamente in Piazza Unitá, “che rende Trieste ancor piú protagonista”.

Marabierto, nel suo articolo pubblicato prima dell'inizio della manifestazione, dá ampio spazio agli eventi collaterali organizzati della cornice della Barcolana, dalle mostre fotografiche alle conferenze sulla progettazione navale, passando per le innumerevoli regate minori. Ampia rilevanza viene data anche al numero degli iscritti, sebbene i 616 di cui si parla nel post siano poi diventati oltre 1900.

Di grande impatto anche la
photogallery dedicata alla Regata dal quotidiano paraguaiano ABC, che intitola: “Barcolana, lo show di Trieste” e che potete godervi qui:. 



Alcune immagini estratte dalla photogallery di ABC Digital


INSTAGRAM 

Tra le centinaia di foto postate su Instagram durante il weekend della Barcolana, non é difficile scovare anche quelle scattate dagli erasmus iberici di stanza a Trieste. Tra tutti, segnalo quelle di @hbryniarska, che si merita tutta la mia stima giá in virtú della biografia con cui ha scelto di definirsi sulla piattaforma: Spain- Italy, street of dreams. 

La ragazza ha immortalato non soltanto alcune fasi della regata, ma anche il contributo spagnolo ad uno degli eventi fuori-regata piú apprezzati dagli instagramers: il laboratorio con disegni e gessi colorati allestito in Piazza della Repubblica.

Caricamento
#Barcolana46



I BLOG

Il punto di vista che si preannuncia piú autentico ed interessante é quello promesso da una ragazza delle canarie appena arrivata a Trieste per una borsa di studio Erasmus di 9 mesi. La studentessa ha aperto un blog personale per documentare la sua esperienza e, dopo un primo post riservato alle opinioni sulla cittá ("bella, tranquilla e accogliente") e alle sue statue di importanti scrittori (apprezzate a causa del suo amore per la letteratura) promette di raccontare al piú presto anche la sua prima Barcolana. Tenetela d'occhio qui 


TWITTER 

I tweet spagnoli dedicati alla Barcolana, quest'anno, sono stati piuttosto scarsi. Tra essi segnalo, peró, quello del patriotticissimo @juansheen, in procinto di approdare tra i nostri confini appositamente per assistere alla regata; e i ricordi di @leticiasaiz, che l'atmosfera della Barcolana ha reso nostalgica persino di una botta presa in barca durante la sua partecipazione alla scorsa edizione della regata. 



Quello che mi fa piú ridere, peró, nonostante non c'entri direttamente con l'evento, é il commento di @thehauntedocean. “Adoro la versione slovena/serbo-croata di scrivere Trieste: TRST. Nella mia mente sa di schiaffo dato con la mano aperta”. Ho sempre avuto esattamente la stessa sensazione.


venerdì 11 ottobre 2013

Un cupcake per...La Barcolana!

Il cupcake è una descrizione giocosa. Il Kalòs Ka' Agathòs fatto dolcetto. Un modo come un altro per esprimere una sensazione. Certi eventi, l'ho appena deciso, io ve li racconterò così. 

Non ci saranno vere ricette, né scadenze regolari. Soltanto stati d'animo fatti colore. Un'immagine e un paio di righe. Solo il racconto alternativo di una ricorrenza, da consumare una volta tanto in un paio di morsi appena. 

Non avrei potuto cominciare in altro modo, d'altronde. L'evento che questo weekend mi porterà a Trieste è anche un ottimo pretesto per un paio di tappe obbligate:  una è il vecchio Caffé San Marco, che ha da poco riaperto in un surplus di letterarietà. L'altra, ancor più invitante, è la nuova pasticceria Ginger, che mi aspetta (indovinate?) proprio con il banco pieno di cupcakes.


Ginger Tea and cakes (foto: TriesteSocial, Instagram)




Descrizione: 

Comincio con la Barcolana perchè per me è sempre stata un pretesto più che una regata. Perchè il mare si fa vela, certo. Un'unica, democratica, vela che affianca professionisti ed amateurs. Uno spettacolo da sold out sulle scogliere e sui moli. Ma io ho sempre preferito la vigilia. Il Sabato. Il faceto. Il giorno in cui la città celebra se stessa, nel suo legame ancestrale con il mare. Una città strana, cresciuta sui fischi striduli del vento tra le pareti dei vecchi edifici. Inasprita dai saliscendi. Spigolosa sugli autobus e nelle zeta di un'accento. Una città diffidente, schizofrenica, che inventa all'orizzonte montagne che non ha, e lo fa soltanto per attirare l'attenzione. 
Ecco: questa città, Trieste, il Sabato della Barcolana riesce ad aprirsi al mondo. E, più di ogni altro momento, è in grado di farti innamorare. 



Ingedienti per la base:

- Svariate decine di stand enogastronomici e/o di artigianato
- Stampini di gazebo bianchi. 
- Pr che regalano gadget q.b. 
- Colorante di umanità variopinte accalcate sui moli (abbondate pure)
- Barche a vela di ogni genere e dimensione

Ingredienti per il topping: 

- Alcol come se piovesse (spritz, vino o superalcolici a piacimento)
- 100 gr. di Aroma di salsedine
- Una spruzzata di Vento di Bora
- 50 gr. di Social Network (Twitter e Instagram, soprattutto: da quest'anno potete seguire la Barcolana grazie all'account TriesteSocial oltre al solito RegataBarcolana
- Malika Ayane che gorgeggia Aggratis


Versate gli stand nei gazebo bianchi e disponeteli ai bordi del molo. Spruzzateli generosamente di umanità variopinte e aggiungeteci i PR che regalano gadget. Mescolate e lasciate riposare. 
Nel frattempo, disponete le barche in quadrupla o quintupla fila sul molo. Aggiungeteci ulteriore umanità, attribuendo ad ogni esemplare umano una quantità di bicchieri di vino pari al numero di barche che dovrà attraversare per raggiungere la propria. Infornate per 20 minuti, fino a quando non otterrete un grado soddisfacente di marinai ubriachi (ve ne accorgerete dai canti folkloristici cantati a squarciagola). Lasciate raffreddare. 

Unite in una ciotola alcol, aroma di salsedine, social network e Malika Ayane (possibilmente lamentadovi perchè avreste preferito che chiamassero a suonare qualcun altro: viene meglio). Amalgamate il tutto e montate a neve gli ingredienti con l'aiuto di una spruzzata di vento di bora (più freddo è e meglio è). Insaporite a piacimento con il caratteristico odore di libri antichi che aleggia per certe strade di Trieste. Mettete il tutto in una tasca da pasticciere e coprite la base. 

Decorate a piacimento. Per l'occasione, data la concomitanza con il día de la hispanidad, suggeriamo un pizzico di italospagnolismo e fiori in stile Fiestas del Pilar

Bon appetit. 

venerdì 28 giugno 2013

Appuntamento alla Lovat.


Luca Bianchini, urge ribadirlo, è autore di alcuni tra i miei personali libri-cult. Tra i suoi meriti, quello di creare i personaggi con le manie più contagiose nella storia della fiction. Tra le sue colpe, il fatto che io non riesca più ad evitare di leggere l'ultima riga di un romanzo prima ancora di averlo iniziato. Quella di “Io che amo solo te”, ad esempio, è: “non avrebbe mai voluto vederli salire in macchina e tornare a casa”. Cioè, più o meno la stessa sensazione che ho avvertito io chiudendo il libro. 

Ma Luca Bianchini, al di là delle recensioni (ne ho scritta una su Anobii, se proprio vi interessa), è soprattutto una bella persona. Ecco perchè, se capita a Trieste, cerco di non perdermi le sue presentazioni. Il nostro, ormai, è un appuntamento scandito dalle uscite editoriali. Un rituale di penne, di orecchie e di firme consumato a scadenza biennale tra gli scaffali affollati della libreria Lovat. E, non si sa come, riesco sempre ad uscirci con un grande sorriso. 



Sarà che gli ingredienti sono ancora gli stessi: una parlantina fluida, un'umanità fatta di dubbi ed ansie, e quell'innato talento nel trattare con le persone. Nel farle sentire speciali, tutte. Anche se solo per il tempo di un autografo o una foto. E, tra la consegna di un cornetto portafortuna e una battuta sovrastata dal megafono, ancora mi stupisce che, ogni volta, si ricordi di me. 

E poi c'è il pubblico, quello che riempie le sedie. Volti di età e abitudini diverse che, più che seguire lo scrittore, sembrano essersi materializzate dalla sua stessa penna. Come i suoi personaggi, sono divertenti e appena un po' sopra le righe. Umanissimi, a tutto tondo, eppure caratterizzati in un unico tratto distintivo. Come ai suoi personaggi – inevitabile – ti ci affezioni sempre un po'. 

Prendi la signora seduta alla mia sinistra, per esempio. Quella che parla con spiccato accento triestino e c'ha la fissa degli oroscopi. Non legge libri,  afferma con insolita fierezza. Per Bianchini, tuttavia, farà un'eccezione. Sì, perchè lei c'è venuta due volte, in libreria. E “go dito, orca ciò, go sbaià giorno”. Chiede come vive il suo essere acquario, perchè se uno è acquario si vede da lontano, dai. Chè lei è dei Pesci, 'ste cose le sa. 

O prendi, magari, il ragazzino sedicenne. Quello che si sveglia ogni mattina ascoltando Colazione da Tiffany, su Radio2. “E continuerei ad ascoltarla, se non mi toccasse andare a scuola”. La sorella, in virtù di quelle levatacce, odia la voce che oggi s'è rifiutata di venire ad ascoltare. 

C'è anche un ragazzo piuttosto carino. Mi si palesa davanti per una frazione di secondo, diretto a tutt'altro settore. Sbircio velocemente. Narrativa italiana? Straniera? Umorismo? Naa, per me c'ha la faccia da Thriller. O noir. Se magari cercasse qualche biografia di musicista, invece? A vederlo, potrebbe suonare in una band. In ogni caso, lui non è qui per ascoltare Bianchini. Ragion per cui lo perdo di vista quasi subito. 

Peccato. Innamorarmi in una libreria, tra i miei sogni di romanticona, si colloca al terzo gradino del podio. In concreto, dopo la scintilla scoccata in aeroporto e quella che fa galeotto un qualsiasi  concerto pop-rock. In effetti, ora che ci penso, ci starei bene anch'io, in un libro di Bianchini. 



La storia di leggere l'ultima riga, comunque, non è poi così male. Tanto per dirne una, mi ha appena permesso di apprezzare una finezza non da poco anche nell'ultimo successo di Dan Brown. Perchè, se l'Inferno di Dante Alighieri si conclude con “e quindi uscimmo a riveder le stelle”, il suo, d'Inferno, finisce così: “Fuori, nell'oscurità appena scesa, il mondo si era trasformato: il cielo era diventato un arazzo scintillante di stelle”. 

E non mi direte che è un caso. 

domenica 2 giugno 2013

Libri, Web, e Rulo.

Capita che ti trovi al molo quarto, sotto quella fastidiosa pioggerellina sottile a cui sei ormai tristemente abituata. Su di uno striscione bianco, la scritta “State of the net” ti ricorda la ragione per cui sei lì. Lo oscura parzialmente un giornalista, credo sia de Il Mattino. A pochi passi dall'ingresso, sbraita al telefono qualcosa che ha a che fare con l'incompetenza, twitter e un pezzo da scrivere in fretta. Incrocio uno sguardo perplesso con quello di tre hostess che avranno ad occhio e croce la mia età. Iridi parzialmente divertite esternano un silenzioso (ma palese) “Mio Dio!”. Lo condivido in un sorriso, ed entro alla ricerca del mio pass.




Dentro, l'ambiente ha il candore asettico della professionalità. La fila al bar allestito per l'occasione, uno schermo piatto, una sala più buia. Mi ricorda la BlogFest, e certo non a caso. Tempo di assistere ad una conferenza già iniziata. Poi, m'apparto su una sedia bianca durante la pausa caffè. Perchè capita che bastino pochi minuti per stilare importanti conclusioni. Del tipo che:

  1. Capisco ancora l'inglese parlato (gaudio e tripudio, brodo di giuggiole, soddisfazioni varie)
  2. Chiedere all'Italia una rete wifi il cui segnale non cada in continuazione è più o meno come chiedere ad uno spagnolo di rinunciare alla siesta. E cioè sbagliato. Contronatura. Sostanzialmente, quasi impossibile.
  3. Cimentarmi nel live tweeting mi diverte. Mi sprona alla sfida con me stessa. Coinvolge doti letterarie, capacità di sintesi, traduzione simultanea. Stimola, soprattutto, il mio innato istinto di competizione. Obiettivo: cogliere il succo del discorso nel minor tempo possibile. Trascriverlo in lingua italiana, restando al di sotto del 140 caratteri (imprescindibile lasciare spazio per commenti e RT manuali!). Pubblicare prima degli anonimi competitors seduti accanto a te. Bearsi dell'eventuale riuscita. Sempre e quando non cada il wifi.




Capita che tu ti renda conto, all'improvviso, che il lavoro che fai ti piace un bel po'. Che sei fortunata, malgrado quella sensazione acida che ti prende allo stomaco in un risveglio domenicale. Ormai ti ci sei abituata. Sì, anche a lei, come a quella pioggerellina. E ti gira nella testa un verso di Cemento Armato. Sempre quello, però in spagnolo. Così ti viene in mente che dovresti darti da fare per cercare qualcuno che ti accompagni al concerto del Cile a Treviso. O magari a quello di Prato, se proprio non c'è alternativa. Prato. Prati. Prados. De violetas. Y tú...




Basta. Capita che t'infili sotto la doccia, nel gesto meccanico di ogni mattina. E di colpo aspiri a lavarci via le sensazioni sgradevoli provate il giorno prima. L'acqua é sempre stata simbolo di rinascita, giusto? Ti levi in uno “squash”, fingendoti un po' Venere in eccessi di immodestia. Qualche lacrima in piú, tanto per fare. E la voglia disperata di cambiare qualcosa. Sí, ma cosa? Forse la mia vita non é poi cosí male, tutto considerato.

La mente torna a Riva del Garda. Due giorni prima di adesso. Uno, prima della pioggerellina al Molo quarto. La sala della biblioteca, gremita di persone. Di ragazzi con la voce un po' tirata dalla timidezza. Una sala gonfia di silenzi attenti che per me valgono piú di applausi. L'interpretazione teatrale di alcuni brani estratti dal mio libro. Mentre devo guardare altrove, pur di non commuovermi. Il mio libro. Il mio orgoglio. Poi, uno spritz. La salsina buonissima, appena un po' piccante, da versare sopra alle patatine. La crema catalana in quel ristorante a cui andiamo sempre. Mia madre che cerca di accasarmi. Io che rido.






No, non é male per niente, la mia vita. Capita che me ne accorga, ogni tanto. Soprattutto quando esce il sole. E al molo quarto, oggi, é piú piacevole l'atmosfera di State of the net. Oggi che, alla pausa caffé, puoi svaccarti in solitudine sui gradini. Sentirti baciata da quei raggi ancora un po' effimeri, e ricordare i tempi dell'universitá. Dei gossip guardando il mare. Delle cotte, dei progetti, delle idee di futuro. Quelle che, tutto sommato, hai ancora.




E allora ti rialzi pigramente. La voce di qualcuno che ti richiama all'ordine. Il pass con le iniziali e il nome dell'azienda. La volta che, da bimba, pensavo che essere una donna in carriera significasse per me tingermi i capelli di rosso. Chissá poi perché.

Capita che ci sia un vestito da accorciare. Una coreografia da ripassare. Un'estate di concerti che, anche se sembra lontana, sta per arrivare. E, tra un mezzo di trasporto e l'altro, tra una parentesi da chiudere e un'altra da aprire, ti ritrovi ad ascoltare in nuovo disco di Rulo. Molto simile al precedente, a dire il vero. Stesse strutture nelle canzoni. Stessa predilezione per i paradossi. Stessi sound, con qualche rara eccezione. Eppure, piacevole. Forse proprio in virtú del suo essere rassicurante. Forse perché, come un po' tutto quello che mi piace ultimamente, é in linea col lief motiv della malinconia. Una manciata di canzoni, in particolare, mi s'insinua oltre la pelle. El Mejor Veneno, Buscando el Mar, mi pequeña cicatriz … E poi “el vals del adiós”, coi suoi riferimenti a Piazza Garibaldi che mi ricordano Parma e certe strofe qua e lá che mi fan dire “sono io”. E se di un brano dici “sono io” quel brano ha giá portato a termine la sua auspicata missione.