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lunedì 23 dicembre 2019

Vincere la Lotteria



É stato bello fantasticare su come sarebbe stato vincere la lotteria. L’appartamento non troppo grande sul paseo marítimo Antonio Banderas. Una stanza insonorizzata da usare come studio, ed io che faccio colazione su un balcone vista mare.

Passavamo in rassegna i viaggi che avremmo fatto. La California. Il Gran Canyon. I paesaggi d’Islanda immersi dalle luci verdognole dell’aurora boreale. Le serrande dei negozi di Calle Cristo de La Epidemia si alzavano sonnacchiose dopo l’orario della siesta e mi rendevo conto - questa volta senza dirlo - che non mi sarebbe servito in fondo chissà che di materiale.

É stato bello anche svegliarsi un 22 di Dicembre per digitare in fretta una serie numeri sul sito delle Apuestas de Estado. Provare a credere per una frazione di secondo che la legge della probabilità si sbagli a mio favore. 

Niente.

Eppure il decimo nel portafoglio faccio ancora fatica a buttarlo via. Forse perché parla di sogni. Di conversazioni a tarda notte sulle credenze delle popolazioni andine. Della capacità, che ancora non ho perso, di sperare a voce alta in un futuro migliore.




E così è tempo di bilanci, pare. 

Guardate, ho fatto pace anche con Monfalcone. Con le sue geometrie quadrate e grigie. Con l’ansia assurda che mi aveva dato il riscoprirla così simile a Sant Cugat - d’altronde, persino a Sant Cugat c’era quel ristorante buono.


In fondo questa volta mi serviva, una pausa forzata nella vita che ho assemblato troppo in fretta giù a Sud Ovest. Dovevo osservarla dalla distanza per capire se la costruzione è abbastanza stabile. Se si sposa bene al paesaggio. Se posso veramente andarne fiera. 



La risposta credo sia sì. 

Il primo Gennaio 2019 scrivevo su Instagram che a Capodanno mi ero sentita amata. E che avrei voluto provare quella stessa sensazione durante tutti i giorni dell’anno a venire. 

Allora forse un fondo di verità c’è, in tutte quelle cavolate da libro d’auto-aiuto; Perché quasi quasi adesso mi sentirei di dirlo anch’io, che se desideri qualcosa l’Universo cospira per fartelo ottenere. 


Ok. Più probabilmente, sono stata fortunata. 




Comunque sia, quel desiderio s’è compiuto. E non soltanto lui. 



Un po’ ho paura di parlare troppo presto, ma fino ad ora quest’anno è stato uno tra i più intensi e meravigliosamente assurdi di tutta la mia vita. 

Nel 2019 ho preso a mani piene tutte le esperienze che potevo permettermi di vivere. Sono stata a decine di concerti. Mi sono ubriacata ai festival. Mi sono abbuffata di canzoni senza mai digerirne nessuna. Ho detto “esco” anche quando la pigrizia stava per vincere. E, alla fine, non me ne sono mai pentita. 

È stato l’anno degli hotel. Dei taxi. Delle tapas al bancone della Tranca, e delle mille serate in Calle Carretería. L’anno in cui il Love, Etc. si è aggiunto alle tappe fisse della nostra personale via Crucis, e Alejandro del Colmado ha iniziato a prenderci in simpatia. 

Quest’anno ho re-incontrato persone che non vedevo da una vita, e ne ho conosciute di nuove che sembrano arrivate per restare. 

Ho esplorato posti che non conoscevo. Sono stata sospesa a centinaia di metri dal suolo sul ponte sbilenco del Caminito del Rey. Ho lasciato i polmoni sulla salita per Álora, ho visitato un castello solo perché mi piacevano le foto che avevo visto sui social. Mi sono sentita sulla Luna mentre saltellavo sulle rocce del Torcal, ho raccolto margherite sul fianco della fortezza di Antequera, ho creduto di morire sbranata da quattro cani incazzati nel mezzo della campagna siciliana e sono rimasta incastrata con la macchina nelle stradine del centro storico di Modica. What a Life. 

É stato l’anno in cui ho scoperto la S.P.A e mi sono innamorata del tartufo e del sushi. Ma anche l’anno in cui mi sono abituata alla colazione andalusa col pitufo con tomate y aceite, ho scelto il mio “bar di quartiere” e quello in cui sono ufficialmente entrata nel tunnel della dipendenza da Campero (non é un panino, é una droga).






Nel 2019 credo di aver imparato finalmente a mettere me stessa al primo posto. A rifiutare un ottimo posto di lavoro senza sentirmi in colpa, se significa rinunciare a vivere dove voglio vivere. A dissentire quando non sono d’accordo col mio capo. A far valere le mie opinioni in azienda. Persino - incredibile ma vero - a mettere a tacere il mio dannato senso di responsabilità di fronte ad attività che io e soltanto io ho scelto di fare. 


E allora pazienza, se una settimana non riesco a consegnare l’articolo per Total Free Magazine. Chissenefrega se non aggiorno il blog per più di un mese. Ho imparato a perdonarmi se qualche volta sono stanca, se non ne ho voglia, se perdo un po’ di tempo a fissare il nulla seduta sul divano. Perché me lo merito. Perché - accidenti - sono umana anch’io.



Una volta in più, ho capito quanto sia importante circondarsi di un buon gruppo di amici quando abiti a migliaia di kilometri dalla tua famiglia. Perché una nuova specie di famiglia, vuoi o non vuoi, te la devi creare. 



Soprattutto, ho imparato che l’amore non c’entra niente con le farfalle nello stomaco, l’agitazione, gli alti e bassi emotivi il senso di costante inadeguatezza a cui m’ero abituata ad associarlo.

Ho scoperto che in realtà é straordinariamente semplice. Semplice come trovare una persona davanti a cui non ti importa di scoppiare a piangere per una sciocchezza, di mostrare i tuoi difetti o di cantare a squarciagola le tue canzoni preferite anche se sei stonata come una campana. L’amore (chi l’avrebbe detto?) alla fine non è altro che ridere fino alle lacrime, struccata e in pigiama, con qualcuno che ti fa sentire a casa. 


Le possibilità di trovarlo passati i trent’anni sono talmente poche che in fondo forse l’ho vinta davvero, la lotteria. 




Si chiude cosí il decennio che s’era aperto con la mia laurea. Il decennio che mi ha (ri)dato Málaga, la partita IVA, le tasse e le responsabilità. Ed io gli dico addio, oggi, con la sensazione di aver gettato le basi - per quanto un po’ sbilenche e decisamente pericolanti - della vita adulta. 


Mentirei se dicessi che provare a immaginarne il seguito non mi da le vertigini, ma saró felice di continuare ad ammassare mattoncini a caso per vedere cos’altro succede. 






Intanto grazie, duemiladiciannove. 



domenica 2 dicembre 2018

Luci.

C'è odore di benzina e sogni inopportuni.
C'è una canzone che mi gira in testa e troppe note sul cellulare. El año más extraño de mi vida, o per lo meno uno dei. Ché con la valigia aperta sotto i piedi i bilanci son già facili da fare.


Non ricordo. Cosa è successo, quando è successo. Quando mai ho avuto un secondo per assimilare.

Lo farò in Italia, allora. Coi mantecados sbriciolati, la finale di X Factor, e la speranza della lotteria. In fondo è anche per questo che si torna, giusto? Per fare progetti e staccare la spina. Forse per ritrovarsi un po'.

L'altro ieri si sono accese le luci, in calle Larios. E così Málaga mi saluta, promettendomi finali da fiaba. Mi tira per il cappuccio della giacca, restituendomi una volta in più la capacità di sorprendermi davanti a ciò che ho già vissuto.



Perché come ve lo spiego ora? L’aspettativa scritta in migliaia di volti. I palloncini che si levano nel cielo, un attimo prima che la notte si cancelli per sempre dentro un’esplosione di watt.



Ci sono bande che suonano nei vicoli. Capriole di artisti di strada che indovini con la coda dell’occhio quando ormai già non sai più dove guardare. C’è Babbo Natale che si fa le foto con i bimbi. Un concerto in Plaza Constitución. Le bancarelle dello zucchero filato e il fumo delle caldarroste. C’è una cacofonia di accenti, e un albero pacchiano che augura buone feste a nome della città.

Natale a Málaga è la feria di inverno. E come alla feria mi sorprendo a dare palmas assieme alle signore di una certa. L’unica differenza è che al posto delle sevillanas ci sono i cori di villancicos, e io penso alle ragazze di VientoFlamenco. A un tendone senza riscaldamento. Al vin brulé.


Quindi no, questo sorriso idiota non me lo toglie dalla faccia nessuno. Nemmeno le signore che spingono all’impazzata. Neanche la marea umana che devo schivare con la strategia infallibile messa a punto in anni di concerti. Neppure il fatto che un partito politico abbia rovinato tutto mettendo il suo logo su quei palloncini.


Comunque sorrido. Da sola, per strada. Come la gente che mi sta simpatica a pelle. Che incrocia il mio sguardo e, senza conoscermi, sorride con me.


Sorrido perchè ogni volta, quando si accendono le luci, io ritorno un po’ bambina.


Perchè si spegne lo stress dentro alla meraviglia e importa solo essere qui, ora.

Con questa voglia di andare e restare al contempo. Con il bisogno di famiglia, film e ciabatte col pelo nella casa in cui sono cresciuta.

E assieme col malessere di rinunciare alla feria Sabor a Málaga, all’inaugurazione dell’opera dei Boamistura alla Termica, al Sofar del 16 Dicembre, all’accozzaglia di eventi che costruisce la mia vita qui.

Questa soddisfazione di andare, riposare, ascoltare musica bellissima in aereo. E già pensare, intanto, a quando tornerò. Nostalgia e futuro. Relax e frenesia. Dannata - e benedetta- bipolarità nazionale.


Arrivederci Málaga, ci rivediamo tra 26 giorni.

Volevo solo dirti che questi orecchini di luce ti donano un bel po’.


sabato 23 dicembre 2017

Il mio anno in 17 Tweet (in 12 non ce l'ho fatta)

Natale è un lavoro duro. Ti preme il tasto dell'"avanti veloce" dentro a un vortice di frenesia. Del tipo compra regali, impacchetta regali, siediti sulla valigia per farci stare i regali. E poi spacchettali subito, a porte chiuse, ché la carta si é rovinata nel viaggio. Re-impacchettali in cromatismi invertiti. Contemplali soddisfatta sotto un albero decisamente più professional del tuo. 




E' arrivato Santa Claus! Con le corna delle renne in un sacchetto Antequerana e la slitta a forma di Boeing della Ryan Air. A dire il vero é un po' provato. Ha gli occhi stralunati di chi rimane incastrato contro-corrente nella ressa del Sabato in Plaza Constitución. Quelli di chi mette la sveglia anche nei weekend perché entrare in qualsiasi negozio, altrimenti, esige i sacrifici di una fila da concerto. E Santa Claus, biglietti in gradinate, ormai comincia ad avere un'età. 

In ogni caso gli hanno detto che la porta bene. Che "da quando vive là" nelle sue iridi sono rimaste appiccicate le lucine. Colpa del Prosecco, risponde. Ma sa che, almeno in parte, hanno ragione. 

Natale è un lavoro duro, sì, però bellissimo. Fatto di video da girare. E mille cene, e abbracci, e tea coi biscottini. Natale ha il gusto del vino rosso con cui brindare ai rientri. La voce della tizia scorbutica - estamos en el bar de la loca - che ti prende le ordinazioni sotto ad un presepe inguardabile fatto coi cicciobello. Poi è normale che alla lotteria non vinci, perchè hai sprecato tutta la tua fortuna nel tramonto rosso fuoco che si abbatte su Plaza de Capuchinos. 

Forse, adesso che può riposarsi, Santa Claus li scriverà davvero tutti quei post. Quelli soliti, che parlano di bilanci. Perchè alla fine dell'anno si tirano le somme, e si sa già che il risultato sarà a doppia cifra di soddisfazione. 

Ci pensavo sull'aereo, quando le luci delle case sotto i piedi mi sembravano costellazioni all'ingiù. Il pilota gracchiava dall'altoparlante qualcosa in merito alle isole Baleari, e qualche lieve turbolenza si trasformava in buche su una strada sterrata nella confusione di una mezza fase REM. Pensavo che è difficile ricordare tutto quello che é successo nel duemiladiciassette. Che da quando vivo a Málaga un anno ne vale cinque. La mattina sembra ieri. Gennaio, quasi un secolo fa. 

Naa. L'unico modo per farli, quei bilanci, sarebbe stato rileggermi i tweet. In fondo passare la vita su un social network dovrà pur servire a qualcosa, oltre a farsi ascoltare in merito alla necessità di un'opzione segnalibro e al suo essere privata. 

Così ho scaricato di nuovo l'archivio, sopravvalutando di netto le mie abilità di sintesi. Volevo ripercorrere quest'anno in dodici cinguettii ma, anche così, non ci sono riuscita. Diciassette è stato il meglio che sono riuscita a fare. Perchè ho vissuto, come dice quella canzone. Con ogni osso rotto, lo giuro, ho vissuto un bel po'. 

Insomma: parzialmente e molto all'incirca direi che questi sono stati gli highlight. 

A questo punto, non mi resta che augurarvi buon Natale. 




GENNAIO 

La vita a Huelin e le mie camminate infinite sul Paseo Marítimo Antonio Banderas. 



FEBBRAIO

Le sfilate di moda flamenca e l'inspiegabile potere di attrazione di Sanremo sugli italiani all'estero.





MARZO

Il Festival del Cinema, i Red Carpet, Tony e DioQuantoéFigoHugoSilva.





APRILE

Primavera: gli ormoni in subbuglio...



...  E la Feria de Abril a Siviglia.





MAGGIO

#Trasloco




GIUGNO

L'estate degli eventi importanti: lo spettacolo di Ursula Moreno, quando ancora non sapevo che sarebbe diventata la mia insegnante di flamenco di lì a pochi mesi.




E poi San Juan.



E poi il Talking About Twitter a Granada.



LUGLIO

Rimpatriare per i concerti (#Zammatopdeuorde)


E celebrare le piccole, grandi soddisfazioni.



AGOSTO

Agosto means Feria.



Ma anche...







SETTEMBRE

Rivalutare nelle spiagge deserte un mese che avevo sempre odiato. Peccato per l'attualità, che entra di prepotenza nella vita sotto forma di bandiere.






OTTOBRE

I piccoli problemi della vita quotidiana, quando in pieno autunno ci sono ancora 30 gradi.



NOVEMBRE

I piccoli problemi della vita quotidiana, quando in pieno autunno ci sono ancora 25 gradi, ma non sempre.



DICEMBRE

Christmas time!


venerdì 8 dicembre 2017

Natale nel quartiere

Sette Dicembre. Pennellate isolate di rosa nel cielo. 

Per le strade del quartiere i bimbi sono tutti un fermento. "Vamos a hacer el aaaarboool!", urlano saltellando accanto alle madri appesantite dai sacchetti. 

Ogni famiglia si trascina dietro il suo abete sintetico nuovo di zecca. Qualcuno in bilico sulla spalla, altri in una borsa un po' più grande del normale. Se ci guardi bene dentro, rami di verde saturo ti fanno da calendario anche  dai sedili posteriori delle auto. 


Tradizione. 

Era stato fin troppo facile sentire lo spirito natalizio nell'esagerazione accecante di Calle Larios. Solo che poi arrancavi in salita e, oltre il confine delle ultime luci, la strada tornava a spegnersi nella routine. Stasera no. Oggi, fedele alla tradizione, il primo vicino ha proseguito la scia luminosa sulla sua finestra. Un altro, un po' infreddolito, lo imita arrampicato su una scala. 

Calle Larios, Málaga

Nei negozi di decorazioni la fila alle casse è disumana e le commesse impazzite. C'è quella di Chollos, che urla con fare isterico qualcosa a proposito di un maglione con la renna in offerta. "É super spiritoso, perfetto per le cene aziendali", declama rivolta al nulla. Come se la gente indossasse DAVVERO 'na roba così kitsch davanti ai colleghi.
E poi ci sono quelle chine tra gli scaffali, che rispondono con un sorriso forzato all'ennesima cliente che chiede dove sia il muschio per il presepe.

Dei cinesi, poi, non ne parliamo.
Cestini pieni di pacchianate low cost mi sfilano davanti uno dopo l'altro mentre attendo il mio turno per pagare.

"Le pile per le luci sono queste, giusto?"
"No, quelle più piccole"
"Ma sei sic..."
Non faccio in tempo a concludere la frase. Il ragazzo alla seconda cassa dice qualcosa in cinese alla tipa che mi sta servendo. Dal momento che indica lo scomparto trasparente, deduco sia una roba tipo "sono quelle più grandi, si vede ad occhio". Che infatti era un po' quello che le avrei detto io. 

Lei sbotta. Indica la scritta sulla confezione e gli urla di rimando, in cinese velocissimo, qualcosa che interpreto come "c'è scritto qua che vanno quelle piccole, vedi?" (Incredibile come si capiscano le lingue solo con i gesti).
Lui alza le spalle borbottando con un sorrisino sarcastico, così la tizia inizia a picchiarlo.
Giuro. Lo picchia.
Schiaffoni su schiaffoni. Uno dietro l'altro. Sulla faccia. Sulla schiena. Sulle spalle. Lo spintona persino. 

"Uyuyuyuyuy qué mal genio!", esclama una signora dietro di me.
"No vea' la que se va a liá" , le fa eco un'altra, tutto sommato composta. 
"Tranquila chiquilla, tranquiiiiiila", si aggiunge un signore sul fondo. 
"Papá, ci manca la stella cometa!", conclude una bambina.

La cinese incazzata, nel frattempo, ha aperto lo scomparto per inserirci le batterie.

"Aveva ragione lui, no?", commenta l'andalusa alle mie spalle.
"Ej que", le fa un cenno d'intesa l'altro commesso, integrandosi di colpo nel contesto locale.

Lei, senza fiatare, butta tutto nel sacchetto con una cattiveria indescrivibile. Guarda per terra. Mi fa un conto troppo alto che poi corregge sbuffando.

"Le luci comunque sono bianche, giusto?", chiedo con un filo di voce. 
"SÍ, BLANCO. TODO BLANCO, CLARO. BLANCOOOO". 
Erano blu.  

Questo però l'avrei scoperto dopo, rientrata dal Girone Infernale dei Golosi.
Perchè al supermercato, manco a dirlo, la lotta per accaparrarsi un carrello è quella dei rifornimenti in tempi bellici.

"Ma siete chiusi tutto il weekend?", chiede sconcertata una signora.
"No, solo domani"
"Ahhh, perchè con tutta 'sta gente ..."
"Lei non ha idea, signora", scuote la testa affranto l'addetto in divisa, "NON HA IDEA".

Gruppetti di under otto corrono per tutte le corsie cantando "Feliz Navidaaad, Feliz Navidaaad", in assurda cacofonia con Jingle Bells che passa in filodiffusione. I genitori urlano di "tornare qui". I chicchi d'uva pre-confezionati nelle lattine per Capodanno finiscono nelle ceste assieme ai mantecados. "Ha da cambiarmi un euro?" "María José alla cassa cinque". 

E, in mezzo a tutto questo incommensurabile delirio, d'un tratto a me si riempie il cuore.

Perché é arrivata, Signori. É ufficiale. La mia parte preferita dell'anno ha finalmente fatto il suo ingresso nel quartiere. 

É la stagione in cui tutto è un possibile regalo. Quella delle idee su Pinterest. Del tipo che non butti il rotolo di cartone quando finisce la carta igienica perché potresti trasformarlo in un gufo. Anche se con il Natale, a conti fatti, non c'entra alcunché. 

É arrivata. Sa di pop corn al caramello. Di Ceci. Di bocconcini di formaggio con pezzetti di papaya, e tutte le cose piú strane di cui si possa avere voglia al Mercadona. 

Poi forse ha ragione chi dice che non ha molto senso passare la serata ad addobbare casa quando vivi da sola. In fondo ho l'albero più piccolo del mondo e un volo per l'Italia tra poco più di una settimana.

Eppure appendo le luci blu. Pulisco il glitter sparso dalle palline. E, guardandomi attorno con aria soddisfatta, scopro in un appartamento accogliente il riflesso stesso della mia felicità. 








martedì 20 dicembre 2016

La strada del ritorno.

Avvertenza: questo post è stato scritto a fasi alterne tra il 18 e 19 Dicembre.

Un video pubblicato da Ilaria (@ilaria_luna84) in data:





“La strada del ritorno è sempre più corta”, dice la copertina del mio libro. L’avevo comprato per il titolo, appena pochi giorni prima di partire. 
C’è un che di rotondamente perfetto nel finirlo adesso, sul sedile 08F - posto finestrino - del solito volo Ryan Air. 
Piango i piantini discreti dei finali tristi, mentre la testa bionda del tizio accanto a me si arrende alla gravità nel sonno. Rapido fruscio nella borsa in tela, dove lo scambio senza troppo scalpore con due madeleine portate via dalla dispensa. Erano tutto ciò che restava delle provviste andaluse e, a questo punto, mi sembra giusto così. Le altre le ho fatte fuori ieri sera, con l'aiuto di due amiche, nel corso di una cena improvvisata a casa mia. Pioveva il mondo, oltre all'albero 100% plastica comprato per tre euro dai cinesi.

Nell'estrarle lo sguardo mi cade per un attimo sul nuovo braccialetto con sù scritto boquerona. Un istante. una vita. Un groviglio di pensieri. E dire che a Settembre sembrava un'idea così vaga il Natale...!







“No te preocupes”, intimava il proprietario al telefono prima, al Terminal 2. E invece, visto il tipo, mi preoccupo eccome. Perchè Málaga, questa mattina, sembrava fare di tutto pur di non lasciarmi partire. 


Il frigo sbrinato che allaga il salotto. La suola delle Converse umide di pioggia che si strappa in un crack mentre le indosso. La maniglia della lavatrice che, rompendosi, imprigiona al suo interno i panni lavati. Adesso, però, scelgo di non pensarci. Ctrl+c alla puzza cadaverica che potrebbe attendermi a Gennaio. Alle possibili recriminazioni di un chiodo di troppo piantato nel muro. Alla visita autorizzata di estranei in un nido arancio-rosso che sono riuscita a fare mio.

Perchè adesso, fuori dal finestrino, una fascia di tramonto si posa tra due orizzonti in bilico: da una parte c'è la voglia di famiglia e di relax; Dall'altra il peso del distacco di una vita che mi sembra di aver appena iniziato a far girare. Mentre tutto mi scivola addosso capisco che d'ora in poi sarà questa, la bipolarità a cui mi sono condannata. Che questo punto sospeso nel nulla, in mezzo ai cieli tra Sud Ovest e Nord Est, sarà probabilmente il solo luogo dove incrocerò due identità.



E non lo so, se la strada del ritorno sia davvero più corta.
So che di quel libro, in questi mesi, non ero riuscita a leggere che poche pagine; Che il tempo da dedicarci è rimasto schiacciato in un'autentica centrifuga di volti e situazioni.

L'aereo prosegue la sua rotta, lasciandoseli dietro in una scia mentale. 

La inseguo senza fretta. A sobbalzi e singhiozzi ed indugi.

Le despedidas Pre-Natalizie. Il regaettón in discoteca. L'inferno di Calle Larios alle sei e mezza di sera. E ancora i concerti, il mimo di Hemingway, le tante serate di scambi linguistici. Le chiacchierate con i pescatori mentre scendo a cercare conchiglie in spiaggia, sei ore scarse di sonno, il galà di Los 40 in Tv col tinto de verano, non dormire mai prima delle due. Poi le campane del Mercoledì, le voci invadenti dei vicini, fare progetti con Grace sui posti da visitare. Rivedo la scuola di flamenco, con le sedie verdi posate sui muri di azulejos, la frangia che non sta in piega, le nacchere poco usate, la sera umida di quando sono rimasta chiusa fuori. La mattina della degustazione di prosciutti, la voce di chi dice che entro in connessione con le persone, la signora che due volte alla settimana, alla fermata, mi chiede se l'1 sia già passato. 

Penso a come sia inspiegabilmente (e meravigliosamente!) assurdo che attorno ad un tavolo, dal niente, si aggiunga ogni weekend un volto nuovo. E "come vi conoscete?" e "amici degli amici", e innamorarsi sull'autobus di ragazzi con gli occhi azzurrissimi che alla fermata dopo avrai dimenticato.
Ricordo la difficoltà di cercare casa. Le crisi nervose quando niente sembrava andare per il verso giusto. E poi le offerte di lavoro. I pomeriggi all'Ikea. Gli spazi gravidi d'arte e di mare in cui andare per calmare lo spirito.


I mercatini di Natale al Muelle Uno. Le volte che non ho visto una serie. Le volte in cui sono stata fiera di me.

Una foto pubblicata da Ilaria (@ilaria_luna84) in data:


Poi, un lunedì mattina, mi sveglio nella stanza in cui sono cresciuta. Le pelle rilassata da un sonno profondissimo. La mano che si allunga in un gesto automatico verso il comodino. D'improvviso mi sembra di non essere mai andata via. Tutti quei ricordi sono poco più di un lungo, strano, sogno fatto a oltre duemila kilometri da qui. Un sogno che riprenderò a Gennaio. Là, in un'altra vita. Nella dimensione parallela in cui shakero tre lingue e bevo pochi caffè. Dove i cieli non s'imbiancano nemmeno quando il buio ha fretta. E tutto manca, e nulla manca, insieme come e all'opposto di qui. 




sabato 26 novembre 2016

Il giorno che hanno acceso le luci.


Ci sono momenti, anche se rari, in cui ti senti orgogliosa di te. 

Se appena un anno fa mi avessero detto che avrei fatto la guida turistica, parlato in pubblico a gruppi di persone, e che per giunta - chi, io?- l'avrei fatto in inglese, mi sarei messa a ridere di gusto. 
Guardatemi ora, invece. Dico sul serio, guardatemi: avrei voluto urlarlo, Giovedì, alla fermata dell'uno. Il mio primo food tour mi aveva lasciato addosso quel tipo di stanchezza ovattata che ancora adesso associo agli esami. Persino il sole, ribelle alle previsioni, sembrava scappato alle nuvole solo per aiutarmi nello scopo. 

Mercado de Atarazanas


Era partito tutto da una telefonata, meno di ventiquattro ore prima.
Avevano detto che potevo prendermela comoda. Avrei fatto un giro di prova per i capi, senza impegno, quando sarei stata pronta. Mi avrebbero dato del materiale scritto da studiare, mi sarei esercitata con la pronuncia camminando sù e giù nel salotto di casa.

Poi, all'improvviso, un rumore melodico mi squarcia il vuoto e i piani. Se te la senti. Domattina. Dicci tu.
L'altra me, quella che viveva nel Remoto Nord Est, si sarebbe fatta prendere dal panico. Avrebbe declinato l'offerta, rimandato, addotto qualche bizzarro tipo di scusa.
Invece ho detto sì. Senza pensarci. Senza avere neanche il tempo o le forze di preoccuparmi un po'. Ho letto il pdf alle sei di sera, in piedi, mentre mangiavo una banana. Dieci minuti scarsi tra un post di lavoro, un questionario, la lavatrice e il corso di flamenco. In mezzo ai dolori acutissimi del primo giorno del ciclo. Lo "studio" è consistito nella ripetizione mentale di un paio di concetti alle due di notte, già distesa sul letto, prima che un sonno più simile al coma lo interrompesse dopo tre minuti. 

Eppure è andata bene. L'ho fatto. E la felicità di quella donna giapponese davanti a un piatto di paella non è stata in fondo che il riflesso della mia.

Perchè, lasciatemelo dire, io sono questa. Lo ero e lo sono di nuovo. Sono una che si butta nelle situazioni. Che improvvisa all'ultimo minuto. Una che chiacchiera di gusto con le signore sull'autobus o gli autisti che escono a fumare.  Sono una che in una giornata, come sedendosi su una valigia colma, riesce a far entrare più vita di quella che avrebbe creduto possibile. Ed è questa l'Ilaria che mi piace: quella che un giorno, dal nulla, si mette in testa di rispolverare l'inglese; e in poco più di un anno, senza corsi e libri di grammatica, riesce in qualche modo a parlarlo - facendosi capire - per tutte le tre ore di un tour gastronomico.

In fondo è soprattutto per questo che sono venuta qui: perchè quella persona l'avevo smarrita. Perchè sapevo che in nessun altro posto al mondo l'avrei saputa ritrovare. 

Calle Larios, Alumbrado de Navidad


Nel giorno del Ringraziamento, opportuna come quasi mai, mi sono sentita grata a me stessa. E quando é scesa la sera, seduta a un tavolo con delle altre italiane espatriate, ho brindato ai cambi di vita sentendo che nessun altro mi avrebbe mai capita così. Sono una di loro, adesso. Una di quelle trentenni che mi sono sempre parse straordinariamente coraggiose.

Quelle che mollano certezze, amici e posti fissi solo per cercare di essere un po' più felici. E fanno scelte avventate, irrazionali ad occhi altrui, spinte soltanto dall'amore di un luogo che per motivi insondabili sentono essere casa. Perchè "si vive una volta sola". Perchè "se una situazione non ti piace devi muoverti e provare a cambiarla". Perchè mentre le amiche che si sposano e fanno figli, tu che non hai legami devi darti una mossa a cercarti un posto nel mondo. Avrai il ruolo di quella che nei romanzi chick-lit è l'amica del cuore spiantata e indipendente, che poi è sempre il personaggio che ami di più.

Quelle ragazze, come me, sanno cosa vuol dire vivere mille vite in una. Sentire il tempo dilatarsi, e poi restringersi, e poi andare in un senso tutto suo. Ché tutto é più accelerato, qui. Tutto ti scivola addosso più veloce, compresi i sentimenti, il dolore e la nostalgia. Eppure, allo stesso tempo, ogni singola emozione è mille volte più intensa, forse perchè sa di dover vivere compressa in un istante che darà il meglio di sè. Vivere qui, vivere all'estero, è abituarsi al vuoto di un'eterna mancanza, sospesa tra doppie identità. É voglia di casa, polenta, pasta al dente. Ma anche smarrimento quando poi ci torni, e scopri l'impazienza di tornare.

Hanno acceso le luci di Natale, a Málaga, Giovedì. E il cuore gonfio di musica e scintille, all'ultimo bicchiere di Moscatel, mi é sembrato sul punto di esplodere di gioia. 

Albero di Natale in Plaza de la Constitución


martedì 5 gennaio 2016

Prima di toglierle: le decorazioni natalizie delle aziende Tech



L'epifania è alle porte e, con lei, il tempo di - sigh!- smantellare le decorazioni di Natale. Prima di farlo, però, ho voluto curiosare su Instagram (sia benedetta la ricerca per luoghi!) per dare un'occhiata a quelle delle maggiori aziende social, digital e tech del pianeta. Come avranno addobbato i loro già spettacolari uffici collossi come Twitter, Facebook, Pinterest, Apple, Snapchat o Amazon? Chi, tra loro, avrà saputo portare meglio lo spirito delle festività all'interno della sede di lavoro? La risposta qui sotto, in un tour virtuale da fare presto, subito, immediatamente. Ché poi, dopo domani, tornano alla routine persino loro. 


TWITTER

A Twitter c'erano alberi di Natale e festoni sparsi ovunque.

Una foto pubblicata da @shinh74 in data:

Una foto pubblicata da Gemma De Leon (@gemsbems) in data:

Una foto pubblicata da 「 ROACH 」 (@roach_) in data:
... Ma appena pensi: "che bello! La sobrietà! La raffinatezza! L'oro!" ecco che spuntano fuori draghi gonfiabili col cappellino di Babbo Natale. Il che spiega esattamente perchè li amo.

Una foto pubblicata da paradarita (@paradarita) in data:

FACEBOOK


A quanto ho capito, al campus di Menlo Park hanno stimolato la creatività dei dipendenti con tutta una serie di workshop tematici volti a personalizzare le calze di Natale, farsi la nail art con i fiocchi di neve e - soprattutto - cucinare dolcetti degni di Santa Claus. D'altronde, il quartier generale di Facebook ospita anche la sede di Instagram. Mica potevano lasciar perdere il cibo!

Una foto pubblicata da Yung Hoang Chong (@yungatheart) in data:


Una foto pubblicata da Davis Fields (@davisfields) in data:


Una foto pubblicata da Leah Acosta (@leahthefilipina) in data:

Certo, almeno un elemento fuori dal comune non poteva mancare neanche all'azienda-luna Park del neo-papà Zuckerberg. E infatti ecco uno sticker formato peluche troneggiare sotto a renne e slitte illuminate. Non è dato sapere se fosse lì in pianta stabile o (più probabilmente) l'abbia piazzato l'instagramer apposta per la fotografia. Quel che conta è l'effetto finale.




PINTEREST

Anche a Pinterest, com'era prevedibile, lo spirito natalizio è stato per gran parte affidato al cibo. 

Una foto pubblicata da Christine Schirmer (@cschirmer) in data:


Una foto pubblicata da MsquarePress📷life & Work (@msquarepress) in data:


... ma non ha mancato di contaminare anche il logo aziendale! 

Una foto pubblicata da Ricardo Martins Sangion (@rsangion) in data:

Babbo Natale in persona è inoltre passato a fare visita agli uffici di San Francisco, portando sorrisi (ma anche lacrime, a giudicare dalla foto) ai figli dei dipendenti.

Una foto pubblicata da @jaicy in data:


APPLE 

A Cupertino, evidentemente, un solo albero non bastava. Per le decorazioni non poteva esserci altra scelta che il bianco e il minimal!


Una foto pubblicata da Sasan Shadpour (@sasan_shadpour) in data:

Una foto pubblicata da yanA 阿欣 Ayan (@alpha_dragon.yana) in data:

Una foto pubblicata da Melissa Morgan (@melmorgan) in data:
SNAPCHAT

Da Snapchat lo spirito natalizio è rimasto limitato all'esterno dell'azienda.

Una foto pubblicata da jastocker (@jastocker) in data:
AMAZON

...in compenso, i quartieri generali di Amazon a Seattle si sono trasformati per l'occasione nel laboratorio operativo di Babbo Natale. Alberi, luci, gente vestita da folletto e addirittura neve artificiale hanno trasformato la sede dell'azienda in un Paese delle meraviglie (e - diciamocelo - anche un po' del kitsch) 

Una foto pubblicata da @aditiruhi in data:

Una foto pubblicata da @acdelsol in data:


Una foto pubblicata da @acdelsol in data:

Una foto pubblicata da Ky Elliott (@kyelliott) in data:

Un video pubblicato da Leroy Tellez (@leroytellez) in data:

Chi si aggiudica secondo voi la palma d'oro del più festivo?