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domenica 11 giugno 2017

Il ragazzo con i capelli blu.


Málaga, 28 Maggio 2017. 

Fuori dal Cervantes la gente è già in fila da ore. Ai fan di Dani Martín fare le file piace da morire, anche quando ci sono circa quattromila gradi all'ombra e i posti sono numerati. Alzo gli occhi al cielo, sbuffando malcelata insofferenza. Nella borsa ho un biglietto pagato troppo caro e decisamente troppo tempo fa. 

All'ingresso posteriore, Carmen si sbraccia per salutarci. Ha in mano un regalo per il cantante, una pizza di caramelle che adesso non sa a chi dare. Mi snocciola nomi che non associo a volti. Accenna a setlist che suppone che io conosca. E intanto, dietro di lei, le solite facce regolano il flusso delle solite persone al camerino. Chi rimane fuori brandisce  un amore giustificato da anni e oggetti, lamentandosi d'invidie che somigliano a odio. Sono paladini di ingiustizie formato retweet, come del resto sono stata anch'io. Perché "si è montato", perchè è "muy divo", perchè certe cose qui non cambiano mai. 

Non sono mai stata così indifferente a tutto, prima di un suo concerto. Lo dico e lo penso sul serio, gli occhi ancora persi tra i colori di Lagunillas, dove andare a cena dopo come unico problema concreto. Quanto sarà passato, quattro anni o quattro vite? Io vorrei soltanto andarmene da qui. 

La zona di Lagunillas, paradiso della Street Art a pochi metri dal Teatro Cervantes


Solo che poi, in teatro, il posto davanti al mio si rivela occupato da Naza. Due chiacchiere di rito. Il mio trasloco. "Ah, quindi sei tornata più o meno dalle parti in cui vivevi in Erasmus!", dice con tutta l'innocenza del mondo. Ma di colpo mi ricordo. Di quando uscivamo insieme, a parlare della passione che ci aveva unite attorno al tavolino di un bar. Nessun altro a parte lei sembrava capirla, ed era per questo che mi ci trovavo così bene. Naza, di colpo, è di nuovo la Naza con cui ero andata a vedere gli Efecto Mariposa alla prima Noche en Blanco. La Naza del Costa Pop e gli indirizzi sbagliati. Dello zucchero filato rosa - che chissà poi dove aveva preso - e dei passi di danza per strada mentre sfilavano le maschere del carnevale. Mi ricordo di quando mi aveva fatta entrare nell'hotel di Zaragoza con trentanove di febbre e un sogno da realizzare. Di quando aveva lasciato i sacchi a pelo sulle sedie dell'aeroporto di Barcellona perchè non stavano nel bagaglio a mano della Ryan Air.  "Tanto qualcuno ne farà buon uso!". Di quando giravamo i video al Parc Guell (tzan tzan) ricongiunte e perse mille volte dopo la sua paura di volare. Naza, che mi aveva chiamata per prima dopo il concerto di Roses nella sera speciale della mia despedida. Lei che gioiva con me, sempre. Che gioiva per me, come io facevo per lei. E le parlavo in italiano dopo una notte sull'asfalto di Madrid, per poi ridere assieme del mio perenne disagio bilingue. Cos'è successo dopo? Perchè abbiamo - perchè HO-  permesso che un'amicizia in musica andasse a puttane?

Il teatro Cervantes, all'interno


Comunque non importa, perchè adesso è ieri. É oggi. É sempre. E mentre le luci si suicidano nel buio un'assenza impaziente prende a tremarmi nel cuore. "Sono emozionata, Dio, sono emozionata!", continuo a ripetere a Céline, incapace di spiegare quello che provo davvero. Poi gli accordi de Las Ganas (almeno, credo sia Las Ganas) danno inizio ad un viaggio confuso tra gli ultimi undici anni della mia vita. Ci sono persone. Immagini. Protagonisti di attimi dimenticati. Lacrime che non riesco a piangere e risate che non riesco a ridere. Tutto in una voce che ancora sa di casa. 

Dani Martín al Teatro Cervantes di Málaga


E allora canto. E salto. E urlo con tutto il fiato che ho in gola. Mentre Una Foto En Blanco y Negro è ancora Trieste dai finestrini di un interregionale, Paris è l'overdose di un ritorno e l'anima si chiude dentro a un pugno ne La Suerte de Mi Vida. Ascolto Paloma e per la prima volta mi ritrovo nel testo. Rivedo nella mente il siparietto del bar di Por las venas. Associo Los Charcos ai diluvi di Málaga. E quando arriva la fine lascio tutti i polmoni su Cero. Perchè qui, in questo preciso istante,  voglio davvero che "Todo vuelva a empezar". 

O forse no. 

Dani Martín al Teatro Cervantes di Málaga


Quando raggiungo di nuovo l'uscita posteriore lo faccio, in fondo, solo per la curiosità dichiarata "di vedere se si ricorda di me". E nel profondo, irrazionalmente, spero di no. Perchè se Dani Martín non mi riconosce vuol dire che questo capitolo è ormai chiuso sul serio. Che questa serata è stata solo una parentesi. Che questo mondo non mi appartiene più. 

E così sopporto l'attesa, stordita da un afflusso di sensazioni contrastanti. Le orecchie fischiano la vicinanza con le casse. Céline mi parla di tutt'altro. Chiede il mio aiuto per organizzare un'intervista, credo; Ma, per quanto mi sforzi, adesso non la riesco a capire. Il numero di ragazzine isteriche attorno a noi, intanto, sta aumentando in modo preoccupante. Un piccione mi caga dritto in testa. "Mierda" - "Sì, eso es". Forse non è stata poi una buona idea. Ho appena finito di pulirmi con una catasta di fazzoletti di carta quando un branco di ormoni adolescenziali con le gambe inizia letteralmente a trascinarmi via con sè. 
Mi ritrovo sballottata tra la folla, in traiettorie non decise da me, mentre decine di smartphone si alzano all'unisono tra urletti a mille decibel in cui distinguo a malapena un "Dani". 

Lui quasi non lo vedo, finchè la sua mano scavalca le teste delle ragazzine per posarsi in una carezza sulla mia guancia sinistra. 
"Gracias, mi amor", dice semplicemente, guardandomi negli occhi. 

E gli anni non sono mai passati. 

"Cuánto tiempo!" è tutto quello che riesco a rispondere, prima che la folla mi trascini di nuovo via. Apro Twitter d'impulso. Digito in fretta un messaggio privato che visualizzerà di lì a poco. "Ha sido tan bonito como siempre", é tutto quello che scrivo. Perché non c'é bisogno d'altro. Perché é tutto lì. Nel sorriso ebete dei miei vent'anni. Nell'ovatta cerebrale che culla la mia euforia.

Così il mattino dopo, prima di cominciare a lavorare, sono di nuovo davanti ad un hotel. Lui esce di lì a pochi minuti, con la fretta di un AVE da prendere alla vicina stazione. 

Non mi saluta. Non lo saluto. Non parliamo. Semplicemente mi abbraccia, strettissima, tanto che quasi penso che in realtà mi voglia ammazzare. E per molte cose, forse, me lo meriterei. Semplicemente mi soffoca di mille baci sulla guancia, ché poi in fondo mica c'è altro da dire.

"Joder, è che ieri ti ho vista un secondo e sei sparita", esclama poi.
"Eh, c'era un casino".

Poi la foto di rito, ancora grazie, ancora scuse per un treno da prendere. 

"La foto di rito"

E se ci penso è assurdo che ci siamo scambiati in tutto meno di dieci parole e a me sia sembrata una conversazione lunghissima. Un dialogo che sapeva di bentornata, di rancori inutili e sepolti, di come il tempo passi e resti fermo insieme. Perchè certe cose, sì, è vero, non cambiano. Perchè le canzoni sono colla per ricordi. Perchè lui ora ha quarant'anni, si tinge i capelli di blu, indossa (sigh!) camice leopardate e fa le stories su Instagram con le orecchie di animali; Ma resta sempre l'autore della colonna sonora di una parte importante della mia vita. 

É che le vecchie passioni, forse, ti condannano per sempre. Anche quando le ignori. Anche se provi a dimenticarle, perchè credi che dimenticarle significhi crescere. E chi mai l'avrà detto, poi. 










lunedì 5 dicembre 2016

Concerti e sorprese

É inconfondibile il rumore di un'attesa quando esplode. Alle prime note di Cobacabana il palazzetto sbraita, salta, si dimena. É il tutt'uno di mani e di voci - e spalle, e calci involontari, e lieve odore di marijuana - che sta per "finalmente" quando arriva la hit. Gli Izal, ormai mi sembra chiaro, erano il nome di punta in questa sottospecie di mini-festival. L'ha organizzato la San Miguel, birra gratis col biglietto e timbro col pesciolino, per festeggiare i suoi 50 anni di malagueña internazionalità. Dal centro della pista non si vede un buco libero. Coppiette innamorate. Gruppi di amici ubriachi. Ragazze giovanissime. Famiglie con bambini. Tutti ondeggiano, cantano, strillano d'amore puro. E io, di nuovo, mi scopro a chiedermi in quale razza di dimensione abbia vissuto fino ad ora.




É la prima volta che lo vedo, questo tizio coi riccioli che si dimena sul palco. La sua intera esistenza, a dirla tutta, mi si è rivelata non più di una settimana fa. Io, all'evento di Music Explorers, ci volevo andare per i Sidonie. Gli altri erano un nome sul cartello. Anche corto, poco impegnativo. L'aggettivo superfluo che puoi eliminare da una frase. Però  "Ascoltali, ti piaceranno", aveva detto Laura. Lei che allo stesso evento, per loro, sarebbe corsa anche da sola. Avevamo appena appurato la somiglianza inquietante dei nostri gusti musicali. Curiosità chiama Spotify. Ho premuto play. 

Ed è stato uno di quei play che ti aprono mondi nuovi. 

Perchè sono sempre troppo pochi, ahimè, i dischi che ti entusiasmano davvero. Quelli che ti chiedi "dove eravate?"; quelli che appena finiscono avresti già voglia di farli ripartire. Gli Izal - chiunque essi siano e da qualunque posto vengano - sono senza dubbio una delle migliori scoperte musicali spagnole che io abbia fatto negli ultimi anni.

Posso dirlo con cognizione di causa, ora che li ho apprezzati anche dal vivo. Certo, se me lo chiederete vi risponderò comunque che ho preferito il live dei Sidonie. Ma è solo perchè il tempo mi ha consentito di mettere più vita nei loro album. Tutto qui. Tutto in quella Por Ti che me li fece conoscere anni addietro grazie a un consiglio pubblico di Dani Martín. Tutto nelle aperture dei concerti de El Canto del Loco. Nelle polemiche di qualche loro fan sul forum verde. Nella prima fila del Sant Jordi con le corna da diavolo. Tutto nell'immagine vivida di una strada di Barcellona che per me é - e forse sarà sempre - En Mi Garganta. 



Un video pubblicato da Ilaria (@ilaria_luna84) in data:


Gli Izal, poveri loro, mi girano nelle orecchie da troppo poco per pretendere di generare le stesse emozioni. Ma nonostante questo, nonostante la stanchezza di un concerto iniziato troppo tardi in una giornata partita troppo presto, nonostante conoscessi solo i pezzi dell'ultimo disco, nonostante l'equilibrio precario sui bicchieri vuoti per terra, le loro due ore di esibizione mi sono sembrate durare troppo poco.

Venerdì, ore 2.00: sono uscita nella pioggia, stordita da un mix di adrenalina e relax. E adesso sento quest'esigenza irrazionale di consigliarveli, come ogni volta che qualcosa mi sembra aggiungere bellezza alla quotidianità.

Per un assaggio vi direi di partire proprio da Cobacabana, la già citata hit che dà il nome all'ultimo album: un concentrato di energia su un tappeto di percussioni che vi travolgerà sin dal primo momento. Poi Pequeña Gran Revolución, l'altra faccia della medaglia: un mezzo tempo da cantare a squarciagola, struggente e dolcissimo nel testo dedicato da un genitore alla figlia appena nata. E infine Magia y Efectos Especiales, del secondo disco (ne hanno quattro di studio all'attivo): un vero e proprio climax di ritmo e sensazioni.



Un video pubblicato da Ilaria (@ilaria_luna84) in data:



La cosa migliore, però, è che non sono stati loro l'unica sorpresa. In un periodo particolarmente pieno di novità musicali (dal nuovo e meraviglioso brano degli Imagine Dragons a tre delle Spice Girls che si riuniscono) la notte di San Miguel ha saputo entusiasmarmi anche con i Culitos Chicos. Dio solo sa come diavolo gli è venuto in mente di chiamarsi così, ma questa band cileno-malagueña ha svolto a perfezione il compito di aprire la serata col botto. Mischiando cumbia, rock, reggae e sonorità quasi balcaniche hanno infiammato l'atmosfera quando davanti al palco il pavimento si vedeva ancora. Si può ballare anche seduti su una sedia. E li ho riconosciuti subito come istantaneo antidoto all'infelicità. 


domenica 20 dicembre 2015

"Te encontré sincero, primo": pesci, lumache e nostalgia.

É passata ormai più di una settimana, dal concerto di fine tour de El Pescao. Parlarne adesso rischia di sembrare inutile. Notizia vecchia, buona tutt'al più per incartarci il pane. Eppure, per uno dei miei tanti inspiegabili tarli mentali, so che non sarò in pace con me stessa fino a che non vi racconterò come è andata.

Ed è andata bene, intendiamoci. Bene da risate di pancia. Bene del tipo che è stato uno dei live più divertenti a cui io sia mai stata. Roba da coriandoli (e difatti). Da gag sul palco. Da overdose di amici. É andata che ha avuto il sapore di una festa di fine anno scolastico al liceo. Con la birra che sa di trasgressione, gli arrivederci che suonano come un grazie, la spensieratezza di un futuro da esplorare. Aiutava anche la location. I colori psichedelico-naif dei dipinti sui muri della sala Caracol. Lumaca, in italiano. Un posto che chiaramente si chiama così perchè sono tutti lenti da morire. E poi c'erano i deejay. Anzi, i diiyey. Dai, quanto è meravigliosamente buffo come lo pronunciano gli spagnoli? 




Comunque. Il fatto è che sarebbe riduttivo limitarsi a questo. Ad un paragone. A una definizione di cinque lettere appena. No. Per me quel live ha significato ben più di questo. E, d'altra parte, in tutte le feste della mia vita ho sempre avuto almeno un attimo di riflessione. Forse è un problema di chi scrive. Molto più probabilmente, solo mio. 


Mi sembra ieri - e al contempo un secolo fa - che uscivo da una sala prove nel quartiere di Carabanchel. Avevo appena finito di ascoltare per la prima volta il nuovo disco di David Otero. Il resto del mondo (vabbè, di Spagna!) l'avrebbe conosciuto appena di lì a qualche mese, ed io mi sentivo una privilegiata. Ci eravamo fermati a chiacchierare fuori da un portone. Avevamo scattato selfie. Girato video. L'estate illuminava di luce diversa la stessa città che di quel tour avrebbe in fondo scandito tutte le tappe fondamentali. L'aveva sempre fatto. Era così dai tempi de El Canto del Loco. Non dovrebbe stupirmi, dal momento che quella città è la sua. 






A pochi metri da quella sala prove, ignaro di tutto, un discografico della Sony usciva da un bar con i vetri appannati. "Che ci fate qui?!" "El Pescao?!" "Cosa?!". David, quell'etichetta, l'aveva da poco lasciata. Una mossa azzardata che aveva riscontrato tutto il mio entusiasmo, traducendosi al contempo in voglia di rischiare, supporto di agenzie piccole e giovani, ed incremento di soluzioni promozionali anti-convenzionalmente creative. Lui, il discografico, di quel pre-ascolto non sapeva nulla. In compenso ci parlava di Dani Martín. Del DVD di prossima uscita in cui sarei comparsa anch'io. "É sempre speciale lavorare con Dani", diceva. Ed io pensavo "see, certo". Mordendomi la lingua per trattenere il sarcasmo. In quel momento quasi l'odiavo, Dani Martín. Avevo deciso di chiudere quella tappa dopo una delusione che ancora bruciava. Tutto o niente. Niente o tutto. Le mezze misure lasciatele agli altri, non a me. 

É passato più di un anno, da allora. Adesso El Pescao è tornato alla Sony, e ha scelto di mettere fine al progetto Ultramar con una specie di Festival alla sala Caracol. Ha coinvolto i suoi amici. La bravissima Ms Maiko, live from Canarias: un concentrato di energia con l'aggiunta di un tocco di itagnolità ne "il numero da lei chiamato è inesistente" che introduce in italiano uno dei suoi pezzi. Los Galván, al loro decimo anniversario, che mi fanno sgolare rispolverando quella "Por eso canto" che nella versione con Melendi era stata per un periodo uno dei miei ascolti ossessivo-compulsivi. Paula Rojo, che l'accompagna in "Por las Calles de Palermo". E ancora Joshua Diaz, musicista che ho imparato a conoscere a seguito di una richiesta di amicizia mandatami su Facebook. Umile ed efficace mentre canta con David "Descalza y sin avión", il brano che hanno composto assieme e che certo non poteva non piacermi nel suo parlare di aerei e libertà. 




El Pescao, quel festival, l'ha fatto iniziare con una playlist che sembrava una delle mie su Spotify; E già metteva voglia di sorridere e ballare. Una voglia che non si sarebbe mai spenta, neanche dopo. Nello snodarsi di un repertorio calibrato che ri-arrangiava pezzi noti mescolandoli ai meno conosciuti, passando da una Me Da Lo Mismo in chiave rock a una troppo poco suonata Si Me Pusiera en Tu Piel; dalle suggestioni acustiche di "Cuando llegas tú" a quell' "El Mundo de Los Recuerdos" sempre sorprendentemente difficile da cantare.

Un repertorio che, soprattutto, comprendeva una quantità di brani de El Canto del Loco superiori alla media. Ed è questo che non mi aspettavo. La nostalgia. Il modo in cui una sola parola, aggiunta al testo di Tal Como Eres, riesce a disegnarmi in testa tutto un universo di ricordi e sensazioni. 

"Te encontré sincero, PRIMO."
E la mia mente va via, all'istante. Torna al momento in cui, seduti su di una panchina al centro del palco, i due cugini si guardavano cantandola a duetto. Ai palchi fantasmagorici con le "gabbie" a più piani. I carnevali improvvisati al Sant Jordi. Sweet Child o' Mine. Le corse a perdifiato verso una prima fila alla Ciutadella di Roses. Primo. Solo Primo. E ritrovo gli anni belli. Quelli in cui ancora non c'erano stati hotel, abbracci, chiacchiere o anche solo menzioni sui social. E magari vivevo la musica in modo malato, ma mi bastava una dedica dal palco per scoprire una felicità impossibile da descrivere a parole. Una felicità che non avrei mai smesso di provare a raccontare agli altri, che fosse in mille post, davanti ad un caffè al tavolino di un bar, o al telefono con le amiche per ore. L'avrei inseguita ovunque; L'avrei rincorsa per anni, quella briciola di felicità.






Qualcuno, in altre circostanze, mi avrebbe detto più avanti che non ne valeva la pena. Qualcun altro ancora, che "i musicisti sono tutti stronzi, dal primo all'ultimo". 

Ma allora sono i musicisti, semmai, che vanno lasciati perdere. Non la musica. La musica mai. E quando un problema tecnico spegne l'amplificazione sul palco a me viene voglia di riguardare il film di Personas. Quando David attacca "Sperman" ricordo quel concerto del 2008 pressata tra la gente con un caldo boia. Una foto en blanco y negro è ancora il video di compleanno più bello che mi sia mai stato fatto. Non per il montaggio o la canzone, ma per quello che rappresentava. 

Forse non si è mai trattato di riconciliarmi con Dani Martín, ma di riconciliarmi con me stessa. Di accettare che una tappa si è conclusa non in virtù di una delusione, ma di una necessità di vivere le passioni in modo diverso. Forse più sano. Forse più distaccato. Forse si tratta solo di far pace coi ricordi, ripremere play e ripartire da lì. 

L'ho saputo nel momento in cui David ha detto Primo, guardando col sorriso verso il fondo della sala. Sapevo quello che poi avrebbe confermato: Dani era lì, in quello stesso posto. Sapevo anche che non l'avrei visto; che avrebbe evitato la gente, che comunque in ogni caso l'avrei evitato io.

Eppure ero contenta che ci fosse. Ero contenta di provare così forte quella nostalgia. 

E ringrazio El Pescao perchè, senza volerlo, la sua fine tour mi ha dato la giusta carica per festeggiare un traguardo per me importante. Nel 2016 compierà dieci anni il fanclub che ho fondato. Un fanclub che - scioltisi o meno-  era, è e resterà sempre per prima cosa il fanclub di quella band che tanto ho amato.

Larga Vida - siempre- a El Canto Del Loco. 





martedì 6 ottobre 2015

5 ragioni per venire a sentire Il Cile a Trieste


É quasi certamente colpa mia. Sì, insomma, forse non ho messo abbastanza impegno nel coltivare i rapporti con persone geograficamente vicine. O forse è solo che non puoi aspettarti altro, quando vai ai concerti fuori. Con gente di fuori. E sei - ammettiamolo - un po' fuori anche tu. Resta il fatto che gli eventi in Regione, o almeno quelli interessanti, sono sempre per me fonte inesauribile di stress. Mi ritrovo a mendicare compagnia. A scorrere indefessa elenchi di contatti Facebook con annessi campionari di scuse. Inevitabilmente, finisco col sentire il peso di tutti i kilometri che mi separano dalle amicizie più importanti. Quelle di più vecchia data. Quelle che "vorrei, ma". Capita persino che finisca al confine estremo delle lacrime. Di notte. Negli apici di drammaticità per cui mi accuso nella testa di essere sfigata e sola e PerchèDioPerchèCosaHoFattoioDiMalePerMeritarmiCiò. Certo, poi mi passa, eh. Ma, nel frattempo, non si può certo dire che la viva bene. 






E' da quando seguo Il Cile (e cioè dal 2012) che sogno invano un suo live a pochi passi da casa. Noi concertiste abbiamo sempre avuto questa bizzarra tendenza a considerare due tipologie di date superiori alle altre per impatto emotivo: quelle dove vive l'artista, e quelle dove viviamo noi. Immaginavo che, quando fosse accaduto, mi sarei goduta lo spettacolo sotto palco, circondata da un sacco di persone. Credevo che, una volta finito, sarei rimasta a festeggiare con loro. Che sarebbe stato...non lo so, speciale. 

Ora, finalmente, le mie richieste sono state esaudite. Dopo averlo seguito in giro per l'Italia; dopo essere andata a sentirlo fino a Parigi e a Bruxelles, il Cile suonerà il prossimo Venerdì 9 Ottobre nella cornice della Barcolana. A Trieste. Che, per quanto non sia proprio la mia città, è la location ad essa più vicina che mi sarei potuta ragionevolmente aspettare. Ma, ancora una volta, trovare compagnia si sta rivelando un'impresa titanica. 



Così, a pochi giorni dall'evento, mi preparo ad affrontarlo con svariati kili in meno e capelli grigi in più. Eppure una cosa l'ho capita: se anche mi trovassi a viverlo da sola, in fondo alla Piazza, per andarmene dopo l'ultima nota, speciale lo sarà in ogni caso. 

Lo sarà tanto che ho deciso di elencarvi almeno 5 motivi per cui, secondo me, dovreste venire. Non importa se in mia compagnia o meno. 

1. Il Cile non è quello di Maria Salvador. E neanche (solo) quello di Cemento Armato. 

Se lo conoscete solo per le due hit radiofoniche più note, resterete piacevolmente sorpresi nello scoprire piccoli capolavori di malinconia struggente come Parlano di Te Ascoltando i tuoi passi, e lo stesso vi accadrà per i brani più ritmati - dai testi ugualmente magistrali - quali L'Amore è un SuicidioLa Ragazza dell'inferno AccantoBaron Samedi Tortura Medievale. 





2. Quello di Trieste non è un concerto qualunque. 

Se la memoria non mi inganna (o meglio: se non sono stata così cretina da perdermi altri appuntamenti per strada) quella del 9 sarà la prima data del Lorenzo Cilembrini solista in tutto il Friuli Venezia Giulia. Perchè non importa quel che dice Il Piccolosfocate manifestazioni Tim degli anni 2000 con band poi sciolte e miei improponibili cappellini a fiori hawaiani azzurri e bianchi (lo so, stendiamo un velo pietoso) non contano. Non solo, ma sembra anche che l'evento segni la degna conclusione del suo tour estivo. 

3. La cornice è unica. 




Non importa chi suona, in fondo. Anche se non vi piace il genere, un concerto durante la Barcolana va visto e vissuto. Pochi altri palchi, in Italia, sono così emozionanti come quello allestito in piazza Unità, con il mare sullo sfondo, gli stand illuminati, le barche ancorate in doppia o tripla fila sulle Rive e l'atmosfera gioiosa che si riflette nei volti di equipaggi, turisti, e locali.


4. É gratis! 

In tempi di crisi, non è un dato da poco. E - come disse una volta una delle mie compagne di avventure concertistiche - se è vero che andare ai concerti è cosa buona e giusta, andare a quelli gratis è quasi un obbligo morale. Insomma, dategliela una possibilità! Non vi costa niente, e se proprio rimarrete delusi potete sempre dirigervi verso gli stand per una birra in riva al mare. 

5. É uno di noi. 

Il Cile non è una di quelle popstar che se la filano in malo modo appena terminato lo spettacolo. Al contrario, è un ragazzo alla mano che - a quanto ho avuto modo di constatare in questi anni - è sempre disponibile per foto, strette di mano e chiacchiere con tutti. Un motivo in più per venire, se siete tra quelli che amano instaurare un seppur fugace contatto o scambio di opinione con gli artisti.

In più, se la vostra perplessità riguarda i mezzi di trasporto, sappiate che per una volta Trenitalia è dalla nostra. Perchè è sicuramente vero che raggiungere Trieste in auto e sperare di trovare un parcheggio, in piena Barcolana, è una missione persa in pazienza. I treni, però (almeno fino a Monfalcone) ci sono fino all'1.26 del mattino, il che vi consente di godervi il concerto e tornare a casa in tutta tranquillità. Se invece siete dei nottambuli e volete godere appieno dello spirito della manifestazione, potete far baldoria fino alle 5.15, quando il servizio ferroviario riprende a tutti gli effetti la sua regolare attività.

Io vi aspetto lì. 




venerdì 11 settembre 2015

El Pescao sul tetto che scotta (Live The Roof, Barcelona)

Mi è francamente difficile immaginare qualcosa di meglio di un concerto intimo al tramonto. Su di una terrazza panoramica. Al sesto piano di un hotel con vista su di una città spagnola. Figuriamoci se, poi, quella città si apre sul mare. Figuriamoci se a cantare è un artista che segui da ormai più di dieci anni. Uno con i piedi per terra, che ti abbraccia quando ti rivede.






Non c'é da stupirsi che io mi sia emozionata, ai primi accordi di "Una Foto En Blanco Y Negro". Non l'avevo mai sentita, cantata da El Pescao. Non dal vivo. Quella canzone - e chi mi conosce lo sa bene - ormai per me trascende il mero concetto estetico. Non posso più essere sicura che mi piaccia in quanto tale, perchè ha smesso di essere combinazione di testo e musica dal momento in cui ha iniziato a proiettarmi in testa il film di tutta una vita. 

Una foto en blanco y negro sono io su un treno diretto a Trieste. Io aggrappata alle transenne in qualche posto della Spagna. Io che cammino da sola per le strade di Parma, felice, in un giorno di sole. Mi sembra quasi un essere vivo, ora che si è spogliata da ogni fronzolo elettronico. E, vestita com'è soltanto degli accordi di una chitarra spagnola, mi riassume in tre minuti il motivo per cui sono qui. 

Quando ho comprato il biglietto per assistere al live di David Otero per Live The Roof, non sapevo ancora se sarei potuta andare a Barcellona. Era il penultimo. "Al massimo lo rivendo", dicevo. Ma una parte di me ha sempre saputo che avrei fatto di tutto per non perdermelo.

Perchè, se scegli di andare all'estero per un concerto, dovresti far sì che almeno sia particolare. Diverso dagli altri. Degno, in sostanza, di un ricordo indelebile.

Questo lo è stato. E per quanto abbia dato sfogo al mio insito romanticismo, si è rivelato anche divertente come pochi. Sì. Perchè El Pescao - ho già avuto modo di dirlo - è diventato uno showman di quelli navigati. Uno che, a quelle cento persone su un tetto catalano, racconta aneddoti. Uno che ci chiacchiera e ci interagisce a suon di gag improvvisate con la suoneria di un cellulare, dediche a bimbi e bimbe che gli ricordano i suoi figli, cambi di look "in stile madonna" ed esilaranti siparietti che lo vedono interpretare (con voce in falsetto e doverosa imitazione dell'accento) una ragazza argentina. 





Di David Otero mi piace il fatto che trasmette allegria dentro e fuori dal palco. E' disposto a scherzare sui problemi tecnici, a condividerli col pubblico per non farne mistero. E poi sorride. Sorride sempre. Anche se dopo cento firme e cento foto verrebbe naturale immaginare la stanchezza. La voglia di andarsene. Di stare, semplicemente, un po' da solo. Invece lui ha una parola per tutti, una risata da dipingere su ogni singolo volto, anche su quelli che si sono attardati per guardare le luci della Barceloneta. Un'impressione positiva impossibile da non dare. 

Al concerto di Live The Roof ha offerto un campionario dei suoi successi rivisitati in chiave acustica. Un viaggio musicale che ha dato spazio alle hit piú conosciute della sua carriera solista (Castillo de Arena, Azul Y Blanco, Buscando el sol), alternando brani intimisti (La Luz Oscura del Mar, Cada Día, Me Da Lo Mismo, Cuando llegas tú) con le atmosfere più ritmate e scanzonate di pezzi come Pachanga o Peces Voladores, senza rinunciare a qualche salto nel passato con El Canto del Loco (El Pescao, Tal Como Eres, Volverá, Una Foto en Blanco Y Negro).

Senza altre parole, vi lascio qualche video.
Perché il bello dei concerti intimi al tramonto, lasciatemelo dire, é anche che le riprese riescono piuttosto bene. 










lunedì 3 agosto 2015

Forse non avrei dovuto, ma.


Se sei reduce da una bronchite, potrebbe non essere una buona idea cantare a squarciagola ad un concerto. Neanche produrti in urletti da bimbaminkia alcolizzata, se è per quello. Specie perchè poi restano imprigionati per l'eternità nei video che - masochista - scegli di pubblicare lo stesso su Youtube.

Sì. Se la tua salute è cagionevole da troppo, forse dovresti evitare di prendere autobus con l'aria condizionata impostata sul clima del circolo polare artico. E magari anche di importunare il tizio delle birre artigianali perchè ti faccia lo sconto a furia di sorrisini. Assolutamente vietato, poi, tracannare vodka lemon troppo in fretta perchè hai sete. A meno che tu non voglia ritrovarti un giorno a raccontare ai tuoi nipoti (o a quelli degli altri, più probabile) di quella volta che intrattenevi conversazioni rock n roll sul fatto che ti scappa da morire la pipì. 

Il buon senso, però, non fa per me. O almeno non in certi casi. 




Chè "c'ho l'inferno in gola" ma anche la responsabilità della fan di vecchia data sulle spalle. Il preciso dovere morale del supporto e dell'apporto nozionistico di fronte a chi, quello sul palco, non l'ha manco mai sentito nominare. 

E così torno da Bologna con la febbre a 38.5. Non proprio l'ideale, quando tra due giorni avresti un volo per Málaga. Mi ha mandato un messaggio minatorio, Ryan Air. Era costellato di punti esclamativi rossi e di preoccupazione. Del tipo: "Oh, demente, guarda che non hai fatto il check in online! Sei scema?". Ed io, col mio bel shottino di Tachipirina on The Rocks e i brividi che manco un cammello in Siberia, che nel frattempo calcolo quanto mi costerebbe spostare il viaggio ad altra data. 

La risposta é "troppo". 

Come se poi non lo sapessi già.

Maledetta me e le mie idee sciagurate di notti brave e musica live. Maledetto il momento in cui ho scritto ad Angela: "ci vengo io con te!". E ci siamo addormentate alle quattro del mattino con in testa un micro-film di immagini confuse e vagamente surreali. Ma allora com'è che di quella decisione non mi pento neanche un po'? 

Ché la mia etica da viaggiatrice filo-ispanica potrà anche vacillare di fronte a sogni febbricitanti di geyser e rime rap (robe tipo "l'eritema non è un problema", giusto per darvi un'idea della gravità), ma la mia italianissima anima ciloska sa che un concerto come quello di San Lazzaro non se lo sarebbe potuto perdere. E non è solo perchè la fiera che l'ospitava è una sorta di paradiso gastronomico suddiviso sullo spazio di due parchi (la piadina, ragazzi, la piadina!); non perchè il direttore artistico era nientemeno che Ballo, il bassista di Cremonini; nemmeno per la possibilità non verificatasi di incrociare entrambi tra gli stand. No. Il punto è che quello show, nel mio personale ranking qualitativo di performance live de Il Cile, si colloca al secondo posto subito dopo l'inarrivabile emozione di Parigi. 


La morale è che dovreste darglielo sempre, il microfono wireless. Garantirgliela in ogni dove, l'acustica giusta. Perchè è così che Lorenzo Cilembrini smette i panni del cantautore canonico per trasformarsi in animale da palcoscenico. Uno che salta. Si distende sul palco. Uno che scende in mezzo al pubblico, oltrepassa le transenne, si siede di fronte agli spettatori delle prime file. E canta meglio di sempre. Senza una stonatura. Senza un'imperfezione. Ricordandomi una volta in più il motivo principale che mi ha spinta a seguirlo a così tante date. 





Se sei reduce da una bronchite, forse dovresti sigillarti in casa onde evitare ricadute.
Ma, per quanto mi sia costato 17 ore a letto tra brividi e sudore, lo rifarei mille altre volte ancora. 
Etciù. 



martedì 26 maggio 2015

El Pescao. La Riviera. Madrid.

"Una lenta. Ti prego, fanne una lenta" 


Agonizzo la richiesta nella mente, la canotta a righe ormai impregnata di sudore. E penso che, in fondo, il concerto si riassuma anche così. 

Me lo ricordo, David Otero, nei suoi primi live come solista. Un po' intimidito, fermo in mezzo al palco, ancora alla ricerca - forse - di una più completa identità. Difficile crederlo, adesso, lo stesso showman che ha preso in pugno il pubblico della Sala Riviera. Palco mitico. Agognato. Emozionante. Scenario ora stracolmo di anime saltellanti con addosso facce di età e sesso variegati. Sono lontane anni luce dalle bimbeminkia dei guapoooo troppo striduli. Dai pennarelli squagliati sulla fronte. Dalle botte e dalle invidie nelle file eterne sedute sui marciapiedi. E' una folla bella, colorata, che mi rispecchia e rappresento nel sentirmi a mio agio. Una folla che, con El Canto del Loco, non pare avere più nulla a che vedere.



Ed è sua. Completamente sua. Di quel ragazzo con la chitarra colorata che ha saputo conquistarla sin dal primo accordo di Delay. E adesso salta da un angolo all'altro dal palco, ci interagisce, spazia senza paura da un genere musicale all'altro. Lui che fa gli onori di casa con gli ospiti e riesce a ballare senza portarsi addosso alcuna traccia di ridicolo, deciso e sicuro di sè come il più navigato dei frontman.



Mi rende orgogliosa, constatarlo. Io che ho sempre creduto nell'evoluzione costante come unica possibilità per un futuro vero e duraturo nelle professioni creative. David Otero, El Pescao, ha lottato, migliorato e scommesso giorno dopo giorno. Ha lasciato una casa discografica importante e tutte le certezze che ne derivavano. Ha preso lezioni di canto. Ha viaggiato. Si è confrontato con nuove realtà osando idee sempre nuove. E, poco a poco, è passato dalle poche anime dei paesini sperduti di provincia ai sold out della Joy e del Messico, per arrivare oggi in una delle sale più emblematiche della capitale spagnola, in una profusione di energia lunga due ore. Così tanta da farmi implorare una pausa. Da credere che forse non ce la posso fare. E invece sì. Certo che sì. Se ti diverti ce la puoi sempre fare.





Qui, alla Sala Riviera, David Otero aveva pianto sul palco in occasione di uno dei primi concerti veramente importanti del Canto del Loco. Ora ci torna da solista, dopo quella che a occhio e croce ipotizzo essere più di una decina di anni. E io lo vedo, dalla prima fila, lo vedo distintamente che succede di nuovo. Almeno due volte. Nei ringraziamenti. Nei ricordi. Nelle parti più emotive. 

In tanti gli hanno chiesto, sui social network, perchè dicesse che considera questo "il concerto più importante della sua vita". Lui che ha suonato davanti a un Calderón Sold Out, che ha fatto la storia riempiendo Las Ventas per tre giorni di fila. La veritá é che a me non sembra tanto difficile da capire. É un ritorno, epocale come tutti i ritorni sanno essere. Un ritorno da vincitore, oltretutto. La dimostrazione che ce la fa, e ce la fa eccome, anche senza il supporto di una band da classifica.


Per questo sono fiera di essere stata alla Riviera. Ed é questo che, soprattutto, ricorderó. Piú ancora dell'umiltà di un ragazzo con la chitarra che, appena sceso dal palco, è rimasto lo stesso di tanti anni fa. E si ferma a chiacchierare con tutti, fino che l'ultima persona non se n'è andata. Anche se gli amici lo aspettano altrove. Anche se l'una di notte è passata da un po'. E a Madrid fa freddo, tanto freddo, nelle sere ventose di maggio sulla riva di un fiume. 

David è la persona comune con cui, per qualche bizzarro motivo, non riesci a sentirti in imbarazzo neanche se lo vuoi. E ti chiede consigli sulla musica da ascoltare. Opinioni sul concerto. Parla di figli, di musica, di aneddoti di vita professionale e quotidiana in conversazioni che scorrono lisce come quelle con i conoscenti di una vita. Con la differenza che poi sale sul palco, e quando se ne va hai messo sù il più radioso dei sorrisi. 


Sono ancora più fan de El Pescao, al ritorno da una Madrid che dopo un anno mi ha ri-accolta come se non l'avessi mai lasciata. E quasi piangevo, quando la sua luce peculiare e indescrivibile mi ha avvolta oltre i finestrini dell'aereo. Possibile che l'avessi dimenticata? Possibile che fossi riuscita a vivere senza di lei?

Ché Madrid è una di quelle città in cui riesci a muoverti anche senza cartina, spinta soltanto dai ricordi e dall'amore. Una di quelle a cui hai legato così tanti ricordi che ti sembra che ogni strada racconti una storia. Una di quelle che - come ogni relazione seria - vorresti presentare ai tuoi. E quando te ne vai hai sempre qualcosa che non sei riuscito a fare. Un motivo per tornare. Un viaggio nuovo da pianificare al più presto. 

Ecco. Oggi in quella città c'è un capitolo in più. Uno in cui David Otero mi insegna che la depressione post concerto può curarsi solo con un altro concerto. Soprattutto se attorno ad esso ci muovi incontri e persone. Volti visti in foto che diventano 3D. Facce cambiate dal tempo trascorso dall'ultimo "ciao". E assieme ad essi una marea di progetti e di canzoni nuove.


Stravolta dai ricordi e dal troppo sonno arretrato, anche per questo sono grata alla Spagna che più amo. 



giovedì 6 novembre 2014

In un concerto può entrarci la vita: #LogicoTour a Conegliano

15 anni. Metà della vita. Mica un fardello da niente, riempirli di canzoni.

Voglio dire, quanto può cambiare una persona in quindici anni? Quanto sono cambiata io, con gli orizzonti sempre nuovi dentro a un trolley, le passioni che sbiadiscono, gli sbalzi d'umore? Io che andavo al liceo con una cassettina nel walkman, e mi portavo il lettore cd ad una gita in inghilterra. Io che ascoltavo l'iPod sul treno per l'Università. Quattro tracce per Trieste. Molte di piú per Parma. Almeno due album su di un volo per Málaga. Io che, nell'attesa di un corriere Dhl, ho installato Spotify pure sul cellulare. C'era la stessa voce, dentro. Sempre lo stesso timbro, a rincorrermi mentre crescevo. E ora mi sembra assurdo, se ci penso. Perché, in fondo, é una delle mie poche costanti. Perché c'é stato un suo concerto sullo sfondo di ogni tappa importante. Il primo. Il mondiale del 2006. I pianti catartici in teatro. Il rientro dall'Erasmus. C'é stato lui, puntuale come la più molesta delle sveglie, a ricordarmi il passato anche mentre lo ricercavo in altri lidi. Vorrei. Vorrei che sparisce dalla scaletta come Dicono di Me dai pre-concerti spagnoli. Proprio adesso che ho la sensazione – questa sensazione assurda – che un qualche tipo di cerchio si sia chiuso.




É passata quasi una settimana, dal live di Cesare Cremonini a Conegliano. Eppure, se ci penso, mi sorprendo ancora a sorridere tra me e me. 15 anni. “Ho la sensazione che mi abbiate dato fiducia”, dice ringraziando su quel palco enorme. Ed ogni volta é come se non fossero passati. Tra le transenne mi aspettano le stesse persone, gli stessi abbracci. Hanno il sapore dei ricordi condivisi, l'aspetto di un discorso da riprendere, lasciato in sospeso appena un secondo fa. Non é stato solo un bel concerto: é stata una bella giornata. Coi crampi alla pancia dal troppo ridere. Gli aneddoti sugli spara coriandoli comprati dai cinesi. I camerieri carini, i turni in bagno, la gente che li scambia per una processione finalizzata alle foto. Attese organizzate. Attese calme. File che hanno il sapore dei re-incontri e della gioia, malgrado tutti i lividi e i disagi. “Cosí ha senso”, mi scopro a pensare. “Era per questo che lo facevo”.




Poi le canzoni. Soprattutto quelle. Il film dell'esistenza che si srotola su un palco degno delle migliori star internazionali. Occupa da solo mezzo parterre, tra esplosioni di luci e pianoforti a comparsa. Una sorta di M rovesciata che lascia proprio a tutti, finalmente, il miracolo concreto di una bella visuale. Inizia, quel film, dietro ad una tenda bianca. La sagoma di Cesare in controluce sulle note dell'intro, e subito rischio, ancora una volta, di lasciarmi andare ai paragoni. Ma basta ascoltare le prime note di Logico, e ricordo dove sono. Non hanno senso, i paragoni. Perché Cremonini é uno di quegli artisti che si assumono il rischio di iniziare con una hit. La leggo come una sicurezza ferma, ai limiti di una giustificata presunzione. Come a dire “io me lo posso permettere”. A intendere che di canzoni buone ne ha abbastanza da non temere l'inizio col botto. Non calerá, il ritmo. Non si smorzerá l'entusiasmo. Vedrete.





E infatti. Si alternano come una collana di suoni psichedelici: Dicono di Me e il viaggio in autobus a Nerja; Stupido a chi e l'Arena di Verona; Vieni a Vedere perché e Dani Martín. Si palesano La vespa e i sedici anni in discoteca. Vent'anni per sempre, Il Comico, PadreMadre e un festival della Vodafone a Lignano, Latin Lover e l'incontro di Cesena, i brividi dell'immedesimazione filo-ispanica su Fare e Disfare. E ancora “I Love You” con lo strascico di un'intera estate, La nuova stella di Broadway che piace a mio padre. C'é spazio persino per “Il primo bacio sulla Luna”, che per me ha i tornanti e le distese verdi della strada per Ronda. Che mi spiazza, disorienta, e inevitabilmente mi commuove.

La miglior scaletta che abbia mai assemblato tra tutti i suoi tour, questo mi sembra. Perché non riesco a smettere nemmeno un solo istante di cantare a squarciagola. E mi si increspano i capelli per le gocce di sudore, tra i salti e riflettori che mi illuminano il viso. Mentre impreco in direzione del cameraman che mi incolla al maxischermo e mi condanna ai “ti ho vistaa”, mentre ad ogni nuovo accordo mi sfugge dalle labbra che “questa l'adoro”. Un repertorio ad alta densità di successi, che predilige i ritmi sostenuti e sa stupire anche in quelli piú distesi. Perché Io e Anna si accompagna a un video in bianco e nero dalla fotografia impeccabile, e racconta una storia piú di quanto il testo faccia giá. Perché al piano, questa volta, non ci sono Vorrei o Niente di Piú ma Una Come Te e Figlio di Un Re. Collocate dove non ti aspetti, colorate di una tinta nuova. Ecco, forse proprio “Figlio di un Re” é il brano che mi convince meno, perché ne amavo – soprattutto – le sonoritá corali che la versione intimista mi pare un po' appiattisca.

Peró fa niente, perché poi c'é Marmellata 25. C'é Cesare che si china a cantarmi negli occhi che “mi hai lasciato pure tu”, e io che rido pensando che, invece, la sua musica é una delle poche cose che non ho lasciato mai. C'é GreyGoose, ancora. C'é Mondo. C'é Un Giorno Migliore. Che, come tutte le tradizioni che si rispettino, é ormai da anni destinata a sigillare di speranza lo show.







Uno show che ha trasformato due ore in pochi minuti. 24 canzoni in una proiezione di polaroid di esperienze fatte. Una notte in hotel nell'insonnia dell'adrenalina.

Sono cambiate tante cose, in 15 anni. Ma la felicitá che mi ha avvolta a Conegliano dimostra (ed é rassicurante!) che ce ne sono certe destinate a non cambiare mai. E quindi Grazie. Ancora una volta é questa, la sola parola che mi sento di dire. 

domenica 19 ottobre 2014

Mi Teatro.

Prometteva di ricreare l'atmosfera dei concerti, il nuovo DVD di Dani Martín. E, in un certo senso, é stato così. Non credevo di poterla provare anche attraverso uno schermo, quella sensazione. La famigliarità dei volti in mezzo a cui sono cresciuta. Lo strano senso di conforto e appartenenza. Il sorriso ebete che, per due ore di fila, mi mette in pausa il resto della vita. Mi é sempre successo, ai live. Si accendono i riflettori, i primi accordi riempiono di storia un palco, ed io dimentico di colpo ogni fastidio. Deja vú. Ricordi inanellati nelle stesse quattro note. Sei lí, sei viva. Ti aggrappi a una transenna come fai con le illusioni. D'improvviso la tua rabbia sembra sbagliata e lontana. Perdono di significato, gli episodi che ti hanno strappato di dosso l'entusiasmo. Le delusioni che ti accorgi dipendere in percentuale eccessiva da parole altrui. "Sono un'idiota", ti ripeti. "Voglio riviverlo", ti sembra urlarti in faccia l'emozione. 




Per questo, soprattutto, mi é piaciuto "Mi Teatro". Non perché ci sono anch'io, a parlare di quella stessa sensazione in fila. Non perché la mia felicità trasuda in modo evidente nel veloce primo piano sulle note di "Mira la Vida". Anche se sarebbe stata una giustificazione valida, non è nemmeno perché si guadagna a pieno titolo la dicitura "italo-spagnolo" in virtù della regia. L'ho scoperto per caso,  merito di un accento un po' troppo rivelatore e di una successiva ricerca su Google: a curarla è stato Cristian Biondani,  italianissimo e già responsabile - tra altre molte opere impeccabili - del film in 3D del concerto di Ligabue a Campovolo. Ma no, non è per questo. Mi Teatro mi è piaciuto, essenzialmente, perché per 110 minuti sono riuscita a fingere che niente fosse cambiato. 




Certo, poi spegni la tv e l'effetto passa. Tanto ormai sono rassegnata a viverla in modo conflittuale. In bilico tra l'allontanamento imposto dalla crescita e la volontà di rimanere attaccata a qualcosa in cui ho investito quasi un decennio di vita. Lo so, che quando idealizzi troppo qualcuno e te lo buttano giù dal piedistallo niente può tornare come prima. E siccome cambio gusti, cambio ascolti, trovo sempre la stessa frase nel profondo dello stomaco. Estrapolata dal contesto, eppure crudelmente vera. "Così acido è il sapore della delusione". Giá. 

Forse è un bene, però. Perché se poi cullarsi nei ricordi riesce a restituirmi quelle sensazioni, allora vuol semplicemente dire che posso guardare agli eventi con un occhio più critico. Che posso provare (se non sempre riuscire) a separare la persona dalla musica, a riconoscere quello che non mi piace risparmiando il resto. A rinunciare - Alleluiah, alleluiah - alla visione distorta della fan in favore di uno sguardo finalmente obiettivo. 

Ci sono dichiarazioni su cui ho da ridire, in effetti, dentro a quel DVD. L'affermazione per cui ora "non c'è più isterismo tra la gente che si accampa fuori dai palasport", per esempio. Oppure quella, opposta e ribadita in più interviste successive, per cui un pubblico di quindicenni è il benvenuto, perché "garantisce alla mia musica un futuro"; "Perché mi fa vendere", anzi, meglio ancora. 

É vero, non c'é dubbio. Sarebbe ipocrita sostenere il contrario. Ingenuo pensare che chi vive di musica non aspiri a commercializzarla. A quale prezzo, però? 
Puntare ad un target di adolescenti urlanti vuol dire portarle ad identificarsi nelle canzoni che scrivi. Il che spiega, peraltro, il terrore dichiarato in un altro DVD. La paura di sistemarsi, mettere sù famiglia, perché "temo che non mi verrebbero più canzoni". Perché verrebbero, in realtà, ma affronterebbero altri temi. Racconterebbero storie che le ragazzine non vivono. Il contrario, però, rischia di allontanare (come in molti casi ha - ahimè - già fatto) le trentenni che con la musica de El Canto del Loco sono cresciute. Di escludere l'ondata di madri ultra- quarantenni che erano salite sul carro dei fan all'uscita di Pequeño e che si sono volatilizzate, veloci com'erano venute, al comparire del ciuffo e dello styling per gli abiti di scena. 
É una scelta, e come tale va rispettata. Le adolescenti, però, sono umorali per definizione. Continueranno a seguirlo, quelle che ora si scrivono il suo nome sulla fronte? Se non lo faranno ne arriveranno altre, pazienza. Ma per quanto tempo ancora? Se si stuferanno, un giorno, cosa rimarrà? 

Non dovrei chiedermelo, lo so. Non dovrebbe importarmene. Non dovrei sentirmi dispiaciuta alla sola idea come se su quel palco ci fossi io. É questo il mio problema: che, nonostante le delusioni, di questa storia mi sento ancora parte attiva. Coinvolta ed incapace di indifferenza alcuna. 






E ad ogni modo resta bello, poter dire "io c'ero". Farsi venire la pelle d'oca davanti all'interpretazione di Gretel in duetto con Axel (Axel e Gretel: non fa ridere anche voi?). Sentire l'esigenza di indicare con orgoglio quel tizio con gli occhi azzurri mentre canta "Señora" con Serrat. Incoerente con tutti i pensieri pregressi insistere orgogliosa che "vedi, vedi? Ce l'ha fatta! Vedi? Lo vedi quante emozioni arrivano, da lí?". 

Dovreste comprarlo giá solo per quei due momenti, il DVD di "Mi Teatro": Per Gretel e per Señora. E poi per le altre imperdibili chicche. Tipo "Contigo" di e con Sabina. "Terriblemente Cruel" di e con Leiva. La mia faccia sconvolta che mi apre un indiscusso futuro nel cinema (di genere horror). La performance flamenca improvvisata nei camerini. O, ancora, la rivelazione inedita di un episodio imbarazzante avvenuto durante un concerto a Mallorca, fatto di pantaloni strappati e di mutande assenti. Che, tra parentesi, leggo come una chiara pulsione al masochismo. Perché, a meno che non sia un modo morboso per strappare altri urletti alle adolescenti, a me qualche domanda la impone. Voglio dire: io non sono un uomo, ma non dev'essere quantomeno scomodo se non dolorosissimo portare gli skinny jeans senza mutande? Mah. 

E, tanto per restare in tema di Domande Esistenziali, ce ne sono due a cui non avremo mai risposta: 

La strada che percorrono con il furgoncino é inquietantemente poco varia in quanto a panorama, o hanno passato un'ora a girare su se stessi? E, soprattutto, come diavolo fa a rimanergli intatto il ciuffo dopo 3 ore di show, se io dopo cinque minuti ho in testa un cespuglio degno del migliore performer reggae? Dopo tutti questi anni, almeno un prodotto per capelli, Dani, potrebbe anche consigliarmelo. Che diamine.