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martedì 26 luglio 2016

3 canzoni spagnole (e un bonus) per l'estate


Lo so che vi ho abituati a considerare la Domenica come il giorno riservato ai miei senz'altro utilissimi (?!?) consigli musicali. É però altrettanto vero che le canzoni in spagnolo - almeno secondo gli italiani - fanno coppia fissa con l'estate. E cos'è l'estate se non la Domenica del calendario annuale? Sì, va bene: mi sto arrampicando sugli specchi. Il punto è che ho deciso di venir meno alle mie stesse tradizioni pur di condividere con voi i tre brani Made in Spain che più spesso mi accompagnano in queste settimane di ricerca casa e progetti disertati di aggiornare il profilo LinkedIn. C'è anche un bonus che con la Spagna non c'entra niente. Così, giusto per dare alla lista un respiro più internazionale. Pronti, attenti, play!

1. Los Charcos - Dani Martín


 Non potevo cominciare che con lui. Il nuovo disco di Dani - è ufficiale da poco - uscirà il prossimo 23 Settembre. Due giorni prima di quel mio biglietto solo andata, puntuale come sempre nell'enfatizzare le tappe importanti della mia vita. Insomma, quella voce che sa di casa pare già predestinata ad insinuarsi per calmarmi tra pieghe di un trasloco. E, a dirla proprio tutta, non sono neanche certa che mi faccia piacere. Quel che è certo è che Martín sembra avere una discreta fretta di far conoscere al pubblico il maggior numero di brani possibili prima di quella data. All'inizio c'é stato Las Ganas, con il suo attacco di chitarre un po' incazzate e il videoclip con quella scena discutibile, discussa e discutibilmente discussa. Un videoclip che, diciamolo, in generale bah. In contemporanea, è uscito anche Dibujas: la ballata più sofferta che quelli più giovani etichetterebbero come web single e le anime vintage come ricordo di b-side nei singoli in vinile. Manco il tempo di entrare nelle top 10 radiofoniche spagnole, ed ecco che l'ex frontman de El Canto del Loco ci presenta ora Los Charcos. Che, vabbè, le sonorità non sono niente di nuovo. "Ricorda altri suoi brani" è un po' il commento condiviso. Ma a volte, per farti innamorare di una canzone, basta un verso al posto giusto. Uno e uno soltanto. Ascoltate: "Y tendrás que pintarme las estrellas cuando el cielo no las saque por temor". Traducetelo in "dovrai dipingermi le stelle quando il cielo non le farà uscire per timore". Aggiungeteci la mia inspiegabile ossessione per le strofe in cui si parla di stelle (vedi Il Cile, vedi Cremonini, vedi gli Imagine Dragons) in ogni tipo di canzone, e ditemi se poteva rimanermi intatto il cuore.

 

2. Guerra Mundial, Leiva




 

La data di uscita di questo brano mi aveva fatto sollevare un sopracciglio. Era in corso, se non sbaglio, il Golpe in Turchia. Forse si era appena concluso. Forse doveva ancora cominciare, non lo so. In ogni caso, tra Nizza e Dacca, gli equilibri internazionali mi erano sembrati troppo fragili per l'uscita di un pezzo intitolato "Guerra Mondiale". Ricordo di averlo trovato di cattivo gusto. Potevano rimandare, eccheccavolo, sceglierne un altro. Poi, però, ho premuto play. Sono bastate due note a farmi ricredere: un po' perchè il testo, con la guerra, c'entra solo in quanto metafora, ma soprattutto perchè Leiva - 'nnaggia a lui, detto col pugno tra i denti - ha questa strana proprietà di non deludere mai. L'album Monstruos esce il prossimo 26 Agosto, anticipato anche dal primo (ma forse qualitativamente inferiore) estratto Sincericidio. 


3. Sonrío (La Vita Com'é), Álvaro Soler 










 
Sarà sempre troppo tardi quando l'italiano medio imparerà a pronunciare correttamente il nome dell'autore del tormentone dell'estate. L'accento sulla prima A, che diamine, è così difficile? Comunque. Se siete comprensibilmente stanchi di Sofía, vi consiglio di spulciare tra la tracklist del suo album Eterno Agosto (Italian version) alla ricerca di prodotti molto più italo-spagnoli. Il primo lo rintraccerete nel duetto con Emma. Il secondo, che a me piace di più, è rinchiuso in questa collaborazione con Gazzè: nient'altro che la traduzione spagnola di un brano passato fino alla nausea in radio, ma che per ritmi e metrica si presta spaventosamente bene alla lingua castigliana.

Bonus: Young & Wild, The Strumbellas






Nella mia vita, evidentemente, c'era bisogno di speranza. A portarla ci hanno pensato loro, gli Strumbellas, che con HOPE si sono ufficialmente aggiudicati il personalissimo titolo di miglior album dell'ultimo periodo. Tra tutti i brani, il mio preferito è forse Young & Wild, che sto consumando con la stessa avida voracità dell'estate. Inutile dirvi che il verso "I Jump off from an airplane, to see if I can fly" (salto giù da un aeroplano per vedere se so volare) l'ho già distorto in metafore sbagliate pur di darci un senso malagueño e tutto mio. 





E voi, tra questi, quale preferite? 






sabato 19 marzo 2016

Musica spagnola: 3 nuove uscite da ascoltare nel weekend


Ricordate quando, un po' di tempo fa, dicevo che nessuna uscita discografica spagnola riusciva più a entusiasmarmi davvero? Ebbene, CANCELLATE TUTTO.

In quest'ultimo periodo gli iberici si stanno rifacendo alla grande, dandomi tante soddisfazioni quante il cielo finalmente azzurro, il tramonto meravigliosamente ritardato e le margheritine sui prati (l'ho già detto, che amo la primavera?). 

Insomma: nell'augurarvi buon weekend, mi sembrava cosa giusta e doverosa condividere con voi tre belle canzoni di recente uscita. Brani che, sia pur per ragioni diverse, mi hanno spinta nell'ordine a battere le mani, saltellare a piedi giunti e miagolare wowowowowooooow.
Ok, magari la primavera mi rende un tantinello esagerata. Ma voi dovreste in ogni caso -davvero, davvero- premere play.

1. Chambao - Camino Libre 




Ragazzi, i Chambao sono tornati. E l'hanno fatto alla grande. Camino Libre è il primo singolo estratto dall'album "Nuevo ciclo". Parla delle sensazioni che si provano quando, arrivati grossomodo all'equatore della vita, si impara finalmente a conoscersi davvero. La voce de La Mari è inconfondibile, la sonorità è quella dei migliori Chambao, e il videoclip è girato a Málaga (tra il Jardín botanico de La Concepción e El Limonero). No, dico: cosa chiedere di più?







Certe voci possono diventare talmente famigliari da trasferire in suono il concetto di casa. Ah, Dani. Per quanto le cose cambino, le passioni si smorzino e le delusioni cerchino di imporre punti netti, Dani nelle mie orecchie risveglia sempre qualcosa. Chiamali ricordi. Chiamala vita. Il punto è che ritrovarlo in questo struggente brano dei Sidecars, l'altro giorno, mi ha regalato più di un brivido.

3. Fuel Fandango - Salvaje 




I Fuel Fandango mi sono sempre piaciuti più per l'estetica che per i brani in sè, e il loro nuovo singolo non fa eccezione. Può darsi, quindi, che di Salvaje mi stanchi presto. Che non duri più di un paio di settimane nelle mie playlist di Spotify. Però, ragazzi, che vi devo dire? Il rossetto rosso. I mille fiori colorati tra i capelli. Le mosse flamenche abbinate a un sound internazionale. La giacchetta stile torero. L'abito con una spalla sola. Cioè. Gente. Cioè. Questo stile, pa' siempre, as a way of life. 

sabato 27 giugno 2015

Postilla: le 5 (o mille) vite di Volverá

Perdonate la monotonia, giuro che poi la smetto. E' solo che non potevo parlare di Zapatillas senza riservare nemmeno uno spazio al brano che, quel disco, mi spinse a farmelo prestare prima e a comprarlo poi. Il detonatore, insomma. Il colpo di fulmine in streaming radiofonico. L'accendino acceso su una scia di benzina. 

Musica di David Otero e testo di Dani Martín, Volverá é uno di quei rari successi che sembrano in grado di mantenersi giovani in eterno. Ha attraversato indenne anni e concerti, vestendosi di arrangiamenti, voci e circostanze sempre nuove. Ed è così che è arrivato al giorno d'oggi, con un ruolo da protagonista nei tour solisti dei suoi due papà e la dimostrazione di saper ancora elevare entusiasmi e cori. 

Per concludere il mio personale omaggio al decennale del disco, ho voluto perció riproporvi le tappe e le rivisitazioni più significative della vita della canzone. E, già che ci sono, ci aggiungo pure un piccolo sondaggio: voi in quale versione l'apprezzate di più? 

1. VERSIONE DISCO  (2005)
Come uscì nel 2005. Come la conobbi io, e prima di me la Spagna intera.





2. SOLEDAD (2007) 



La demo del brano così come nacque: cantata da David Otero, con il suo testo originale che fu in seguito radicalmente modificato da Dani Martín. La band la fece conoscere al pubblico con il cofanetto "Arriba el Telón!"




3. CON ALEJANDRO SANZ (2009) 

Il duetto con Sanz dotò il brano di un'atmosfera nuova all'interno del greatest hits "Radio La Colifata Presenta El Canto del Loco", l'ultimo pubblicato dalla band prima di sciogliersi)




Dani Martín incluse il brano nella setlist dei suoi tour solisti, riarrangiandolo assieme alla band che l'accompagnava nei live. 






In occasione del suo concerto del 22 Maggio scorso alla Sala Riviera di Madrid (e proprio per omaggiare i 10 anni del disco Zapatillas!) David Otero eseguì il brano live per la prima volta dall'inizio della sua carriera solista. Qui le prove per il live, che tramite social network aveva condiviso con i fan. 




Así sonaba VOLVERÁ en el ensayo de esta tarde para La Riviera el 22 de Mayo... Queda mal decirlo de una canción mía, pero menudo TEMAZO... Desde YA, anuncio que se queda como canción para esta gira, nos encanta tocarla, me encanta cantarla y me trae recuerdos increíbles!!! Aquí os dejo las entradas para la Riviera... www.ticketea.com/el-pescao-en-la-riviera/Solo puedo decirte una cosa... ¿TE LO VAS A PERDER?Esta es solo una pequeña muestra de lo que viviremos dentro de dos semanas!!!SONIDO DIRECTO DEL ENSAYO, sin trampa ni cartón!!!Pd: Como mola la batería electrónica, es lo mejor que he probado para ensayar y no quedarte sin voz después de 8hs cantando!!!
Posted by El Pescao on Domingo, 10 de mayo de 2015



domenica 26 ottobre 2014

Le 5 liste più curiose a tema Spagna

Le liste sono il contenuto che meglio funziona sul web. Per dimostrarlo non addurrò i dati di qualche studio (e, credetemi, ce ne sarebbero tanti!), quanto il mio stesso essere vittima d'un'inspiegabile forza di attrazione. Perché non so resistervi. Davvero. Leggo "Le 10 cose che…", "i 5 migliori qualcosa", "I 13 fatti più qualcos'altro" e, prima ancora che possa rendermene conto, ci ho già cliccato sù. Fossero anche articoli sulle guerre puniche (da notare che il correttore automatico del Mac, che é notoriamente peggio dei pre-adolescenti, si ostina a correggerle in "guerre pubiche") , sui ragni più pericolosi del mondo (schifum maximum!) o sulle metodologie di tessitura della lana in Nepal. Poi, dal momento che quello che leggiamo tende sempre a influire sulla nostra scrittura, è spesso capitato che mi sia fatta contagiare anche a livello attivo da quella che definirei ormai un'epidemia più diffusa dell'Ebola. Questa volta, però, gli elenchi non li produrrò io. 
Piuttosto, ho deciso di condividere con voi alcuni tra i più insoliti o curiosi che ho trovato in Rete a tema Spagna. Dentro ci troverete idee per sedurre la vostra dolce metà, itinerari gastronomici, luoghi di cui probabilmente ignoravate l'esistenza, e persino un pizzico di comicità. La lettura perfetta - e indiscutibilmente numerata! - per una Domenica oziosa. 


L'articolo suggerisce alcuni scenari incantevoli in cui appartarvi con il partner nella città catalana. Nel caso in cui ci sia un aitante giovine sosia di Jhonny Depp che desideri conquistarmi, sappia che il mio preferito è anche il meno scontato: il Laberint d'Horta, labirinto vegetale incastonato tra palazzi, padiglioni e sculture che fa tanto Teseo e Arianna, Alice nel Paese delle Meraviglie o videoclip onirico di Robbie Williams. Sconsiglierei invece il Parc Guell la sera tardi, poco prima della chiusura: sarà anche suggestivo, ma è tutto fuorché raccomandabile. Se verrete aggrediti da un qualche maniaco psicolabile non dite che non vi avevo avvisati. 





Perché accontentarsi di una trattoria qualsiasi quando potete cenare in un bunker giapponese della  seconda guerra mondiale, in un loft oppure avvolti dall'atmosfera anni '50 in un posto che sembra il set di Mad Men? Tra i cinque ristoranti consigliati nel post, il più mitico e rinomato è il cinese nascosto in un corridoio nel parking sotterraneo di Plaza de España. Quello che, invece, più mi attira é "Asiana Next Door": un negozio di mobili d'antiquariato che di sera si trasforma in un ristorante esclusivo con capienza limitata a 7 tavoli e un massimo di 25 commensali. 

Il ristorante "Asiana Next Door"


Il cosiddetto "Soho di Málaga" é un quartiere della cittá recentemente riconvertito all'insegna degli spazi artistici e di design. A caratterizzarlo, anche importanti opere di Street Art che hanno contribuito a dotare di ulteriore valore aggiunto una zona un tempo piuttosto malfamata che é diventata oggi uno dei fiori all'occhiello del capoluogo della Costa del Sol. Mi chiedo come sia possibile che nessuno mi abbia mai parlato di "Love is Bakery", pasticceria americana in stile anni '60 nota per i suoi irresistibili cupcake e torte di vario genere. Tra le ulteriori destinazioni suggerite extra-elenco, notevole anche k- dksa: negozio di articoli di regalo di design in puro stile vintage. 

La pasticcieria Love is Bakery

La pasticceria Love is Bakery
Il negozio k-dksa di Málaga


Non solo Prado, Reina Sofia e Thyssen: rimarrete allibiti scoprendo l'incredibile varietá di musei ospitati dalla Capitale spagnola! Il più bizzarro in assoluto? Quello dedicato al Topolino dei denti, con materiale documentativo della leggenda del personaggio e addirittura denti di persone famose (alquanto inquietante, sì.)

La casa museo del Ratón Perez (il topolino dei denti) a Madrid



Uno dei post a tema musicale in assoluto più insoliti (e surrealisticamente divertenti) che io abbia mai visto. Presenta una buffa galleria di screenshot presi dal fortunato video ufficiale di uno dei singoli del cantante per abbinarli ad improbabili esclamazioni da lui pronunciate. La più azzeccata? "C'é odore di umidità e a me si arricciano i capelli". Lo capirete anche da voi: é talmente assurdo che non potevo non citarlo a mó di ciliegina sulla torta. 





domenica 19 ottobre 2014

Mi Teatro.

Prometteva di ricreare l'atmosfera dei concerti, il nuovo DVD di Dani Martín. E, in un certo senso, é stato così. Non credevo di poterla provare anche attraverso uno schermo, quella sensazione. La famigliarità dei volti in mezzo a cui sono cresciuta. Lo strano senso di conforto e appartenenza. Il sorriso ebete che, per due ore di fila, mi mette in pausa il resto della vita. Mi é sempre successo, ai live. Si accendono i riflettori, i primi accordi riempiono di storia un palco, ed io dimentico di colpo ogni fastidio. Deja vú. Ricordi inanellati nelle stesse quattro note. Sei lí, sei viva. Ti aggrappi a una transenna come fai con le illusioni. D'improvviso la tua rabbia sembra sbagliata e lontana. Perdono di significato, gli episodi che ti hanno strappato di dosso l'entusiasmo. Le delusioni che ti accorgi dipendere in percentuale eccessiva da parole altrui. "Sono un'idiota", ti ripeti. "Voglio riviverlo", ti sembra urlarti in faccia l'emozione. 




Per questo, soprattutto, mi é piaciuto "Mi Teatro". Non perché ci sono anch'io, a parlare di quella stessa sensazione in fila. Non perché la mia felicità trasuda in modo evidente nel veloce primo piano sulle note di "Mira la Vida". Anche se sarebbe stata una giustificazione valida, non è nemmeno perché si guadagna a pieno titolo la dicitura "italo-spagnolo" in virtù della regia. L'ho scoperto per caso,  merito di un accento un po' troppo rivelatore e di una successiva ricerca su Google: a curarla è stato Cristian Biondani,  italianissimo e già responsabile - tra altre molte opere impeccabili - del film in 3D del concerto di Ligabue a Campovolo. Ma no, non è per questo. Mi Teatro mi è piaciuto, essenzialmente, perché per 110 minuti sono riuscita a fingere che niente fosse cambiato. 




Certo, poi spegni la tv e l'effetto passa. Tanto ormai sono rassegnata a viverla in modo conflittuale. In bilico tra l'allontanamento imposto dalla crescita e la volontà di rimanere attaccata a qualcosa in cui ho investito quasi un decennio di vita. Lo so, che quando idealizzi troppo qualcuno e te lo buttano giù dal piedistallo niente può tornare come prima. E siccome cambio gusti, cambio ascolti, trovo sempre la stessa frase nel profondo dello stomaco. Estrapolata dal contesto, eppure crudelmente vera. "Così acido è il sapore della delusione". Giá. 

Forse è un bene, però. Perché se poi cullarsi nei ricordi riesce a restituirmi quelle sensazioni, allora vuol semplicemente dire che posso guardare agli eventi con un occhio più critico. Che posso provare (se non sempre riuscire) a separare la persona dalla musica, a riconoscere quello che non mi piace risparmiando il resto. A rinunciare - Alleluiah, alleluiah - alla visione distorta della fan in favore di uno sguardo finalmente obiettivo. 

Ci sono dichiarazioni su cui ho da ridire, in effetti, dentro a quel DVD. L'affermazione per cui ora "non c'è più isterismo tra la gente che si accampa fuori dai palasport", per esempio. Oppure quella, opposta e ribadita in più interviste successive, per cui un pubblico di quindicenni è il benvenuto, perché "garantisce alla mia musica un futuro"; "Perché mi fa vendere", anzi, meglio ancora. 

É vero, non c'é dubbio. Sarebbe ipocrita sostenere il contrario. Ingenuo pensare che chi vive di musica non aspiri a commercializzarla. A quale prezzo, però? 
Puntare ad un target di adolescenti urlanti vuol dire portarle ad identificarsi nelle canzoni che scrivi. Il che spiega, peraltro, il terrore dichiarato in un altro DVD. La paura di sistemarsi, mettere sù famiglia, perché "temo che non mi verrebbero più canzoni". Perché verrebbero, in realtà, ma affronterebbero altri temi. Racconterebbero storie che le ragazzine non vivono. Il contrario, però, rischia di allontanare (come in molti casi ha - ahimè - già fatto) le trentenni che con la musica de El Canto del Loco sono cresciute. Di escludere l'ondata di madri ultra- quarantenni che erano salite sul carro dei fan all'uscita di Pequeño e che si sono volatilizzate, veloci com'erano venute, al comparire del ciuffo e dello styling per gli abiti di scena. 
É una scelta, e come tale va rispettata. Le adolescenti, però, sono umorali per definizione. Continueranno a seguirlo, quelle che ora si scrivono il suo nome sulla fronte? Se non lo faranno ne arriveranno altre, pazienza. Ma per quanto tempo ancora? Se si stuferanno, un giorno, cosa rimarrà? 

Non dovrei chiedermelo, lo so. Non dovrebbe importarmene. Non dovrei sentirmi dispiaciuta alla sola idea come se su quel palco ci fossi io. É questo il mio problema: che, nonostante le delusioni, di questa storia mi sento ancora parte attiva. Coinvolta ed incapace di indifferenza alcuna. 






E ad ogni modo resta bello, poter dire "io c'ero". Farsi venire la pelle d'oca davanti all'interpretazione di Gretel in duetto con Axel (Axel e Gretel: non fa ridere anche voi?). Sentire l'esigenza di indicare con orgoglio quel tizio con gli occhi azzurri mentre canta "Señora" con Serrat. Incoerente con tutti i pensieri pregressi insistere orgogliosa che "vedi, vedi? Ce l'ha fatta! Vedi? Lo vedi quante emozioni arrivano, da lí?". 

Dovreste comprarlo giá solo per quei due momenti, il DVD di "Mi Teatro": Per Gretel e per Señora. E poi per le altre imperdibili chicche. Tipo "Contigo" di e con Sabina. "Terriblemente Cruel" di e con Leiva. La mia faccia sconvolta che mi apre un indiscusso futuro nel cinema (di genere horror). La performance flamenca improvvisata nei camerini. O, ancora, la rivelazione inedita di un episodio imbarazzante avvenuto durante un concerto a Mallorca, fatto di pantaloni strappati e di mutande assenti. Che, tra parentesi, leggo come una chiara pulsione al masochismo. Perché, a meno che non sia un modo morboso per strappare altri urletti alle adolescenti, a me qualche domanda la impone. Voglio dire: io non sono un uomo, ma non dev'essere quantomeno scomodo se non dolorosissimo portare gli skinny jeans senza mutande? Mah. 

E, tanto per restare in tema di Domande Esistenziali, ce ne sono due a cui non avremo mai risposta: 

La strada che percorrono con il furgoncino é inquietantemente poco varia in quanto a panorama, o hanno passato un'ora a girare su se stessi? E, soprattutto, come diavolo fa a rimanergli intatto il ciuffo dopo 3 ore di show, se io dopo cinque minuti ho in testa un cespuglio degno del migliore performer reggae? Dopo tutti questi anni, almeno un prodotto per capelli, Dani, potrebbe anche consigliarmelo. Che diamine. 

domenica 25 maggio 2014

Anteprima tra Sabina e Serrat

Vedere una persona che segui da anni seduta tra Sabina e Serrat. Pensare a quello che quei due significano per la musica spagnola. Per i suoi genitori. Per lui. Per te. Inevitabile: passi i dieci minuti successivi a scuotere il capo, in un misto di incredulità e meraviglia. Ti ripeti: "che grande, che grande!", come se qualcuno ti potesse sentire. E allora ti prende un'empatia sconvolgente, di quelle in grado di inumidirti gli occhi. Attorno a te, quattordicimila persone la cantano in coro. Nessun dvd, nessun video di youtube potrà mai rendere giustizia a quel tipo di emozione. 


E dire che te l'aspettavi anche. Hai visto delle foto, ascoltato dei commenti. Hai osservato il sottopalco affollarsi alla tua sinistra con la foga riservata alle grandi occasioni. I discografici della sony che si allineano in massa prima del bis. David Summers che inforca gli occhiali. La regia che accelera i movimenti con i volti pieni di tensione. Te n'eri accorta - sì, persino questo - che accanto al solito tavolino c'erano due sgabelli in più. Tre calici di Champagne. Qualche bisbiglio, il fiato trattenuto. Lo sapevi, in fondo. Eppure c'è questa cosa, prima dei momenti belli: quest'ultimo anticorpo contro le delusioni. Se mi sbagliassi?, sembra chiedersi il cervello. Se non fosse…?

Invece è. Ed è quell'istante, tra tantissimi, che oggi mi torna in mente. Lo estrapolo da una mandria di ricordi ancora sconnessi. Immagini che faticano a non sembrarmi oniriche, incastrate come sono tra le notti insonni e i cambi di temperatura. La scontorno, quella collaborazione, dallo sfondo di due concerti epici, della durata di tre ore ciascuno. E come o più di sempre, uscita dal Palacio de Los Deportes di Madrid, mi riscopro innamorata di Dani Martín. Innamorata, sí. Ma non di quell'amore platonico, da bimbeminkia (niñasminkia, in spagnolo); di quelli che ti scrivi il suo nome sulla fronte e tappezzi con le sue foto le pareti di camera tua. Non di una passione da cinquantenni combattive, nemmeno. Di quelle imbarazzanti, per cui passi ore a raccontare alle coetanee ogni minimo dettaglio di ciò che gli faresti in una stanza d'albergo. No, il mio é un amore diverso. Grato. Orgoglioso. L'amore per la sua musica, per quello che mi fa vivere, compreso avere a pochi metri di distanza la voce che l'anno scorso accompagnava il mio inchino sul finire di uno spettacolo di flamenco. Amore per quello che quelle note significano, hanno significato e probabilmente significheranno domani. Amore perché quel sorriso emozionato, dopo tutti questi anni, é - per quella strana empatia- anche mio. 

In attesa di resoconti (e video) più completi, oggi é questa la mia anteprima. 



domenica 16 marzo 2014

Segnalazioni italo-spagnole: Radio Latita (e la mia esaltazione)

Ho sempre riscontrato un vago retrogusto vintage nella frase "Riceviamo e volentieri pubblichiamo". In questo caso, peró, sarebbe stato difficile trovare introduzione piú appropriata. 


Scrivo questo post con le cuffie alle orecchie e un grado di esaltazione difficilmente concepibile da persone sane di mente; Nonché quasi del tutto inconciliabile con le regole grammaticali. In riproduzione, una playlist monotematica su Dani Martín tra le piú complete e meglio assortite che io abbia mai sentito. In altre parole, il film sonoro della mia intera vita. Ommioddio, ma c'é anche il duo con Bosé! Lacrime. Sospiri. Brividi. Riflessioni filosofiche sparse sulle ripercussioni emotive della musica che amiamo. Domandoni esistenziali che manco Shopenauher. Ma che razza di superpotere hanno i compositori, me lo spiegate? Aiuto. La Verdad. I concerti. Quiero volver a vivir toda esa magia....troppo tempo che non ascolto Pequeño. Ho bisogno di un live, ADESSO!

Comunque. A trasmetterla é Radio Latita, web radio italo-spagnola che mi segnala Simone tramite il modulo di contatto di questo blog. E io, a questo punto, non posso fare altro che segnalarla a voi. 



Non per cortesia, e non in via esclusiva per gli speciali di un'ora e mezza su certi cantanti dagli occhi azzurri (anche se, devo dirlo, aiutano). No. Piuttosto, perché si sposa perfettamente con la filosofia di questo blog. Inclusa nel circuito di Radionomy.com, unisce la musica spagnola e la musica italiana in un'unica stazione radio, rivolgendosi al pubblico di entrambi i Paesi. Il tutto, senza interruzioni pubblicitarie o chiacchiere eccessive. Se seguite questo blog per un'affinitá di gusti e passioni itagnole, vi assicuro che l'amerete un bel po'. Giudicate voi: http://www.radiolatita.com/it/ 


venerdì 27 dicembre 2013

La Suerte de mi Vida [Reprise]: cronaca di un doblete, Parte II

[Continua da qui]

"Grazie". Gli dico soltanto questo.

C'è una quantità di gente mai vista, fuori dal suo hotel di Valencia. Qualcuno dev'essere stato troppo generoso nel diffondere l'informazione, e ora ragazzine munite di flash mi sgomitano tutt'attorno. 



“Ma chi c'è, i uan dairecsion?”, ci scherzerà su lui, arrivato alla millesima firma sotto lo sguardo compassionevole del suo road manager. 
Una biondina, al mio fianco, sfoggia una mise finto grunge in tartan e borchie a metà tra Camden Town e il cartone animato giapponese. E' talmente surreale che non riesco a toglierle gli occhi di dosso.  Dall'altra parte, una signora che passava per caso prende a sberle il braccio del consorte. “C'è Dani Martín”, gli urla. “Qui! Adesso! Qué fuerte!”. Il marito, in tono molto piú pacato, esprime tutto il suo disinteresse in un “CHIIII?!”
“Massí, Dani Martín, non so esattamente cosa faccia peró si vede alla tele”. 

Dopo di che, passa davanti a tutti e gli si piazza accanto per una foto. Dalla reception dell'albergo, un dipendente preoccupato ha intanto fatto arrivare sul posto due agenti della polizia. 
“In tutti questi anni non avevo mai visto una cosa del genere”, continuo a ripetere sconvolta in direzione di Alicia. “Cioé, proprio mai”. E intanto penso al reggiseno nero sul palco di Barcellona, alle tizie che la sera prima mi hanno di nuovo schiacciata a una transenna, alle iniziali scritte sulla fronte con il pennarello. La mia anfitriona valenciana, a radice di tutto ció, ha imparato la parola “bimbeminkia”. 

Non che dovessi dirgli molto altro, del resto. In fondo, l'ho giá visto il giorno prima, nell'hotel molto meno affollato di un'altra cittá. Ricordo ancora la sua comparsa, a Barcellona. C'era l'urgenza di tornare in fila prima che aprissero i cancelli. C'era l'ingorgo dell'ora di punta. E c'era stata Cris, a farci presente i massacri spazio temporali a cui Céline ed io siamo solite sottoporci per nostra stessa volontá. Era giá passato anche Iñaki, a farci notare l'opera d'arte avanguardistica del telo nero che copriva i lavori di ristrutturazione alle nostre spalle.  “E' avanguardistico anche il casino”. Risate. Un furgoncino che parte in direzione soundcheck. 

Dopo di che, da un corridoio sul fondo, era finalmente comparso lui. Col bavero del cappotto alzato fino alle guance, un paio di occhiali da sole a specchio tutt'altro che discreti e i capelli sparati tutti carichi di gel. La visione – surreale almeno quanto quella della biondina con le borchie - mi ha immediatamente suscitato un attacco di ilaritá per niente carino, che spero lui non abbia notato. Voglio dire: sono giá abbastanza convinta pensi che io mi faccia di qualche droga pesante, non serve aumentare i sospetti. Ad ogni modo, le circostanze sembrano essere dalla mia. Lui sta parlando fitto fitto con sua madre davanti al balcone di larghezza esagerata della reception; ed é soltanto dopo un po' che si gira. Appena mi vede, seminascosta da una finta orchidea - c'é da dire - scenografica, mi saluta con la mano e si avvicina. 



“Hola Ilaria!”, dice prima di stringermi in uno di quei suoi abbracci stretti a cui, malgrado tutto, non credo riusciró ad abituarmi mai. 
Mentre dispensa baci sulle guance anche alle altre, trovo finalmente il tempo di presentargli Michela. 
“Lei é un'altra tua fan italiana, e quello di stasera sará il suo primo concerto, perció...”
Non mi lascia finire. 
“Mi hai portato la pizza?”, le chiede sorridendo.  Quindi si cimenta nel gesto con la mano a papera tipo “ 'azzo vuoi” per cui siamo noti a livello planetario (e, probabilmente, anche in qualche galassia lontana). Non contento, si lancia in tutt'una serie di “bella” e “bella ragazza” che ha l'effetto indesiderato di riaccendere la mia ridarella post-occhiali-a-specchio. 

Michela la pizza non gliel'avrá portata, peró ha con sé i Baci Perugina. Nel darglieli (mentre io continuo a ridere come una cretina per i fatti miei), gli chiede molto saggiamente che ne é stato dell'annunciata uscita del suo disco in Italia. 
“Vediamo questi della Sony...” 
“Sì, cazzo, si dessero una mossa, però!”, mi sfugge con verve inversamente proporzionale all'inedita finezza da camionista. Per tutta risposta, lui mi regala un “uffff” che sa molto di solidarietà,  abbastanza di “hai voglia!” e anche – a dirla tutta- un po' di “ufff”e basta. 

Sentendomi affiancata nella mia battaglia, apro la bocca per lanciarmi in un soliloquio che avrebbe previsto, nella mia testa, una concatenazione di ragioni indignate per cui alla filiale italiana della casa discografica forse quel progetto non sta a cuore quanto a me. Sto per parlargli di come ormai quell'etichetta in concreto sia legata ai Talent. Di come i proventi sicuri, annuali, senza rischio del solo X Factor le permettano di stare in panciolle rinunciando ai rischi di investimenti ulteriori. Di come, tutto sommato, il cantautorato iberico sia ancora un'incognita. Dei vecchi tempi. Del marketing. Del buco nell'Ozono. 

Poi, però, un lume di saggezza mi invade. A infonderlo, fattori molteplici e concomitanti quali: 
A) La consapevolezza che magari, proprio magari, non è il caso di infamare la casa discografica che lo distribuisce. Distribuirebbe. Disitribuirà. A tal proposito, Sony Ti Vi Ti Bi. Sony io e te tre metri sopra il cielo. Sony sei the reason of my life. Eccetera. 

B) Il fatto che, tutto sommato, il palcoscenico di Xfactor potrebbe giocare a mio favore. Voglio dire, potrebbe garantirgli una vetrina in qualità di ospite. E a me, purchè lo vedano, andrà bene. Anzi, per essere chiari a me andrà bene tutto, sempre che non lo facciano duettare con Gigi D'Alessio (in quel caso, mi ritiro in un monastero tibetano e/o mi metto a seguire qualche gruppo indie).

C) L'espressione impaziente della sua assistente, che mentre parliamo gli si è piazzata alle spalle in modalità gufo guardando l'orologio con faccia tirata. Mi sembra anche di vederla saltellare da un piede all'altro. 

Fuori, l'ingorgo dell'ora di punta minaccia ritardi che nessuno di noi si può permettere, ora. 

Infatti. Io chiudo la bocca. Lui “chicas, lo siento, me tengo que ir”. 
Nel dirmi “a dopo, spero che vi divertiate”, mi accarezza i capelli: un altro dei suoi soliti gesti di tenerezza in momenti inattesi. Un'altra cosa a cui non mi abituerò mai. 

Quindi, niente: anche se non ci fosse stata tutta questa calca di ormoni con le gambe, a Valencia non mi sarebbe rimasto da dirgli granchè. 
“Un beso, Ilaria” , si fa largo tra la folla. 
“Gracias”, e sono ancora stretta nel suo abbraccio. 
“A vosotras”. 

Poco dopo, mentre chiacchiero in disparte con Alicia, Céline gli chiede qualcosa che ha a che fare con “una foto” e il mio nome. Siccome mi indica, deduco stia mettendo in atto quanto mi aveva anticipato poco fa: il progetto di uno scatto che ci ritragga entrambe assieme a lui. 
Solo che, mentre mi giro, lui sta rispondendo: “no”. 
Ora: vista la sua espressione serissima e la vena da simpatico umorista che esterna di tanto in tanto, secondo me é una battuta. Voglio dire: lei gli avrá chiesto “possiamo farci una foto” e lui ha risposto “no” per scherzo, come a intendere “ti sembra una domanda?”; come ad alludere al fatto che sta posando per i flash di chiunque passi nel giro di un kilometro. Come a... 
Insomma, scoppio a ridere, punto. 

“Aahhahahah no?! Ahahahah!”
Con orrore, scorgo il suo sguardo tra il preoccupato e l'interrogativo oltre ai soliti occhiali a specchio (sono anche pieni di ditate sulle lenti, per dire). 
“No, nel senso che non mi disturbate”, scandisce lento. “Lei mi ha chiesto se mi disturbate...no, é ovvio che non mi disturbate per niente!”. 
Tre secondi di silenzio. 
“Ah. Cioé...Graz...cioé...la foto, va!!”
Dopo di che, scoppio a ridere di nuovo. 
Droghe pesanti. Ormai, che io ne faccia uso, dev'esserne convinto davvero. 



giovedì 26 dicembre 2013

La Suerte de mi Vida [Reprise]: cronaca di un "doblete", Parte I

Avvertenza: post pubblicato in differita.

C'è un che di imperscrutabile, nella musica dal vivo. Come una sorta di scintilla che, nei giorni fortunati, si accende tra il pubblico e il performer. Potrei provare a descriverla per giorni. Riempirci fogli a quadretti o cartelle di word. Cercare di capire da dove viene, come si crea, che cos'è. Ma la verità è che non ci riuscirei. E' stato questo a rendere il concerto di Valencia migliore di quello di Barcellona. Non la dedica, non le emozioni aggiunte di una tappa conclusiva. Solo quello che i flamenchi definirebbero "duende"; l'essenza irrazionale che ha connesso i cuori. Solo le facce accese, sin dal primo accordo, di una gioia pura. Barcellona è stato un compito svolto in maniera impeccabile. Valencia, lo stesso show dopo iniezione d'anima. 




Chè poi, parliamoci chiaro: l'età per un doblete, ormai, non ce l'ho più. Non per viverlo così, almeno. Troppe poche ore di sonno. Troppe ore di fila. Troppi mezzi di trasporto per non svegliarsi nel cuore della notte con l'ansia di non capire in che città ti trovi. 
Oggi, seduta su di un regionale veloce diretto a Venezia Mestre, i postumi li sento tutti insieme. Ho il sedere appiattito dall'asfalto, lo stomaco sconvolto da alimentazioni indegne e irregolari, il retro-coscia provato dalle corse alle transenne. E ancora gli occhi che si chiudono da soli; il mal di collo da prima fila; la concentrazione in fuga perenne, in bilico tra sogni disconnessi fatti con la testa appoggiata a un finestrino. "Chi me lo fa fare?" lo penso ogni volta che imposto la sveglia, e il dannato countdown del vecchio Nokia segna irremovibile numeri inferiori al sei. 
"Chi me lo fare?", quando il diluvio universale sceglie di abbattersi fuori dal Palau Sant Jordi. E non c'è una tettoia dove ripararsi, un k-way giallo sotto cui rifugiarsi, un barbone qualsiasi a cui rubare un cartone. 
"Chi me lo fa fare?", ché sono così stanca da vagare per un'ora attorno a Plaza Tetúan: due metri circa  da uno degli hotel piú belli in cui io abbia alloggiato in tour. Certificato di Eccellenza Tripadvisor. Un hotel che - chissá come - non riesco piú a ritrovare. E la piantina si piega al contrario. Le indicazioni dei passanti scivolano via dai miei ricordi. La frustrazione si sfoga in fastidio ogni volta che un cartello rivendica indipendenza a strisce rosse e gialle verticali. Mannaggia ai catalani. Dove accidenti sono? 
"Chi me lo fa fare?",  mentre corro come una dannata per i corridoi lunghi e bianchi del metro Passeig de Gracia. I tempi sono stretti. Il mio quartiere preferito della cittá vive sopra alla testa, ma non lo riesco a vedere. 
"Chi me lo fa fare?", quando inseguo un atrio a quattro stelle solo per un abbraccio di arrivederci. Lo raggiungo alle nove del mattino. E chi me lo dará sceglie piú saggiamente di dormire. 
La risposta, chissá come, arriva sempre. La trovo in quella scintilla. Nei suoi gesti d'affetto. Nel senso di vuoto che mi prende, improvviso, mentre il punto e a capo di quell'ultimo "grazie" mi riproietta nella realtá. 
"Come siamo zitte, ora..."
"E' che...é finito", e prima ancora di iniziare.
Poi, la malinconia al reparto libri del Corte Inglés. L'urgenza fisica di comprare un altro biglietto. La sensazione - stavolta ancora piú intensa che a Bilbao- di essere tornata a casa mia. Sapete: c'é un rapper spagnolo, invitato da Dani Martin a cantare "Beatles y Stones" a Barcellona. Rayden, si chiama. Ecco: lui dice che la casa sono le persone. Di quanto abbia ragione mi accorgo in circostanze come quelle del fine settimana trascorso, soppesando amicizie lunghe anni che senza la musica non sarebbero nate mai. Godendomi i sorrisi, i volti famigliari di chi mi conosce e mi saluta. Riempiendo di riflessioni esistenzialiste il fatto che le "nuove leve" dicono di aver presente la mia faccia. O il mio nome, magari. Io ci scherzo: "sono famosa, aiuto". Ma forse il punto é che sto qui da troppi anni per potermene andare. 
Forse appartengo a questo. Ci sono condannata. E posso odiare le ragazzine isteriche, ridere del reggiseno nero che piove sul palco della prima delle due date (oddio, da quanti anni non assistevo ad un concerto in cui lanciano reggiseni?!?), nausearmi per le rivalitá tra gruppi e i climi di invidia. Posso, sí, persino desiderare di piú. Perché desiderare di piú fa parte dell'essenza umana; e gli occhi guardano sempre a chi non sei. Eppure, mentre passo il tempo a chiedermi perché non sia ancora tra quelle che vengono invitate nel backstage; mentre mi sento "inferiore" perché non ho suoi commenti alle foto di instagram; qualcuno - dall'esterno- invidia me. 
"Hai tutto", mi dicono. Raccontano a mariti ed amici, come fosse qualcosa di strano, che Dani - "ti giuro!"- ogni volta che si avvicina le fa l'occhiolino, la guarda, le sorride.


Si stupiscono del fatto che sia sempre lui a salutarmi e raggiungermi quando lo vedo nelle hall di qualche hotel. "Per i comuni mortali é il contrario", mi fanno presente. E, mentre arrossisco, mi rendo conto d'un tratto di quanto io dia ormai per scontato qualcosa che un tempo mi sembrava irraggiungibile. Ma, anziché gioirne, passo il tempo ad aspettarmi di piú. Come una vera stronza. Una stronzissima ingrata. 
Nel 2009, dal palco di Roses, una versione di Dani Martín con l'apparecchio ai denti e senza gel, chiedeva per la prima volta un applauso a "una RAGAZZA che é venuta dall'Italia". Ora, a Valencia, ultima tappa del tour 2013, l'ovazione a cui incita é per una "DONNA" che si chiama Ilaria. Scherzo sulle parole, che a pochi giorni dal mio ventinovesimo compleanno mi cadono in testa come macigni. "La prossima volta dirá SEÑORA, poi ABUELA". Peró, nel profondo, penso che dietro a quei vocaboli ci sia molto di piú.  Dani Martín ha ragione, in fondo: io, sotto a quel palco, ci sono cresciuta. 




Poi partono gli accordi de La suerte de mi vida. Perché ci sono canzoni che ti imprigionano.  Parole che ti segnano per sempre. E il nodo nella gola non si scioglie in pianto per pura divina bontá. 
Ecco chi me lo fa fare.
[to be continued]

mercoledì 20 novembre 2013

Ci volevano i Paesi Baschi! [Parte I]

In Spagna non si dorme. E' un dato di fatto. Anche se questa, in effetti, qualcuno direbbe che Spagna non è. Non ci somiglia neanche, parliamoci chiaro. Si capisce già a guardarla dal finestrino del boeing. La fila di asterischi delle pale eoliche solca questa volta ampie distese verdi. Niente più color ocra, niente linee picassiane. Soltanto alberi. E alture. E nubi. Atterraggio rapido, quasi impercettibile, in un mondo tutto nuovo. Nessuno applaude, c'erano pochi italiani sull'aereo. “Hasta luego” all'hostess d'origine russa; poi via, verso l'inizio di qualcosa.

Sto per  incontrare scritte fatte di X e K. Architetture d'angoli decisi. Climi schizofrenici d'ignoto. Eppure, chissà come, sono già certa che mi piacerà.



Ma il problema, quando non dormi, è che un weekend si trasforma in una macro-giornata. 72 ore, pochi stacchi, zero pubblicità. La vivi come dentro un sogno, con le date che sfuggono a una collocazione. I dettagli si mischiano dentro alla testa, sfocando un po' tutti i confini. E tu non sei certa di saperlo raccontare. Lo ammetto: forse è anche un po' per questo che ci ho messo tanto a produrre i resoconti.

Ancor oggi non so bene da cosa cominciare. Forse dal fatto che Bilbao, col senno di poi, è stata davvero la scelta migliore. Certo, magari assistere alla prima data del tour mi avrebbe garantito un maggior tasso di sorprese. Non avrei saputo quale canzone apre lo show, né quale la chiude. Tantomeno avrei scoperto inutile l'esercizio di evitare i video di youtube. “State zitti, cavolo, non volevo sapere!”. Però, se ti devi riconciliare con il tuo passato, evitarne i lati negativi è senza dubbio la scelta migliore. Per lo meno, è quella di cui avevo bisogno io. 
Non sarebbe potuto accadere da nessun'altra parte, lo so bene. Non a Cáceres, di certo non a Madrid. Soltanto sotto quelle nubi avrei potuto trovare il senso di casa che andavo cercando. Nella gentilezza della gente. Nell'organizzazione impeccabile della fila. Sotto il tetto rosso di quella tenda Quechua dove – sgravati dalla compresenza di capi di assurde fazioni opposte – tutto sembrava davvero come prima. 


Ho riscoperto il motivo di una passione, questo é. Ho capito perchè, malgrado tutto e tutti, non posso né voglio ancora rinunciare a seguire Dani Martín. Credo sia successo prima ancora che le luci si abbassassero. Le spalle appoggiate a una transenna, il volume della playlist che suona prima del concerto che d'improvviso si alza sul mio sorriso. “Dicono di me”, la riconosco subito. Mi tornano in mente Daniela e Stefania, l'autobus per Mijas, gli strani cocktail rossi della sera prima. E poi mi guardo intorno, un po' compiaciuta e un po' infastidita: al solito, la gente sembra indifferente a questo piccolo miracolo. Se ne stanno tutti lí, a chiacchierare tra loro, finalmente rilassati. Qualcuno mangia un panino, qualcun altro si scatta qualche foto. E non sanno niente del mio ruolo in quel legame. In quella scelta. Ignorano i cd che ho regalato, i messaggi che ho mandato, e Cremonini che mi chiede come si scriva “Al mio grande maestro” in spagnolo. Ho ancora una parte in tutto questo. Lui sa, io so. “A ver si lo consigues”. E tanto basta per rendermi conto che, comunque vadano le cose, di me si ricorderá ascoltando una canzone. Mi rendo conto che sembra assurdo, ma per me é una specie di messaggio criptato. Finché la voce di Cesare mi canterá dagli altoparlanti prima dei concerti di Dani, in qualche modo sapró di essere la benvenuta. Di essere – l'ho giá detto – a casa.




E alla fine non ho pianto, sulle note di Caminar. A dirla tutta sarebbe stato un po' difficile, vista la trasformazione in stile Jackill/Hide dell'amorevole ragazzina al mio fianco. Con l'apparizione dell'ormai ribattezzato Mr. Ciuffo raggiunge livelli di isterismo preoccupanti. Schivo per un pelo due gomitate, tre pugni in faccia e la sorditá-da-urletto. Ma non riesco ad evitare il sorriso dal palco quando lui, quasi subito, mi vede. 


Sará il primo di una lunga serie. Il colpo sul petto dopo aver indicato Céline e me in “qué caro es el tiempo”, la strizzata d'occhio sulla fine di Estrella del Rock; e ancora Eres Tonto, Cero,  il “perdón si no te supe amar” di Mi Lamento, che mi dá il colpo di grazia formato brividi. Ecco, lí si che ho rischiato di piangere davvero. E avrei voluto urlare che sono un'idiota. Che i social network e la distanza mi fanno dimenticare troppo spesso tutte queste attenzioni. Non dovrei permetterlo, accidenti! E' cosí difficile mandare in loop i ricordi, invece delle chiacchiere sterili? Tenersi le proprie certezze, anziché lasciarsi condizionare?




Potrei farne un proposito per l'anno nuovo, a conti fatti. Di quelli che poi mi impegno – foss'anche senza successo – a rispettare. Intanto, peró, il concerto é per nostalgici de El Canto del Loco. I brani della band superano in quantitá quelli dell'ultimo album, anche a discapito di qualche canzone che avrei davvero voluto ascoltare. Pazienza. E' la mia storia raccontata in poco piú di due ore, tra trovate sceniche come i maxi palloncini colorati lanciati tra la gente, e siparietti teatrali in piena regola ad anticipare “Por las Venas”.  E' una festa, soprattutto. Un party organizzato da 12 musicisti che sul palco trasudano in risate tutto il loro affiatamento. Buon umore, di quelli contagiosi. Di quelli che il ritmo sostenuto di buona parte della scaletta ti induce a improvvisare coreografie sceme. A ridere da sola, magari. Non che sia una novitá. Di quelli che avresti sete, ma le hit si susseguono con tanta rapiditá da non lasciarti fiato, tempo, voglia di distrarti facendo qualsiasi altra cosa. 

E poi finisce tutto, d'improvviso. Dani scende tra la gente. Stringe mani. Mi costringe all'asfissia sulla spinta della marea ormonale alle mie spalle. Vedo il terrore nel suo volto, quando Hide, al mio fianco, gli afferra la testa con due mani come fosse un giocattolo. Ché, a quanto pare, ci sono cose che non cambiano. Come la scia del suo profumo inconfondibile che, se ne evince, usa ancora a litri. 

C'é chi diceva, sotto al tetto di quella tenda rossa, che al termine di un concerto di questo tour ci si sente "come dopo tre orgasmi di fila". Non mi azzarderei a paragoni simili. Di sicuro, peró, adesso non mi pento di aver prenotato un volo per Barcellona.Sono tornata, come la depressione post-concerto e la gratitudine che m'illumina gli occhi. 
Sono tornata, al culmine di un anno strano. Oppure, forse, non sono mai davvero andata via.[To be continued]

venerdì 25 ottobre 2013

Dell'inizio di un Tour, delle fasi lunari, e dei Latin Music Italian Awards.

Lo scarso entusiasmo con cui oggi accolgo l'inizio del tour di Dani Martìn, in effetti, è del tutto in linea con il mio stato d'animo precedente l'uscita del disco. E mi fa nervoso uguale. Poi magari hanno ragione gli oroscopi, ed è tutta colpa delle fasi lunari. “Potrebbero renderti triste ed eccessivamente attaccata ai ricordi del passato”, dicono. A dirla tutta stavo giusto pensando agli episodi e personaggi bizzarri incontrati in giro per la Spagna in occasione delle tournè precedenti. Suppongo sia ai fini di dare un senso all'euforia collettiva, vai a capire.



Comunque, m'é tornato in mente il pazzo scatenato che mi proponeva le sue teorie sull'imminente fine del mondo in fila a Zaragoza. O la donna argentina che parlava che in itañolo sul pulmann per Roses. Naza, che lascia i sacchi a pelo in aeroporto perché non le stanno nel bagaglio Ryan Air. Sil che urla “Muoviti, che il taxi lo sto pagando io!!!” a degli imbranati impegnati a rallentare il traffico di Málaga. O, ancora, la ragazzina invasata dell“approfitta e tocca” nel marasma di un'uscita sul retro; al tipo ricciolino all'imbarco per Bologna e all'argomento della sua rivista usato a pretesto per attaccare bottone (era Wired, non Playboy, nel caso vi steste preoccupando). Poi la tempesta di neve di un rientro sotto Natale. Le curve del tragitto Mazarrón – Lorca. La coppia porta sfiga che elenca sciagure aeree prima di un decollo. La splendida idea di mangiare calamari fritti, seppie alla griglia e alette di pollo seduta sull'asfalto con 35 gradi all'ombra. And so on. In effetti, ora come ora l'idea del viaggio mi alletta mille volte piú di meta e pretesto. Ma, piú che alla Luna, la colpa della malinconia io l'attribuirei al cielo grigio.

Ad ogni modo, quello che invece mi entusiasma (tanto, pure!) é l'attuale primo posto di Dani nella categoria Best Latin Male dei Latin MusicITALIAN Awards 2013. Ché magari non si vince nulla, ma tremilatrecentonovantaquattro voti nel primo concorso italiano in cui é candidato, lo ammetterete, non son mica bruscolini! Soprattutto se penso che per buona parte si devono alla mia sistematica opera di stalking.

Solo che si puó votare fino al 2 Dicembre prossimo, e Daddy Yankee incalza. Per questo vi chiedo, se mi volete almeno un po' bene (o anche se vi faccio pena, al limite) di votarlo. Il madrileño, dico. Non il losco figuro della gasolina. E' gratis e ci si perde a dir tanto un secondo: basta cliccare qui e poi sul nome di Dani Martín. Nient'altro. Come ulteriore monito vi condivido anche questa meravigliosa e creativissima immagine del cantante in versione Zio Sam. Ché davvero non capisco com'é che nessuno l'apprezzi. Io ne andavo cosí fiera. Mi sembrava cosí potenzialmente virale. Che tristezza. Che incomprensione. Che degrado sociale. Bah.