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martedì 19 maggio 2015

3 cose di Firenze che mi ricordano Madrid

Io, lo sapete, vedo la Spagna ovunque. Ci sono luoghi, tuttavia, in cui l'impresa mi risulta un po' più facile che altrove. Firenze, per esempio. Sarà che è una meta turistica. Sarà che la parlata iberica, in ogni sua declinazione e accento, anima il chiacchiericcio per le strade. Sarà, magari, anche perchè la raggiungevo col pretesto di un concerto. Ad ogni modo, ci sono almeno tre motivi per cui, socchiudendo un po' gli occhi, mi è venuto spontaneo associarla a Madrid. Da brava italo-spagnola, ho voluto condividerli con voi. 

1. Il Mercato Centrale

Luogo di perdizione enogastronomica per eccellenza, si sviluppa su due piani ambientando ristoranti, punti di ristoro ed assaggi di ogni genere e specie tra ambientazioni artistiche ed eterogeneità di stimoli. Proprio come al Mercado de San Miguel. 







2. Il Giardino di Boboli 


Alle spalle di Palazzo Pitti, è talmente vasto da rendere quasi impossibile l'impresa di percorrerlo intero. Ospita esposizioni d'arte, e sono in tanti a sceglierlo come cornice di pic nic domenicali. Mi ricorda il Parque del Retiro, con la differenza che il panorama è migliore (bene) ma l'ingresso si paga (malissimo). 





3. La Street Art 

Come, a onor del vero, nella maggior parte dei centri urbani di un certo spessore, l'arte si trova anche nei luoghi più inaspettati. Così, se a Madrid graffiti e murales di qualità abbelliscono gli angoli nascosti delle città, Firenze non fa differenza: dagli edifici in fase di restauro ricoperti da finte banconote agli interventi su muri e bottini dell'immondizia, la convivenza di vecchie e nuove forme creative ha un impatto vincente in entrambi i casi.














































(Che poi anche le vetrine di certi negozi si avvicinano molto all'arte, a dir la veritá....) 



E a voi é mai capitato di ritrovare qualcosa della Spagna in una città italiana? 

lunedì 18 maggio 2015

Io, "Lei", Firenze.

Il mio cervello ha questa strana proprietà di estrapolare pezzi di canzoni. Svicolarli dal contesto originario. E riapplicarli, random, a situazioni che non c’entrano alcunché. Immagino lo faccia per il solo gusto di aumentarne la drammaticità. Chè oltre i finestrini del rientro il mondo è sempre in movimento come un film. 
Per esempio adesso, sull’Intercity partito da Firenze, Brunori Sas mi canta in testa che “ti voglio bene, anche se ormai è finita”. Ed io ho una gran voglia di piangere senza motivo.



Si sono spenti i riflettori. E, di nuovo, è stato come se qualcuno mi avesse strappato il cuore dal petto. Per poi ridarmelo, nel tempo di un sospiro, davanti alla bellezza disarmante del Duomo. Io e la mia assurda paura di dimenticare le serate belle. Io che me ne sto in silenzio, a custodire i miei ricordi, persa in quell'equilibrio di pieni e di vuoti che non sarò mai in grado di descrivere davvero. 



E se adesso ci ripenso, a questi giorni, rivedo il tizio in bici con la musichetta da film dell'orrore. Sento Rebecca che dice, calma: “Ragà, ora ci ammazzano”. Ricordo Angela che “mi fa male la faccia dal troppo sorridere”. E ancora la coppia americana del treno, ritrovata per caso tra le strade del centro. Il gelato (e il gelataio, parliamone) del Mercato Centrale. I tizi della Deejay Ten che mi trasformano in impresa il semplice atto di attraversare la strada. La vetrina dell'Hard Rock Café dedicata agli Imagine Dragons (cuoricini). I brindisi col vino rosso. Il mio innato sentirmi fuori luogo, sempre e ovunque, che come per magia diventa invece un susseguirsi di risate. 

Il teatro è la dimensione giusta per la musica del Cile. Non c’è storia. Ché le canzoni, acustiche, si scarnificano per conficcartisi dentro come pugnali appuntiti. Ché quella voce un po' grattata arriva più forte e più netta fino in fondo alle viscere. E si alternano, le melodie, alle parole in prosa. Le abbracciano in una sola trama di dolore e malinconica empatia. Nella lettura che precede Cemento Armato quel peso sul petto si fa talmente pesante da costringermi a deglutire forte. Ed è assurdo, se ci penso, che tutto questo mi faccia stare bene. 



Catarsi, la definirei così. C’è anche lei, in quei silenzi. 
E c’è Firenze, con la sua storia, le sue terzine dantesche sui muri, l'Inferno di Dan Brown e di Tom Hanks, il suo eccesso di turisti per le strade. Firenze. Bella da non volertene andare, arricchita da un altro grappolo di attimi quotidiani protetti dagli ombrelli a pois. 

“Ma noi ce li faremmo, questi weekend, se non fosse per Lorenzo Cilembrini?”, chiedeva Angela sulle poltrone di quel teatro. 
E io avrei visto così tanti posti della Spagna, se non fosse stato per El Canto del Loco, per El Pescao, per Dani Martin? 
Avrei scoperto il fascino di Spilimbergo o di Cesena; avrei dormito su una spiaggia a Jesolo, se non fosse stato per Cremonini?

E’ tutto qui. E’ tutto negli orecchini a forma di chiave di violino che ho comprato questa mattina a Ponte Vecchio. 
Avevo quelle domande in testa, mentre li pagavo. Il cuore tronfio di una gratitudine suprema. 
Pieni. Vuoti. Pieni. Vuoti. Forse un po' più di pieni, adesso, dai. 



E' un tributo alla musica, mi sono detta. Lei che mi fa viaggiare. Crescere. Sentire viva nei modi più impensati. Lei che, in varietà di gusti e di scenari, rimane il motore dei momenti migliori. 

Prossima tappa: Madrid. 

Lo dico a Lei, la Lei con la maiuscola: Ti voglio bene. E non è mai finita. 



domenica 14 dicembre 2014

Riflessioni a caldo al ritorno da Firenze

Le cose, quando le hai attese a lungo, hanno il brutto vizio di sembrarti irreali. Rimescolano i succhi gastrici, rendono le fasi REM troppo brevi e colorate in tinte accese. E se ne vanno, poi. Sempre toppo in fretta. Lasciandoti negli occhi gli aghi delle lacrime che proprio non vuoi far cadere giú. Forse mi odiano, le mie compagne di avventura. Ci ho pensato ieri, per un unico attimo, mentre fissavo il palco ancora vuoto. Luci blu. Perché sono una rompiballe, io, parliamoci chiaro. Cori impazienti, brusio. La fissazione per le foto, la condivisione sui social, i video documentativi che prevedono intrusioni davanti ad uno specchio e primi piani sul mascara. “Fuori, Fuori!”. Scusatemi, ragazze, davvero. L'ho detto, forse troppo poco e a bassa voce. É che sento questo assurdo bisogno di catturare i momenti belli, se non ho accanto un foglio su cui trasformarli in parole. Specialmente se so che nemmeno con le parole, tutto sommato, ci riuscirei.


E poi, fuori da un capannone in un luogo sperduto di Firenze, mi sorprendo a sperare che niente di questo cambi. Che non diventi mai un'altra delusione da mandare avanti sull'iPod. Come se la felicitá avesse una data di scadenza. Come se fosse un piatto buonissimo ma avariato che mangi chiedendoti se poi ti fará male. Paranoie, solo questo. Perché le cose, quando le attendi a lungo, te ne lasciano addosso in quantitá industriale.

Non lo recensiró, il concerto de Il Cile a Firenze. L'entusiasmo é ancora troppo fresco per non prendere in prestito frasi di altre canzoni. Spagnole, questa volta. Dei Sidonie. “Mi escono rose dalla bocca quando mi chiedono di te”, dicevano in “por ti”. E recensire dovrebbe presumere una minima parvenza di luciditá, mica fiori. Quindi, no. Non diró di scalette, testi, presenza scenica e demografia del pubblico. Che lui, secondo me, ha un talento enorme, in fondo lo sapete giá. Invece parleró di ció che adoro. Tipo la mia maglia zuppa di sudore. La piega dei capelli che sparisce in una massa informe mentre per una volta me ne infischio. Diró del Resto-Della-Vita che scompare in un istante mentre balli, salti e canti a squarciagola. Racconteró di quanto é stato bello e a tratti consolante immaginare Bruxelles davanti ad un albero di Natale. Di come continui ad adorare la gratitudine sorpresa e un po' commossa di Lorenzo quando un locale intero intona Cemento Armato. E, ancora, del dopo. Dei commenti, delle foto, delle risate. Dei "vi ho cercate per tutto il concerto!", di un verso di “bruceró per te” che ora (accidenti!) m'é rimasto incollato in testa. Del barista e dei tentativi di scroccare almeno un altro shot. Di quanto sia inevitabile pensare al mio primo concerto di questo tizio, a Treviso, quando per l'imbarazzo quasi non riuscivo a parlare e scrivevo riflessioni fin troppo pedanti sul web. Poi guardarmi adesso, e scoprirmi a sorridere. Quante cose sono cambiate da allora! Quante cose sono successe! Quante persone ho...
Mi fermo. Un tweet di Marta mi ruba il concetto prima che possa darci io stessa espressione.

Se devo riassumere il weekend a Firenze, lo rivedo nell'unico scatto che non sarei mai riuscita a fare: quattro amiche, abbracciate, che cantano assieme i brani che le hanno fatte conoscere. Sa di film da adolescenti, eppure é successo davvero. Perché la musica puó creare amicizie splendide, e le amicizie splendide generano momenti ancora migliori. Constatarlo, chissá perché, mi sorprende sempre un po'. 

Cosí rompo le balle con le foto, perché cerco un modo qualsiasi per non scordarlo mai.