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venerdì 4 settembre 2015

11 (altre) cose che capisci solo se hai vissuto in Spagna

Incredibile come persino la prima settimana di Settembre, di per sè apocalittica, riesca ad essere più sopportabile con la prospettiva di un volo nel weekend. E' quindi con la mente già a Barcellona che rileggo un testo trovato tempo fa su uno dei blog di Hola.com. L'aveva scritto un tale Javier de Miguel, e - riportando l'ironico elenco delle "cose che capisci solo se hai vissuto in Spagna" sembrava quasi la continuazione di uno dei miei tanti, deliranti, sproloqui. Mi è sembrato, perciò, opportuno congedarmi (ma per poco, eh?) riportando, in traduzione, i punti a mio avviso più significativi. Che poi sono la maggior parte, ma vabbè.  La versione completa la trovate qui. 

COSE CHE CAPISCI SOLO SE HAI VISSUTO IN SPAGNA: 


1. La tuta non serve per correre o andare in palestra. Con la tuta si fanno paellas e si va in escursione in montagna. 


2. A pranzo non si mangia "alla carta", si mangia il Menù del Giorno a 10,95 euro. Con il suo bel primo, il suo secondo, il dolce, il pane e la bevanda. E il caffè: richiedilo, magari è incluso pure quello. 


3. I bar, quanto più sono da vecchietti, tanto più autentici sono. Quei bar in cui non si concepisce buttare via i tovaglioli (quelli lì impermeabili, che più che pulire spalmano) nel cestino, ma vanno direttamente sul pavimento sotto al bancone assieme alle teste dei gamberoni e agli ossi delle olive. Sono sporchi, hanno un odore strano, sono esteticamente brutti. Ma sono nostri, e li adoriamo.

4. "Sobremesas" che durano dal pranzo alla cena. (NDT per i non ispanofoni: la sobremesa è un termine quasi impossibile da tradurre in italiano, almeno senza usare una perifrasi; si usa per indicare il tempo trascorso in chiacchiere, ancora a tavola, dopo aver consumato il pasto). Vi giuro che per quanto io abbia viaggiato molto, in nessun posto ho visto fare "sobremesas" di due ore e mezza in cui tra l'altro, quando qualcuno se ne vuole andare, c'è sempre uno che dal tavolo se ne esce con: "ma te ne vai di già? Eddai, prenditi un'altra birretta,no?". E quando te ne vai è solo perchè ti fanno pena i camerieri, che devono andarsene a casa, non certo perchè ne hai voglia. 



5. Fare colazione con pane, pomodoro, olio e sale è strano. Almeno se non sei spagnolo. Per non parlare dell'inzuppare nel latte con Cola-Cao (o nel caffè) le magdalenas, le palmeritas o magari un bizcocho de limón. Però quanto è buono....!


6. In Spagna, finchè non compi i venticinque anni, non sai che il café Olé, in realtà, è il "Café au lait".

7. Insultarsi tra amici non solo non è offensivo, ma indica un enorme grado di confidenza: del tipo "Cogl***, che razza di figlio di p*** sei".  Tra l'altro, chiamare tío (letteralmente: zio) qualcuno non implica nessun grado di consanguineità. (NDT: beh, questo anche a Milano. E tra rapper. Chevvelodicoaffà).

8. Quando ordini qualcosa da bere e non ti portano niente "de picar", da stuzzicare, ti incazzi.
Almeno delle mandorle o delle olive, no? Solo in Spagna puoi sfamarti con le tapas che ti portano quando chiedi un bicchierino di Rioja, un tinto de verano o un paio di birrette. Poi ci sono le tipiche battaglie tra comunità autonome per stabilire dove servano le tapas più grandi, più buone o più grasse. 


9.
Il nostro inno non ha un testo. Nè gli serve. Però, ai Mondiali ci stufiamo un po' a forza di cantare "lo, lo, lo, lo, lo, lo..."

10. Se non sei spagnolo non capirai mai che si può tifare Real Madrid e simpatizzare per il Rayo, ma non essere sia del Sevilla che del Betis. Si può tifare Espanyol e Real Madrid, ma mai Real Madrid e Atleti.

11. Uscire alle 23:30.
Quando in mezza Europa iniziano ad andare a dormire, qui le ragazze si stanno appena facendo belle e i ragazzi ci danno di Axe. Cenare alle 21.30 e pranzare alle 15.00 sono concetti che al di fuori dei nostri confini risultano del tutto incomprensibili. Almeno quanto lo è per noi che olandesi o canadesi preparino la cena alle 18.30. Ma se quella è l'ora della nostra merenda! 




Se almeno un paio di situazioni vi sono risultate famigliari, congratulazioni: ancora una volta, avete dimostrato di essere italo-spagnoli D.O.C! 

domenica 14 settembre 2014

Vivere in Italia: i pro e i contro, secondo una spagnola.

Da un po' in qua, "Desde Milán" è uno dei blog che leggo più volentieri. In lingua spagnola, racconta - spesso con la giusta dose di ironia - le vicissitudini di una madrileña trapiantata in Italia. Anzi, peggio: al Nord Italia. Nella cosiddetta Cittá della Moda. Grigia e cara quanto basta a farle da perfetto antipodo alle origini. É un continuo confrontarsi di scenari culturali, il suo. Lo specchio impietoso che permette di guardarsi con occhi altrui. Per questo mi piace. E per questo ne apprezzo il canale youtube, che non solo lo completa, ma l'arricchisce di umanità. 
Ora: tra i tanti video caricati da SarayT (l'autrice) ce ne sono due che, più di altri, hanno catturato la mia attenzione. Elencano, rispettivamente, i lati negativi e positivi del vivere in Italia per uno spagnolo. Io, manco a dirlo, preferisco il primo. Non per quella sorta di disprezzo tutto italico che ci impone di condannare sempre e comunque la madre patria ma perché, evidenziando le nostre ombre, illumina ulteriormente i pregi dei cugini. Ce ne sono alcuni, tra essi, su cui non mi ero mai soffermata a pensare. Per esempio, la quasi totale assenza di zanzare nel clima meravigliosamente secco della terra di Cervantes: motivo di per sé già sufficiente a fare i bagagli right now. 
Ve li riporto a seguire, i video in questione. E, per chi non capisse lo spagnolo, ne traduco (commentandoli) i punti salienti. Chissà se e in che misura sarete, come me, d'accordo con SarayT

ASPETTI NEGATIVI DELLA VITA IN ITALIA


1. Il Clima. Uno spagnolo trapiantato al Sud d'Italia, magari, tutta questa gran differenza non la noterà. Trasferirsi al Nord, però, ho sempre pensato che debba costituire un trauma per ciascuno di loro. SarayT parla di pioggia incessante ed obliqua, freddo pungente in inverno, afa insopportabile d'estate. Eppure non menziona quello che secondo me è il Grande Dramma dello spostamento verso Est. Parlo della Luce. Quella luce pungente che forse proprio sugli edifici bianchi di Madrid raggiunge il suo acmé di brillantezza. Una luce che rende il cielo d'estate ancora chiaro alle ventuno e trenta, quando nel mio paesello è ormai notte inoltrata. Sposta i ritmi di vita, quel chiarore, e di vita ti inebria. La sua limitatezza, a ogni ritorno, è sempre la maggior causa della mia depressione. Ah, e poi ci sono le zanzare, certo. Gli insettini malefici che approfittano della mia bontà per riempirmi di bolle. Come detto sopra, è proprio grazie a SarayT che ho notato come in Spagna, effettivamente, scarseggino. Beati loro. 


2. I Prezzi.  L'Italia è cara di per sè. Milano, poi, non ne parliamo. Affitti. Benzina. Supermercato. Mentre SarayT racconta, affranta, i suoi trucchi di  risparmio, io non posso non ricordare la prima spesa fatta alla Coop di Parma al ritorno da 10 mesi di Erasmus a Málaga. Avevo riempito il carrello della stessa quantità e varietà di cibarie che mi ero abituata ad acquistare al Mercadona. Al momento di  pagare, giuro che ho quasi pianto davanti alla cassiera. Dice, SarayT, che i vestiti li compra in Spagna. E l'italiano medio avrà un gran bel dire che la qualità delle marche spagnole low cost non è nemmeno lontanamente comparabile alla nostra, e bla bla. Io, personalmente, preferisco comprarmi una maglietta a 10 euro e viaggiare per l'Europa che investire tutti i miei risparmi in un capo d'abbigliamento che duri per la vita. Che poi parliamone, dei miei jeans comprati a 9 euro da Blanco: sono sopravvissuti indenni a più di cinque anni di vita e quattro tour di concerti pop. 
Una delle poche cose che, curiosamente, in Italia costa meno che in Spagna è la telefonia mobile. In effetti, nella terra di Cervantes le uniche offerte veramente vantaggiose (e comunque meno delle nostre) sono quelle legate alle formule a contratto. Aggiungo i libri, che SarayT non cita ma che in base alla mia esperienza sono tra i pochi articoli più convenienti da noi. 

3. I trasporti. Il tasto dolente, filo conduttore di ogni mia indignazione da "confronto con l'estero". Immaginate come debbano sembrare a una che viene da Madrid: la città con uno dei sistemi di metropolitana più puliti ed efficienti del mondo; la Capitale i cui abitanti spesso rinunciano a comprare un'auto (tanto, a che serve?); la Nazione - in generale - dove le stazioni ferroviarie sono sicure, controllate e spesso integrano grandi e meravigliosi centri commerciali. Sì. Dev'essere proprio frustrante, per lo spagnolo medio, adattarsi ad un sistema di trasporti sporco, penalizzato - come ricorda SarayT- da eccessi di scioperi, dove una ragazza sola è meglio non viaggi di sera. 

4. Gli Automobilisti. "Pensavo che in Spagna si guidasse male, ma dopo aver passato tanto tempo qui posso dire che in Italia si guida come in Egitto", esordisce l'autrice di Desde Milán. Dal suo punto di vista, gli italiani guidano veloci, spericolati, senza alcun rispetto del codice stradale. I peggiori? Gli uomini arroganti negli enormi SUV, categoria a sé stante ed effettivamente emblematica dell'ecosistema milanese. Prima di quest'ultima affermazione, avrei detto a SarayT che anche il traffico dell'Andalusia non scherza, soprattutto in periodo di feria. Ma la densità di SUV molesti, in effetti, è una nostra assoluta peculiarità. 



5- La vita notturna. C'era uno slogan pubblicitario, qualche tempo fa. Credo fosse del Mc Donald's. Recitava: "in Spagna rientrare alle tre non è uscire; è andare a cena". Ecco, mai descrizione fu più azzeccata. Immaginate un Paese in cui si cena alle dieci. In cui di notte i centri cittadini sono più affollati che di giorno. Un posto in cui puoi stare tranquillamente in giro fino alle sette del mattino, semplicemente uscendo ed entrando da bar e disco pub di ogni sorta. Luoghi in cui c'é musica, si balla, e spesso e volentieri - se sei una donna - ti offrono pure la consumazione. Ecco. Ora immaginate che qualcuno, abituato a tutto ciò, si ritrovi di colpo catapultato nella cosiddetta "movida" (ah ah ah!) italiana. Voglio dire, se non ti suicidi sei da applauso. SarayT, infatti, é comprensibilmente scandalizzata dal fatto che alle due di notte il centro cittadino sia assolutamente deserto. Non capisce come sia possibile che i locali chiudano alle tre. Che, se proprio vuoi fare la notte in bianco, non ti resta alternativa che la discoteca: un posto in cui, per entrare, devi sborsare "un rene e mezzo" e che, peraltro, chiuderà alle cinque per riempirsi se va bene alle due. Che dire? Solidarietá. 



6- I piccioni. Anche in questo caso il video mi ha fatto notare come, effettivamente, i "simpatici" animali degni un film di Hitchcock siano Grandi Assenti nelle città spagnole. Capirete che, da ferrea e storica sostenitrice del progetto: "mettiamo un pannolino ai volatili" non posso che apprezzare la cosa. Per Saray, i piccioni che affollano piazza del Duomo sono "assassini in potenza" o quanto meno "omicidi involontari". Volano basso, si scontrano con la gente, sono a dir poco aggressivi. Lei ne ha il terrore; e in più di un'occasione, lo ammetto, ne ho avuto anch'io. Non per parlare sempre e solo di Málaga, ma lí la minaccia dei 200 euro di multa a chiunque venga beccato a dar da mangiare alle bestiole funziona eccome. Per evitare ulteriori danni d'immagine, propongo di applicarla anche da noi. O quantomeno, rivolgo ai nonni italiani un accorato appello: fate come gli andalusi. I vostri nipoti, per Dio, portateli piuttosto a dar da mangiare ai pesci. 

ASPETTI POSITIVI DELLA VITA IN ITALIA (Ovvero: RINCUORIAMOCI)



1. Il cibo. Sarà anche banale, ma come darle torto? Come spesso accade con i Grandi Amori, è stato proprio in Spagna che mi sono accorta di quanto fosse forte il mio nei confronti della mozzarella. Ricordo vere e proprie crisi di astinenza. Momenti di assoluto sconforto di fronte a bustine gialle dell'Eroski con una roba plasticosa e piccolissima a cui si ostinavano a dare quel nome. L'unica soluzione - nei casi disperati - era ricorrere ai prodotti d'importazione de El Corte Inglés, lasciandoci però (come nelle discoteche italiane) almeno un rene. Quindi sì, anche se la gastronomia spagnola si colloca ad altissimi livelli, la nostra non ha niente da invidiarle. Come dice SarayT, c'è in essa tutta la varietà della dieta mediterranea, un vasto assortimento di affettati e formaggi, verdure, carne, "pomodori che sanno davvero di pomodoro", e tutto quello che l'umana gola possa avvertire, in qualche momento, la necessità di assaggiare. Unica controindicazione: il rischio di trasformarsi in una sorta di mongolfiera. 



2. I luoghi. Milano è universalmente nota come una città brutta, grigia, industriale. Tuttavia, la blogger spagnola fa notare come il centro sia in realtà carino, ed ospiti un Duomo tra i migliori e meglio tenuti d'Europa. Soprattutto, invoglia ad uscire dai confini del capoluogo lombardo per scoprire una regione verde e selvaggia, autentica, con i suoi laghi e la sua natura sterminata. Ancora meglio, a viaggiare per ogni angolo di un Paese ricco di storia e cultura. Vario in scenari che spaziano dal romanticismo acquatico di Venezia, all'arte di Firenze e il sempre ammirato splendore della Toscana, passando per isole con spiagge paradisiache e i mari incantevoli del Sud. Nulla da ridire, davvero. Vivremmo in una Nazione veramente bella, se solo fossimo in grado di valorizzarla e abbassare i costi dei trasporti (vedi sopra) in modo da permettere a noi stessi di conoscerla di più. 



3. Gli uomini. E qui devo aprire una parentesi. Davvero, io non capisco perché le spagnole (la popolazione maschile apprezzerà) siano tutte ossessionate dai ragazzi italiani. Non ne ho ancora trovata nessuna - e dire che ne conosco tante, ormai! - che non mi abbia detto, almeno una volta: "ma tu sei fortunata a vivere in Italia, con tutti gli italiani….mmmm!". Dicono proprio "mmm". Giuro. Con un filo di bavetta alla bocca e lo sguardo adorante. Mmm. 
Davvero, cosa gli fate, a 'ste povere Criste? Sarà magari lo stereotipo del latin lover. L'immagine stilizzata del romanticone un po' assillante. Sarà colpa di Madonna e il suo "italians do it better", che ne so. Resta il fatto che SarayT non fa eccezione, nel dire alle connazionali che la fauna maschile sarà il lato dell'Italia che in assoluto apprezzeranno di più. Bah. 
Per quanto mi riguarda trovo spagnoli ed italiani esteticamente uguali nel fifty fifty che separa i figoni dai meno notevoli. In più, la minor fissazione per moda ed apparenza, l'informalità e l'apertura iberica (oltre all'accento, che la bavetta la fa venire a me) fanno guadagnare parecchi punti ai primi. Ma, in fondo, se le spagnole si accaparrano gli italiani, gli spagnoli restano per le italiane, quindi potrei definirlo uno scambio tutto sommato equo. 

Foto postata su Instagram dallo scrittore Maxim Huertas. 
Spagnole in primo piano, ed italiani di fondo.


4. La lingua. Ennesimo aspetto che non avevo mai considerato:  l'italiano è una delle lingue più studiate al mondo, eppure si parla solo in Italia. Ci sarà un perché, dice ammirata SarayT. In effetti, la musicalità dell'italiano è apprezzabile almeno quanto quella del castigliano.

5. La musica. E qui non son d'accordo per niente, ma forse è proprio perché non vivo a Milano. SarayT dice che in Italia ci sono ogni due per tre concerti di ogni tipo. Che la musica è valorizzata in tutte le sue infinite sfaccettature, tra locali live e gruppi emergenti da scoprire in ogni dove. A me, al contrario, sembra che qui i biglietti costino troppo e i tour durino troppo poco. Personalmente, ogni volta che trovo una band impegnata ad esibirsi in qualche bar, mi sento quasi di gridare al miracolo. Ma io sono anche quella che, per andare ai concerti, prende un aereo e parte per la Spagna. La visione distorta, perciò, potrebbe alla fin fine anche essere la mia. 


sabato 2 marzo 2013

(Italo) Spagnoli a Parigi.


Il bello delle grandi città è che, per quanto alienato ti senta, trovarti un micromondo sarà comunque possibile. Facile, addirittura. A ben vedere è per questo che il mio sogno di indipendenza si limita a un monolocale. Altro che ville al mare, ché poi con l'umidità vengono i reumatismi. Basta con le idealizzazioni bucoliche! In fondo la campagna ha odore di letame e troppe zanzare in estate. Senza contare i galli, che tendono a svegliarti ad orari inumani. Naaa, io chiedo solo asfalto. Tanto asfalto. Tonnellate di asfalto condite da luce al neon. Basta che, appena uscita, io abbia sempre qualcosa da fare. 

Sì, insomma: prendi il concerto degli Estopa a Parigi. Mica è stato l'unico, di un gruppo spagnolo. C'è un'intera associazione, nella capitale francese, che si dedica a diffondere la cultura iberica. Contattano band d'oltre Pirenei. Le fanno esibire in sale di piccola o media capienza. E ci aggiungono, a contorno, un sacco di attività collaterali a tema. Hanno anche una radio, fate un po' voi. Ogni Domenica trasmette i maggiori successi pop della penisola iberica. Organizza concorsi. Mette in palio dei premi. Anche essere filo-ispanici è un po' meglio, se vivi in una grande città. 




Ci riflettevo Venerdì scorso, quando la mia compagna di avventure accennava en passant al ricco programma sull'Andalucía Gitana. Me lo mostrava sullo schermo del pc. Locandina un po' pacchiana,d'insistenza Alhambrica. C'erano mostre fotografiche sul flamenco. C'erano spettacoli di baile. C'era Manuela Carrasco – Manuela Carrasco, capite?!- ad esibirsi quello stesso giorno, obbediente alle leggi di Murphy e al mio scarso dono d'ubiquitá. Mi scapperebbe anche un'imprecazione, ma in un post su Parigi non sta bene. Uh la lá. Mon Dieu. 

In ogni caso, la scelta sarebbe valsa la pena. L'ho capito sin da quando la scritta “Cabaret Sauvage” ha fatto comparsa nel mio campo visivo. Il fiume, sulla mia destra, come un generatore d'aria gelida. L'eco ancora lontana del soundcheck a catapultarmi nell'attesa. Qualcuno che supera a passo svelto, con una qualche non meglio specificata cartellina in mano. E luci al neon. Luci al neon dappertutto. Quasi a ricordarmi – e perché, poi? - il musical del Moulin Rouge. 



Allora non importa, se la fila é molto piú lunga di quanto ci aspettassimo. Se non abbiamo mangiato, e io ho il terrore di svenire. Se, mentre Céline mi abbandona in cerca di surrogati calorici, sento che il sangue, dentro me, é ormai ridotto a ghiaccio tritato. No, nemmeno questo importa. Perché, saró anche a Parigi, ma attorno a me in gran parte parlano spagnolo. E in fondo basta questo, per sentirsi a casa. 

La sala, poi...Dio, la sala é bella davvero! Costruita sulle immagini architettoniche di un circo vecchio stile. Platea circondata da un piano rialzato su cui si ergono tanti, eleganti, tavolini rossi e oro. La marea umana, scopro in un accenno di sorpresa, ci si butterá a pesce. Cosí, senza troppi sforzi, riusciamo a guadagnarci un'altra prima fila. 

E gli spagnoli...ragazzi, a me gli spagnoli mettono sempre allegria. Non parlo dei Muñoz, adesso. Non ancora. Ora mi riferisco al pubblico urlante che, con tutto il rispetto, alza il termometro di tre gradi almeno. Rispetto ai francesi, sí. Ma anche rispetto a noi. Perché allo spagnolo medio non importano le cornici: lui ce l'ha nel DNA, il buonumore. Lui, gli occhi illuminati da un orgoglio patriota (e forse anche da qualche drink) si sa comunque sempre – e meglio d'altri – divertire. Mi ricorda l'eramus, d'un tratto, il Cabaret Sauvage. A dirla tutta, mi ricorda anche un po' i mondiali. L'atmosfera di quel bar di Parma, circondata da quelle stesse bandiere, quando nel 2010 la selección sconfisse l'Olanda. E io, dimentica dei miei natali, stavo per gettarmi dentro a una fontana. 

Come allora, i cori “yo soy español, español español” si alternano ad “Alcol, Alcol, Alcol, hemos venido a emborracharnos y el resultado nos da igual”. E a me viene in mente Grace. Il Carnevale di Cadiz. Le bottiglie di Sandevid col tappo giallo. A me viene da ridere, fondamentalmente, un bel po'. 

Anche se accanto a me, in realtá, c'é un parigino. E mica uno qualunque, no. Un ubriaco. Di quelli molesti, che ogni tre canzoni circa ti scomodano per andarsi a prendere una birra. E piú birre bevono, piú la loro capacitá di coordinamento muscolare diventa difficile. Finendo col rovesciarti un bicchiere sul tuo piumino. E tu, al solito “Keep Calm”. “Lo siento”. “Keep Calm”. E poi un'altra birra. Sposti il piumino. Poco male, la ribaltano sulla sciarpa. Ancora “Keep Calm”. Respirerai Heineken per tutto il giorno e mezzo a venire, ma “Keep Caaaaalm”. E poi, piú birre bevono, piú diventano socievoli. E attaccano bottone. La voce impastata. Una miscela di lingue francamente intellegibile. Sempre la stessa solfa, ripetuta cinque volte. Sempre sulle canzoni che, guarda caso, amo di piú. 

- [Frase misteriosa in francese]
- Lo siento, no entiendo, no hablo francés. 
- Ah, hablas español!?
- Sí. 
- [frase misteriosa in – suppongo – spagnolo ]
- Lo siento, no te he entendido. 
- [frase misteriosa in lingua a caso]
- Eeeeehhh?! 
- Quieres una cerveza? 


Sul serio: non credevo che l'avrei mai detto, ma rimpiango le ragazzine isteriche che mi fracassano i timpani di striduli Guaaaaaaaaaaaaaaaaapoooooooooooo ad ogni concerto di Dani Martín. Tra l'altro, un tizio dello staff indossa la maglietta del tour Pequeño. E a me prende un raptus di nostalgia. Comunque, che vi devo dire? Meno male che Vino Tinto l'hanno giá fatta. Tra le prime in scaletta, a continuare l'esaltazione iniziata con l'incipit di Mañanitas. Meno male che han giá fatto anche “Ya no me acuerdo”, in assoluto il mio brano preferito degli Estopa. Cantato da José tutto cuore, rabbia e polmoni. Mi sono emozionata. Forse anche perché non me l'aspettavo. 





E tutto sommato, dai, non mi posso lamentare. Certo, l'ubriaco, col passare del tempo, si é sempre piú comodamente stravaccato sul palco al grido rauco de “Los chichos, los chichos lalalala los chichos”; ma se non altro mi lascia tranquilla anche per tutta la parte flamenco-rumbera del concerto. Un cambio di sound e formato che spezza il ritmo rock della prima e dell'ultima parte, catapultandomi in una dimensione parallela. Il mio micromondo, per l'appunto. Un micromondo da pelle d'oca. E' una delle parti meglio riuscite del concerto, secondo me. Peccato solo che la naturalezza delle palmas altrui faccia sentire la mia vena da impostora gitaneggiante alquanto fuori luogo. A ben vedere, forse avrei dovuto accettarla, quella cerveza. Anzi, facciamo due. 


Comunque. La vera rivelazione del concerto degli Estopa é stata in realtá Ludovico Vagnone. Nel caso in cui stesse leggendo – non si sa mai- gli faccio ciao ciao con la manina. Spiego: Vagnone suona la chitarra con loro. Se non erro ha un trascorso coi Pooh e con Alejandro Sanz. E- come il nome vi avrá suggerito – é al cento per cento italiano. Un italiano che, stando alle biografie che si trovano online, si é innamorato della Spagna al punto da volerci rimanere. Insomma: un degno rappresentante dello spirito di un blog che, come ho giá piú volte ricordato, proprio sotto la stella degli Estopa é nato. E giuro che la rima non era voluta. Ricordato-Nato, intendo. Vabbé. 

Poi, i Muñoz se ne sono andati. E' successo dopo circa tre bis, tre ovazioni con piedi sbattuti a terra, centoventisei “los chichos, los chichos”, e una stretta di mano per ciascuno. I Muñoz, che giocano sulle loro scarse nozioni di francese e, nonostante un tour mondiale estenuante, su quel palco si divertono davvero. Perché si vede, accidenti. Si vede eccome, in ogni singolo sorriso. 

I due fratelli di Cornellá, sorridenti e affiatatissimi, hanno lasciato il Cabaret Sauvage in una festa appena cominciata. Un dj metteva musica spagnola. Ancora ritmi rumbeggianti. A suon di palmas e accenni di sevillanas, la gente giá iniziava a ballare. Ballare come piace a me, intendo. Senza paranoie. Come, quando e con chi capita. Ballare mentre canti a squarciagola. Ballare per sfogare tutta la gioia che hai in corpo. Ballare muovendo le dita in posture flamenche, e poi prenderti in giro. E poi ordinare un drink. Ballare come ogni fine settimana per i nove mesi di Erasmus, in definitiva. Dio, non so neanche dirvi quanto mi fosse mancato! 

In una grande cittá puoi rivivere l'erasmus, capite cosa intendo? Puoi guardarti gli Estopa dalla prima fila e dopo scatenarti sulle note di Melendi. Dico: puoi forse volere altro, se vivi in una grande cittá? 

Ma, per quanto quella pista attragga il mio corpo come una calamita, resta il fatto che non ho cenato. Perché due biscotti con sopra disegnata una faccina sorridente io non li considero cenare. E vedete: io, se non mangio, non ragiono. Lo stomaco, con i suoi brontolii post adrenalina, finisce sempre e comunque per dettare le sue regole. A Céline, poi, non so nemmeno se andasse, di ballare. In fondo, lei in Erasmus mica c'era. 

Allora infilo il giubbotto. Mi avvolgo attorno al collo la sciarpa gusto Heineken, e saluto mentalmente la possibilitá quasi perfetta delle copie. Un attimo prima di rigettarmi nel freddo, col la coda dell'occhio, scorgo l'ubriaco. Si sta dimenando in modo poco aggraziato di fronte ad una bionda coi capelli corti. Manco a dirlo, ha una birra in mano. 



E sono quasi certa stia cantando “Los Chichos”.