venerdì 30 marzo 2012

Venerdí...artistico. E la ricetta, oggi, ve la dá un'altra italo-spagnola!


Mentre leggete questo post- sia benedetta la pubblicazione pianificata- io sarò verosimilmente incorniciata dal cubicolo-stand di una Fiera d'Arte. Triplice ruolo, il mio: figlia di pittore, pseudo addetta stampa e osservatrice pettegola di personalitá strane. Visti i trascorsi , questo significa che dovrò lanciarmi in una sfida all'ultimo sangue con attempate, distinte (ma anche poco dignitose) mandrie affamate per aggiudicarmi almeno una forchettata di lussuoso buffet. E significa anche, come potrete intuire, che non avrò tempo per la ricetta del Venerdì.

Poco male, però, perché la Precaria más salá de todo Madrid ha condiviso sul suo blog i consigli culinari delle autoctone vicine di casa. Una ricetta palentina, a quanto pare. Insomma, castigliana al cento per cento. Ricca di energia e di calorie ma, giá soltanto a giudicare dall'aspetto, anche sicuramente molto buona.

Che dite? La sperimentiamo assieme? 


giovedì 29 marzo 2012

Postilla gastronomica (perché le foto del cibo mi riescono bene)

Si dice che un'immagine valga piú di mille parole. Si dice, anche, che a me le foto del cibo riescano particolarmente bene. Unendo le affermazioni in un tentativo bieco di provocarvi invidia...ecco: anche questa é , é stata e sará sempre la mia Málaga. Fame, eh?








mercoledì 28 marzo 2012

MÁLAGA, PARTE II : La Quiete (e i fili rossi di Touch)

C'è un prato artificiale, fuori dall'hotel. Si apre quadrato e confortevole sotto a una tettoia, offrendo un'isola felice all'attesa. Di fatto sembra perfetto per ripararci dalla pioggia sottile che inizia timida a scendere dal cielo andaluso. Il mare, a pochi metri, apre le narici di umidità e di sale. Qualcuno condivide aneddoti di concerti passati, qualcun altro vomita al riparo di un muretto tutti gli eccessi alcolici della notte prima. Sabato. Saremo una decina, né troppi né pochi. Resi silenziosi dal sonno che si addensa sotto le nostre palpebre, lo sguardo fisso sulla porta d'ingresso inspiegabilmente vittima dei flash di una comitiva giapponese. Seduta su quell'erba, una ragazza imbraccia la chitarra che vorrebbe farsi autografare. Intona brani del cantante che aspettiamo, intercalati ad altri degli Estopa o di Maldita Nerea. Attorno a lei, improvvisiamo cori a bassa voce, timorosi di essere cacciati dagli uomini in divisa da lavoro che, a intervalli regolari, fanno capolino dalla hall. 

“Sembra di essere a un pic nic”. Il pensiero mi coglie, improvviso ed allegro, mentre lo stomaco si gira nella direzione giusta, e neanche le nubi sembrano più essere in grado di guastare alcunchè. Mi coglie, soprattutto, in mezzo a riflessioni altre; al paradosso della vita, tutto bello incartato in una carta a pois. Perchè mioddio, mioddio, é davvero assurdo. Prima pensavo confermasse i sei gradi di separazione. Ma, dacché guardo Touch e sogno numeri, inizio a inquietarmi già un bel po'. Forse c'é un filo rosso. Forse c'é veramente, lí, a legarci tutti, a tessere le reti dei nostri personali destini. E io non lo so, quando accadrá, ma ho un'immagine mentale bella nitida qui dentro. Di poche cose sono certa a tal punto come del fatto che si materializzerá. 


Rabbrividisco, forse l'umiditá. Dani Martín. Ah, Dani Martín. Lui che sta riuscendo dove né note né vecchie amicizie erano arrivate prima. Lui che suo malgrado mi sta riavvicinando al mio passato musicale, o forse solamente amalgamandolo in tutt'uno. Ché in fondo lo sempre saputo, che era la stessa storia. Che era la stessa cosa. Cambia il nome e una lingua, nient'altro. Io non sono cambiata poi molto, da allora. O almeno, non quanto dovrei. Tocco quel pacchetto, fiocco stropicciato dentro alla mia borsa nera. Non so come né quando sia accaduto, che Cesare Cremonini diventasse il nostro punto di contatto. L'argomento su cui, ad ogni incontro, mi chiede di essere aggiornato. Non so come sia possibile che una mia vecchia domanda su Vorrei abbia avvicinato cosí tanto le due melodie che m'hanno fatto la vita. E a volte mi viene da chiedermi se io abbia, in qualche modo, “tradito” l'italiano.  Se, viceversa. l'autoeleggermi, di botto, portavoce possa essere tacciato d'ipocrisia dal mondo che un giorno -  dopo aver pianto  in un teatro gremito-  ho deciso di abbandonare.  Riesco a chiedermi, persino, se non sia Dani a poter sentirsi geloso ogni volta che parlo o racconto del prima. E poi mi viene da ridere, persa nella mia stessa idiozia. Ché di nuovo penso a due cantanti come a delle specie di relazioni amorose. Il primo amore, Cesare, quello della prima volta e quello che non scordi mai. Il Grande Amore, Dani, che un po' sará sempre messo in paragone, eppure oggi scalda il cuore mille volte di piú. Patetica, ecco cosa sono. Ma forse ho solo sonno, chissá. 

Sono cosí immersa nei miei pensieri che, sul momento, non capisco perché la gente si alzi. Li vedo come dall'esterno, trascinarsi a passo felpato e silenzio improvviso verso la porta principale. Qualcuno estrae una reflex. Qualcun'altro, una penna. Ed é allora che scorgo la silouette scura di un ragazzo con gli occhiali da sole. Trascina un mini-trolley nero fino al furgoncino parcheggiato. Il bagagliaio é giá aperto, lo infila dentro senza fatica. Ha i gesti lenti di chi s'é appena svegliato. E magari – come scopro – la sera prima é stato pure a far festa al Liceo. Il Liceo, una delle discoteche a cui andavo sempre io. E i balli fino all'alba, il Kebab alle cinque del mattino, le domeniche di resaca con la dueña che svegliava in campanelli. Sempre troppo presto. Sempre senza avvisare. Mi viene in mente tutto questo e , per qualche ragione, vorrei telefonare a Grace. Stará ancora dormendo. Lascio stare. Il ragazzo si allontana dal furgoncino, si gira, e si avvicina a noi.

“Buenos Días!”

Uno dopo l'altro, Dani elargisce a ciascuno la dose doppia di bacini sulle guance. “Ilaria! Cómo estás?”, dice quando arriva il mio turno. “Muy bien, y tú?”. Mi sento terribilmente e sommamente rilassata. Come se mi fossi stordita di alcol, di fumo e di droghe. Tutto assieme. Inizia a piovere piú forte, mentre alcune ragazze lo attorniano con facce alla Walking Dead. Autografi, autografi, autografi. 

Resto sotto alla tettoia, un po' in disparte, aspettando il momento perfetto assieme al mio pacchetto con la carta a pois. Poi la pioggia induce Dani a guardarmi negli occhi (beh, oltre le lenti), proponendo a tutti di spostarsi “un po' piú in lá”. Ove “un po' piú in lá” é il luogo in cui mi trovo. Ed é proprio allora che il momento arriva. 



“Dani, questo é per te, per il tuo compleanno. Un po' in ritardo ma...”

Lui afferra il regalo. 
“Gracias Guapa!”

E, in uno slalom veloce si divincola dalle altre per venire a stringermi in un abbraccio forte. Un abbraccio che smorza in un sussurro il mio “de nada”. Chissá, forse é proprio perché non lo sente che, staccandosi, ripete quel grazie una volta di piú. 

“Di nuovo siete venute da cosí lontano...!”, guarda me e Celine, mentre strappa la carta con le dita. 
“Eh, sí”. 
“Jo...Dall'Italia e dalla Francia, eh?! “, voce piú alta, dito che ci indica alla piccola platea. Qualcuno dá vita ad un applauso spontaneo. Mi sembra proprio di udire un – poco fine ma efficace - “ole sus huevos” riecheggiare qua e lá. “Voglio proprio vedere se fate piú kilometri voi...!! “

Il tono di sfida, scherzoso, invade due andaluse che, proprio come me, lo seguono in giro per la Spagna. Nel frattempo, la carta a Pois é sparita, lasciando in evidenza la copertina del cd. 1+8+24. E Dani ha senza dubbio migliorato la pronuncia del nome Cesare. 

“Spero tu non ce l'abbia...” , interrompo in un monologo il suo ennesimo“grazie” . 

“ Non é nuovo, é del 2005, ma ogni volta che lo vedo penso a te, per questo ho pensato che dovessi averlo. Soprattutto il dvd...é un documentario di un tour nei teatri che aveva fatto con un'orchestra, piú la registrazione ad Abbey Road....insomma, penso sia molto da te, che ti piacerebbe.”



Mi ascolta interessato. Poi passa in rassegna la tracklist. Atto, ad ogni modo, successivo alla lettura dei dati su produzione, autori e arrangiamenti. Ché in fondo é da questi piccoli gesti automatici che distingui l'ascoltatore medio da chi in quel mondo vive e lavora. 

“Lui attualmente non fa molti brani dei Lunapop dal vivo, vero?!”
Lo dice con tale sicurezza che mi viene il sospetto che ne abbiano giá parlato. Con tale ammirazione che mi chiedo se non stia cercando, forse, conferme per sé. Quasi che la domanda, quella vera, fosse se il suo futuro debba prevedere ancora a lungo uno strascico de El Canto del Loco. O se il repertorio dei teatri, cosí com'é adesso, vada bene. Ma sono patetica, l'ho detto. E' probabile che siano solo paturnie mie.

“No, solo le piú famose. Algo Grande, Un día Mejor “ - non so perché, tra 'altro, io gli stia dicendo i titoli in spagnolo - “...quella de...”

“...quella della Vespa?!”
“Sí, le piú conosciute.”

“Ma tu l'hai mai visto dal vivo? Sí?”

Sorrido. Mi verrebbe da rispondergli “molte volte”. Da raccontargli che lui era , ai miei quindici anni, l'equivalente della mia follia spagnola attuale. Solo che poi mi torna in mente l'assurda faccenda della gelosia. Ancor peggio, penso che potrei sembrare presuntuosa. Cosí mi limito a un neutrale “sí, claro”. 

Lo vedo anche al di lá degli occhiali, che il volto gli si illumina. 

“Me encantaría ver un directo suyo!”

La mia immagine mentale. Eccola, di botto, ancora lí. Dani al di lá di una transenna, che sorseggia un gin tonic a bordo palco. Un palco italiano, su cui sta suonando Cremonini. Che sia prima di quanto pensassi? Che io non sia poi cosí tanto fuori di testa? Ogni fibra del mio corpo sta pensando intensamente al fatto che l'album di Cesare esce a Maggio. Che quindi, probabile, quest'anno sará in tour. Ogni cellula che mi compone associa l'informazione alla pausa di un anno che Dani si prenderá, proprio da Maggio in poi. Non riesco a scacciarla, quell'immagine, per quanto io ci provi. E' inutile. Per quanto cerchi di mantenere la calma c'é un eccesso di pathos nel “pues, venteee!” che mi esce incontrollato dalle labbra e dal cuore. Lui si mette a ridere, quasi mi avesse letta dentro. Mi ringrazia ancora, “de verdad”. 

“Comunque non ce l'avevi , il disco, vero?!”
“No...”

Nel frattempo, il bigliettino su cui avevo spiegato per iscritto i motivi di quella scelta concreta, é scivolato sull'asfalto, non visto da nessuno. Non lo faccio presente. In fondo, serviva solamente nel caso in cui non fossi riuscita ad accompagnarci un discorsetto orale. Manu, peró, se ne accorge. “Dani, ti é caduto questo!!”

Lo legge avidamente. Poi, lo infila in tasca senza dire una parola. 



“Ehi, ma che é successo ieri?”, chiede poi, rivolto a tutti, come scosso da un'illuminazione improvvisa. 

“Un casino”, risponde qualcuno, “la gente si é messa davanti, quelli della security, invece di mandare via loro, volevano mandare via noi, hanno iniziato a fare i prepotenti...”

“Sí, ma non é colpa mia!” , sembra preoccupato, e a me mette tenerezza. 

“No, Dani! Chi dice niente...é che era organizzato male, ma é stato un peccato perché ci siamo persi mezzo concerto a litigare”

“E' che io da lí vedevo la gente agitatissima, che urlava contro qualcuno, e lui “ - indica un ragazzo presente - “incazzato da morire che faceva gesti come a dire 'ora basta, ora basta!'. Credevo che , se avesse avuto dei sassi, me li avrebbe tirati! E' brutto quando succede cosí.”. 

Tutti scoppiano a ridere. 

“Ma non ce l'avevo con te, ce l'avevo col tipo della security”
“Comunque, vi posso dire una cosa? Sinceramente quel posto lí non era fatto per il tipo di concerto e per il tipo di canzoni che avevamo portato. Non ho capito perché ci abbiano mandati lí”. 

Lascio trascorrere un altro po' di commenti di approvazione. Poi, lo informo finalmente dell'altra notizia che mi era stato chiesto di fargli avere. 

“C'era anche mia mamma al concerto,ieri, lo sai?!”
“En serio?! No me digas!!”
“Sí, il suo primo concerto tuo! Credo le sia piaciuto, anche se io le avevo detto che sarebbe stata una cosa tranquilla , seduti, in teatro...”

Mi metto a ridere, e lui fa lo stesso. 

“Queste cose in Italia non sarebbero successe!”, scherza , “queste cose succedono soltanto qui!”. 
“Seeeeee, certo , come no!” 

Qualche altra chiacchiera. Qualche altra foto. E intanto penso che é bellissimo, che adesso riesca ad essere cosí naturale con lui. Ricordo con tenerezza quando mi immobilizzavo davanti ai suoi occhi azzurri. Quando lo sguardo adorante mi bloccava voce e pensieri. Non era tanto tempo fa, eppure oggi sembrano passati secoli. Mi dá altri due baci, prima di andarsene. Il suo profumo, come sempre, mi rimane appiccicato addosso per un po'. Lo saluto con la mano, immaginando che mi veda oltre il finestrino oscurato del furgoncino che parte per il lungo viaggio in direzione Madrid. 

Impregnata dell'aria salmastra della malagueta, quello stesso pomeriggio, mi informeranno del fatto che Dani avrebbe scritto a Cremonini su twitter. Lo stesso social network su cui, appena reimpadronitami del wifi, mi scriverá di nuovo “gracias por el cd”. 

E' il paradosso della mia vita, sí. Ma, a conti fatti, mi rende felice. Poi non lo so, se sono i fili rossi di Touch. Non so se tutto sia davvero scritto e predeterminato. Adesso piú che mai, peró, penso che ogni esperienza vissuta serva e proietti verso qualcosa.  

martedì 27 marzo 2012

MALAGA, PARTE I: La Tempesta.

“Para la Plaza de la Victoria, por favor”

Il taxi prende piano le distanze dal gruppo in attesa, appiccicato al muro di cemento che incornicia il vialetto d'uscita. Lo stesso su cui, qualche ora prima, abbiamo esaltato il social network che ci mantiene in contatto nonostante lingue e città. Follow Friday, letteralmente. Ne scopri il senso tra telefoni ed hotel e non sei proprio certa che sia del tutto un bene. Oggi é andata così. Un cenno della mano a salutarli. Poi, via, verso casa di Grace. Verso un letto non tuo su cui già ti appresti a collassare. Ché domani c'é da alzarsi presto. Che domani...domani, ci speri, darà un senso ad ore perse dentro un centro commerciale. Li guardi da lontano, allora, quei ragazzi. Quelli con cui hai condiviso pomeriggi di sospiri. Hanno reflex appese al collo, speranze adrenaliniche in tumulto di insonnia. Intorno a loro l'auditorium si svuota progressivo, in un incastonarsi d'auto, clacson, chiacchiericci e spazzatura. 



“Sapete se c'é ancora tanta gente che deve...?”

Interrompo il taxista in abitudini costruite di deja vú. “Sí, era tutto pieno. Di taxi ne serviranno ancora molti”. “Muchas gracias”.  I commenti di Celine, intanto, accompagnano il sottofondo di bip alterni delle rispettive macchine fotografiche. “Bella, questa”, e intanto provo a convincermi che sia tutto normale. Anche questo senso di straniamento. Questo non riuscire a credere che sia tutto finito. Di più, che sia accaduto. Questo sentirsi in un sogno, in un delirio di irrealtà. Come un personaggio di una storia scritta da qualcuno che non conosco neppure.  Ma sì, dai! Ma certo che é normale! In fondo ho il male al collo tipico da prima fila. In fondo le prime note di Pequeño sono state testimoni di un altro bacio lanciato. Bacio che ho ricambiato. Bacio a cui ho sorriso. E poi c'é stato l'occhiolino di Iñaki. La gentile premura di Iván nel dirmi che gli spiace, ma i braccialetti , nemmeno questa volta, glieli hanno forniti. C'é stata la musica, soprattutto. Quella dal vivo, che tanto amo, con le piccole sorprese nel cambio di repertorio che fanno di ogni show un'esperienza tutta nuova. E quella in cd, che suona prima che le luci si spengano. A volume troppo basso per esserne certa, eppure forse diversa anche lei. Non é “vieni a vedere perché” quella che riempie l'aria in mezzo al fumo?

Grace non é tornata. Notte brava al compleanno del suo moroso. L'appartamento silenzioso, la mia roba lasciata in giro, un succo di frutta trangugiato di fretta e la sveglia che dice “restano quattro ore”. E' solo mentre penso a dove lasciare il biglietto scritto apposta per la mia ex coinquilina, che capisco finalmente cos'é che mi stona. Ed é che voglio soltanto dormire.  

Sí, insomma, per  la prima volta non sento quest'impellente necessitá di accendere il computer per ringraziarlo su Twitter della serata trascorsa. Per una volta non sento il vuoto, cosí pieno e pesante, che dall'inizio di 16 añitos inizia ad attanagliarmi fino alla prossima data del tour. Un altro concerto di Dani é finito, me ne restano solo altri due prima di una pausa eterna. E non sono depressa come mi aspetterei. Non può essere un buon segno. Ma perché?

Mi accorgo che la causa – o almeno una di esse – sta nella persona che mi dice “in bocca al lupo”, ripetendo convinta che domani lo vedrò. Nel darle la buonanotte, mormoro ancora che sul serio, veramente, mi dispiace. 

E' che un concerto al fianco di tua madre, quando segui un tour intero, ti riempie giocoforza di responsabilità. Le avevo procurato un biglietto in prima fila. Last minute, grazie al mal di schiena di un'amica costretta a Madrid. Gliel'avevo regalato al bancone del dunkin donuts , oscillando per tutta la giornata tra le sue aspettative, l'emozione e la paura di una presa in giro. Un concerto con tua madre é l'occasione di farle capire cosa ti muova attraverso la Spagna. Cosa ti induca a non uscire nei weekend, riempiendo metaforici salvadanai da aprire a scadenza bimestrale. Lei – pensavo – avrebbe finalmente capito cosa mi porta a strappare il cielo a bordo di un aereo, cosa mi manchi quando sono giù, nell'attesa di cosa io viva la mia vita ogni singolo giorno di ogni singola settimana. E allora non importava, se come immaginavo mi avrebbe filmata interpretando nel trasporto ogni canzone in gesti. Se avrebbe bonariamente deriso i miei cori stonati, parlandone con qualunque amico o parente incontrasse. No. Non m'importava perché mi piaceva, per una volta, l'idea di condividere sensazioni con lei. Di girarmi a guardarla dopo un gesto di Dani e dire a lei, invece che alle solite facce, “aaaay, pero qué mono es!”. Per questo avevo accettato che scambiasse il posto con Celine. Eravamo noi due, madre e figlia. Soltanto noi due, lontane dagli altri. E lei avrebbe capito, finalmente. Avrebbe avuto voglia, come me, di ripetere il prima possibile. 

Era anche iniziata per il verso giusto, a dire il vero. Aveva detto “però, ci sono tante signore della mia età”. Aveva detto “è più bello dal vivo”. Aveva detto, anche , che Iñaki García é un pianista eccezionale”. Tre constatazioni consecutive a illuminarmi gli occhi in un “te l'ho detto, io”.  Poi , le profezie funeste di un eccesso di metri tra le sedie in plastica e il palco si sono inesorabilmente compiute. 



Non l'ho piú vista fino alla fine del concerto, mia madre. Il bacio che Dani mi ha lanciato in Pequeño non ho potuto salutarlo esultante, né con lei né con nessuno. Una mandria di ragazzine in esplosione ormonale –diffidare sempre di chi si dipinge DM sulla fronte con il pennarello nero, specie se ci fa seguire un cuore – obbedisce alle aspettative create dal look. Nel giro di mezzo secondo s'accalcano in piedi oltre le prime file. Un delirio di gomitate, transenne da installare,claustrofobia di urla e salti che rimbombano sulle assi di legno. Lo dicevano sempre, che a Málaga il pubblico é passionale. Lo dicevano, che i concerti, qui, non li sanno organizzare mica. Una cosa del genere, peró, proprio non me l'aspettavo. 

Quello che mi stona, a ben vedere, é che ho passato mezzo concerto a litigare con un omone della security. In quell'agglomerato adolescenziale, deve aver scorto in me un volto piú maturo. Ragionevole. Sensato. Sensato, giá. Non imbecille, peró. Mi prende per le spalle. Cerca di trascinarmi al mio posto. Di trascinarci solo me, io che sembro calma solo perché non urlo “guapoooooo, quiero un hijo tuyoooooo” in eccessi di decibel da stordirti le orecchie. Mi spiace, non ci sto. 

“Ascolta, io al mio posto ci tornerei piú che volentieri. Ho pagato, e neanche poco, per un posto seduta in prima fila. Il problema é che tutta questa gente (e se gli chiedi il biglietto te ne accorgerai) ha pagato per un posto in fila 10, 12 o piú giú. Ecco, io non accetto di averli davanti, per cui non penso di schiodarmi finché non se ne vanno loro”

Dopo quattro o cinque ripetizioni dello stesso monologo, il tizio inizia a chiedere i biglietti in giro. Li illumina con la pila. Cerca di ripristinare l'ordine. Ovviamente é inutile, ma almeno mi lascia stare. Mi lascia stare in mezzo a un gruppo di sconosciuti con cui non posso commentare nulla. Dopo che ho fatto piú di duemila kilometri per perdermi almeno quattro o cinque canzoni. 

Il caos si trasforma, intanto, in cori rabbiosi dal centro della pista. Dani Martín ne fa una gag da intercalare alle canzoni. Ma é visibilmente preoccupato, pure lui. “Se pasa mal cuando ves que la gente no está a gusto”. Lui che si accorge che non ci vedo nulla, e si china dal palco a battere sulla spalla di un altro uomo della security, per poi intimargli di spostarsi da lí. 



Lo dirá, il giorno dopo, quando alle porte di un hotel gli spiegheremo finalmente cosa sia accaduto. Lo dirá, che “sinceramente, il posto non era fatto per il repertorio di canzoni che abbiamo portato”. Che non capisce perché l'abbiano fatto suonare in un recinto feriale da concerti rock in piena sbornia all'interno di un tour raccolto nei teatri. Lo ammetterá anche lui, che era organizzato male. 

Ma nel frattempo mia madre...beh, non so se abbia capito. Mia madre, rimasta seduta nel caos generale, non ha visto nulla, ha soltanto sentito. Mia madre si é preoccupata vedendomi discutere con un uomo alto due metri e largo il triplo di me. Ha avvertito i morsi di una specie di claustrofobia che, in quell'occasione almeno, nessuno si sarebbe aspettato potesse accadere. 

Ecco cosa mi stona: mi stona il fatto che, invece di godermi il concerto, questa volta ho passato due ore a preoccuparmi per lei. Il tutto dopo un follow friday letterale a cercare l'albergo in cui avrei finalmente dato al cantante che ammiro il regalo per il suo compleanno. In cui, non trovandolo, mi sarei sentita in colpa di fronte al continuo ripetere della stessa solfa attorno a me.

“E' che se Ilaria gli avesse scritto un messaggio privato su twitter l'avrebbe fatta passare in camerino di sicuro”, “A Ilaria avrebbe permesso di entrare al soundcheck”, “Ilaria avrebbe saputo”, “E' che lui a Ilaria...” . E io che mi sento assurdamente in colpa mentre cerco di spiegare che non ho, né avró mai, la faccia tosta per chiedergli una cosa del genere. Che mi chiedo, addirittura, se forse non abbiano ragione loro e stia sbagliando io. Io che mi rendo conto che, forse, un concerto in un posto in cui hai vissuto non ha soltanto lati positivi. Perché , per esempio, ora mi sembra di star buttando via del tempo. 

Ché Málaga, lo so, mi aspetta fuori. Con la sua allegria frenetica e sempre diversamente festaiola che riempie le strade di terracitas e cervezas sotto un cielo troppo blu. So che la gente, mentre io progetto incontri e strategie al Vialia, sta affollando le strade e i negozi, chiamando a gran voce i ricordi di quei giorni in cui, a casa, non volevo saperne di rientrare. E in qualunque altro posto sarei stata felice, di chiacchierare attorno a un tavolo con persone che non vedevo da mesi. In qualunque altro posto mi sarebbe andata bene cosí. A Málaga, peró...

Ripenso al giorno prima: alle melanzane col miele al tavolo di Pepe y Pepa, alla sabbia della malagueta nelle scarpe da ginnastica, al sole che mi bacia allegro il naso mentre Paseo del Parque dice che gli ero mancata. Málaga é troppo, anche per le speranze di un abbraccio che si spengono ed accendono con la stessa intermittenza di un albero di Natale. 



Prima di prendere quel taxi fuori dall'auditorium, scopro che la giornata aveva dato i suoi frutti, alla fine. Che sí, che non era stato tutto sprecato. Finalmente sapevo il nome dell'albergo, finalmente l'avrei visto, il giorno dopo. E con quella speranza a darmi la forza, con la lieve paura che qualcosa sarebbe andato storto di nuovo, ho pregato in silenzio prima di andare a dormire. E la tempesta, mentre il cielo si annuvolava, paradossalmente era giá passata. Sarebbe andato bene, sí. Bene da morire, una volta di piú. 

domenica 25 marzo 2012

Trailer onomatopeico di un viaggio senza "zzz".

Brumble brumble. Gnam Gnam. Glub glub. Ahahahah. Sigh, sob. Apuff. Driiiiiiin! Smack. Ahora que pequeño sale a caminaaar...Vuelve a tu sitio! Bla bla bla. Grrr. Nooooooo!! Taxiii. Gasp. Wow! Cliccheteclicchete. Rismack. Ahhh (sospiro). Gnam gnam. Mhm. Flash. Sniff.

Nel caso non l'aveste capito, é la cronaca di quest'ultimo viaggio ridotta a pillole di onomatopee. Ché twitter, la capacitá di sintesi, forse me l'ha sviluppata davvero. Insomma, sono tornata. Solo che come sempre, ai miei racconti, di suono ne manca uno. Sí, quello. Sempre lui: zzzzz.


Ecco: ho insultato Ryan Air in venti lingue, stamattina. Compreso l'aramaico antico, che negli intervalli tra le sveglie seminate per casa si incastrava a perfezione. Che, dico io: va bene mettere un volo che ti costringe in aeroporto alle cinque del mattino, ma per farlo proprio quando cambia l'ora un po' sadici bisogna esserlo, dai. Morale: due ore di sonno (non fanno otto neanche sommandole a quelle della notte prima) e fase Rem in aereo. Nello specifico, ho intervallato la promozione dei gratta e vinci o sigarette senza fumo con immagini di foglietti rosa su cui era stata appuntata in disordine tutta – e proprio tutta – la mia attivitá cerebrale. Con acquisti mentali di fantomatici orecchini. Con sirene della polizia che si scoprirono poi essere gli strilli di una bimba iperattiva due sedili piú in lá. Me lo ricordo perché é lei che, nel compenso, mi ha svegliata con frequenza maggiore. La si perdona solo perché é carina. Ma il mio istinto materno affoga nello "smettila subitoooooooooooooo" che volentieri direi.

Lo stile del post é quel che é, perció. Spero non me ne vorrete. Il fatto é che , come sempre, devo raccontarvi di speranze e di euforie. Di mezze delusioni che si trasformano in sogni realizzati. Di abbracci. Di regali. Di baci lanciati dal palco e incontri tra amici in piena stazione. Devo raccontarvi del passato, che in modo sempre piú assurdo sembra essere il legame piú forte col  presente di qualcuno che ammiro.  I vari “Ma tu l'hai mai visto dal vivo?!” , e il “pues vente!” che mi esce dal cuore. Di revival dell'erasmus, persino. Di Teatro Romano, calle Larios , e sabati pomeriggio sonnacchiosi. Dei gambas di Casa Vicente, Le Berenjenas con Miel di Pepa y Pepe, e l'immancabile moscatel del Pimpi. Delle mie scarpe nuove, dell'incanto di fiori e pois. Ma soprattutto dell'unione tra mondi che una volta di piú, con filo sottile, puó riuscire a cucirsi a perfezione solo lí. Magari trasformandosi in una collana.

Perché chi sono, io? Una specie di groupie? Un'amica con cui hai condiviso feste , resacas , affitto e segreti? Una figlia? Una turista? Una comunicatrice? Che cosa? Me lo chiedo e mi accorgo che le definizioni piú autentiche non funzionano mai per esclusioni. E forse, allora, in un certo strano senso, sono un po' Málaga anch'io. 



Málaga: La "mia" cittá, quella che odora di mare, di fritto e di fiori sbocciati . Quella in cui torno, e non mi sembra di essermene, in fondo, mai andata. Quella da cui parto, e giá vorrei tornare. Málaga, giá. Una volta di piú, mi sembra che con l'aereo si sia staccato dal suolo anche un pezzetto del mio cuore.

Ma mentre scarico le foto; mentre rivivo nella mente quell'abbraccio ("gracias guapa") l'assenza di quel “zzz”, vuoi o non vuoi, torna a pesare. Vi chiedo solo pazienza, quindi. Il tempo di un'accumulo di siestas. Poi, ve lo prometto, aggiorneró. 

martedì 20 marzo 2012

Sevilla tiene una cosa...

Cd da comprare alla Fnac (in rigoroso ordine di prioritá): 1) Leiva- Diciembre; 2) Hombres G- En la Playa; 3) Despistaos – Los días contados.



Fisso la lista, una delle tante che faccio ogni volta che sto per partire. E' giá stata un'impresa titanica scremare il superfluo per ridurla a tre voci, ma se poi guardo i miei risparmi litigo di nuovo con me. Insomma, non potrei scalfire una buona volta queste mie assurde paturnie etico-tattiche e scaricarmi le robe come fa la gente normale? Oltrettutto si sa, che Ryan Air non perdona. Quanto saranno tre cd? Un kiletto? Meno? Forse se non compro nient'altro...se proprio mi trattengo...
accidenti a te!

La bilancia, sul pavimento, guarda il borsone verde con discreta aria di sfida. Non che la sveglia sia da meno, d'altro canto. Alle otto. Devo essere a Treviso alle otto, capite? Vuol dire uscire di casa alle sette, vuol dire alzarsi alle...non ci voglio nemmeno pensare. C'é da dire, peró, che solo due cose al mondo riescono a rendermi l'alba allettante: un aereo da prendere e un concerto da vedere. Figurarsi se si fondono dentro ad un viaggio solo.

In valigia c'é tutto, ancora una volta. Il kit perfetto della buona groupie, incastrato a pennello tra i vestiti. La bandiera, scaramantica, sul fondo. Un pacchetto regalo incartato a pois. La sovracopertina patinata di un disco che pesa troppo per portarlo via con me.

Domani si parte. Finalmente, aggiungerei. Se solo penso alla destinazione materiale del mio volo mi viene da cantare un ritmo flamenco: “Sevilla tiene una cosa, que sólo tiene Sevilla...tran, tran!”. Immaginatemi mentre improvviso un arco con le braccia, troppo pigra per muovere anche i piedi.Non riesco a fermarmi, proprio non ci riesco! Aiuto.





Se penso alla destinazione vera, invece, mi si stringe il cuore di ricordi e d'euforia. Ceneró avvolta da atmosfere famigliari, domani. Lontane, eppure sempre dentro me. Sto tornando a Málaga. E, Dio, giá solo dirlo mi fa sentire bene. 

venerdì 16 marzo 2012

Venerdí...colpo di scena al tonno e avocado!

Probabilmente avrete pensato al Gazpacho. In fondo avevo detto che sarebbe stato a tema con la mia prossima destinazione andalusa. Che si consuma freddo. Che é facile da preparare. Beh, vi siete sbagliati, perché questa settimana la ricetta é un'eccezione. Per per una volta non vi parlo di un piatto tipicamente spagnolo. Per una volta, la relazione diretta con Málaga si deve solo ai ricordi del sapore sul palato. L'insalata di tonno e avocado era il must di ogni festa multiculturale in casa. Una miscela d'ingredienti insoliti che é sempre riuscita a conquistare e stupire.

La preparazione non potrebbe essere delle piú facili. Prendete il tonno in scatola. Mescolatelo all'avocado tagliato a pezzetti, e condite con l'aceto balsamico. Il resto, é tutto da assaporare. Ed é pure dietetica, guarda un po' te.



NB: Una variante prevede l'aggiunta di foglie di rucola, ma personalmente non l'ho mai provata. Per una presentazione un po' piú “gourmet” del piatto, potrebbe essere un'idea creativa usare le scorze dell'avocado stesso come contenitore della vostra insalata.