Tornare è un lavoro duro, in qualsiasi direzione lo si intenda. Del tipo che stamattina mi sono svegliata all’alba, impregnata di sudore, chiedendomi contemporaneamente: “Riuscirò a far entrare tutto in valigia?” “E se c’è traffico, arrivo in aeroporto tardi, e perdo il volo?” “Mi servirà un’altra pentola per il cenone dell’ultimo?”, “Vado al Día o al Mercadona, per la spesa?” , “Se facessi i gamberi in salsa rosa come antipasto?” “Sarà a posto la casa?”; Ma, soprattutto: “Che top metto sopra la gonna nuova?”.
Hashtag aiuto.
Immersa come sono in un sottofondo costante di messaggini e domande ansiogene, devo ammettere che non è stato per niente facile concentrarmi sugli Italo-Spagnola Awards. Le tradizioni sono tradizioni, però. E a questa tengo troppo per poterci rinunciare.
É perciò con ancora più soddisfazione del solito (immaginatemi pure mentre saltello in salotto urlando “ce l’ho fattaaaa, yuhuuuuu!”) che vi annuncio le nomination di quest’anno. Le ultime del decennio, a volerproprio essere melodrammatici.
Per chi tra voi é capitato qui per puro caso e non ha mai bazzicato questo blog in vita sua, mi vedo obbligata a fare la consueta premessa esplicativa.
Gli Italo-Spagnola Awards sono un concorso che mi sono inventata per gioco ormai 7 anni fa con l’obiettivo di diffondere e promuovere le tante realtà itañole del web (e non solo). Parlo, cioè, di tutti quei siti, blog, brand, account Instagram, video di YouTube, profili Facebook e persino canzoni in cui la lingua, la cultura e la società italiana si fondono in vario modo a quella spagnola.
Non si vince niente, beninteso. Eppure, per qualche ragione a me tutt’ora ignota, l’iniziativa viene accolta con sempre maggior entusiasmo. Nel 2018 sono arrivati 387 voti, e il record si é avuto nel 2017, con 502.
I post che annunciano gli Italo-Spagnola Awards hanno portato piùdiecimila visite al mio blog IN UN MESE, e oltre 20.000 persone raggiunte in modo organico con i post di Facebook nello stesso lasso di tempo.
Al di là dei risultati, però, ció che più mi rende felice é constatare la crescita e i traguardi che raggiungono i siti che finiscono in nomination grazie all’impagabile aiuto di chi puntualmente me li segnala.
Quest’anno, per esempio, due “new entry” del 2018 hanno fatto faville: Egness ha aperto la sua accademia online, e Arianna di “Spaghetti con Jamón” ha scritto un libro che non vedo l’ora di leggere.
Non che i veterani abbiano scherzato, eh? Tanto per dirvene una, Frequenza Madrid 976 ha ricevuto un riconoscimento dal Comitato degli Italiani all’Esteroper la diffusione dell'italianità a mezzo podcast. Inoltre, l’esposizione “IT/ES Interchange” (frutto di uno scambio artistico tra Málaga e il Nord Est italiano e premiata come “evento italo-spagnolo” del 2018) ha fatto il bis nel 2019, consolidandosi ad appuntamento annuale.
Senza ulteriori preamboli, auguro perciò a tutti i nominati di quest’anno che la passione che riversano nei loro progetti online si traduca presto in altrettante o ancora maggiori soddisfazioni.
Di seguito trovate il modulo per votare i vostri italo-spagnoli preferiti del 2019. Avete tempo fino al 27 Gennaio 2020 per darci dentro: cliccate, condividete, promuovetevi, avvisate gli amici. In certi casi, lo spam é più che lecito ;)
Se vi dovesse servire, il link diretto al modulo per le votazioni é qui: https://forms.gle/LUuXJjoUCVSoyjqt5
Suerte a tod@s e, come sempre…che vinca il più itañol!
Niente da fare. Neppure riordinare l'armadio aiuta a riprendermi da San Juan.
Cioè: a dirla tutta riordinare l'armadio non aiuta a fare proprio un bel niente, specie se è incasinato come il mio. Send divisori per cassetti. Send scarpiera. Send UNA BADANTE, PER DIO.
In ogni caso è un dato di fatto che le resacas migliori sono quelle per eccesso di felicità.
Ci pensavo prima, tra un calzino arrotolato ed uno da buttare via.
Dacchè bazzico la Spagna, la notte di San Juan è sempre stata per me un momento speciale. Sarà tutto quel fuoco, che ne so, saranno i desideri.
L'altr'anno - in preda ad una sindrome da indagine sociologica - avevo persino fatto un sondaggio su Twitter. Meglio trascorrerla alla Malagueta o alla Misericordia?, chiedevo ai miei follower di Málaga.
Il verdetto era stato abbastanza deciso: Malagueta, senza dubbio. Ed io (che per la verità nemmeno allora ci credevo molto) volgevo di nuovo i tacchi in direzione di una spiaggia che non è mai stata "mia".
Oggi posso dirlo, che chi rispose a quel sondaggio si sbagliava.
O forse, più semplicemente, cercava qualcosa di diverso da me.
La realtà è che tutto dipende da come lo vuoi vivere, San Juan. Se vuoi fare botellón, conoscere gente, ballare fino a mattina sulle note del tormentone pop-dance del momento...in quel caso, certo, scegli la spiaggia del centro senza neppure esitare.
Ma se il tuo obiettivo è goderti il lato più autentico delle tradizioni del solstizio senza allontanarti dalla città, allora è alla Misericordia che devi andare.
Io la raggiungo in auto. Lato passeggero. Dalle casse riecheggiano le note di un brano flamenco trasmesso da Chanquete FM. "La radio más perita", dice lo slogan. Dove perita, per i non autoctoni, è un termine malagueño per intendere grossomodo una figata. Se dovete scriverlo su Whatsapp, con l'emoji della pera vi capiscono. Ho provato personalmente: funziona.
Ad ogni modo, è abbastanza innegabile che una stazione più locale di Chanquete sia difficile trovarla. Persino gli spot sono recitati con la parlata del posto. E, se non fosse abbastanza, a cadenza regolare trasmettono un brano di un artista di qui. Li riconosco quasi tutti prima di Shazam, quindi immagino sia superfluo specificarvi che sono già una fan.
Forse per adeguarsi all'atmosfera generale, A. spara un "harfavó" che mi fa sorridere. Harfavó, haz el favor. L'economia linguistica andalusa ai suoi massimi termini. Roba che di meglio c'é soltanto "Capasao?" (Qué ha pasado?). Nel frattempo, l'inconfondibile scritta con il papagallino rosso sulla i compare all'orizzonte. E penso che la vita sia bellissima, da qui.
Alla Misericordia, poi, ci sono legata in modo particolare. É il luogo in cui andavo a raccogliere conchiglie per decorare la vecchia casa di Huelin. Quello in cui parlavo con i pescatori. Quello dove mi ha adottata un gatto. Lí mi sono beccata l'influenza per aver sottovalutato la brezza fresca del tramonto. Ho mangiato migliaia di conchas finas al pil pil da Casa Jose. Sempre lì sono andata quando le cose non andavano bene e avevo bisogno di respirare un po'. Ci ho concluso riunioni di lavoro. Ci ho portato amici e famiglia. E quanti kilometri ho macinato sul paseo marítimo Antonio Banderas, trascinata dal ritmo dei miei stessi pensieri!
Oggi, che è San Juan, alla Misericordia hanno montato una specie di statua colorata. Dei teschi. Un barcone. Una scritta. Lo chiamano Júa, ed é una delle usanze più tipiche di qui.
Ogni anno, il Júa rappresenta una problematica della società attuale. A mezzanotte lo si brucia come modo per auspicarne la fine.
Stavolta è toccato alla fame che uccide migliaia di bimbi nel mondo. E, sì, magari è un po' generico, ma di sicuro è qualcosa a cui daresti fuoco volentieri.
Mi ci piazzo di fianco con un campero in mano (il tipico panino scaldato alla piastra, popolarissimo dagli anni '80 in poi) - che se si vuole viverla alla malagueña, tanto vale farlo fino alla fine. Sullo sfondo, un'orchestrina di quartiere alterna un paso doble alla cover di Ricky Martin, facendo le delizie di signore cotonate e ragazzine in short.
Attorno a me ci sono famiglie, coppiette, comitive stipate sotto ai consueti gazebo verdi di cui hanno fatto un simulacro di casa. I fornellini sono accesi per il barbecue. Dai frigoriferi da asporto escono tupperware a non finire, come in un tacito omaggio al famoso monologo di Dani Rovira. Una coppia di anziani sta seduta composta attorno a un tavolino quadrato su cui ha disposto una tovaglia a scacchi e una bottiglia di vino.
Le stelle cadono, pare. Ma sempre e solo quando io non guardo in sù.
Ed è lì, distesa sulla sabbia, che inizio il countdown. Avvolta da uno scialle di Desigual scrivo i miei tre desideri su di un foglietto di carta.
Tradizione vuole che, passata la mezzanotte, si gettino in un falò per farli avverare.
Solo che i falò li hanno proibiti, mannaggia a loro. Forse qualcuno s'era scottato i piedi a furia di saltarli (un altro rituale benaugurante della nottata), o forse non c'erano forze dell'ordine sufficienti a garantire la sicurezza richiesta da un'affluenza simile. Vai a sapere.
Per fortuna c'è sempre qualche anima pia che accende un paio di candele. Le profuma di rosmarino o le dispone a formare un cuore. Basta chiederglielo, e il foglietto te lo fanno bruciare. Un malagueño non si tira indietro, quando gli chiedi un favore. Del resto la signora bionda che mi risponde "clarooo" lo sa bene, che il fuoco non può mancare a San Juan. E non parlo soltanto del Júa, o dei 12 minuti di spettacolo pirotecnico che mi fanno urlare "Buona estateeeee" con lo stesso pathos con cui auguro buon anno ogni 31 Dicembre.
No. I falò, nella notte tra il 23 e il 24 di Giugno, hanno una precisa ragion d'essere. La festività ha infatti origine pagana, e rimanda ad un antico culto del Sole. Il 21 del mese, per celebrare il solstizio estivo e la notte più lunga dell'anno, i nostri antenati accendevano dei fuochi come modo per inviare forza al sole e assicurarsi che li illuminasse durante tutto l'anno a venire. Il Cristianesimo ha poi ripreso la tradizione adattandola alla nascita di San Giovanni Battista, il 24 Giugno (6 mesi quasi esatti prima della nascita di Cristo).
Ma si vocifera di altre due possibili origini. La prima avrebbe a che fare con le ossa di animali che venivano bruciate anticamente per spaventare dei fantomatici draghi. Questi simpatici esserini, gettando il loro sperma nel mare, portavano un anno di mortalità. Per evitare che questo accadesse, le persone pensavano bene di spaventarli facendogli arrivare alle narici l'odore prodotto dai falò.
La seconda possibile origine è più strettamente legata a San Giovanni e rievocherebbe il rogo delle sue ossa compiuto ad opera degli infedeli nella città di Sebaste.
Insomma: in ogni caso, il leitmotiv sono le fiamme. Tante. Come quelle che mi scaldano la faccia mentre della fame dei bimbi non resta che l'ossatura. E poi nemmeno quella, divorata alla velocità della luce mentre gli obiettivi degli smartphone non sanno più da che parte girare.
Di colpo corrono in acqua, tutti.
Perchè, assieme al fuoco, l'acqua è l'altro elemento imprescindibile di San Juan. In questa notte magica, si dice che immergerci i piedi ti aiuti a lavare via il passato e prepararti a un nuovo inizio. Che saltare 9 onde all'indietro dia fertilità. Che lavarsi la faccia regali bellezza.
Io mi limito al primo punto, perchè il Mediterraneo, di sera, da queste parti ha la temperatura di un lago norvegese. E mentre saltello per salvare i miei piedi dall'ipotermia penso che tanto ormai, per la bellezza, manco San Giovanni può fare granchè.
L'orchestrina ora canta Camilo Sesto. Ed io con lei, stonando ai massimi termini.
"Questa notte mi fa emozionare ogni volta come una bambina. Lo vedi? Non mi serve poi molto per essere felice."
"No, certo. Ti servono solo i fuochi artificiali, una figura che brucia sulla sabbia, i falò coi desideri, le stelle cadenti e una band che suona classici spagnoli. Casi ná".
Sono due anni di fila che San Juan mi realizza due desideri su tre. Ma ero sempre nella spiaggia sbagliata.
Quest'anno, dalla mia "West Coast", ho deciso di puntare all'en plein.
Passeggiare senza giubbotto il 5 di Gennaio somiglia molto alla felicità.
"El pendrive!", mi urla dietro il tipo del tabacchino. Quello caruccio, che m'ha stampato le carte d'imbarco per un viaggio di lavoro a Barcellona.
"Jo, gracias! Un giorno di questi lo lascerò da qualche parte, sta a vedere".
Intanto, dall'orecchio destro, la voce di Roberta sputa fuori il passato.
Finalmente.
E si legge tutto, il "finalmente", sulla mia faccia da ebete.
Per la prima volta nella mia vita sono in Spagna per l'epifania, e non vedo l'ora di viverla come una del luogo.
Ho sempre associato queste date a una profonda ed impalpabile tristezza.
A casa mia, nel Nord Est, la Befana non si è mai festeggiata.
Era solo l'immagine oscura di una vecchia stronza che si porta via le feste con la scopa.
Mia madre che toglie le luci dell'albero.
Il gelo che piomba su un cielo prima bianco e poi scurissimo. Con la nebbia, se si voleva essere particolarmente drammatici.
L'epifania era quasi sempre una fucina di cattive notizie, di chiamate non volute, di battute fuori luogo e di problemi da affrontare.
Epifania, per me, voleva dire sentir parlare al tiggí dei falò accesi in tutta la Regione. Quelli che la gente, infagottata nei piumini, usa come pretesto per guardare all'insù.
Se il fumo va da una parte, l'anno sarà buono. Altrimenti...beviti una grappa, che fai prima.
Tutto era triste, cupo, halloweeniano.
Ecco perchè avevo sempre guardato con invidia alle tradizioni iberiche. E m'incollavo, anno dopo anno, allo streaming del social di turno che mi catapultava nella luce intensa di Málaga. Dove il sole non era ancora tramontato e i Re Magi lanciavano caramelle in un tripudio di colori. "Eh ma torno presto. Torno, dai".
Non c'era posto per la tristezza, lì. Soltanto festa, allegria, e un tripudio di colori.
Qualcosa che, Dio Mio, sentivo mille volte più vicina a me.
Finalmente, oggi, posso immergermici. E il cielo è di un azzurro così naif che sembra colorato da un bambino. Perchè l'Andalusia, se glielo chiedi, sa mettersi in tiro per le grandi occasioni.
La fila è kilometrica, davanti alla pasticceria Aparicio. Oltrepassa la farmacia. Il bar all'angolo. Persino il fruttivendolo.
C'è un signore che legge. Un altro s'è portato dietro un carrellino della spesa di dimensioni importanti. Suppongo abbia intenzione di sfamare tutto il condominio, o di uccidere un diabetico senza lasciare traccia. Va a sapere.
Qualcuno si intrattiene in chiacchiere, apparentemente senz'alcun altro impegno per le ore a venire.
A La Casita, poco più in là, la situazione non è molto diversa.
Tutti vogliono il Roscón de Reyes.
É un dolce tipico. Una sorta di ciambellone con la frutta candita che tradizionalmente si mangia per colazione il giorno in cui arrivano i Re Magi.
All'interno vengono nascosti una fava secca e una statuina. Chi si becca la statuina, dovrà indossare la corona di carta che si trova nella confezione. Sarà il Re o la Regina della giornata.
Chi, invece, si ritrova con il pezzo contenente la fava dovrà pagare il dolce (ma, secondo certe versioni, dopo averlo fatto avrà fortuna).
Io lo assaggerò il giorno seguente, probabilmente nella peggior versione possibile. Comprato al supermercato, mamma mia che vergogna.
Quello di Plaza Merced, poi, gestito dai cinesi. La tipa m'ha dato un batido di vaniglia in omaggio ("é legalo con loscón") e m'ha detto "felices Leyes" con un enorme sorriso.
Ovviamente ho messo il batido in frigo accanto alla bottiglia di Verdejo mezza aperta, e ho cominciato in automatico a cantare i Lori Meyers.
Quella canzone. Sempre quella canzone.
Era parte della mia colonna sonora del 2018. L'ho interpretata con tutto il pathos possibile in discoteca a Capodanno. E a quanto pare ha intenzione di accompagnarmi anche per l'epifania.
"Y beberte todo ese batidoooo, acompañarlo después con vinoooo, beber hasta emborracharmeeee".
Il punto è che certe feste non sono fatte per i cinesi. Se hanno una R dentro, non é per loro. Come i mesi per gli espetos.
E poi era alla panna, il Loscón. Sí, perchè a quanto pare gli spagnoli si dividono in fazioni alimentari anche in questo caso.
Tortilla con o senza cipolla.
Gazpacho o Salmorejo.
Roscón con o senza panna.
Mi informano che ne esiste persino una versione con la crema e, Cristo Santo! Ora capisco il perché delle file in pasticceria.
Voglio dire, non è che sia cattivo con la panna, eh.
Solo, non precisamente light.
Detta in altro modo, dopo una sola fetta credevo che non mi sarei mai alzata dalla sedia, sarei entrata in overdose glicemico, avrei avuto le allucinazioni e non avrei potuto mangiare mai più niente in tutta la mia vita.
Sulla frutta candita, invece, vanno tutti d'accordo: odio di massa, profondo e assoluto. Eppure a me, stranamente, piaceva.
'Somma: vi direi che sì, non c'è male, ma se volete provare un dolce spagnolo veramente BUONO, da Aparicio prendetevi le Tartas Locas.
100% Malagueñe e, vi assicuro, deliziose.
Oltretutto ce le hanno tutto l'anno e non dovete sorbirvi la fila.
Comunque.
Del Roscón c'é di che andar fieri perché forse non lo sapete, ma é un dolce itañol.
Mi sono documentata.
Lo inventarono i romani e con i Re Magi non c'entrava niente. Si mangiava in occasione della cosiddetta "festa dello schiavo", che si celebrava quando finiva il periodo dei lavori nei campi. Come ricompensa per chi aveva tanto faticato, si distribuivano dolci al cui interno era nascosta una fava secca. Lo schiavo che trovava la fava veniva liberato da tutti i suoi obblighi per il resto della giornata e trattato con lussi degni di un Re.
Furono poi i francesi a portare la tradizione nel periodo natalizio, facendo del Roscón il protagonista della festa infantile "Le Roi de Fave": il bambino che trovava la fava nascosta nel dolce diventava il Re della festa. L'usanza è approdata in Spagna da lì.
Ma torniamo al cielo azzurro del 5 Gennaio.
Al pranzo a La Campana con due compagni dell'Università che non vedevo da circa 9 anni. Al tizio che entra nella casa natale di Picasso cantando "I want it that way" dei Backstreet Boys. Alla ragazza che sta un'ora nel bagno di Starbucks quando la vescica per poco non mi esplode. Torniamo, soprattutto, alle ragazze vestite in maschera che provano le coreografie dietro al teatro romano. Ai bimbi vestiti da angioletti che camminano con aria un po' sperduta tenendo per mano le loro madri.
E ancora alle bancarelle coi sacchetti di carbone, alle file di sedie disposte a incorniciare il Paseo del Parque, in attesa di chi ha voluto pagare pur di godersi lo spettacolo in prima fila.
Le famiglie iniziano a prendere posto dietro alle transenne, in un vociare emozionato di bimbi ("ya vienen los Reyeees"), fiocchi tra i capelli e odore di zucchero filato.
Mazzi di palloncini sorretti da mani pazienti fermano il tempo e abbattono i confini. D'un tratto sono a Monfalcone, alla sfilata dei carri allegorici per il carnevale.
Ne ho visti un paio, prima, dietro ad un cavallo con la coda vaporosa.
C'era un veliero. Il volto di un gatto. C'erano un paio di robot.
E voi direte: che c'entra?
Ma alla cabalgata dei Re Magi - scopro - le domande non te le devi fare.
C'entra, perchè quello che ti sfila davanti agli occhi è un mondo costruito su misura di bambino. Ci sono ballerine sui pattini elettrici. Carrozze coloratissime e piene di luci. Ci sono i supereroi. I personaggi dei loro cartoni preferiti. C'è un dragone cinese (ahhhh ma quindi il loscón ci sta!). Una palla enorme da far rimbalzare da una parte all'altra della strada. E ancora una fata. Stelle filanti. Un pupazzo sui trampoli. I pirati.
Non devi cercare un nesso logico, perchè nella fantasia dei più piccoli quel nesso non c'è. Di sicuro non c'era nella mia, quando avevo l'età della ragazzina che mi sgrana gli occhioni davanti. Estasiata per quello che non fatico a immaginare un sogno che diventa realtà.
É la sua festa. La lorofesta.
Dai Salesiani fino alla panetteria La Canasta, i pompieri ("a me non tirate caramelle, tirate pompieri", ho sentito urlare ad una mamma alquanto esagitata) e persino le poste, tutti i principali enti cittadini si sono dotati di una propria carrozza o di un proprio gruppo in maschera. E tutti tirano caramelle a mani piene.
I bambini fanno gara a chi ne prende di più. Saltano per afferrarle. Strisciano sotto le sedie per cercare quelle finite a terra. Gridano felici sventolando i loro trofei. I genitori, intanto, socializzano tra loro, aiutando i figli - propri e altrui - a riempire i sacchetti portati per l'occasione.
C'è un trambusto assoluto, ma è un trambusto bello.
Un trambusto creato dal padre andalusissimo che urla "venga, que ahora sale el Cristo" quando la banda coi tamburi porta ricordi di Semana Santa. Dal bimbetto dalle idee confuse che chiede se il Re con la barba bianca sia Babbo Natale. Dalla nonna che chiede alla bionda davanti se suo nipote può stare in piedi sulla sua sedia "che non vede".
Si respira felicità. Tanto che un po', un secondo appena, nella mia solitudine mi sento fuori luogo.
Ma é solo un attimo.
Perchè alla fine - e soltanto alla fine - arrivano le carrozze dei tre Re Magi. Tirano più caramelle di tutti gli altri, e almeno tre mi colpiscono in testa.
Vedete: quello che nessuno vi dice sulle caramelle è che, se lanciate a tutta forza da un signore con la parrucca, possono trasformarsi in veri e propri proiettili.
Parliamoci chiaro: la Semana Santa, in Andalusia, è un delirio. Odore di incenso. Tamburi in lontananza. Non te ne liberi, niente da fare. E poco importa che tu non viva in centro, o che pianifichi esodi mirati con buona pace delle deviazioni dei trasporti: Lei ti raggiungerà, ovunque tu sia, smezzando la routine della tua vita con la frenetica agitazione degli eventi che non puoi ignorare. I preparativi iniziano almeno quindici giorni prima. Quando meno te l'aspetti, drappi rosso bordeaux bordati d'oro fanno la loro comparsa dalle finestre di Calle Larios. Sedie e transenne smaltate trasformano Plaza de La Constitución in un misto tra un palazzetto dello sport ed una strana gabbia incorniciata da palme. Ed é allora che dici "ci siamo". Oddio, ci siamo. "Perchè?" ci siamo. Ché in un Martedì notte silenzioso i camion sull'Alameda costringono a spostare la fermata del bus. Ma tu hai bevuto Vermut, e la cartina appesa alla fermata ti sembra scritta in un alfabeto incomprensibile. Così cammini barcollando, un po' imprecando, tra il zig zag di ostacoli d'acciaio e i fiorai con le serrande abbassate, alla ricerca di un po' di conforto negli avvisi col bollino rosso sulla app dell'EMT. Da lì in poi è tutto un crescendo. Le torrijas nei supermercati. I livestreaming sui social. I "resti o te ne vai?" seguiti sempre e comunque da un paio di "ánimo". Da lì in poi dovrai rassegnarti alle bande di percussioni sotto casa mentre cerchi di tradurre un articolo in inglese. All'inquietudine delle bimbe agghindate con peinetas e veli in pizzo neri. Ti abituerai, tuo malgrado, alle gente che urla "Guapoooo" al Cristo come se fosse un idolo da concerto pop. E imprecherai però - sì, ancora - quando uscendo dal Mercadona l'ennesima Madonna ti bloccherà su un marciapiedi con cinque litri d'acqua a pesarti tra le mani.
Che ti viene da dire "mancano ancora tre giorni". E invece sbagli, perchè tra le particolarità della Semana Santa di Málaga - la più importante dopo quella di Siviglia - c'è proprio quella di iniziare una settimana prima. L'antipasto sono i traslados, ovvero piccole processioni in cui le statue vengono trasportate dalle Chiese alle case delle confraternite, da cui si prepareranno a partire per le loro ben più sontuose "sfilate" pasquali. Tanto per darvi un'idea, stiamo parlando di quarantadue (QUARANTADUE!!!) processioni ufficiali tenute da altrettante confraternite tra la Domenica delle Palme e il Venerdì Santo, per un totale di oltre 78 troni portati a braccio per le vie della città. Stiamo parlando di notti in cui non dormi, dato che molte si concludono alle due di notte e certe addirittura alle 5 del mattino. Ma, nonostante gli ovvi disagi per chi ci vive, stiamo parlando anche di una tradizione secolare dall'indubbio fascino. E ritengo che almeno una volta nella vita, fosse anche parzialmente, la si debba vedere. Perciò, mentre io mi preparo a prendere un aereo, ecco tutto quello che dovete sapere se siete abbastanza folli o curiosi da venire ad assistere ad una delle manifestazioni di maggior richiamo turistico nel capoluogo della Costa del Sol. LA STORIA La Semana Santa di Málaga ha origini antichissime. La sua storia ha, infatti, inizio nel 1487, quando i Re Cattolici fecero il loro ingresso trionfale in città annettendola al Regno di Castiglia. Come modo per proclamare la vittoria del cattolicesimo, i Reali si diedero subito un gran da fare per fondare Chiese e conventi in quantità, dotandoli di immagini sacre. Dal momento che all'epoca non esistevano associazioni o cooperative che si incaricassero di proteggerle vennero fondate confraternite (confradías) ed hermandades incaricate di prendersene cura. Durante la settimana precedente la Domenica di Pasqua, ciascuna confradía ed hermandad organizzava processioni per far ammirare le immagini ai cittadini, dando origine alla tradizione che ancora oggi perdura. Se siete interessati, potete trovare maggiori dettagli a questo link.
I TRONI Oltre ai traslados, l'altra caratteristica che rende unica la Semana Santa di Málaga è la dimensione dei troni portati in processione, che sono sensibilmente più grandi di quelli di ogni altro evento pasquale in Andalusia. Il motivo sono gli scontri tra la Chiesa e le confraternite, che le hanno portate in passato a dover montare i troni per strada. Non dovendo più uscire dalle chiese, questi si trovavano a non avere più alcun limite di dimensioni, lasciando ai cofrades ampio spazio per lo sfarzo e la creatività. É per questo che vennero costruite anche le cosiddette "casas de las hermandades": edifici in cui i troni vengono parcheggiati per il resto dell'anno e che possono essere visitate come veri e propri musei. LA TRIBUNA DE LOS POBRES
La "Tribuna de los Pobres"
Letteralmente "tribuna dei poveri" si conosce con questo nome la scalinata che collega calle Carretería al Puente de la Aurora. Formando un anfiteatro naturale, questi sedici gradini diventano durante la Semana Santa l'unica tribuna in cui è possibile assistere alle processioni senza pagare (come invece bisogna fare per avere un posto a sedere nelle tribune artificiali). La postazione è ambitissima anche perchè le confraternite sono solite organizzare qualcosa di speciale ed insolito quando ci passano davanti. Naturalmente i posti sono pochi e fanno gola a molti, perciò se ne volete uno dovrete andare ad accamparvici molto, ma molto presto... LE PROCESSIONI DA NON PERDERE Tra le innumerevoli processioni, tutte diverse, che hanno luogo a Málaga durante la Semana Santa, le più imperdibili sono le seguenti. El Cautivo - Lunedì Santo [19.45-04.30]
Foto: Alerta Digital
Preparatevi al casino più totale. Questa è la processione in assoluto più famosa e attesa in città, e riesce a congregare ogni anno oltre un milione di persone provenienti da tutta la Provincia e da tutto il Paese. La statua del Cristo, realizzata da José Gabriel Martín Simón, si caratterizza per la tunica bianca che realizza un leggero movimento quando viene portata in processione creando la sensazione che stia realmente camminando.
Cristo de los Gitanos - Lunedì Santo [16.20-22.30]
Foto: Diario SUR
La processione più flamenca e allegra di tutte, in cui la statua del Cristo viene portata per le strade di Malaga tra i canti e i balli della popolazione gitana.
Virgen de las penas - Martedì Santo [17.25-01.00]
Foto: El Mundo
La caratteristica principale di questa statua è il mantello di fiori veri che la adorna: parliamo di 15.000-20.000 garofani ogni anno vengono messi a disposizione dai giardinieri del comune. La tradizione è nata nel 1944 quando, per mancanza di fondi, la statua non poté essere dotata del manto di velluto che aveva sfoggiato l'anno precedente. Il giardiniere del comune pensò quindi di rimediare in questo modo proponendo una soluzione che doveva essere temporanea ma che è invece piaciuta a tal punto ai malagueñi da diventare consuetudine. Servitas - Venerdì Santo [22.25-03.00]
Foto: Diario SUR
Preparatevi ad un vero e proprio viaggio nel tempo che vi farà venire la pelle d'oca. La statua della Madonna, con una piccola aureola illuminata, esce dall'Iglesia di San Felipe Neri preceduta da individui con il volto coperto che reggono enormi ceri. Le luci della città si spengono, poi, al suo passaggio mentre viene portata in processione, nel silenzio che contraddistingue l'intera giornata del Venerdì. Potete consultare il programma completo della Semana Santa malagueña a questo link. Buon divertimento, buone preghiere o buon delirio a tutti, a seconda di come la vogliate affrontare.
Io l'adoro, la tradizione
di Sant Jordi. E lo so che l'introduzione al post rischia di essere la
stessa ormai da anni; però ci sono cose che una deve prevedere. Ad
esempio, che qualcuno capiti sul blog per la prima volta. Qualcuno
che non sappia nulla dell'usanza catalana di scambiarsi rose e librinella giornata del 23 Aprile. Che ne ignori, magari, le origini miste,
a metà tra la coincidenza nella data della morte di due autori e la
leggenda di San Giorgio e il drago. Quel drago, sconfitto, avrebbe
generato fiori rossi dal suo stesso sangue, salvando la vita ad una principessa. Ieri, in effetti,
sarebbe stata la giornata perfetta per ascoltare gli Imagine Dragons.
Solo che poi mi avreste rinfacciato (non a torto) l'ennesima tra le
mie fissazioni.
Ma amo Sant Jordi,
dicevo. E, se c'è un'altra cosa che l'ignaro visitatore saltuario
probabilmente ignora, è che non sono mai stata del tutto normale.
Così, ho deciso quest'anno di ampliare una ricerca che, se non erro, già avevo
proposto. Munita di pazienza, excel, musica a
palla e piattaforme ad hoc, ho visualizzato la bellezza di 100 foto
postate su Instagram con gli hashtag #SantJordi, #SantJordi2015,
#DíaDelLibro e (valga la ridondanza) #FelizDíaDelLibro. Perché?
Perché oltre al fatto che non sono normale, volete dire? Niente, ero
curiosa di scoprire quali fossero i volumi piú fotografati dagli
spagnoli online nel giorno che, tra tutti, piú celebra la lettura.
Ecco cosa
ho scoperto. I LIBRI
- Albert Espinosa- El
Mundo Azul. Ama Tu Caos
E' Espinosa, che peraltro gioca in casa, ad
aggiudicarsi lo scettro di più instagrammato e – probabilmente –
più venduto in occasione della giornata del libro. In Italia abbiamo
iniziato a conoscerlo in qualità di autore della fortunata serie
“Braccialetti Rossi”, per poi ritrovarcelo in classifica con best
seller del calibro di "Se mi chiami mollo tutto...però chiamami" o "Bussole in cerca di sorrisi perduti". A Sant Jordi gli spagnoli hanno
scelto, per la maggior parte, di regalarsi il suo ultimo lavoro “El Mundo Azul. Ama tu caos”: una storia che in qualche modo chiude la trilogia aperta proprio da Braccialetti rossi e continuata con "Braccialetti Rossi, Il Mondo Giallo". Il romanzo, ambientato in un mondo onirico e fantastico, narra le peripezie di cinque personaggi in lotta per ribellarsi ad una società che cerca di "ordinare il loro caos".
C'è stato, poi, anche
chi ha approfittato di Sant Jordi per aggiudicarsi il precedente “Bussole in cerca di sorrisi perduti”, magari scontato o in edizione economica.
- Antoine De Saint
Exupery – Il Piccolo Principe
Si sa: fotografare o
citareIl Piccolo Principefa sempre “cool”. Anche quest'anno gli
instagrammers iberici non hanno voluto saperne, di togliergli il
titolo di volume più esibito al mondo. Eccolo, quindi, sui social
network in tutte le versioni ed edizioni possibili.
- Miguel De
Cervantes – Don Chisciotte della Mancia
Un altro classico (in
tutti i sensi!) delle foto di Sant Jordi. Non che ci sia da
stupirsene, del resto: proprio la data della morte di Cervantes,
curiosamente identica a quella di Shakespeare,
ha fatto sì che si scegliesse il 23 Aprile per festeggiare i libri.
Immortalare la propria copia del Chisciotte, quindi, non è tanto una
pose o una banalità quando, nella maggior parte dei casi, il modo
dichiarato di onorare le origini tutte spagnole della ricorrenza.
- David Martínez Álvarez Rayden – Herido
Diario
Sicuramente uno dei
maggiori successi letterari dell'ultimo periodo, in territorio
iberico, il primo libro del rapper Raydenè apprezzatissimo
soprattutto dal pubblico più giovane. Verrebbe da dire che dipenda
dalla visibilità mediatica del personaggio, ma – per quanto non ne
apprezzi il genere musicale – devo ammettere che Rayden, le parole,
le sa usare molto bene. Ben venga, quindi, se un palco e un bel
faccino portano le ragazzine a frequentare le librerie.
Herido Diario é una raccolta di poesie presentata come "una vita intera espressa e spalmata nell'arco di un anno con le sue quattro stagioni: la caduta dell'autunno e la sua botta, l'ipotermia dell'inverno e il suo cappotto, il disgelo, l'entusiasmo e l'allergia della primavera e l'estate e il suo distacco".
- Gli altri
Le proposte più curiose postate a Sant Jordi, tuttavia, stanno secondo me nella quinta posizione ex aequo. Molto
regalati e condivisi sono risultati essere, infatti, due volumi un
po' insoliti: No sin mi barba di Carlos Suñé e Alfonso Casas e 813. Truffault di Paula Bonet. Nel primo
caso si tratta dell'emanazione cartacea dell'omonimo portale di lifestyle maschile, in cui scritti e illustrazioni concorrono a formare quella che viene definita "la prima guida dell'attuale movimento barbuto". Nel secondo, la Bonet rende alla filmografia e alla visione di Francois Truffault un omaggio egregiamente illustrato.
Regalo, auto-regalo,
lettura in corso o semplice consiglio letterario che fosse, la
maggior parte degli utenti (42%) ha scelto di condividere il proprio
libro per Sant Jordi limitandosi ad immortalarne la copertina. Il 20%
ha, invece, celebrato la tradizione abbinandolo ad una rosa, mentre il 13% si
é sbizzarrito con composizioni piú originali e creative. C'é
stato, poi, anche chi ha voluto immortalarsi immerso nella lettura
(7%) e chi ha approfittato di sconti e promozioni per fare una vera e
propria scorta di romanzi: c'hanno anche ragione, vi diró. In fondo, perché limitarsi ad uno solo?!
Segno dei tempi il 5% che
ha colto l'occasione per sperimentare la nuova app per i collage di Instagram, e soprattutto quei pochissimi – ma comunque in crescita
- che hanno immortalato i libri sui rispettivi kindle.
Per quanto mi riguarda,
le mie foto preferite tra tutte quelle che ho avuto modo di
osservare sono, peró, sicuramente queste 4: