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sabato 30 dicembre 2017

I miei 10 dischi del 2017

Ammettiamolo: a livello musicale, il 2017 non è stato niente male. Denso di uscite almeno quanto lo è stato di fatti. Ma, se i dati di Spotify riflettono piuttosto bene la mia deriva flamenca, non tengono altrettanto conto dei cd messi in bella mostra sulla libreria, degli mp3 in riproduzione casuale su iTunes, degli ascolti ossessivo-compulsivi di quest'ultimo mese. Ecco perchè ho voluto stilare un bilancio più preciso, elencando in ordine di preferenza i dieci dischi che più ho amato di quest'anno in conclusione. 





1. Cesare Cremonini - Possibili Scenari 

Capita di andare a dormire e risvegliarsi nel 2011. O almeno è questa la sensazione che provo, quando ascolto Cesare in loop costante e mi emoziono perchè Dani Martín lo esalta su Twitter. Non fosse per Málaga, direi che niente è mai cambiato. Sono ancora la ragazzina battezzata di birra sui capelli e transenne deformate di spintoni al primo concerto dei LunaPop. Quella che alle otto del mattino trascinava le occhiaie fino alle porte dell'hotel Vincci pur di regalare l'ennesimo album del solito italiano a un tizio di Madrid. Allora
 play. Finisce. E play di nuovo. Sarà pure uscito tardi, ma Cremonini torna ed essere quello della Teoria dei Colori, del rumore sinistro di una copertina inzuccherata di Coca Cola, dell'estate su una barca, e Parma e i progetti per il futuro. Gli arrangiamenti raffinati di Possibili Scenari sono la versione adulta di quel qualcosa di inspiegabile che in quella voce mi ha sempre stregata. Capitolo mille, capitolo uno.


Tra le tante cose da segnalare in questo 2017 c'è senza dubbio la maggior quantità di indie rock tra i miei ascolti musicali. Non mi ero mai presa la briga di conoscere i Vetusta Morla al di là delle loro hit più note. Capo cosparso di cenere. Mia colpa. Mia grandissima colpa. Questo disco mi è piovuto addosso come pioggia fresca dopo anni di siccità. Mi ha stregata. Rapita. Conquistata al primissimo ascolto per soggiogarmi del tutto dal secondo al millesimo. É uno di quei lavori in cui la traccia preferita cambia di giorno in giorno, a seconda dello stato d'animo. Quelli che ti sembrano ogni volta in parte nuovi, con il tipo di sound eterno che probabilmente anche tra dieci anni continuerai ad apprezzare. 


Ancora ricordo quando, spinta dalla curiosità delle eccessive lodi, ho ascoltato per la prima volta questo disco su Spotify. Vivevo ancora a Huelin. Il sole inondava il soggiorno e un mondo intero mi si spalancava con le prime note. Ricordo di aver pensato che era da tanto che un italiano non scriveva testi così perfetti, raccontando nello stesso istante un preciso momento storico e l'individualità qualunque di chi come me si trova a viverlo. Canzone contro la paura, La Verità, il Costume da Torero...quante volte, da allora, ho tediato i vicini nella megafonia naturale del patio! Quante volte mi ci sono specchiata! Quante volte è stato un vero peccato che non potessero capirne le parole. 




Signori della Universal, per Dio, date a quest'uomo la visibilità che merita. É un appello accorato, il mio. Ché investire nella rotazione sui network top 40 non basta mica, se lo fai solo con il primo singolo. Era Bellissimo è stato per l'italiano medio la promessa di un Grande Ritorno di cui ha subito perso le tracce. Buttami via, parliamone, era persino meglio, eppure i passaggi sono stati dimezzati. Ogni volta che ascolto brani come "La cenere dal cuore", "Da domani", "Il lungo addio" o "Mamma ho riperso l'aereo" sbotto per la rabbia di una profonda ingiustizia. Questo disco è stato il parto complicato al culmine di una gestazione troppo lunga, valsa trasferimenti, trasferte e cambi di vita. Ma l
'italiano medio che ne sa. Lui continua a non sentirlo in radio, a ricordarlo per (sigh!) Maria Salvador; e proprio non ha idea di cosa si perde. 






Lo so cosa state pensando: soltanto al quinto posto? In una classifica MIA? Eh. Il punto è che Evolve non è stato un disco facile da apprezzare. Per quanto adesso lo adori, e per quanto ammiri da sempre chi ha il coraggio di sperimentare con i sound,  è inutile negare che non raggiunge i livelli di Smoke+Mirrors o Night Visions. Ad ogni modo canzoni come Believer, Whatever it takes, Walking the Wire e la mia adorata Yesterday continuano a rendere questi quattro ammeregani imprescindibili nella colonna sonora della mia esistenza. Ai Grammy, manco a dirlo, tifo per loro. Sono convinta che li meritino, e di gran lunga molto più di Despacito. 





Mi sembra passato un secolo da quando, all'inizio dell'anno, El Pescao rinasceva con il suo nome, di nuovo sotto etichetta Sony. Un secolo dal trailer con l'evoluzione da pesce a uomo con chitarra, dalle anteprime nella sede di Twitter Spagna, da quando ero uscita per cercarlo alla Fnac. Due concerti, un'intervista e tante avventure dopo sono ancora affascinata dall'autobiografismo estremo di David y Goliath; E come allora resto innamorata di Me Voy, su tutte, perchè l'atto di andarsene ha sempre suscitato su di me un qualche tipo di assurda, pericolosa attrazione. 





Se il lavoro precedente dei Baustelle mi aveva lasciato un retrogusto amaro in bocca, con questo mi hanno riconquistata. Amanda Lear, Eurofestival e Il Vangelo Di Giovanni mi hanno accompagnata di playlist in playlist, riassumendo a perfezione il mood di un album che mi riporta ai tempi in cui li amavo per Baudelaire, Un Romantico a Milano o Charlie fa Surf. Un bentornato di inizio anno che è ancora riscoperta undici mesi dopo.







Chi ha condiviso con me anche soltanto una minima parte di questo 2017 sa bene che questa band ne è stata una componente tanto imprevista quanto essenziale. Da quando mi hanno stregata con La Inmensidad fino a quando ne ho apprezzato le qualità live alla Fnac c'é stato tutto un mondo fatto di notti tarde ed Héroes del Sábado, pulizie pomeridiane, Himno Nacional e secessionismo in televisione. Come in una scelta di doverosa continuità, il loro concerto sarà presumibilmente il primo a cui assisterò nel 2018. 







Gli applausi di Sanremo. Il bagno di lustrini dell'Eurofestival. Le spagnole quasi tutte innamorate. Il Gorilla come icona nazionale. Chiunque dica di non aver ascoltato nemmeno una volta Occidentali's Karma mente e chi non ha dato almeno una possibilità all'album che lo contiene si è sicuramente perso qualcosa. Francesco Gabbani è stato senza dubbio uno dei personaggi dell'anno. In un'abitudine tutta nostrana, più di tre quarti dei tuttologi col web gli ha voltato le spalle nel momento in cui si è permesso di "criticare" gli Afterhours, dimenticando che fino a poco prima stava per dichiarare guerra a San Marino in virtù dei punti che non gli aveva affidato. Poco male. Al di là degli snobismi e delle posizioni estreme, oggi restano i suoi diari di viaggio formato video dal palcoscenico di Kiev, la mutua ammirazione tra lui e il portoghese e - soprattutto - brani come lo scoppiettante "tra le granite e le granate", l'attuale singolo in rotazione "la mia versione dei ricordi" e quello che dà il titolo al disco: in assoluto il mio preferito. 






La già vertiginosa aspettativa per il nuovo album di Sabina era stata alimentata dalla produzione di Leiva e da due singoli a dir poco perfetti come "Lo Niego Todo" e "Lágrimas de Mármol". Alla resa dei conti, però (e forse proprio per quell'eccesso di aspettativa) il disco non mi ha convinta quanto avrei voluto. Forse troppo denso per una masticazione agevole mentre pulisci le finestre col Vetril, resta comunque degno di nota in virtù di brani come "Canción de Primavera" e  frasi come "Si no estás enamorada, vente al Sur ". 




Tra le altre uscite discografiche dell'anno non posso non menzionare poi la leggerezza solo apparente di Rozalén, il recente greatest hits di Dani Martín, il nuovo lavoro dei Negramaro e l'osannatissimo Camino, Fuego y Libertad di Pablo López, che però devo ancora ascoltare. E voi quali dischi del 2017 avete amato di più? Condividete la vostra top 10 nei commenti, se vi va: sarò felice di trarne ispirazione per gli ascolti dell'anno a venire!








domenica 4 ottobre 2015

Nuove uscite in Spagna: Cris Méndez e gli Estopa


Se nell'autunno c'è un lato positivo, è la quantità di nuove uscite musicali. E, parlando di Spagna, ce ne sono almeno due che proprio non posso non segnalare. 

La prima è Cris Méndez, omonimo esordio solista di quella che avevo conosciuto come corista di Dani Martín. Mi piace vantarmi di aver contribuito a finanziarlo io stessa, facendo riferimento al piccolo contributo dato all'apposita campagna di crowdfunding. Il lavoro ha visto la luce in ritardo, sotto etichetta Warner, trasformandosi da EP in vero e proprio album di otto tracce.



Non dovreste perdervelo perchè Cris ha una voce davvero molto bella, che sposa a melodie orecchiabili nel più classico stile pop. Oltre alla mia amata Vida - di cui credo di avervi già parlato - non posso non suggerirvi l'attuale singolo Sube: un omaggio della cantautrice ai fan che l'hanno sostenuta, disponibile online anche in una versione a duetto proprio con il suo "mentore" Martín.






Degna di nota anche Tatuado, la cui diffusione sul web è stata garantita grazie ad un video caricato su youtube; e, tra le meno conosciute, Salir a Ganar: perfetto mantra motivazionale per un'iniezione di coraggio ed autostima: "tornerò a ridere e ad ignorarti", recita il testo, "uscirò a cantare dappertutto, ne uscirò vincente ". 






E poi ci sono gli Estopa, che come ho più volte ricordato sono sempre stati in qualche strano modo legati alla genesi e allo sviluppo di questo blog. Dopo lunga assenza, i fratelli Muñoz sono tornati sulle scene con "Rumba A Lo Desconocido": album di inediti che comprende il classico gioco di parole nel titolo (quasi un marchio di fabbrica, per loro!), una copertina - parliamoci chiaro- veramente brutta, e qualche incursione su terreni musicali più rock. Ma sono sempre loro, e si fanno sempre amare. 



Tre, in particolare, sono i pezzi che consiglio. La malinconica Estatua de Sal, nelle più tipiche sonorità Estopa. Gafas de Rosa, scanzonata deriva ironico/satirica dei difetti della società spagnola, che invita a "rilassarsi e godersi il proprio Paese" in un'indovinata serie di amari sottintesi che spaziano senza dirlo tra corruzione politica, indifferenza e credo.

"Poi possiamo andare a festeggiare nella piazza del paese come facevamo anni fa; sappiamo tutti come organizzarci, sappiamo che ne siamo in grado. Possiamo sempre alienarci in qualche religione, con il passare degli anni, nonostante i danni, gli danno ragione. Possiamo anche affiliarci ad un partito im-popolare : ti proteggono dallo Stato, sono i migliori"






E, poi, soprattutto, Mundo Marrón, che mi sono giá spinta a definire la "Ya no me acuerdo" degli anni dieci. Trovo il testo di questa ballata romantica di una bellezza struggente. Oltretutto, la mia mente bacata vi ritrova un sorprendente agglomerato di rimandi non voluti ad immagini contenute nel titolo di alcune delle mie canzoni italiane e spagnole preferite. E' augurandovi un buon ascolto (ed invitandovi, se lo vorrete, a divertirvi a cercarli) che ve lo traduco a seguire.







Mondo marrone 

Estopa

Bruciano tutte le stelle, mi rigiro nel letto
Il fondo di una bottiglia non sa niente
di 
quello che mi succede, lo racconto al mio cuscino. 
Io seguo la tua comparsa, mangio la tua marmellata. 
Se le tue labbra sono stanche di parola, 
a forza di chiedermi se il cielo è vero, 
o è un'altra farsa... 

Sarà di cartone, sarà di ghiaccio, 
sarà il solletico quando mi sfiorano i tuoi capelli, 
Sarà di cemento, saranno i tuoi occhi neri,
Sarà il tempo passato senza infilarmi nel metro, 
Sarà che il mio cuore è un'auto senza freni, 
Sarà il mio mondo marrone
E la mia anima in bianco e nero. 

Io conosco solo il cielo della tua bocca e mi avveleno
Con i baci che ci diamo
con il desiderio che sentiamo, 
e con il poco che ci mettiamo a sentire la nostra mancanza... 

Si spengono tutti i lampioni, salgo in terrazza
la prima luce dell'aurora mi ha svegliato 
da questo dolce sogno
che anche se non ne ho il controllo 
perchè ultimamente sogno solo a colori, 
sogno solo con diversi sapori 
e dall'inferno io cerco di chiederti
di cos'è fatto il cielo dei nostri cuori 

Sarà di cartone, sarà di ghiaccio, 
sarà il solletico quando mi sfiorano i tuoi capelli, 
Sarà di cemento, saranno i tuoi occhi neri,
Sarà il tempo passato senza infilarmi nel metro, 
Sarà che il mio cuore è un'auto senza freni, 
Sarà il mio mondo marrone
E la mia anima in bianco e nero. 

Io conosco solo il cielo della tua bocca e mi avveleno
Con i baci che ci diamo
con il desiderio che sentiamo, 
e con il poco che ci mettiamo a sentire la nostra mancanza... 

e anche se cantano le sirene io resto qui al tuo fianco, 
con il cuore spettinato, 
che sogna di essere un vagabondo che vuole seguire i tuoi passi 
i tuoi passi, i tuoi passi, i tuoi passi. 










mercoledì 23 settembre 2015

New Americana (o le canzoni che scopri seguendo un'altra band)


Per quanto sembri strano, quello degli Imagine Dragons sarà per me il primo concerto davvero internazionale. Sì, insomma: la prima "data unica in Italia", il sold out con mille anni di anticipo e quelle robe lí. La cosa, suppongo, dovrebbe costituire un motivo abbastanza comprensibile con cui giustificare la mia trepidazione. Anche se di anni non ne ho più quindici, ma esattamente il doppio. Ahimè. 

Era ancora Febbraio, quando comprai i biglietti. Pochi giorni prima che fossero ospiti a Sanremo. All'epoca sapevo a malapena che faccia avessero. Erano la band che avevo scoperto sulla scia dell'entusiasmo di mio padre per It's Time, quando cercavo pezzi in inglese da ascoltare mentre lavoravo. Con quelli in spagnolo e in italiano mi distraggo a seguire il testo. A volte improvviso anche del Karaoke. Non esattamente quello che ci vuole per incrementare la produttività.

Ricordo come fosse ieri che dissi a Rebecca "però prendiamo i posti in gradinata, ok? Ché mi piacciono, ma non è che sia una fan sfegatata". Beata ingenuità. Chè Subito dopo iniziai a seguirli sui Social Network. E i Social Network, si sa, possono alimentare le passioni con la stessa rapidità con cui riescono a distruggerle. 





Morale: oggi al concerto mancano due mesi. Io seguo i quattro membri del gruppo, le mogli, il manager, la tour manager. So come si chiamano i figli. Conosco i brani degli EP editati prima del successo mondiale, le canzoni meno note, credo di aver guardato ed ascoltato almeno il 65% delle interviste presenti su youtube. Perciò non dico che baratterei il mio biglietto in gradinata con uno in parterre - mi ammalo dopo ogni viaggio, figuriamoci se ne avrei le forze!- ma di certo SONO una fan sfegatata. Una che, a forza di tweet e foto su Instagram, ha ormai quasi la sensazione di aver girato il mondo assieme a loro. A proposito: inaspettatamente carina, Taipei, dovreste farci un giro.

Qualcuno potrebbe dire che c'è un che di malato, in questa mia necessità di appassionarmi in modo viscerale a tutto ciò che mi provoca emozione. Di sicuro, però, ha anche dei lati positivi. Davvero. Almeno tre. Il primo è il (seppur lieve) miglioramento nel mio livello di inglese. Il secondo è che potrei arricchirmi scrivendo un tutorial su "come diventare fan in meno di 9 mesi" e venderlo ai reparti marketing delle case discografiche. Il terzo è che le mie playlist ne hanno guadagnato. Sì. Perchè se c'è una cosa che amo, nel seguire i musicisti sui social network, è che spesso condividono o consigliano pezzi di qualche loro collega. E, se ti piace la musica di qualcuno, è molto difficile che tu finisca col disdegnare quello che ascolta. Questione di affinità, nel più puro dei sensi. Così, grazie agli Imagine Dragons, ho scoperto in questi mesi gruppi e brani che mi hanno entusiasmata. Spesso è accaduto peraltro con largo anticipo rispetto al loro approdo sul mercato italiano, il che mi ha regalato la sempre impagabile soddisfazione di dire "lo conoscevo già" (con voce snob e aria di sufficienza) al primo avvistamento su MTV. Vi segnalo i migliori qui sotto. Ché in fondo, a pensarci bene, la musica anglofona è anche terreno neutrale e punto di contatto tra spagnoli e italiani. 

1. Walk the Moon - Shut Up And Dance

Brano del 2014, l'ho ascoltato per la prima volta come sottofondo a un video di vita famigliare condiviso da Dan Reynolds su Youtube. É una di quelle canzoni in grado di mettermi istantaneamente di buon umore. Un consiglio? Se ancora non la conoscete, ascoltatela su Spotify prima di guardare il clip: é talmente brutto che rischierebbe di rovinarvi l'impatto sonoro. 





2. Brandon Flowers - The Desired Effect 




Gli Imagine Dragons promuovevano attivamente su Twitter l'album di Brandon Flowers, forse anche per spirito campanilista: il cantante dei The Killers, infatti, é come loro di Las Vegas. Il suo "The Desired Effect" é stato per me una delle migliori scoperte dell'ultimo periodo, ed é attualmente (ironia del destino!) in loop costante mentre lavoro. Qui il video del bellissimo singolo "Can't deny my love"




3. Halsey - New Americana 






Halsey apriva il tour Nord Americano della band. Questa è, tra le sue, la mia canzone preferita.





4. X Ambassadors - Renegades 



Renegades è, secondo me, una delle migliori canzoni che passino in radio ultimamente. E, lo ammetto: non è stato proprio grazie agli Imagine Dragons che me ne sono innamorata. Il colpo di fulmine è arrivato nel più banale dei modi, al primo passaggio su RTL 102.5. Immaginate, perciò, la mia sorpresa quando, cercando il video su Youtube, mi sono ritrovata davanti ad un'intervista intitolata "gli X Ambassadors parlano della loro amicizia con gli Imagine Dragons". Me ne sono ricordata allora: un po' di tempo prima, i ragazzi avevano segnalato l'uscita dell'album su Twitter. Io ero in Spagna, o comunque fuori casa, e non avevo avuto modo di ascoltarlo. Peccato: sarebbe stata un'altra occasione per dire "li conoscevo già"! 



5. Cage The Elephant - Cigarettes Daydream 



Il cantante Dan ne parlava come una delle sue canzoni preferite in numerose interviste. Da lì, la mia curiosità. Che, ancora una volta, è sfociata in una piacevole sorpresa.





6. Sunset Sons - She Wants 





Unici non americani di questa lista, i Sunset Sons apriranno tutti i concerti degli Imagine Dragons in Europa, Italia compresa. Devo ammettere che, nel complesso, non mi entusiasmano granchè. Anzi, con tutta probabilità passerò l'intera durata della loro esibizione a sbuffare impaziente e scattare foto al pubblico, come da ingiusto clichè con le band di spalla. "She Wants", però, è carina un bel po'. 




mercoledì 8 aprile 2015

“Vestitini” Reloaded: a volte ritornano.

Passare la Pasquetta in un centro commerciale é considerato da molti un peccato mortale. Probabilmente hanno ragione. Anzi, mi prodigo in mea culpa. Se volete, valuto anche l'ipotesi della flagellazione. Però faceva freddo, accidenti. E sono sempre stata contraria all'ibernazione come forma di tortura. Per quale motivo, poi? Raggiungere il coma etilico fingendo sia una gran figata? Inzaccherarsi i jeans sulla riva dell'Isonzo per mostrare a tutti la tua completa inettitudine nelle discipline sportive? Naaa. Meglio, molto meglio, maledire H&M per le gravi minacce apportate ai tuoi risparmi dal lancio della linea Coachella (leggi OH MIO DIO. Leggi VOGLIO. Leggi AAAAAAAAAAAAAHHHHH!) . Provarsi tutte - e dico tutte!- le corone di fiori. Dedicare occhi a cuore alla bandiera spagnola affissa fuori dal negozio Desigual. Magari innamorarsi non corrisposta di un abito che costa quanto un biglietto aereo andata e ritorno per Madrid;  Chessò, completare l'outfit per uno dei prossimi concerti con l'acquisto di una canotta a righe che “fa taaaanto Pescao”. Morale: il delirio consumistico mi ha fatto tornare in mente la vecchia abitudine di creare outfit ispirati alle copertine dei dischi spagnoli e italiani. Così, giusto per restare in tema di rubriche poco apprezzate. Ecco. Io, in realtà, quegli outfit ho continuato a crearli. Certo, li ho condivisi su Pinterest e Polyvore, anziché qui. Ma, a perdite di tempo di tale livello, capirete che non potevo rinunciare. Per questo, con l'approssimarsi della bella stagione, mi è sembrato giunto il momento di ripescarne un paio. Chissà che non troviate anche voi l'ispirazione per rinnovare l'armadio. O, quantomeno, per rimpolpare le vostre playlist.

Ah: il titolo si deve ad un commento che mi era stato fatto all'epoca dinnanzi al mio entusiasmo per questa rubrica molto fescion. Del tipo: “nooo, ancora 'sti post coi vestitini!”. Quindi capirò se mi vorrete picchiare.


L'ho nominato. Potevo non cominciare dal look ispirato alla copertina del suo ultimo album solista? Direi di no. Arancione sgargiante, cuori, colori e il tocco in più: la borsa con il collage di foto, proprio come nell'artwork di Ultramar.



Music Inspired!







Cremonini, lo sapete, è una delle mie poche certezze. In attesa del nuovo, inaspettato, album in uscita a Maggio, vi ripropongo la trasposizione in indumenti del suo Logico: binomio azzurro/rosso, dettagli viola e decori rigorosamente geometrici. Da accompagnare a un bicchierino di Greygoose.






Vi sconsiglio vivamente di andare in giro con le ali. Il resto dell'outfit sulla copertina dell'ultimo ed omonimo cd di Rosario, però, può essere una proposta da non sottovalutare per l'estate. Imprescindibili stivaloni da cowboy, shorts, cintura e bracciali etnici. Quanto al dettaglio angelico, potete sempre trasferirlo sugli orecchini. O sostituirlo – se ne avete il coraggio – con questa specie di (boh?) coprispalle piumato.



Music Inspired - Rosario






Questo è l'anno della Martínez. O, almeno, lo é per me. Alcune tra le sue hit accompagnano i miei esercizi di riscaldamento alle lezioni di flamenco, guadagnandosi un posto di rilievo anche tra le mie playlist. Adiós a España, per esempio, ha il potere di inondarmi gli occhi di lacrime. L'outfit ispirato al suo ultimo lavoro conserva l'essenza flamenca nella gonna lunga, ricreando i fiori e i colori della copertina. Chi mi conosce non avrà neanche bisogno di leggerlo: è, tra tutti, il mio preferito.

Music Inspired! - India Martinez, Dual [Spain]








A voi, invece, quale piace di più?

sabato 20 settembre 2014

Tre ritorni e una scoperta: il Settembre musicale Made in Spain

Mese di uscite discografiche, Settembre. Lo compongono singoli finalmente non forzati al frivolo; new hit ovunque sintonizzi; antipasti di album da comprare a Natale. In Spagna, ad esempio, l'hanno segnato i grandi ritorni. Fito y Fitipaldis, Pablo Alborán e Melendi (più o meno in ordine di gradimento personale) erano senza dubbio tra i più attesi. 

Li ho ascoltati, i loro lavori. E devo dire che non mi hanno entusiasmata. Gradevoli, certo. Ma privi di quell'insondabile quid che trasforma il "carino" in pelle d'oca. Troppo uguali a se stessi. Troppo accomodati in formule consolidate. Ecco, questa é la mia sensazione. Persino Fito pare essersi ridotto ad una copia di tanti suoi successi, nonostante il verso "Lo contrario de vivir es no arriegarse" sia diventato in poco tempo uno tra i più citati sui social. 



Melendi, dal canto suo, sembra stia seguendo una parabola discendente per cui non intravedo possibilità di riscatto. Negli anni, il flamenquillo pop degli esordi é andato via via lasciando il posto a brani di qualità (a mio avviso) sempre meno convincente e testi sempre meno ingegnosi. Perché? Mi vien da chiedermi ogni volta. Ad ogni nuovo disco che inevitabilmente commento con un "sí, bello, ma era meglio quello prima". Sconforto.



La dice lunga il fatto che, tra i tre, quello che mi convince di più sia il nuovo singolo di Pablo Alborán. Che, insomma, gran bel figliuolo finché vuoi (nonché, in quanto malagueño, anche simpatico a prescindere), ma m'é sempre parso un po' una lagna. Comunque "Por fin" é orecchiabile e struggente al punto giusto. E infatti, non a caso, gli ha fatto superare in soli tre giorni il milione di visualizzazioni su youtube. 




Ad ogni modo, se é vero che dai Ritorni mi aspettavo di più, una scoperta interessante c'é stata. Perció, anche se non si tratta di una novità in senso stretto, mi preme condividerla con voi. A raccomandarla, tramite Twitter, proprio il solito Dani Martín. E, nonostante sia ormai un fatto noto che la mia passione musicale nei suoi confronti stia vacillando pericolosamente, i suoi consigli hanno quasi sempre incontrato il mio gusto. Questi qui, poi, mi intrigavano non poco. Voglio dire, dai: un gruppo che si chiama "La Maravillosa Orquestra del Alcohol", un po' di curiosità te la mette a prescindere. Soprattutto se vai a cercarne l'ultimo disco su Spotify e scopri che contiene tutta una serie di brani intitolati "vasos vacíos" (bicchieri vuoti), "Amoxicilina" e simili. Il mio preferito é, senza ombra di dubbio, proprio quel "Quién nos va a salvar?" che all'LP dá il titolo. Una domanda che é tutta una dichiarazione di intenti. L'unica pecca? Farsi abbreviare in M.O.D.A. L'accento, vi prego, non metteteglielo mai. 


lunedì 8 settembre 2014

In Cile Veritas.

Sensazione strana, quella della fiducia ripagata. 
Ti vien voglia di gridarla ai quattro venti. Condividerla, orgogliosa, negli "avevo ragione". 
Che poi tu mica c'entri. Non hai fatto proprio nulla, se non pagare (e dieci euro, mica un capitale!) per un pre-ordine su Amazon. No. La tua sola parte attiva nel progetto, se mai c'è stata, si è limitata all'assillo dei tuoi rassegnati amici, quelli che ancora si chiedono - poracci! - quand'è che smetterai di vivere laddove un palco muore. 
Eppure eccoti qui, esaltata come le due quindicenni che ami affermare ti compongano i trent'anni. Ridicola, probabilmente. Ma, fuori da ogni dubbio, sollevata. 




Dovevo parlarne, perciò, del nuovo album de Il Cile. Ci ho riservato un primo ascolto febbrile, costruito di attese protratte e curiosità nutrita di commenti positivi. I mezzi erano quelli che erano. Un paio di cuffie intorcigliate. Un vecchio computer ormai talmente scassato da impedirmi di fissare altro che non fosse la schermata di Spotify (alla lunga, interessante quanto la vernice che si asciuga). Si impallava, ad aprire altre finestre. Evitava, da solo, qualsivoglia distrazione. E allora ci ho chiuso gli occhi, su tutto quel nero. 37 minuti di pausa dal mondo. Un incresparsi di brividi che è iniziato ad accentuarsi già al crescendo musicale di ascoltando i tuoi passi.

Dietro a In Cile Veritas c'è, nel complesso, un cantautore più positivo e leggermente meno criptico di quello conosciuto con Siamo Morti a Vent'anni. Di quel disco però conserva e ulteriormente affina le caratteristiche essenziali, in una tensione al miglioramento che - come ho scritto più volte - è in ogni campo artistico la sola cosa in grado di garantirti un futuro. Il timbro vocale, per esempio, resta inconfondibile nel suo spezzarsi arrugginito e roco. Si fa, però, più rotondo e pieno, più sicuro di sé, capace di virtuosismi assenti nell'opera prima. I testi stessi, per quanto sembrasse difficile, eguagliano - se non addirittura superano-  in profondità quelli a cui ci aveva abituati dal 2012 di Cemento Armato. Versi da pelle d'oca sono disseminati qua e là a densità talmente elevata da rendere difficile la scelta ogni volta che vorresti citarne qualcuno. Malinconia, tenerezza ed ironia ci si alternano dentro a comporre un quadro che, come solo Il Cile riesce a fare, racconta una generazione intera semplicemente parlando di sé. Ascoltate Liberi di Vivere e capirete cosa voglio dire. 

A livello tematico, l'alcol è il filo conduttore che lega sottilmente le 10 tracce, giustificando il titolo dell'opera e la scelta (discussa e forse discutibile) del primo singolo estratto. Bicchieri consolatori di Jack Daniel's, tequila, bottiglie vuote ed anime ad alta gradazione sono, a ben vedere, il fondale di un'unica storia che si snocciola poetica e viscerale in collane di parole da perdercisi dentro.  Una volta mi ha detto, Lorenzo Cilembrini, che quando scrive abbonda in "labor limae". Beh, secondo me in questo disco si nota e gli è riuscito più che mai. 

I brani migliori? Personalmente direi "Parlano di te", il momento più alto di tutto l'album. Crepuscolare nei suoi piatti da lavare; visivo nel suo descrivere di oggetti e situazioni comuni la fine di un amore; semplicemente lirico già dalla prima strofa, che anche slegata dalla melodia è un dipinto prezioso a pennellate di parole. 

"Luglio coi suoi passi felpati sulla terra secca e l'asfalto con le rughe, mi prende ogni volta alle spalle come i brividi delle mie paure". 





Per non citare "Parlano di te queste stelle ormeggiate in un mare al contrario di una notte d'estate", una delle mie frasi preferite in assoluto assieme a "Ogni volta che ti osservo nel mio sangue si scioglie la Luna" di Vorrei Chiederti (ribadisco: sono una romantica, che ci volete fare?) 

Poi "L'Amore è un suicidio": la botta di vita del disco, la sferzata di energia rock, l'irrinunciabile parentesi ironica in cui riversare fiato e polmoni. 





Un'Altra Aurora (PS: correggete il booklet, c'è un refuso!) sorprende nel suo rivelare un Cile tutto sommato finalmente sereno. Perché la cerca così tanto che "si ammazzerebbe", sì. Raccoglie i suoi rottami, e lascia le unghie sulla parete. Ma poi ringrazia la sua vita e si perde nell'immenso di ogni suo sorriso. Orecchiabile e destinata ad incollartisi dentro, con quel suo nananananananana che ti condannerà a canticchiarla fino alla perdizione. 




E ancora "Sapevi di Me", il singolo attualmente in rotazione. Quello che mi ha sciolta, conquistata e catturata fino a diventare il mio mantra personale. Il biglietto da visita vero che apre In Cile Veritas con quella che è a conti fatti una sorta di seconda parte del brano, omonimo, che dava il via a "Siamo Morti a Vent'anni". 




A convincermi un po' meno è invece Maryjane. Leggermente modificata in alcune parti del testo rispetto alla versione che ci aveva regalato Il Cile in un video su Facebook. Carina, senza dubbio. Ma, forse anche perché priva del fascino della scoperta, di livello lievemente inferiore alle altre. 

Baron Samedi perde un po' la carica esplosiva che ha nella versione live, la dirompenza di quel video consumato di play. Ma è comunque bello avere finalmente incisa la frase in cui , sin dalla primissimo ascolto, mi sono ritrovata più che in qualunque altra. Perché anche "Il mio cervello è una centrale nucleare con le scorie da smaltire" e ogni volta che l'ascolto mi sento un po' meno sola. 





"Sole, Cuore, Alta Gradazione", infine. Quel singolo che, col senno di poi, forse non era il più adatto ad introdurre l'album. Non per il brano in sé (che a me è piaciuto subito, e continua a piacere) quanto per le reazioni avute. Chè sono stati in molti a non averlo capito. Si sono soffermati all'involucro di sonorità radiofonicamente accattivanti per non arrivare a cogliere la derisione intrinseca, parodica e satirica, del testo. Chi si aspettava il ritorno del tizio di Cemento Armato ne è rimasto a volte un po' deluso, ed è un peccato perché quel tizio, invece, ne "In Cile Veritas" c'è tutto, dal primo all'ultimo di quei trentasette minuti. Ed io, ascoltandolo, riscopro nei suoi confronti quella stessa ammirazione assoluta e  intimidita che provai quando, in auto verso Gorizia, inserii per la prima volta "Siamo Morti a Vent'anni" nello stereo. 

Chè certe parole, non si sa come, ti specchiano. Cambiano. Toccano dentro. E Il Cile, con me, è riuscito a farlo di nuovo. Ha dichiarato, a La Stampa, che scrivere  "è quello che so fare, non so fare altro". Posso solo augurargli di non smettere mai. 


martedì 6 maggio 2014

Logico.

C'è sempre una certa emozione, nell'ascoltare per la prima volta un nuovo disco di Cesare Cremonini. 



Di solito accade secondo rituali prestabiliti. Sempre gli stessi. Li riservo ai cantautori che seguo da più anni, quelli che - in un certo senso - mi sembra siano cresciuti con me
Tutto ha inizio con la copia fisica. L'involucro di plastica strappato con un misto di impazienza e gentilezza, come in un impeto di passione. C'è il primo impatto con la fisicità. L'odore di carta e inchiostro del booklet. Il lieve scricchiolio dell'apertura. 

Poi mi siedo lì, in genere sul divano del soggiorno o sul bordo del letto in camera mia. La suoneria del cellulare azzerata. Il mio mondo in pausa per mezz'ora o quarantacinque minuti, mentre qualcun altro mi descrive in note. 
Nei miei rituali, il testo di ogni brano lo seguo sul libretto, parola per parola, per concentrarmici più a fondo. Ne assaporo ogni sfumatura. Mi ci impregno. Lo vivo. Ci entro in comunione. 

Questa volta, peró, non è andata così. 
Il fatto è che, quando acquisti un album su Amazon, te ne regalano in aggiunta la versione digitale. E quella non devi stare ad aspettare che ti arrivi. Niente postino che suona alla porta, unghie smangiucchiate per la frenesia, invidia di chi sta giá dicendo la sua in rete. Ce l'hai lí, subito. A portata di orecchio, anche se non di mano. 

Quindi volevo rispettarle, le mie tradizioni. Ci tenevo sul serio. 
Ché in fondo Cesare più di chiunque, per ragioni cronologiche, è in quello strano senso cresciuto con me. 
É stato l'entusiasmo altrui a fregarmi. Tutto quello sproloquio di aggettivi qualificativi sui social. E giú retweet. Punti esclamativi. Applausi (neanche tanto) virtuali. 

Insomma, al diavolo! Non ce l'ho fatta più. Anche perchè - mi sono detta - non fa tanto blogger seria e figa recensire un disco il giorno stesso dell'uscita? Ecco, forse é stato proprio questo a darmi il colpo di grazia. Che ci volete fare? Sono una povera succube degli status symbol. Degli stereotipi. Della facoltà di giornalismo. Dei film. De...

Vabbè, vengo al punto. 

Il punto è che Cremonini non delude. Certo, non bisogna fare l'errore di prendere troppo alla lettera i commenti della stampa. Perchè sì, "c'è stata una svolta", una "maggior sperimentazione". Ma, fondamentalmente lo stile resta il suo. Come dev'essere, del resto. Non é che si sia messo di colpo a fare tecno o heavy metal, per capirsi. Cosa che, in qualche strana parte del mio subconscio influenzabile, un po' temevo pure. 

Invece, in Logico, ci ritrovi Il Pagliaccio; L'"astronave" delle sei e ventisei; La strumentale "Cercando Camilla" (e ricordi i concerti, cosí, di botto, come una sorta di reazione pavloviana). Ci ritrovi Maggese, e forse un po' anche Jalousie. Le atmosfere di Amor Mio. Gli amori perduti di I Love You.  Ma tutto questo é ben presente senza ricadere nella copia. C'è in quanto cifra. In quanto immaginario. In quanto identità. 

In quanto Cesare, insomma. Cesare e basta. Cesare che però fa - e probabilmente è questo che intendeva la stampa, col senno di poi - un passo avanti, anche bello grande, per quanto riguarda arrangiamenti e suono. Non ho studiato musica, non posso parlarvi in chiave tecnica. Però si percepisce, eccome, anche dal punto di vista di un'ascoltatrice comune. 

Soprattutto, a parte un paio di brani lenti (che poi sono anche quelli che a me convincono meno) l'album ha un ritmo complessivamente sostenuto. Del tipo che non riesci a star ferma sulla sedia, e non vedi l'ora di goderti nella trasposizione live. GreyGoose e Vent'anni per sempre mi esaltano in modo preoccupante, tanto per dirne una.




E nel "mi esaltano" è chiaramente compreso il repertorio coreografico da pazza tarantolata in cui inevitabilmente mi cimenteró ai concerti. Sappiatelo sin da ora. Tra parentesi, ci sarebbe da capire perchè le canzoni che includono "vent'anni" nel titolo esercitino su di me una simile attrazione. Dev'essere una faccenda simile a quella del uo-oooh, vai a sapere.





Comunque: il miglior testo, al primo ascolto (che, emozione a parte, non è mai quello più fedele) ce l'ha Cos'hai nella testa. Sua la frase responsabile del colpo di fulmine lessicale del giorno, causato dalla frase: "Facciamola assieme la strada che resta, magari ci porta alle Hawaii". 




La miglior descrizione inconsapevole di me é invece tutta a cura di "Fare e Disfare".
Perchè anche questo è un rituale, d'altro canto: in ogni disco di Cremonini, ci dev'essere una canzone che più delle altre parla di me. Ecco: lei è quella canzone. Non essenzialmente la più bella. Magari neanche quella più poetica. Ma indiscutibilmente e visceralmente mia.



Buon ascolto (come avrete capito, il disco intero é giá su Spotify, quindi non avete scuse!)