sabato 13 luglio 2019

Fuori Málaga: (E) Álora



Vivo più veloce di quanto riesca a scrivere. É un dato di fatto a cui suppongo di dovermi rassegnare.


Quest'anno mi sono dedicata con metodica attenzione all'esplorazione dei dintorni di Málaga, ma ho fallito miseramente nell'intento di raccontarvelo in tempo reale. Forse, però, è meglio farlo tardi che lasciare un proposito in sospeso. 

Per questo ho pensato che potesse essere una bella idea raccogliere gli appunti delle mie escursioni in una sorta di rubrica con pubblicazioni a cadenza regolare. 




Da oggi in poi, in ognuno dei post che la compongono, condividerò consigli, esperienze ed impressioni su di un destinazione concreta, sperando possano tornare utili a chi sta progettando una gita fuori porta mentre si trova di stanza nel capoluogo della Costa del Sol. 

E siccome mi piace stupirvi, comincerò proprio da quella che la maggior parte di voi non ha probabilmente mai sentito nominare. 

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Álora: Località andalusa in cui Mara Maionchi dovrebbe richiedere la cittadinanza onoraria.



Perchè in effetti ti viene da dirlo, "E alooooooraaaa?", quando tre ore ore dopo essere uscita di casa sei ancora bloccata su di un bus fermo in mezzo al nulla. 

"Mi scusi, si può sapere cosa stiamo aspettando?" chiede un signore comprensibilmente esasperato all'autista grassoccio. 

"Ah, guardi, non lo chieda a me" sbuffa lui, asciugandosi il sudore con il dorso della mano. Gli occhi gli sfuggono, quasi senza volerlo, in direzione della donna indaffarata che attende sulla porta del veicolo. 

Per l'ennesima volta, lei borbotta qualcosa d'incomprensibile sui permessi che devono dare da Siviglia. Sul numero dei passeggeri. Su un treno in arrivo da chissà dove. L'autista sbuffa. Scuote la testa. 

"Le comiche, no vea".
"Ohh, noi abbiamo dei parenti che ci aspettano!", urla qualcuno dai posti in fondo. 

Un serpeggiare di variazioni sul tema del "qué verguenza" mi arriva alle orecchie sotto forma di brusio. Un numerino su Whatsapp mi notifica un breve vocale di Aleja. Intanto, oltre gli aloni dipinti dal sole sul finestrino, la coda di un pony ondeggia incurante da un recinto privato. 

In realtà, arrivare ad Álora sarebbe facilissimo.

L'ho scelta per quello: perché la raggiungi col cercanías in una quarantina di minuti dal centro di Málaga. Tre euro scarsi a viaggio, e passa la paura. 

Tutto questo sempre che tu non sbagli a guardare gli orari e ti tocchi passare un'ora in prossimità della stazione. Sempre che poi non scoppi un incendio sui binari. Sempre che - mannaggialamiseria- non ti facciano scendere dal tuo comodissimo vagone con l'aria condizionata per continuare su di un torrido bus. 

Un bus che, manco a dirlo, fa tutte le fermate mettendoci il triplo. É lo stesso per i passeggeri di almeno due treni diversi; e i suoi spostamenti - per qualche motivo - rispondono alle misteriose direttive di una sottospecie di centro nevralgico a Siviglia che dà indicazioni con il contagocce. 

Tranquilli però, perchè queste cose, in genere, capitano solo a me. 

Poi avranno pure influito la voglia di arrivare, le scarse aspettative, o magari i neuroni annebbiati dalla salita per raggiungere il centro storico (il bus urbano c'è solo in mezzo alla settimana) ma la visita, alla fine, é valsa la pena. 


Álora, in Andalusia, la si conosce per due cose. 


1: É patria delle aceitunas aloreñas, unica varietà d'olive con denominazione d'origine in Spagna. 



Le riconosci per il gusto amarognolo, dovuto al fatto che sono trattate esclusivamente con ingredienti naturali e conservate usando solo acqua e sale. Ma anche - e soprattutto - per l'inconfondibile "spaccatura" centrale, che rende il nocciolo facilissimo da estrarre. Ecco perchè sono la scelta preferita dei baristi locali. 


2: Lì è nato el cante per malagueñas, un palo o stile del flamenco. 

A quest'ultimo è stato dedicato un monumento, la cui particolarità sta non tanto nella scultura raffigurante una chitarra, ma nelle ringhiere che la circondano. Su di esse sono riportate, al contrario, le note di una melodia, di modo che quando il sole ne disegna l'ombra sul suolo potete leggerle come su uno spartito. 


Álora - monumento al cante por malagueña 





Álora - monumento al cante por malagueña
Le olive, invece, le intuisci in divenire nelle distese verdi che ti si stendono ai piedi mentre percorri la strada per il castello arabo. 


Ecco, quello non potete perdervelo. É l'attrazione principale del luogo, e la visita è pressochè obbligata. 


Nei fine settimana lo troverete chiuso (sigh), ma varrà comunque la pena lasciarsi mozzare il fiato dal panorama: su tre lati, i vostri occhi potranno sorvolare la vegetazione incontaminata che circonda il famosissimo Caminito del Rey; nel quarto, il mucchietto di case bianche accatastate sulla collina vi ricorderà che siete in Andalusia.



Álora- strada per il castello 

Álora - vista dal castello 



Se avrete fortuna, mentre vi scattate foto pro-Instagram con il castello di fondo, potreste anche avere qualche incontro ravvicinato con dei cavalli allo stato brado. 


Che poi non so se possa proprio definirsi fortuna. Voglio dire: nelle mie fisime di ragazza di città, essere guardata negli occhi da un animale di una certa stazza a due passi dal dirupo, un po' di strizza  me la mette. Bello lui, eh? Per carità. Criniera bianca e tutti i crismi. Però, chessò, metti che imbizzarrisce? Che c'ha le palle girate? Che odia le turiste troppo poco abbronzate e si lancia in una corsa a perdifiato pur di scaraventarle nel vuoto?

Io non lo so, se esistano o meno i cavalli assassini. 


L'imprevedibilità di un destriero, comunque, non è motivo sufficiente per desistere dall'escursione. Fatelo invece - e solo in quel caso - se soffrite molto di vertigini: non ci sono parapetti, lungo la strada che dovrete percorrere per raggiungere la fortezza: il che, animali o meno, potrebbe darvi una certa sensazione di instabilità. 

Ma ad Álora ci sono anche altri punti di interesse.

Uno di essi è il Mirador di Cervantes, una specie di romantico balcone con vista al paesaggio circostante che prende il suo nome dal pannello di ceramica su cui sono raffigurate le celeberrime figure di Don Chisciotte e Sancho Panza. Nella stessa piazzetta troverete anche la chiesa di Nuestra Señora de la Encarnación, una delle più grandi della provincia di Málaga, costruita tra il 1600 e il 1699. Se volete saperne di più sul patrimonio storico e artistico della località, vi basterà fare pochi metri per soddisfare la vostra curiosità al Museo Municipale Rafael Leria.

Un altro monumento da segnalare è quello alla Faenera de Álora, situato all'incrocio di calle Carmona  Calle Cantarranas: opera dell'artista Marino Amaya, rivendica il sacrificio e gli sforzi delle donne che lavorano nei campi.

Soprattutto, però, ad Álora vale la pena passeggiare senza meta per le stradine bianche, lasciandosi sorprendere dai vicoli bianchissimi e dai balconi curati, tutti rigorosamente abbelliti da quantità sovraumane di fiori.

Álora - passeggiando per il paese

Álora - passeggiando per il paese



Andateci se cercate un'escursione da fare nell'arco di un pomeriggio e volete godervi scorci di un'Andalusia autentica, da cartolina eppure lontana dalle rotte battute dal turismo di massa. Tenete presente che non è un posto pensato per va in vacanza: lì ci vive la gente del luogo, e al massimo qualche inglese in pensione. A me è piaciuta proprio per questo, ma sono consapevole che non per tutti possa essere così. Come sempre, l'opinione finale  su un luogo dipende da quello che cercate in esso.

Álora - passeggiando per il paese


Andate ad Álora se siete già stati nei pueblos blancos più conosciuti come Frigiliana o Mijas. Andateci per rilassarvi. Per passeggiare. Per ricaricarvi di energie. Non aspettatevi però negozi di souvenir, escursioni organizzate o servizi che vi semplifichino in qualche modo la vita.

mercoledì 26 giugno 2019

San Juan, the malagueños way.

Niente da fare. Neppure riordinare l'armadio aiuta a riprendermi da San Juan. 

Cioè: a dirla tutta riordinare l'armadio non aiuta a fare proprio un bel niente, specie se è incasinato come il mio. Send divisori per cassetti. Send scarpiera. Send UNA BADANTE, PER DIO. 

In ogni caso è un dato di fatto che le resacas migliori sono quelle per eccesso di felicità. 

Ci pensavo prima, tra un calzino arrotolato ed uno da buttare via. 

Dacchè bazzico la Spagna, la notte di San Juan è sempre stata per me un momento speciale. Sarà tutto quel fuoco, che ne so, saranno i desideri. 

L'altr'anno - in preda ad una sindrome da indagine sociologica - avevo persino fatto un sondaggio su Twitter. Meglio trascorrerla alla Malagueta o alla Misericordia?, chiedevo ai miei follower di Málaga. 

Il verdetto era stato abbastanza deciso: Malagueta, senza dubbio. Ed io (che per la verità nemmeno allora ci credevo molto) volgevo di nuovo i tacchi in direzione di una spiaggia che non è mai stata "mia". 

Oggi posso dirlo, che chi rispose a quel sondaggio si sbagliava.

O forse, più semplicemente, cercava qualcosa di diverso da me. 

La realtà è che tutto dipende da come lo vuoi vivere, San Juan. Se vuoi fare botellón, conoscere gente, ballare fino a mattina sulle note del tormentone pop-dance del momento...in quel caso, certo, scegli la spiaggia del centro senza neppure esitare. 

Ma se il tuo obiettivo è goderti il lato più autentico delle tradizioni del solstizio senza allontanarti dalla città, allora è alla Misericordia che devi andare. 

Io la raggiungo in auto. Lato passeggero. Dalle casse riecheggiano le note di un brano flamenco trasmesso da Chanquete FM. "La radio más perita", dice lo slogan. Dove perita, per i non autoctoni, è un termine malagueño per intendere grossomodo una figata. Se dovete scriverlo su Whatsapp, con l'emoji della pera vi capiscono. Ho provato personalmente: funziona.

Ad ogni modo, è abbastanza innegabile che una stazione più locale di Chanquete sia difficile trovarla. Persino gli spot sono recitati con la parlata del posto. E, se non fosse abbastanza, a cadenza regolare trasmettono un brano di un artista di qui. Li riconosco quasi tutti prima di Shazam, quindi immagino sia superfluo specificarvi che sono già una fan.

Forse per adeguarsi all'atmosfera generale, A. spara un "harfavó" che mi fa sorridere. Harfavó, haz el favor. L'economia linguistica andalusa ai suoi massimi termini. Roba che di meglio c'é soltanto "Capasao?" (Qué ha pasado?). Nel frattempo, l'inconfondibile scritta con il papagallino rosso sulla i compare all'orizzonte. E penso che la vita sia bellissima, da qui. 

Alla Misericordia, poi, ci sono legata in modo particolare. É il luogo in cui andavo a raccogliere conchiglie per decorare la vecchia casa di Huelin. Quello in cui parlavo con i pescatori. Quello dove mi ha adottata un gatto. Lí mi sono beccata l'influenza per aver sottovalutato la brezza fresca del tramonto. Ho mangiato migliaia di conchas finas al pil pil da Casa Jose. Sempre lì sono andata quando le cose non andavano bene e avevo bisogno di respirare un po'. Ci ho concluso riunioni di lavoro. Ci ho portato amici e famiglia. E quanti kilometri ho macinato sul paseo marítimo Antonio Banderas, trascinata dal ritmo dei miei stessi pensieri!

Oggi, che è San Juan, alla Misericordia hanno montato una specie di statua colorata. Dei teschi. Un barcone. Una scritta. Lo chiamano Júa, ed é una delle usanze più tipiche di qui. 



Ogni anno, il Júa rappresenta una problematica della società attuale. A mezzanotte lo si brucia come modo per auspicarne la fine.

Stavolta è toccato alla fame che uccide migliaia di bimbi nel mondo. E, sì, magari è un po' generico, ma di sicuro è qualcosa a cui daresti fuoco volentieri.  

Mi ci piazzo di fianco con un campero in mano (il tipico panino scaldato alla piastra, popolarissimo dagli anni '80 in poi) - che se si vuole viverla alla malagueña, tanto vale farlo fino alla fine. Sullo sfondo, un'orchestrina di quartiere alterna un paso doble alla cover di Ricky Martin, facendo le delizie di signore cotonate e ragazzine in short. 

Attorno a me ci sono famiglie, coppiette, comitive stipate sotto ai consueti gazebo verdi di cui hanno fatto un simulacro di casa. I fornellini sono accesi per il barbecue. Dai frigoriferi da asporto escono tupperware a non finire, come in un tacito omaggio al famoso monologo di Dani Rovira. Una coppia di anziani sta seduta composta attorno a un tavolino quadrato su cui ha disposto una tovaglia a scacchi e una bottiglia di vino. 

Le stelle cadono, pare. Ma sempre e solo quando io non guardo in sù. 

Ed è lì, distesa sulla sabbia, che inizio il countdown. Avvolta da uno scialle di Desigual scrivo i miei tre desideri su di un foglietto di carta. 

Tradizione vuole che, passata la mezzanotte, si gettino in un falò per farli avverare. 



Solo che i falò li hanno proibiti, mannaggia a loro. Forse qualcuno s'era scottato i piedi a furia di saltarli (un altro rituale benaugurante della nottata), o forse non c'erano forze dell'ordine sufficienti a garantire la sicurezza richiesta da un'affluenza simile. Vai a sapere. 

Per fortuna c'è sempre qualche anima pia che accende un paio di candele. Le profuma di rosmarino o le dispone a formare un cuore. Basta chiederglielo, e il foglietto te lo fanno bruciare. Un malagueño non si tira indietro, quando gli chiedi un favore. 

Del resto la signora bionda che mi risponde "clarooo" lo sa bene, che il fuoco non può mancare a San Juan. E non parlo soltanto del Júa, o dei 12 minuti di spettacolo pirotecnico che mi fanno urlare "Buona estateeeee" con lo stesso pathos con cui auguro buon anno ogni 31 Dicembre. 



No. I falò, nella notte tra il 23 e il 24 di Giugno, hanno una precisa ragion d'essere. La festività ha infatti origine pagana, e rimanda ad un antico culto del Sole. Il 21 del mese, per celebrare il solstizio estivo e la notte più lunga dell'anno, i nostri antenati accendevano dei fuochi come modo per inviare forza al sole e assicurarsi che li illuminasse durante tutto l'anno a venire. Il Cristianesimo ha poi ripreso la tradizione adattandola alla nascita di San Giovanni Battista, il 24 Giugno (6 mesi quasi esatti prima della nascita di Cristo). 

Ma si vocifera di altre due possibili origini. La prima avrebbe a che fare con le ossa di animali che venivano bruciate anticamente per spaventare dei fantomatici draghi. Questi simpatici esserini, gettando il loro sperma nel mare, portavano un anno di mortalità. Per evitare che questo accadesse, le persone pensavano bene di spaventarli facendogli arrivare alle narici l'odore prodotto dai falò.

La seconda possibile origine è più strettamente legata a San Giovanni e rievocherebbe il rogo delle sue ossa compiuto ad opera degli infedeli nella città di Sebaste. 

Insomma: in ogni caso, il leitmotiv sono le fiamme. Tante. Come quelle che mi scaldano la faccia mentre della fame dei bimbi non resta che l'ossatura. E poi nemmeno quella, divorata alla velocità della luce mentre gli obiettivi degli smartphone non sanno più da che parte girare. 



Di colpo corrono in acqua, tutti. 

Perchè, assieme al fuoco, l'acqua è l'altro elemento imprescindibile di San Juan. In questa notte magica, si dice che immergerci i piedi ti aiuti a lavare via il passato e prepararti a un nuovo inizio. Che saltare 9 onde all'indietro dia fertilità. Che lavarsi la faccia regali bellezza.

Io mi limito al primo punto, perchè il Mediterraneo, di sera, da queste parti ha la temperatura di un lago norvegese. E mentre saltello per salvare i miei piedi dall'ipotermia penso che tanto ormai, per la bellezza, manco San Giovanni può fare granchè. 

L'orchestrina ora canta Camilo Sesto. Ed io con lei, stonando ai massimi termini.

"Questa notte mi fa emozionare ogni volta come una bambina. Lo vedi? Non mi serve poi molto per essere felice."

"No, certo. Ti servono solo i fuochi artificiali, una figura che brucia sulla sabbia, i falò coi desideri, le stelle cadenti e una band che suona classici spagnoli. Casi ná".




Sono due anni di fila che San Juan mi realizza due desideri su tre. Ma ero sempre nella spiaggia sbagliata.

Quest'anno, dalla mia "West Coast", ho deciso di puntare all'en plein. 

giovedì 13 giugno 2019

Torna IT/ES Interchange, lo scambio artistico tra Málaga e il Nord-Est italiano


Ricordate IT/ES Interchange, l'evento italo-spagnolo del 2018

Ebbene, é giunto il momento del bis. 






La Galleria La Fortezza di Gradisca d'Isonzo (Gorizia, Italia) e La Casa Amarilla di Málaga (Spagna) tornano ad unire le forze nella seconda edizione di una mostra che abbatte a colpi di pennello ogni limite di lingua e di costume. 



Concepita come un vero e proprio scambio culturale, la collettiva porta le opere di 5 artisti italiani in Andalusia e i lavori di altrettanti artisti spagnoli nel nord-est italico.  


Il processo di selezione è tanto semplice quanto democratico: ciascuna delle due gallerie propone all'altra una selezione di 10 talenti locali, senza riferirne nome e curriculum. 

Profili affermati e giovani emergenti finiscono così nello stesso calderone, di modo che nessun pregiudizio o obbligo inconscio influisca sul giudizio finale. 

Tra i 10 lavori che le vengono sottoposti, la sala destinataria sceglie liberamente i 5 che esporrà nella sua sede. Una volta fatto - e non un minuto prima - le vengono rivelati i nomi dei prescelti, a cui si rivolge un'unica richiesta: realizzare opere rigorosamente su carta e in un trasportabilissimo formato A3.

Perchè se è vero che un segno sopra un foglio può bastare ad abbattere i confini, le tariffe dei corrieri tendono ancora a non pensarla uguale. 


La seconda edizione di IT/ES Interchange parte questa sera stessa, con l'inaugurazione - a partire dalle 20.30 - della prima esposizione a La Casa Amarilla (Calle Santos 7). 



Gli artisti italiani che esporranno quest'anno sono Fabio Babich, Fulvio Dot, Carin Marzaro, Delphi Morpurgo e Marta Zanello.


I 5 artisti italiani che esporranno a La Casa Amarilla di Málaga dal 13 al 30 Giugno 2019



Nelle loro opere acrilici, acquarelli, stampe digitali e cartoni da imballo danno vita ai soggetti più diversi, condensando in una versione "spogliata" e piacevolmente insolita le caratteristiche essenziali delle rispettive ricerche artistiche. 

La parte malagueña dell'esposizione rimarrà aperta al pubblico fino al prossimo 30 Giugno. Dopo di che, il testimone passerà a Gradisca, dove IT/ES Interchange atterrerà nei prossimi mesi. 

Se siete a Málaga e vi va di passare stasera al vernissage, aggiungo solo che l'evento è sponsorizzato dalla cerveza Victoria. Il che (lo ammetterete) è già di per sé una garanzia. 

mercoledì 15 maggio 2019

Influencer coi volant: look e tendenze dalla Feria di Siviglia

A Siviglia si è appena conclusa la Feria de Abril e, per chi ama la moda flamenca, questo non può che voler dire una cosa: ladies and gents, il tempo dei bilanci è arrivato.  

Dopo la stagione delle sfilate, che ha i suoi appuntamenti più importanti in We Love Flamenco e SIMOF, è il momento di andare a vedere quali delle tendenze viste in passerella hanno passato la prova del gusto comune.

Sulla sabbia gialla del Real, influencer, vip e semplici innamorate dei volant hanno, ancora una volta, avuto il più o meno consapevole compito di realizzare o infrangere i sogni dei designer più azzardati di settore.

Tra scatti su Instagram e fotogallery sui media, ad emergere come indiscusse conferme sono il trionfo assoluto dei pois e le scelte cromatiche giocate sui toni del bianco e del nero (che tuttavia si abbiano, più che lasciare spazio al monocromo proposto alle sfilate).

La praticità dello spacco sul vestito continua ad affascinare qualche instagrammer, mentre i fiocchi, proposti al SIMOF come “plus” romantico tra i capelli e sui vestiti, non sembrano ancora aver convinto le ragazze che in questi giorni si sono aggirate tra le casetas sivigliane.

Ma ecco, in dettaglio, quali sono state le principali tendenze viste tra un rebujito e l’altro alla Feria de Abril 2019:


1. BLACK AND WHITE



Il contrasto cromatico per eccellenza conquista le flamenche più raffinate, che abbinano le tonalità del bianco e del nero tramite indovinati stacchi geometrici, asimmetrie, e accostamenti di righe e pois.

Tra le influencer ha valorizzato Virgina Troconis e Claudia A. del blog Entre Cirios Y Volantes, entrambe splendide in abiti di José Hidalgo. Sibi Montes ci ha abbinato un fiore viola a contrasto, mente Maria Turiel ha optato per un abito di Rosa Pedroche in cui i maxi-pois neri su bianco appaiono arricchiti dai volant bordeaux. Pois neri su bianco anche per AlbitaVita, che li ha sfoggiati su una gonna ampia.


2. POIS OVUNQUE, POIS COMUNQUE



Certe fantasie sono, più che altro, marchi di identità. Immuni al passare del tempo, i pois si confermano il Grande Classico della Feria. Come preannunciato alle sfilate di settore, quest’anno al Real sono stati più presenti che mai, declinati in ogni colore e dimensione possibile.

Raquel Bollo, Lourdes Montes, Nuria del blog “El Diario de Nuny” (in un modello di Mónica Méndez) , o la “Invitada Ideal” Margarita de Guzmán (che ha vestito José Galvañ) sono  tra le vip che hanno abbracciato lo stile.

3. VITA ALTA


Dopo anni di timidi approcci e tentativi non sempre riusciti di portarla fuori dalla passerella, finalmente la vita alta sembra essere calata a pieno titolo nel micromondo della moda flamenca. Quest’anno sono state davvero in tante a sceglierla, spesso in abbinamento a gonne ampie che coprono i difetti concedendo maggior libertà di movimento mentre valorizzano anche le silhouette meno perfette.

L’abbiamo vista, tra le altre, in Carmen de la Cruz (Bridalada), che ha indossato un modello di Johanna de La Cruz, in Raquel Revuelta (in un abito di Pilar Vera) e nell’instagrammer Paula Rasero.


4. ROSSO E MALVA



Se il bianco e nero formano una coppia consolidata e sempre attuale, l’altro abbinamento cromatico più popolare alla Feria de Abril si presentava ben più azzardato. Sia le influencer che le “comuni mortali” sono riuscite, tuttavia, alla perfezione nel difficile intento di sposare, dosandole sapientemente, due tonalità difficili come il rosso e il malva.


Tra i migliori esempi, gli outfit di María Pombo, Rocío Crusset, Agatha Ruiz de La Prada e
Raquel Revuelta (che mischia fiori e pois in un abito di Pilar Vera).  

5. VOLANT DEGRADÉ



Visto a We Love Flamenco (e meno presente al SIMOF) l’effetto cromatico “degradé” creato con l’accostamento cromatico dei volant si è fatto notare anche al Real, ma sembra essere piaciuto più alle influencer che alle semplici visitanti.

L’ho apprezzato soprattutto nei look di Eugenia Martínez de Irujo (con un modello di Rocío Peralta) e di Laura Sánchez, che ha scelto un disegno di Ventura.



6. MANTONCILLO



Il mantoncillo, coloratissimo e rigorosamente ricamato con motivi floreali, si conferma una volta in più il complemento must per gli outfit da flamenca. Del resto, quest’anno l’ha indossato persino la Regina d’Olanda!

Tra le altre influencer che l’hanno portato con stile e personalità vanno citate Teresa Baca, Eugenia Osborne o Marta Carriedo.



Cominciate a pensare a cosa indossare a Málaga ;)

venerdì 10 maggio 2019

Ricordi di Madrid

Madrid è una collezione di deja vù.

Di volti che si sormontano.  Di frasi rimaste impigliate negli angoli addolciti delle sue strade.
C’è la Latina, che ha la voce di Leiva e un po’ anche quella di mia madre.

E Huertas, con Laura che guarda fuori dalla finestra di quel Primo Ostello da cui intrapresi un viaggio di ritorni regolari. Il Jazz di Casa Alberto. Le americane inacidite dal Jet Lag.

C’è il Palacio Real, con Michela che canta i Negrita in una versione tutta sua. E l’incrocio in cui ho conosciuto Céline a due passi dalla Gran Via.

C’è la Glorieta de Bilbao dove mi sono persa. L’hotel pagato dall’azienda la prima volta che ho visto l’Ambasciata. Il furgoncino coi vetri oscurati che mi guidava ad un concerto privato. E Gli showcase alla fnac. E i mercatini d’inverno. E quel locale trendy in cui m’aveva portata Carolina.

É incredibile pensare a quanti ricordi io abbia affidato negli anni alla Capital.

Non l’ho mai vista come una casa, perchè in una casa non ci ridi soltanto.

Lo so bene, oggi che ho rinnovato per un altr’anno il contratto del mio appartamento a Málaga. In una casa assapori lacrime orizzontali stesa a letto dopo aver ricevuto un rifiuto. In una casa organizzi le cene, prendi un té con un’amica, canti facendo le pulizie. Ma ricevi anche brutte notizie al telefono, spegni la sveglia di malumore, ti angosci sui siti per cercare lavoro. In una casa ti svegli col mal di testa dopo una serata in cui hai esagerato un po’.

Madrid non è questo. Madrid, per me, è sempre stato un punto di incontro tra persone in transito. La promessa di non essere mai sola quando, per caso, sei di passaggio lì.

É un luogo in cui ritrovi. In cui conosci. In cui abbracci. É il posto in cui andare a resettarti la vita. E in quei casi la città si lascia sfogliare come un libro, tra versi scritti sulle strisce pedonali, murales e cartelloni pubblicitari che sembrano messi lì apposta per aiutarti a capire chi sei.



Per questo è bello, condividere Madrid con le persone a cui vuoi bene. Perché lì, donde se cruzan los caminos, Madrid è un’oasi di felicitá.

Mi sembra ieri che l’ho vista di nuovo fare capolino dalla finestra di un aereo in ritardo. Era una notte stellata al contrario, coi Vetusta Morla a rivendicare la cittadinanza nelle scelte opportune del mio iPod.

E, come quasi sempre, ho avuto un brivido.

Tornare dalle ferie in Italia è un po’ tuffarsi a testa dentro un’altra vita.

E chissà se un giorno saprò mai spiegarlo davvero. Chissà se riuscirò a farvi capire come ci si sente ad addormentarsi nel letto della casa in cui sei sei cresciuta. A risvegliarsi nei ritmi e negli odori di sempre. E cercare sullo schermo di un cellulare un qualche tipo di prova tangibile che ti confermi che gli ultimi due anni siano davvero esistiti.

Perchè potrebbe essere stato tutto un sogno, a conti fatti. Che ne sai. In fondo, delle persone che vedi ogni giorno, qui non ce n’è neanche una. E qualcuno, sui sedili di un’auto, ti ha detto senza saperlo le stesse parole della canzone ascoltata la sera prima. In fondo tutto quello che avevi chiesto - tutto, fin nei minimi dettagli - si è materializzato in modo troppo perfetto per non essere frutto della tua immaginazione.

E in quella che era la tua casa - e che ora è la casa dei tuoi -  tutto è, invece, rimasto uguale.

Poi in genere l’aereo atterra, l’umidità di Málaga si insinua tra la pelle, e il sogno ricomincia da dove s’era fermato. Nel momento del rullaggio i ritmi lenti del nord-est si cancellano, come se l’ultima volta in cui ti sei stesa su quel letto non fosse stata ieri, ma due millenni fa.

Tornare è un atto brusco, sempre, in tutte le direzioni. Tornare mi sconquassa, mi confonde, mi stordisce.

Ma almeno questa volta, in mezzo, c’è stata Madrid. Ci sono stati gli amici che mi hanno accolta fuori dal Terminal 1 di Barajas e una città che mi si è srotolata attorno mentre Ángel la presentava a chi non c’era mai stato.

Madrid, nel weekend delle elezioni, mi ha fatto da cuscinetto per rendere l’impatto un po’ meno brutale.
Così in quest’altra vita, anzichè tuffarmi a testa, mi ci sono stavolta immersa in modo graduale. Macinando chilometri. Bagnandomi le labbra di Vermut. Aggiungendo volti ai ricordi, frasi alle strade.

Ho mangiato per la prima volta al Mercado de San Fernando, dove vendono libri al chilo e ti fanno i mondaditos de lomo a 4 euro con la birra inclusa.



Mi sono lasciata sedurre di ansia dall’arte claustrofobica di Tetsuya Ishida al Parque Del Retiro.

Ho abbracciato Nancy mentre cantavamo Hemos Ganado Tiempo al concerto dei Viva Suecia pensando che di tempo, sì, ne abbiamo guadagnato un bel po’.



E poi ho aperto gli occhi, a un certo punto, sull’autobus che ci riportava in Andalucía. Ho osservato i miei amici. Una guardava fuori dal finestrino con le cuffie alle orecchie e l’aria malinconica riflessa sul vetro. Un altro controllava i risultati della formula uno sul cellulare. Il terzo leggeva un libro. In quel momento erano talmente loro che mi è venuto da ridere.



Ho richiuso gli occhi, e ho pensato che ho avuto fortuna.