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martedì 8 agosto 2017

Feria is coming: breve storia della moda flamenca

Se la guardi da Plaza de la Constitución, la porta rossa all'ingresso di calle Larios incornicia perfettamente il monumento al Marchese. É lì ormai già da qualche giorno, ornata di biznagas giganti, a far da sfondo ai selfie dei turisti e dei locali. Lì accanto, a meno di cinque metri, la tradizionale piramide di barili fucsia già inneggia alla perdizione del Cartojal.



Sì, perchè ormai ci siamo. Lo dicono i negozi di moda flamenca presi d'assalto da moltitudini infervorate. Le stoffe a pois. Le offerte irresistibili. Lo dicono le ragazze che promuovono i saldi con le minigonne di volant. Lo dice il tipo che, sbuffando per il caldo, si arrampica sulla scala a pioli per dare gli ultimi ritocchi ad un gazebo. E le scritte al neon coi servizi straordinari sugli autobus. Le pubblicità a tema. La monotonia delle mie ricerche su Google, coordinate all'argomento unico - ed ubiquo- di conversazione. 

Ci siamo, sì. Siamo entrati ufficialmente nella settimana della feria, e io sono emozionata come una bambina. 

In questi ultimi giorni ho rastrellato mercatini. Dilapidato i risparmi in accessori. Sono passata dalla sarta a farmi ritoccare un abito. Ho studiato davanti allo specchio - nella penombra anti-intrusi di camera mia - ogni possibile combinazione cromatica di fiori e mantones. E adesso, quando tutto sembra finalmente a posto, sento l'obbligo morale di iniziare il countdown. 

Lo faccio con un post informativo (ché ormai c'ho preso gusto), riassumendovi la storia degli abiti che in questo periodo dell'anno, a Málaga, tutte noi cerchiamo e sogniamo. Abiti che non sono pura estetica ma tradizione e cultura. La storia di un popolo formato balze, in una perenne e affascinante evoluzione. 

Spero possa aiutarvi ad entrare in atmosfera. 

BREVE STORIA DELLA MODA FLAMENCA*

C'erano una volta i gitani

Le origini dei vestiti flamenchi per come oggi li conosciamo risalgono al XIX secolo. In quell'epoca, infatti, le donne di campagna, per lo più di etnia gitana, erano solite accompagnare i mariti alle fiere di bestiame indossando un camice di cotone molto umile, ornato da una serie di volant. 

In seguito, le donne spagnole più benestanti copiarono il loro stile impreziosendolo con pizzi, passanastri, maniche ornate e molto altro ancora. 



Foto: porsolea.com


L'esposizione del '29

Il 1929 segnò il punto di svolta della moda flamenca. Fu all'esposizione ispano-americana di Siviglia di quell'anno, infatti, che l'abito flamenco si vide consacrato come indumento ufficiale per chiunque volesse assistere alla feria della città, dando inizio alla tradizione che ancora oggi perdura. 


1929. Foto: Pinterest


Gli anni '50: Non solo cotone! 

Negli anni '50 ci fu la vera e propria esplosione dell'industria di settore a livello creativo, con l'abbandono del cotone (che fino ad allora era stato il materiale pressochè esclusivo per la fabbricazione degli abiti) in favore di tutti i tipi di stoffa possibili ed immaginabili. 


Anni '50. Foto: Abc.es


Gli anni '60: dal lungo al corto 

Negli anni sessanta, grazie soprattutto alla bimba prodigio Marisol, l'abito flamenco si accorcia per arrivare fino alle ginocchia o addirittura sopra. Ancor oggi gli abiti corti si indossano nelle ferias, e sono la tipologia di abito preferito per le bambine o le ragazze molto giovani. 


Marisol, anni '60. Foto: todocoleccion.net


Gli anni '70 e '80: esageriamo! 

Negli anni '70 il vestito si allunga nuovamente fino a coprire le caviglie, con una gran abbondanza di merletti e lacci (tendenza che si protrarrà anche nel decennio successivo). 



Anni '70. Foto: Entre Cirios y Volantes


Oggi

Il settore flamenco è, come la moda in generale, in continua evoluzione. Soggetto alle tendenze del momento e permeabile al contesto sociale in cui è immerso, si reinventa costantemente per la gioia delle appassionate. L'industria del settore muove numeri impressionanti, tra eventi dedicati, designer "di fiducia" che hanno ormai legato il loro nome ai bailaores più famosi, stampa, influencer e una rete di fashion blogger specializzate. L'appuntamento più importante, per tutti loro, è il SIMOF: il Salone Internazionale di Moda Flamenca - equiparabile alle nostre fashion week - che ogni anno a Siviglia anticipa i trend di stagione. 


Simof 2017. Foto: Flamenco.moda


Quest'estate persino lo spot del Metro di Málaga ha voluto fornirci un utile riassunto di ciò che va per la maggiore: colori intensi, pizzi, abiti aderenti, volant oversize. 





Per non sbagliare

Nonostante i continui cambiamenti, alcune certezze ci sono. Se volete investire in un abito flamenco che sappia sopravvivere al tempo, optate per la cosiddetta silhouette a chitarra: è la forma più tradizionale e d'impatto, che avvolge in modo sinuoso il corpo della donna aprendosi sul fondo in una serie di volant. Per i colori, scegliete tonalità intramontabili come il rosso, il nero o il bianco. E, se volete una dritta extra, sappiate che i pois non passano mai di moda. 

Non fate le guiri!

Ci sono almeno sei peccati mortali che, secondo le flamenche, commettono i "guiri" (gli stranieri) alla feria. Se volete passare per una del posto e non farvi sgamare subito, è bene ricordarli seguendo queste semplici regole:

1) I capelli non vanno MAI portati sciolti. Potete raccoglierli in uno chignon basso, alto, o laterale; in una treccia, persino in una coda bassa. Potete osare acconciature elaborate. Ma è assolutamente vietato lasciarli al naturale. 


Foto: Peinadosde10.com


2) Il mantón non va mai annodato in vita: per quanto vintage possa essere, oggi come oggi é assolutamente out. Non disperate, però: ci sono altri mille modi per indossarlo, e sono tutti validi. 


Foto: BulevarSur


3) Evitate le scarpe sbagliate! Una ragazza con abito flamenco e scarpe da ginnastica, infradito o tacchi a spillo puó essere solo, ed inequivocabilmente, una straniera. Le spagnole scelgono in genere le espadrillas con un po' di zeppa o, al limite, modelli retró col tacco basso e grosso.


Foto: Instagram - Calzados Hinojosa


4) No alle borse! O meglio, a quelle grandi. Se il vostro vestito non ha la comodissima tasca porta oggetti sul fondo della gonna, sono ammesse quasi esclusivamente le pochette. 


Foto: Pinterest


5) Mai un solo fiore. Un solo fiore in testa, peggio ancora se portato in modo discreto al lato dello chignon, equivale a dire "sono una turista". Portatene almeno due, esagerati, con colori a contrasto, e ben alti sopra la testa. 


Feria de Abril 2017. Foto: Efe


6) No agli occhiali da sole! Si dice che le vere flamenche alla feria non li indossino, ma personalmente é la regola che mi viene piú difficile rispettare. Il sole dell'Andalusia sa essere inclemente, quindi se peccherete io in questo senso vi perdonerò. Non me ne vogliano le locali.  

Allora: pronte per il delirio?

*Fonti: ABC. es, Bulevar Sur, Wikipedia 











giovedì 2 ottobre 2014

Gli stand spagnoli alle fiere gastronomiche.

Sono un'insopportabile integralista della precisione, lo so. Il pressapochismo da stereotipi, però, proprio non lo riesco a digerire. Insomma, fanno questa fiera fantastica, a cadenza annuale. Si chiama Gusti Di Frontiera, ed è una delle poche circostanze in cui la ridente cittadina di Gorizia riesce a guadagnare ai miei occhi una certa dose di appeal. Come avrete intuito dal nome, si tratta di un appuntamento eno-gastronomico che inonda le vie di folklore, cultura e (soprattutto) sapori provenienti da ogni angolo del globo. Bello. Curato. Affollato. Multietnico. Ad ogni edizione mi lascia addosso alto tasso glicemico e tronfio senso di entusiasmo. Se non fosse per lo stand spagnolo. 



Cioè, parliamone. Appendi in giro file di fiori rossi e gialli. Fai i menú con la paella e le patatas bravas. Servi sangría. Tappezzi il gazebo con un una sfilza di bandiere da far commuovere il più patriota tra gli iberici. Dico io: perché devi rovinare tutto? Perché?! Ché ci passo davanti, e rimbomba a manetta Lamento Boliviano dei Toke D'Keda. Lamento Boliviano, capite? BO-LI- VIA- NO. É il titolo del brano. Lo ripetono nel ritornello. Io capisco che tu non sappia il castigliano, visto che l'organizzazione del chiosco é a dichiarata cura di un'associazione locale; però - che diavolo! - un minimo di dubbio non ti viene? Che poi loro non son manco boliviani, ma é un altro discorso. E poi via, con la salsa e il merengue. A tema quanto potrebbe esserlo il sirtaki in uno stand norvegese. Sigh. 

Salsa y merengue. Scusate. 


Mi rendo conto che il vostro compito sia, principalmente, quello di riflettere l' immagine stereotipata ed approssimativa che l'italiano medio ha del Paese delle Corride. É triste eppure é, in fondo, la declinazione di una sorta di marketing. Ci sta. Ma allora mettete Bailando di Enrique Iglesias, piuttosto. Piazzate le Las ketchup. Loco Loco Loco di Miguel Angel Muñoz. Ripescate i Gipsy King, fate man bassa nel repertorio di Jarabe de Palo: robe conosciute, strasentite, in parte anche piuttosto trash, ma se non altro spagnole. Per Dio! Se vi piace la onda latina, avete sempre anche gli Efecto Pasillo o il buon vecchio Bisbal. Le opzioni ci sono, basta cercarle un attimino di più. 

Che poi ci ritorno, a quello stand, qualche ora dopo. Ai cd hanno sostituito l'intrattenimento dal vivo. Consiste in un tizio col cappellino del Tío Pepe e una chitarra, intento ad intonare brani tipo "la bamba" (salvatemi!) intervallandoli con "ole!" piazzati a caso e "sangría, paella, comunidad valenciana, toros". Detto così. Tutto di fila. Mentre due tizie con la minigonna si dimenano sul tavolo muovendo le mani in un vaghissiiiiissimo stile flamenco. E poi volete che non mi incazzi. 

Ragazzi, una volta per tutte: il flamenco NON É quello che si vede nel Ciclone di Pieraccioni, ok? Non si balla scalzi. Non si balla con le gonne corte. Non si balla sui tavoli. É UN'ALTRA ROBA. Punto. Fatevene una ragione. Anzi, sapete che c'é? Mi eleggo a paladina della giustizia filo-ispanica e realizzo un JPEG con i quattro concetti chiave che ogni italiano dovrebbe ficcarsi in testa. Ché così non si può mica. Sú. 

















mercoledì 3 settembre 2014

Flamenco e vino: appuntamento italo-spagnolo a Trento!

Messaggio promozionale. Perché, vi chiedo scusa, ma ogni tanto ci vuole. Soprattutto se ti trovi di fronte ad un progetto che più italo-spagnolo non si puó. Unisce vino, Andalucía e flamenco: tre emblemi di sapore intenso, di quelli che ti pervadono l'anima per non lasciarti indifferente mai. 



Alcune foto di Fulvio Pettinato sul tema del flamenco 


L'hanno realizzato degli amici, il documentario di cui qui sotto vedete il trailer. In concreto, l'associazione Miel Y Limón, con i bravissimi Tony Colangelo e Martina De Nisi alla guida. Pur senza i mezzi di una multinazionale del cinema, hanno voluto raccontare un abbinamento che ha a che fare con terra, storia, e passione. Se siete a Trento, questa sera, vi consiglio di scoprirla recandovi, alle ore 18.00, alla sala Thun di Torre Mirana in via Belenzani: lí, la versione integrale del loro "Flamenco e vino: un'unica essenza, un unico spirito" sarà presentata ufficialmente nella cornice di una suggestiva mostra tematica del fotografo Fulvio Pettinato (qui info ed orari di apertura al pubblico). Io, purtroppo, potró esserci solo con il pensiero. A voi lascio, però,  il compito di raccontarmi com'é. 

venerdì 6 settembre 2013

Roy Paci e i braccialetti italo-spagnoli

Roy Paci parla grossomodo come me. L'italiano è fluente (e ci mancherebbe altro) nelle chiacchiere di semi-circostanza con cui i musicisti intervallano i pezzi live. Eppure in mezzo, inevitabile, gli scappa una “trompeta”. Un “tres”. Un “adelante”. Sorrido tra me e me, dal punto di vista privilegiato di una scalinata vista palco. Poco da fare: mi sta già simpatico. Esponente di spicco dell'italospagnolismo, e a quanto pare non soltanto in chiave musicale.

Attacca un pezzo che parla di Barcellona. Un pezzo che non conoscevo. Da qui l'acustica non dà il meglio di sé, ma ho già capito che potrebbe senza impegno anche farmi impazzire. Ah, Dio benedica l'essenza di scoperta che pervade i concerti gratis! Probabilmente, ancora la forma più alta ed efficace di promozione. Se non per altri, almeno è così per me.




Davanti a lui e Aretuska - vabbè la sintesi, ma non dimentichiamoli! - una marea di persone stipate salta e balla a ritmo di ska. E' l'immagine a colori della gioia pura. E, se la cerchi, sta pure ai piani alti di un edificio all'angolo. Là, dove ragazze con il fiore in testa ballano sui tavoli e qualcuno sbatte coperchi di padelle come fossero dei piatti da orchestrale balcanico.

Sotto ai riflettori, il cantante guardandoli accenna al folklore.

Il folklore, già.

Erano anni che non mettevo piede alla “Sagra delle Raze”, uno degli ultimi baluardi di manifestazione veramente locale. La disdegnavo, quasi, oberata di ricordi di serate un po' scialbe da quindicenne passate a mangiare in piatti di plastica e ingolosire zanzare. Io che ho sempre voluto fuggire. Io che sogno le metropoli, una vita all'estero, un altrove qualunque dove le radici non abbiano importanza alcuna. Io che sospiro di sollievo quando mi dicono che “non ho accento”. Io che questa terra l'ho mio malgrado sempre vissuta come fosse una prigione.

Come allora, l'animazione da balli di gruppo si oscura nella corrente che salta. Qualche ubriaco protesta senza troppa convinzione. La ghiaia, intanto, scricchiola sotto i miei piedi.
E, chissà come, oggi tutto questo mi piace. Sarà che sono cresciuta, e ho capito che le radici in fondo non le puoi strappare. O magari sarà che mi ricorda la Spagna. Le feste di quartiere dei piccoli paesi o quartieri iberici, ognuna con un suo concerto, un suo passato, un ammasso di bandierine e di decorazioni. Feste attese, sempre, in misti d'ansia e orgoglio. Inneggiate sui social network in miriadi di foto corredate, a didascalia, da variazioni sul tema “pa mí, lo más bonito que hay”. Siccome sono contraddittoria di natura, questo attaccamento alle origini é qualcosa che ho sempre invidiato ai castigliani.

Quasi a celebrare le mie stesse sensazioni, ho comprato dei braccialetti ad una bancarella indiana. Uno ha i colori della bandiera italiana. L'altro, richiama quella iberica. Li ho indossati, vicini, replica perfetta del logo di questo blog.

Roy Paci fa da colonna sonora, e sono come sempre entrambe le mie nazioni.



A mó di postilla: ho scoperto che l'organizzatore del concerto era, fino a non poi tantissimo tempo fa, un mio vicino di casa. Come immaginerete, sto giá meditando di inondarlo di bigliettini minatori con sú scritto “Vogliamo Dani Martín alla sagra delle raze!”.
E sotto, piú in piccolo, “ma nel frattempo puoi chiamare anche Il Cile”.


Poi io l'ho sempre detto, che avrei dovuto tenere la musica piú alta.