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sabato 17 ottobre 2015

Cachitos de Italia: la musica italiana che ha trionfato in Spagna


Era fine Settembre. Le tendenze di Twitter, in Spagna, erano tutte un commento alle elezioni catalane. In mezzo a loro, però, un hashtag aveva catturato la mia attenzione. #CachitosItalia, declamava inaspettato. E, con la sua popolarità, sembrava già rivendicare una nomination ai prossimi (prestigiosissimi!) Italo Spagnola Awards. Cliccandoci sopra, ho scoperto che si riferiva ad un programma allora in onda su TVE. Uno speciale che, denso di metafore gastronomiche, ripercorreva la storia della musica italiana che negli anni ha trionfato nella Penisola Iberica.

Ebbene, di quel programma ho trovato adesso il video su Internet. Ve lo propongo, non soltanto perchè è l'ennesima ottima occasione per scoprire come ci vedono all'estero; Ma anche - anzi, soprattutto - perchè porta ad esplorare frontiere nascoste oppure ormai dimenticate dell'italo-spagnolismo musicale. Ah, siccome in Spagna sono avanti, sappiate che c'è anche la playlist del programma su Spotify. 



Per chi non avesse un'oretta a disposizione o volesse sapere a cosa va incontro prima di cliccare play, eccovi un resumen dei punti salienti.



- La strepitosa notizia per cui Torrebruno, italiano d.o.c, aprì nientemeno che il concerto dei Beatles a Las Ventas di Madrid. Mica cotica.

- Un videoclip itagnolissimo di Albano e Romina in abiti gitani che cantano "Prima Notte d'amore" nella cornice di un pueblo blanco che giurerei collocato in provincia di Cadiz. 



Renato Zero che canta in spagnolo con addosso una specie di maschera rossa con la Z di Zorro. La didascalia dice che "aveva ceduto al fascino del Glam Rock", ma dietro a quell'affare "somigliava più a Camilo Sesto che a David Bowie. "


- Modugno nelle vesti di intrattenitore bilingue, che sfoggia un "vogliamo cantare tutti assieme? Cantemos todos?" come se declamasse i miei stati italo-iberici su Facebook. 

- Il revival di grandi classici come Lucio Dalla ("responsabile - con Caruso - di aver dato vita a tutta una scuola di cantanti con la voce rotta"); Toto Cotugno ("riferimento di studio obbligato per capire meglio Sergio Dalma"); un'irriconoscibile Anna Oxa col caschetto bruno, la Sgianna Nannini, una scatenata Rita Pavone e la - sempre e ovunque lodatissima - "tigresa de Cremona" Mina. 




- Un giovanissimo Eros Ramazzotti con i jeans a vita spaventosamente alta ed un timbro quasi normale. "Non sappiamo perchè, ma da qui in poi la sua voce è diventata sempre più nasale", commenta la tv spagnola. 

- Lo spazio riservato a nomi più attuali come Marco Mengoni con la sua performance all'Eurofestival, un agitatissimo Jovanotti ai tempi di Gimme Five e Zucchero con Baila. 


- Milva con la r arrotatissima in una toccante interpretazione de "La cucaracha, la cucharacha, ya no puede caminar". 

- Le coreografie de Las hermanas Goggi. 



- ... E la migliore in assoluto: Sabrina con la giacca da torero (!!!).

- I duetti itagnoli. Tipo Gina Lollobrigida e Raphael in Besame Mucho; oppure Patty Pravo e Julio Iglesias in Bambola. VamVola, anzi, secondo lui. D'altronde lei gli dice "NON te acuerdas", non è che ci possiamo lamentare. 



- Morandi in una versione psichedelica di Bella Belinda che si dimena con un volante che galleggia in mezzo ad ingranaggi in cartongesso. Boh. 

- Le versioni spagnole di canzoni italiane, come Yo Canto a cura del cappellonissimo Riccardo (anzi, perdón, RICHARD) Cocciante; Yo Caminaré di Fausto Leali, Yo no te pido la Luna di Fiordaliso, Será Porqué te amo dei Ricchi e Poveri o (con l'accento) di Tozzi. C'é persino Gigliola Cinquetti che intona "La lluvia no moja nuestro amor cuando yo soy feliz" (e il cielo blu che fine ha fatto?) e di nuovo Patty Pravo - ormai é un'ossessione - che si rivolge a "tú que en Kengsinton Vives" nell'interpretazione iberica di Walk on The Wild Side. La menzione speciale va però al povero traduttore di Centro di Gravità Permanente di Battiato. Me lo immagino a piangere in un angolino maledicendo la sua intera discendenza mentre cerca di rendere in spagnolo "Gesuiti euclidei vestiti come dei bonzi per entrare a corte degli imperatori della dinastia dei Ming" 



- Gli spagnoli che hanno cantato in italiano, per lo più cimentandosi con le cover. Ana Belén, per esempio, con Agapi Mou e un album intitolato addirittura Made in Italy. O Victoria Abril con un click d'ironia (e il cuore che si EXALTA).


- La rivelazione per cui ti accorgi, dopo tanti anni, che la melodia alla base di Venezia degli Hombres G è esattamente LA STESSA di Centro di Gravità Permanente di Battiato.

Miguel Bosé e Sergio Dalma, i più italo-spagnoli di tutti. 

I Collage (ma voi ve li ricordate?) che, definiti la versione italiana de Los Pecos, pare siano stati uno dei gruppi nostrani di maggior successo in Spagna (nnamo bbene)









- Il montaggio con Se Fue di Laura Pausini, la didascalia che informa del fatto che "mancano venti secondi perchè Laura se ne vada", e subito dopo Nek che canta "Laura se fue". GLI SPAGNOLI SONO L'UNICO POPOLO CON IL MIO STESSO SENSE OF HUMOR.

- Il finale col botto a cura di Raffaellona Carrà, amatissima dagli iberici oltre che la più citata ed adulata nei tweet di commento alla trasmissione. 




A voler proprio fare un appunto, mancavano i LunaPop con Vespa Especial. Un programma così, però, io lo vorrei anche da noi. Ovviamente, con la musica spagnola. RAI, MI SENTI?! RAAAAAIIIIIII?!?!

mercoledì 1 luglio 2015

Un Zombie A La Intemperie: il duetto italo-spagnolo tra Zucchero e Alejandro Sanz

Ammettiamolo: quando un musicista che non hai mai particolarmente ammirato tira fuori dal cilindro una bella canzone, un po' ti incazzi. Insomma, sembra quasi che lo faccia apposta per smentirti. Per farti sentire una cretina, una di quelle che della vita non ci ha mai capito granchè. 

Fino a poco tempo fa, se mi aveste detto che avrei ascoltato in loop un duetto tra Alejandro Sanz e Zucchero, con tutta probabilità sarei scoppiata a ridere. Invece, lo spagnolo ha fatto uscire "Un Zombie A La Intemperie". Io sono stata incuriosita dal titolo. Ho premuto play. Ed ho provato esattamente quella rabbia che ti agita le viscere quando ti tocca ammettere: "sbagliavo". 

Era finita lì, comunque. Giusto giusto qualche riproduzione in streaming quando non c'era di meglio da ascoltare. Poi, l'altro giorno, la Rivelazione. 

In una di quelle notizie italo-spagnole che proprio non puoi ignorare, sono venuta a sapere che Sanz stava cercando di ri-approdare sul mercato italiano. E che lo stava facendo con l'aiuto di - nientemeno-  Zucchero Fornaciari. Per lanciare anche da noi l'ultimo album Sirope, i due avevano realizzato una versione bilingue di quello stesso brano che già mi aveva sorprendentemente affascinata nell'originale. 

Non ci avrei scommesso un euro, a dire il vero. Le due voci mi sembravano così diverse, e Zucchero così lontano dal mood della composizione, che pregustavo già lo sdegno per l'ennesimo italo-spagnolismo malriuscito. Invece, pare che ultimamente non me ne vada dritta una. 

Già, perchè la veste bilingue avvolge la canzone di nuove suggestioni. La arricchisce in sfumature e dimensioni. E - in qualche modo - riesce a penetrarti l'anima. 

Lo dico sottovoce. Magari pure con le guance arrossate. Però ascoltatela. Ascoltatela sul serio, ché secondo me ne vale un bel po' la pena.




Per chi volesse approfondire, qui c'è pure un altrettanto itañolissima intervista ai due per La Stampa (PS: popolazione italica, quand'é che la smetterai di colonizzare Formentera?) 




martedì 15 luglio 2014

Emma, Bisbal e il tunnel musicale italo-spagnolo

Devo fare un appello: smettetela. Dico a voi, che aspirate alla nomination per la miglior canzone italo-spagnola del 2014. Perché lo fanno per quello, é palese. Altrimenti non me lo spiego, quest'improvviso affanno. Tutti a reclamare la mia attenzione. Tutti a rendermi inevitabile la stesura di duecento post sullo stesso tema. Ché io capisco che essere citati in questo blog sia obiettivamente sinonimo di prestigio internazionale (?!), peró c'avrei anche una vita. 

Comunque. Scarsa modestia ed elevata spiritosaggine a parte, il punto è che l'italo-spagnolismo musicale, in questi giorni, sta toccando le sue vette più elevate. C'è uno scambio continuo, un flusso indiscriminato di gente che passa allegramente da un Paese all'altro. Manco avessero aperto un tunnel clandestino sotterraneo. Tipo The Bridge, solo un po' più lungo e all'insaputa dei francesi. Già me li vedo, a Parigi: "cos'è questo rumore?" "Ah, rien, c'est le metró". E invece é Bisbal che gli piroetta come un indemoniato sotto i piedi mentre Mengoni si pettina il ciuffo. Son cose. 

Ma non divaghiamo. Le notizie salienti, grossomodo, sono le seguenti. Innanzitutto Elisa, che da mia brava concittadina ha scelto un festival di Málaga per conquistare live il pubblico spagnolo. 

Elisa al 101 Sun Festival di Málaga in una foto condivisa su Twitter.

Certo, l'han fatta suonare alle 14.15 in pieno Luglio andaluso (ed é già tanto se non s'é beccata un coccolone) ma suppongo che tutto non si possa avere. Del resto, basta guardare me per capire che Monfalcone e Málaga siano destinate ai buoni rapporti. Spero solo che qualcuno l'abbia portata al Pimpi.




Degli Efecto Pasillo, invece, ho già parlato in abbondanza su Total Free Magazine. La loro "funketón" è dallo scorso 11 Luglio in rotazione nelle radio italiane (o così dovrebbe essere, visto che personalmente non l'ho ancora mai sentita on air). A dimostrare i miei "li conoscevo già"ci sono un disco impolverato sulla scrivania, qualche playlist su Spotify, un paio di post su questo blog e persino un look ispirato alla copertina di "El Misterioso caso De…", che a questo punto dovrei proprio riciclare. Ah, domani sono in concerto al Latino Americando di  Milano: io, se fossi in voi, ci andrei. 

E poi c'è Emma Marrone, il cui nickname su Instagram ho scoperto essere (giuro!) real_brown. Beh, la brownie - ormai ne parlano ovunque - ha duettato col suddetto piroettante Bisbal in quel dell'Arena di Verona. 





A quanto pare è solo l'antipasto di un duplice e duraturo scambio: il brano, Hombre de mi vida,  sarà presente sia nella versione spagnola del disco di lei che in quella (ebbene sí!) italiana dell'album di lui. Ora: nonostante il bilinguismo - che di per sé, lo sapete, costituisce a mio giudizio un punto a favore - a me la canzone piace grossomodo come sbattere il mignolo contro l'angolo del comodino quando ti alzi di notte per fare la pipí (piuttosto meglio la versione spagnola di Amami). Peró son gusti, niente da obiettare. Quello che invece non concepisco é che 'sta poverina si strusci contro un tizio su di un palco, si faccia cavallerescamente aprire le porte di un mercato, e non abbia ancora capito come accidenti si chiami. Ché, se guardate attentamente i video dell'Arena, sembrerebbe davvero di sentire l'urlata presentazione finale di un tal "Deivid Bísbal" seguita da un successivo "Grazie Deivid", a ribadire il concetto. Cioè: Deivid Bísbal, capite? Il collega di Deni Mártin. Spero davvero sia solo una distorsione data dal microfono. Comunque sia, lui fa finta di niente, un po' stordito. D'altronde, mi chiedo se il patrocinio della Real Brown non sia l'ingrediente giusto per  quell'ingresso in Italia che sta tentando - piuttosto invano - di realizzare sin da quel lontano e da me citatissimo Festivalbar a Trieste nel duemilaqualcosa. Non é tra i miei preferiti, ma glielo augurerei. 




Se poi non fosse abbastanza, apprendo dal buon Lombardini che pure Controvento di Arisa verrà tradotta per il mercato iberico. Al che la domanda sorge spontanea: perché vogliamo farci del male? Lo sapete, vero, che potrebbe anche essere il pretesto per una dichiarazione di guerra? Se non altro, questo bisogna ammetterlo, in metrica "Controviento" ci sta da Dio. 

martedì 2 ottobre 2012

2 Ottobre: Dani Martín Day (Grazie a Miguel e Tony) .


Oggi é uno di quei giorni che sanno d'inizio. Di quelli in cui ti immagini scenari fatti di ceste in vimini. Le vedi colme di vino e spaghetti. Di attese agli aeroporti e cartellini col nome. E' uno di quei giorni in cui la mente, no, non la riesco proprio a frenare.

D'altronde, capirete: c'ho le mie ragioni. Da almeno sette anni lotto per un sogno che una parte di me – la parte razionale – non ha mai creduto potesse sul serio farsi realtá. E adesso quella parte sembra ormai sconfitta. Finalmente. In barba a tutte le volte in cui ho fantasticato su ragazzi che invece non mi avrebbero mai filata, su posti di lavoro per cui non mi avrebbero mai ricontattata, su case e panorami in cui non avrei mai vissuto. Oggi é la trionfo dell'illusione. La vittoria della speranza. Oggi dimostro che ho ancora una via d'uscita dall'eccesso di concreto. E mi riguadagno il diritto d'essere bambina.

Il mio entusiasmo, allora, é un fiume in piena. Una bomba che esplode nel cuore per bruciare ogni frammento di pelle, unghie ed ossa. Oggi sono euforica. Monotematica. Irrequieta. Saltellante. Stridula. In una parola sola: insopportabile. Abbastanza, a dire il vero. Peró voi non lo sapete, non lo immaginate neanche, quanto questo mi faccia sentire bene.

Ché la gente mi guarda come fossi un'aliena. Chiede “per cosí poco?”. Davvero non capisce, che mi basti “cosí poco”. Solo che quel poco é il nome di Dani Martín sulla tracklist di un disco in vendita in Italia. Quel poco é la sua espressione emozionata nel video in cui duetta con Tony Bennett. E queste, per me, sono le due righe iniziali di un libro ancora tutto da scrivere. I primi abozzi di quel disegno che cercavo di mettere insieme sin da quando passavo i pomeriggi a cercare su google italiani a cui piacesse El canto del Loco per invitarli a iscriversi al forum. O a contattare i festival musicali, le radio, le piccole sale segnalandone nomi e contatti. A stressare la Sony, pure. Perché no? 

Forse, in effetti, un'aliena lo sono. Anzi, probabilmente sono proprio un'idiota: diciamo le cose come stanno. Peró non ce la faccio, non oggi, a parlarvi giá della blogfest. Oggi c'ho la mente groupie, punto e basta. Quindi, se comprate “Papitwo” di Miguel Bosé, pensatemi. Se il ventitré ottobre comprerete “Viva Duets” di Tony Bennett, pensatemi di nuovo.

Quanto a questo video, devo dire che oltrettutto lui mi sembra bellissimo. Ecco. Sará per via del sorriso. Sará che sono orgogliosa come fossi sua madre. O magari sará che sono stridula. Sí, essere stridula ti porta anche a dire cose cosí.



domenica 10 giugno 2012

Grazie Kekko, Gracias Pau.


Certo che fa sempre piacere vedere che la gente ti ascolta. Cioé, non che Pau e Kekko (con tutte le sue kappa) mi abbiano ascoltata davvero, ma se non altro hanno dimostrato che avevo ragione. Sí, insomma, ricordate questo post

Ecco. Manco l'avessero letto, i Modá e la voce dei Jarabe de Palo sono in procinto di presentare nelle radio spagnole la versione bilingüe di “Come un pittore”. Che, onestamente, suona mille volte meglio del duetto a beneficio esclusivo dell'idioma nostrano. Se non altro ci sono tutte le doppie del caso nella parola “pittore”. E poi, dai! Secca sempre insistere nei “ve l'avevo detto ”, ma il castigliano e l'italiano condividono musicalitá troppo affini per restare separate nella stessa canzone.

Un piccolo passo per un'itañola, un grande passo per l'umanitá.





E, questa sera, che vinca il migliore. 

venerdì 6 aprile 2012

Un Gazpacho, Pau Dones, e Kekko dei Modá. Frullare per bene.

Ragazzi, è ufficiale: i cantanti italiani hanno scambiato Pau Dones per il Pittbull della Penisola Iberica. Dico sul serio. Ormai quelli che non ci hanno ancora duettato sono una specie in via d'estinzione, protetta dal WWF come i Panda. In effetti, la Golia sta già pensando di mettere le loro foto sulle caramelle. E a 'sto punto spero solo che non lo faccia mai un certo bolognese, perché lo prenderei come un affronto personale. Giuro. Un tradimento ispanofilo bell'e buono. Uomo avvisato... Ma poi, de qué depende (notare la dotta ed appropriata citazione) 'sta fissa nazionale per la voce dei Jarabe de Palo? Non lo capisco. E' perchè sa la nostra lingua, ché il bilinguismo pareva brutto? E' perché é originario di Formentera e i vari Bonolis, De Laurentis, Ramazzotti etticcì vi hanno ben che intortati? Daaai, c'ha troppi capelli per interpretare Pittbull! Non rappa, non si veste tamarro e non intervalla i testi con frasi sesso-allusive a vanvara. Lasciate perdere. Cercate altrove. Dico così, giusto per amor d'originalità.




Ora, però, la smetto. Altrimenti penserete che ce l'ho con lui e non é affatto vero. Anzi, mi sta pure simpatico, Pau. Solo che m'é giunta voce che duetti con i Modà in una nuova versione di “Come un pittore”. E, al solito, non c'ho visto più. Chè io lo dicevo – devo averlo pure scritto, ne sono certa, ma ora son troppo pigra per andare a cercare dove; insomma, lo dicevo che quella canzone a me parlava di Spagna. “Giallo come luce del sole, Rosso come le cose che mi fai provare”. Era la bandiera. Sì, lo so, sono un tantinello fissata, però io ci vedevo la bandiera. Per cui, se doveva esserci una collaborazione italo-spagnola che coinvolgesse i Modà, non poteva riguardare altro. Solo che non doveva essere tutta nella lingua di Dante, che diamine! Anche su questo sono fissata, vero, ma...ha un senso?! Cantata così, ha un senso?! E poi sempre Pau. Che noia, che barba, che monotonia. Quello che ha duettato con Jovanotti, con Renga, con ...Gazzé, anche, se non sbaglio. Cioé, non ne conoscete altri, di spagnoli? Eh, niente. Mi parte un attimo l'embolo, tutto qui. Anche perchè – aprendo ulteriori parentesi – il cantante dei Modà dovrebbe smetterla di farsi chiamare Kekko. Almeno togli le Kappa, dico io: ne va della tua credibilità. Suvvia, se leggi “Kekko ha dichiarato che” può anche aver detto che risolverà il problema della fame nel Mondo, ma penserai comunque in automatico a un quindicenne con la frangetta su un occhio che si scatta foto allo specchio del bagno . La gente ci deve pensare, a queste cose.

Ma vabbè. Forse è meglio che mi raffreddi l'animo. Vi andrebbe un gazpacho? In fondo, è pur sempre Venerdì.


GAZPACHO ANDALUZ

Ingredienti per 6 persone:

200 g. di mollica di pane
600 g. di pomodori maturi
120 g. di olio extravergine d'oliva
1 cipolla
1 cetriolo
2 peperoni
3 spicchi d'aglio
aceto
sale e pepe

Dopo aver fatto ammollire il pane in acqua, lavate tutte le verdure e tagliatele a tocchetti. Frullatele assieme al pane strizzato, l'olio e 4 cucchiai di aceto. Se necessario, aggiungete altra acqua.

Lasciate raffreddare il gazpacho in frigorifero per almeno tre ore. Se lo vorrete, potete servirlo anche con dei cubetti di ghiaccio: é imprescindibile che sia molto freddo.

Quanto alle modalità di presentazione, la Spagna ne offre – come spesso accade – una varietà esorbitante. Potete servirlo in ciotole, come una qualsiasi minestra fredda. Meglio, in questo caso, se accompagnato da dadini di pane tostato, listarelle di peperone crudo, tocchetti di pomodori e cetrioli distribuiti in piattini diversi cosicchè ogni commensale se ne possa servire a piacere. Oppure, come spesso si fa nella penisola iberica, potete servirlo in grandi calici da vino o in piccoli bicchieri da chupito: in questo caso, più che un piatto unico, il gazpacho avrà il ruolo di rinfrescante antipasto che apre lo stomaco alle prelibatezze successive. Se è questo che volete dal vostro piatto, consiglio di renderlo, però, più leggero togliendo il pane dagli ingredienti frullati. E buen provecho, amigos. 



venerdì 17 febbraio 2012

#Italospagnolismi all'Ariston

Un po' mi spiace, continuare a trascurare la rubrica culinaria. Per dirla proprio tutta, mi spiace anche tornare a parlare di Sanremo. Solo che ieri sera, sul palco dell'Ariston, gli italospagnolismi non sono mancati. E, in un blog come questo - va da sé- certo non posso esimermi dal commentare. In realtà me l'ero ripromessa sin da quando Luca e Paolo avevano anticipato in banalità il balletto d'apertura. Ve lo giuro. Se non posso stare in sala stampa a mangiare tartine e prendere in giro Enzo Miccio (ebbene sí, pare ci sia anche lui), allora, m'ero detta, mi dedicheró alla cronaca via blog. Ma non una cronaca qualsiasi, beninteso. Che, in fondo, di Sanremo ne parlano tutti. Troppa concorrenza, non mi convince mica. Io, piuttosto, mi dedicheró ad analizzare ogni singolo motivo di incontro tra il mondo iberico e quello nostrano. Cioé, ne avevo proprio fatto una dichiarazione d'intenti. Volevo anche postarla su twitter, solo che in 140 caratteri non c'era verso di farla suonare sensata. Magari perché non lo é. Ma insomma...

Resta il fatto che, nella serata dedicata all'Italia nel mondo, Sergio Dalma non poteva mancare. Lui, che mi somiglia al contrario in quest'adorazione folle per la nostra Nazione. Lui che ha venduto migliaia di dischi riproponendo in castigliano alcuni grandi classici della tradizione musicale nostrana. Lui che mia madre, soprattutto, definisce “un bell'omino”. Ed io dissento fino a che non apre bocca. Sul serio, non che sia una novitá, ma quell'accento lí mi renderebbe sexy anche un comodino. Non posso farci niente. Avrei bisogno di sedute terapeutiche, ma fatte da uno bravo. Comunque. Al suo fianco c'é Francesco Renga. Del resto, non che l'accoppiata stupisca:   dopo la collaborazione con Jarabe de Palo e le sue sempre piú frequenti incursioni professionali a Madrid, il bresciano va ormai considerato a tutti gli effetti membro onorario della setta filo-ispanica. Con mio profondo orgoglio, peraltro. Ché non posso scordarle, le traduzioni in spagnolo che facevo dei suoi brani. Tra le prime di tutta la mia vita.  Per qualche ragione, ho sempre trovato che la sua metrica si adattasse all'altra lingua meglio di qualsiasi altra canzone. Meglio della Pausini, addirittura, in certi casi. Poi di tempo ce n'é voluto, eh? Eppure é sempre bello quando i fatti  ti dicono “brava”. Anche il fiore che ha al collo, in questa strana serata sanremese, incontra del tutto la mia approvazione. Sará che ricorda un fermaglio per capelli comprato tempo addietro a Benalmadena, chissá. 

Ad ogni modo, il primo dei due duetti stenta a decollare. Sará l'emozione, ma Dalma, lí per lí, sembra essere affetto dalla stessa afonia che ha portato Shaggy ad aprire la performance con un rutto (dategli del fluomucil!).  La loro “El Mundo” ne esce scoordinata, un po' disomogenea, in parte forse sbilanciata nei timbri vocali. Non sembrano affiatati, soprattutto. Non come mi sarei aspettata.




Per fortuna, peró, poi si passa a “Bella senz'anima”. E qui la storia cambia. Cambia del tutto. Il fatto é che Dalma, con quelle sue tonalitá un po' roche, sembra nato per cantare Cocciante. E probabilmente lo sa, perché di botto ritrova confidenza e dominio scenico. Lo spagnolo si appropria del palco. Lo domina. E Renga gli va dietro, con quei suoi toni alti che nel bilinguismo s'intrecciano a brividi d'emozione. Finalmente, tutto ha un senso. Anche al di lá di Brian May e Patti Smith.






Non é stato l'unico italo-spagnolismo, tuttavia. Non sul piano prettamente linguistico. Tanto per dirne una, c'é stato Goran Bregovic. E questo, francamente, credo che non se l'aspettasse nessuno. Non dopo la performance da sagra sul patriottismo romagnolo di Bersani, almeno. Certo, di casino ne ha fatto un bel po'. Tanto per cominciare, ha presentato il pezzo dichiarando che per la prima volta nella storia la lingua gitana sarebbe entrata a Sanremo. Tutto bene. Peccato che poi canti in castigliano e la lingua gitana, a onor di cronaca, sarebbe tutt'al piú il Caló. A dire il vero (ma qui é colpa di Morandi) non si capisce nemmeno se il tizio che l'accompagna sia oppure no uno dei componenti dei Gipsy King. Goran, poverino, parla un italiano comprensibilmente un po' stentato. Non si capisce se il brano l'abbia semplicemente inciso coi fratelli Reyes, o se stia parlando dello stretto “qui ed ora”. Ma il presentatore, invece di chiarire, glissa sull'argomento, lasciando i nostri dubbi in balia di Google (che, peraltro, non li risolve mica). 




Il pezzo, peró, convince. “Surreale”, nell'atmosfera in cui s'inquadra (come afferma anche Gianni Sibilla dalla schermata di twitter) , certo, ma convince. In puro stile Bregovic, mette di buon umore invogliando ad alzarsi dalla sedia. Quel “eh, balcañeros, vamos” mi rimarrá incollato in testa per un bel po'. 

Ultimo italo-spagnolismo (anche qui solo linguistico, dato che uno dei suoi protagonisti arriva, in realtá, da Puerto Rico) é costituito dall'insolito duetto tra José Feliciano ed Arisa. Nonché, soprattutto, dal suo contorno di involontaria comicitá. Cioé, sul serio, smettetela di dare alcolici a Morandi. Ve lo chiedo per favore. Ché il povero José si sforza di parlare in italiano. Non gli viene neanche del tutto male, oltrettutto. Anzi, sembra me quando sono troppo stanca per separarmi le due lingue nel cervello. Comunque, il punto é che Gianni non se ne accorge. E che fa? Lo traduce. Son bei momenti, non c'é che dire. 







Ma il culmine arriva dopo l'esecuzione del primo brano. Ché José, ormai rassegnato, sceglie di parlare direttamente  in un fluente spagnolo. Peccato che nemmeno questa volta il conduttore se ne accorga. O forse non capisce, boh. Fatto sta che non traduce per niente, lasciando i non ispanohablanti nell'oblio. Cioé, complimentoni. 






Oltrettutto, l'episodio mi porta ad aprire una parentesi di – neanche tanto vaga – polemica. Sí, insomma, la dobbiamo FINIRE con quest'assurda convinzione che tanto “lo spagnolo e l'italiano si somigliano”. Che “tanto si capisce comunque”. So per esperienza piú o meno personale che, sull'onda di questa filosofia, networks televisivi anche importanti scelgono di risparmiare sull'interprete dallo spagnolo. Con il risultato che poi, inevitabilmente, si scade nel pressapochismo. Che magari una tizia dice alla telecamera “estoy embarazada” (ovvero: “sono incinta”) e il malcapitato con cui condivide il palco informa gli italiani che “é imbarazzata”, convinto di aver capito tutto. Cosí, tanto per fare un esempio scemo. Poi io non dico che debbano per forza assumere me . Oddio, in realtá sarebbe meglio, ma non ha importanza. Il punto é che ci sono un sacco di traduttori e interpreti specializzati nella lingua spagnola. Se allarghiamo ulteriormente il quadro, ci sono centinaia, migliaia di persone che al suo studio hanno dedicato anni della loro vita. Rinunciare ad un interprete in prima serata (e lo ripeto: non sto piú parlando di Sanremo) nella convinzione che non sia poi cosí necessario mi sembra una mancanza di rispetto nei loro confronti, oltre che in quelli del pubblico e dell'ospite straniero. E qui concludo, promettendo altri commenti ove l' italo-spagnolismo lo richieda. 

mercoledì 25 gennaio 2012

Jovanotti, Juanes e la salvaguardia dei duetti bilingui.



Quanto a collaborazioni, credo che Juanes si stia impegnando nel seguire le orme di Pittbull. La differenza é che lui mi sta simpatico – anche tanto!- perció lo si perdona. Ve ne parlo perché, ieri sera, un suo inaspettato duo con Jovanotti m'ha animato a tradimento twitter. E a me urge condividerlo. Sul serio: ne sento proprio la necessitá.

Il punto é che l'ho sempre detto, che l'italiano e lo spagnolo stanno bene assieme. Sono lingue di musicalitá affine, fatte apposta per fondersi dentro ad una stessa melodia. E' ora che l'industria ne prenda atto, una volta per tutte. Insomma, basta con le traduzioni ad ogni costo! Dico , ma a voi non viene un po' il magone quando sentite Jarabe de Palo cantare “come una Varca fata di carta”? E dire che io, l'accento iberico, lo trovo pure sexy. Peró nelle canzoni...non lo so, suona come superflua forzatura. Ché testo e musica si uniscono con il preciso scopo di trasmetterti qualcosa. Mettono in comunicazione il cuore di chi le ha scritte con qualsiasi sconosciuto che si conceda il lusso di riceverle nel suo. Ma se ti sforzi di cantarle in una lingua altrui, metti tra quei due cuori un ostacolo in piú. Io, per lo meno, lo vedo cosí. Forse l'ho anche giá scritto, non lo so. Sto maturando forme di alzehimer precoce, vi chiedo di pazientare.

Che poi, se si tratta di una canzone propria da esportare tale e quale, beh, posso pure capirlo. Il testo ha rilevanza, vuoi che venga recepito, é chiaro. Per cui magari non l'apprezzo al mille per mille, ma se una Pausini (tanto per dirne una) traduce i suoi stessi brani in castigliano, a me va piú che bene. Sí, insomma: un suo senso ce l'ha. Quello che non capisco, che non ho mai capito, sono le omologazioni dei duetti. Voglio dire: se un madrelingua italiano e un madrelingua spagnolo cantano assieme, per quale ragione logica dovrebbero farlo entrambi in una sola delle loro due lingue? Perché non possono, viceversa, esprimersi ciascuno nella sua? L'effetto ritmico non cambia. Il testo si capisce. E il risultato ci guadagna in naturalitá. Fissazioni mie, non ne dubito. Ma persino la bella “Para ti sería” cantata da Nek assieme a El Sueño de Morfeo l'avrei preferita in chiave piú internazionale.




Poi non escludo di aver riciclato queste mie annose riflessioni anche per colpa della radio. Sí, insomma, erretielle. Me ne stavo tranquilla, pensando ai fatti miei, quando le sue frequenze mi hanno riproposto “Qualcosa di grande”, dei Lúnapop. Ora, tralasciando il fatto che non riesco piú a non percepirla come una sottospecie di accusa personale, m'ha fatto tornare in mente la pronuncia di Cremonini nella versione spagnola. Cosí ho pensato a cosa mai succederebbe se il famoso “a ver si lo consigues” rendesse veramente il mio sogno realtá. Sono partita per uno dei miei famigerati voli pindarici. E ho deglutito in modo sonoro.





Onestamente, non sarei in grado di ascoltare “Mira La Vida” cantata in spagnolo da Cesare. Come non sarei in grado di ascoltare, chessó, “Il Pagliaccio” cantata in italiano da Dani. Non potrei, e basta. Non senza ridere. Viceversa, non smetto di pensare a quanto sarebbe assolutamente perfetta “Mira La Vida” cantata un po' in castigliano e un po' in italiano, assieme, da quei due. Guarda la vita come torna e ti sorprendeeee (ohohooooh!) Non smetto di pensare che Il Pagliaccio, in metrica, si adatterebbe a intarsi in castigliano. Y en el espejo , del camerino...(vamonooos!) Si, insomma, ecco: magari ho anche i miei leggeri motivi personali, ma resta il fatto che il duetto di Jovanotti e Juanes capita a fagiolo per corroborare in buonumore la mia tesi. #Italospagnolismi, sempre. Come l'hashtag che ho inventato per me.






Tra parentesi, ora che ci penso, si potrebbe anche fare un gioco. Voi quale cantante spagnolo (o latinoamericano, va, ve lo concedo) e quale cantante italiano vedreste bene in un duetto bilingue? Sbizzarritevi!