domenica 6 ottobre 2013

Piú simpatico di uno spagnolo che fa paragoni.

La vera natura di un popolo - ne sono convinta -si capisce dalle sue conversazioni. A ben vedere é anche per questo, se amo gli spagnoli. Perchè sono fissati con i paragoni. Tu ci parli per un po' e...zac! Ti piazzano in mezzo alla frase una comparazione umoristica di massima efficacia. Sempre geniale. Molte volte spiazzante. Spesso poco diplomatica. 'Na roba tipo "sei più pericoloso di Michael Jackson in un asilo", per intenderci. 
Se non ci sei abituato a te scappa da ridere, è inevitabile. E loro ti guardano straniti, chiedendosi con tutta probabilità cosa diavolo ci sia di divertente in una battuta ormai entrata da anni a far parte del dire quotidiano.

Ecco: quelle comparazioni, per me, sono l'anima stessa della gente spagnola. La descrizione perfetta di uno spirito scherzoso. Di una vita vissuta col sorriso sulle labbra e una disperata voglia di prenderla alla leggera. 

In tutti questi anni, nel corso delle mie scorribande nella Terra di Cervantes, ho avuto modo di ascoltarne parecchie. E oggi ho scelto di elencarvi le mie preferite, in originale e traduzione italiana. Se ne conoscete altre, al solito, sentitevi liberi di segnalarmele. In caso contrario, spero strapperanno una risata anche a voi. Perchè è dalle risate - quasi sempre - che poi nasce l'amore. 

- Más perdido que un pulpo en un garaje
Più perso di un polipo in un garage. 





- Más feo que El Fary chupando limones

Più brutto de El Fary che succhia limoni.
(Per la cronaca, El Fary è questa personcina qui sotto )





- Más líado que la pata de un romano
Piú incasinato della gamba di romano.

(Líado, letteralmente, vuol dire anche "intricato", "ingarbugliato", insomma, un po' come avvolto da corde o fili. Saputo questo, pensate ai sandali degli antichi romani.)



- Más breve que el vocabulario del Correcaminos
Piú breve del vocabolario di Bee-Beep.



- Más feo que el parto de Mick Jagger

Piú brutto del parto dI Mick Jagger.




- Más feo que mandar a la abuela a por droga
Piú brutto che mandare la nonna a comprar droga. 

- Más feo que pegarle a un padre
Piú brutto che picchiare un padre (da notare che c'é anche la variante peggiorativa "más feo que pegarle a un padre con un calcetín sudado", cioé: "piú brutto che picchiare un padre con un calzino sudato") 



- Más agobiado que el fontanero del Titanic

Piú in ansia dell'idraulico del Titanic.

- Tener más hambre que el tamagochi de un sordo
Avere piú fame del tamagochi di un sordo.




- Más feo que una nevera por detrás
Piú brutto di un frigorifero visto da dietro.




- Más falso que el pelo de un playmobil
Piú falso dei capelli di un playmobil.





- Estás más buena que comer el pollo con las manos


Sei piú buona che mangiare il pollo con le mani.

(in realtá "estar buena" significa in linguaggio colloquiale "essere figa", un po' come il "sei bona" romano, in fondo.) 




- Más contento que un perro con dos colas
Piú contento di un cane con due code. 




Allora? Qual é il vostro preferito? 

venerdì 4 ottobre 2013

I 3 videoclip piú fashion (e una divagazione sugli eschimesi)

Freddo polare. Dicembrino. Di quelli con la bora forte, le stalattiti di ghiaccio e gli eschimesi che ti costruiscono igloo abusivi in giardino. Ok, forse con gli eschimesi ho un po' esagerato. 




Freddo di quelli in cui pensi alle persone che anelavano convinte la fine dell'estate. Un'estate durata su per giù due giorni e mezzo. Uff che caldo, uff che schifo il sole. E avevano il coraggio di dirtelo pure. 

Ti ricordi di loro, adesso, dal disagio del tuo Nord Est tutto bello intriso di meteoropatia. Ti chiedi se saranno contente. Se abbiano una minima idea. Ti chiedi come cacchio si possa amare una stagione di mezzo in cui la sola cosa bella sono i giubbini in pelle. E giù valanghe d'imprecazioni. 

Nel frattempo ti suona il telefono. E' Abdul. Forse Mohammed. Cerca il tizio che vende mozzarelle. Sì, giusto numero. A me detto fa squillo. No guarda che hai sbagliato. 
Risuona. L'Università di Parma che ti chiede se la Laurea ti è stata utile, e quanto guadagni al mese. Per poco non gli ridi in faccia, ma alla fine sei sempre troppo buona. L'eschimese, da fuori, ti mima con le labbra “machecacchiostaiadí?”
Risuona. Esseemmeesse, questa volta. La Vodafone informa che ha una foca di nome Monica come nuova testimonial. La foca Monica, capite? Resti senza parole. 

Non suona più. 
E pensi che la tua vita sociale andrebbe rivista un tantino. 

Insomma, la situazione è questa. Con l'aggiunta del vicino che t'instaura profezie nefaste in un cantiere edile proiettato al weekend; E un libro di Murakami che non ti sta convincendo come avresti creduto. O voluto. La situazione è del tipo che parli di te in seconda persona; e, immersa nella vasca da bagno, elabori teorie socio-antropologiche partendo dai termini volgari delle lingue spagnola e italiana (magari un giorno approfondisco). 

E peró in tutto questo, chissà come, riesci ancora a sorridere. Tanto, pure. Sarà che è Venerdì, e per sdrammatizzare cucini cupcake al cioccolato. Sarà che la musica è un anestetizzante naturale. Sarà sarà l'Aurora. Ramazzotti. Che leggo essere una specie di divetta dell'Instagram. Oddio, lo leggo su Libero.it, che non è certo il campione dell'affidabilità. Però... 

Sarà che riesco a divagare anche quando avrei voluto semplicemente parlarvi di videoclip. 

Sì. Perchè non lo com'è. Ma da qualche parte, nel folkloristico quadro della quotidianità, il mio lato fescionvictim (femminile singolare, ma nel senso di strano) si è fatto sempre più preoccupantemente spiccato. Così mi trovo a fare zapping tra Youtube e MTV. E mi innamoro inesorabilmente dei capi d'abbigliamento indossati dalle protagoniste femminili. Alcune protagoniste, almeno. 

In concreto, ultimamente sono tre i videoclip a cui mi ispirerei per rifarmi il guardaroba. Ve li condivido qui sotto. Così, giusto perchè me l'ha detto l'eschimese. 


Gianna Nannini – Scegli me





Il look della ragazza è semplicemente perfetto. Oltre che molto trendy, bisogna dire:  tra il chiodo, gli stivaletti borchiati e la gonna asimmetrica sembra di guardare un catalogo di moda. 'Somma: i videoclip della Nannini, per farci qualcos'altro. Dove il “qualcos'altro” è ammirare i vestiti. 






Avicii – Wake me up




Amore assoluto per gli accessori. Dalle collane ai bracciali, passando per gli stivaletti e (soprattutto!) le borse. 






Cris Méndez – Vida




Io, alla Cris, ruberei direttamente tutto l'armadio. Lo dico sempre, e l'ho detto anche a lei. La gonna, il mio capo preferito. 



Se poi voi avete qualche altro videoclip di cui apprezzate il lato glamour, sono tutta orecchi. Cioè, occhi. Cioè...linkatemelo, ecco. Chè mi fa piacere. 

domenica 29 settembre 2013

Letture italo-spagnole per una Domenica piovosa


Se come me siete incastrati in una Domenica piovosa, magari avrete voglia di leggere qualcosa. Vi consiglio, allora, due post che mi sono particolarmente piaciuti. Sono entrambi a tema musicale, uno in spagnolo e uno in italiano. Così, giusto per accontentare la doppia anima di chiunque si identifichi nel titolo del blog. 



Quello in italiano, "Sindrome da dopo-concerto: le 9 fasi della depressione post- Live", è stato pubblicato su RockOn Magazine, usandomi piuttosto chiaramente come cavia da laboratorio inconsapevole. Perchè 'sta cosa è il mio ritratto spiccicato, dai. Non prendiamoci in giro! Però forse è anche quello di qualcuno di voi. Consigliato per tutti, quasi obbligatorio per i concertisti: vi farà sorridere un bel po'. 

"Las 10 mejores tiendas de discos de España", in castigliano, elenca - come da titolo - i migliori negozi di dischi di Spagna. All'insindacabile giudizio del magazine de El Mundo , io mi permetterei di aggiungere il solito Discos Killer's, in Calle Montera a Madrid. Per il resto, l'articolo è perfetto per i musicofili in partenza. Di quelli da stampare e custodire gelosamente all'interno della vostra Moleskine. 

Buona lettura! E Buona Domenica, piovosa o no. 




giovedì 26 settembre 2013

I Tweet Awards di #Odissea

Si è da poco conclusa, in quel di Rimini, l'edizione 2013 dei Tweet Awards. Ora: magari voi non lo sapete, ma il motto di quest'anno era “Fatti non foste a twittar come bruti”. Se ne evince che, in versione omerica o dantesca, non sono l'unica a pensare che Ulisse se la caverebbe alla grande con i cinguettii. 
Ci stavo riflettendo questa notte, in preda ad un fastidiosissimo attacco di insonnia creativa. Così, invece di mettermi a contare le pecore come farebbe una persona normale, ho finito col chiedermi cosa sarebbe successo se la manifestazione fosse stata organizzata con i personaggi di #Odissea. 



Il risultato è che mi sono ritrovata a sghignazzare da sola nell'oscurità della mia stanza, per poi sognare tutta la notte di scrivere. Che poi: sarà possibile sognarsi di scrivere? Il mio subconscio mi lascia sempre senza parole [ah-ah!].

Comunque. In esclusiva per i lettori del mio primo libro, ecco i premiati ai Tweet Awards - #Odissea edition. Con una succinta ma efficace cronaca dell'accaduto a cura dei reporter di @greek_news. Siete d'accordo con i verdetti? Voi chi avreste votato?




Twittero dell’anno : nAuSiKaA (@nauxx) 

La ragazzina, che non ha potuto presenziare alla manifestazione per motivi personali (o, come dice lei: “xkè i miei nn hanno voluto portarmi, sn disxata, li odio! :'''''''''( “) ci ha ritenuto a ringraziare per il riconoscimento con un tweet. Queste le sue commosse dichiarazioni: 

“No, beh, ma siete stramegafantastici! Vi lovvo 1 Casino! *__*”

Miglior Uomo su Twitter: Telemaco (@telemaco)

In abiti formali e particolarmente apprezzato dalle giovani presenti, il figlio del celebre Odisseo ha ritirato il premio dedicando poche ma sentite parole all'"importanza avuta da Twitter nel dare eco alla spedizione da lui organizzata per rintracciare il padre". Tra applausi scroscianti (e qualche insulto dai Proci - strategicamente stipati vicino al buffet) ha dedicato il trofeo alla famiglia e agli amici “che mi sono sempre stati vicino”. 

Miglior Donna su Twitter: Penelope (@penelope_)
Elegantissima in un abito della sua nuova collezione moda, Penelope si è lasciata sfuggire qualche lacrima di commozione. Mentre si sottoponeva ai flash (per lo più di @Novella1200Ac) qualcuno, dalla zona buffet, ha urlato “A'BBOONA!”. Ne è seguita una rissa immediatamente dispersa dalla Polizia. Antinoo Re dei Proci (@antinoo_proci), portato via di peso, ha brontolato chiedendo se non si potesse almeno aspettare che stappassero il vino.
Twittero Rivelazione: Elena (@elena_official)

Il nome della vincitrice – assente per evitare la pubblica gogna - ha provocato un coro di stupore.    L'organizzazione ha provato a motivare la scelta con “la capacità di usare il mezzo per mostrare il proprio volto umano, e riscattarsi così dagli insulti ricevuti al momento dell'iscrizione”. Ma poi, fuori microfono, ha aggiunto che, in realtà, “non se lo spiega mica”. A dirla tutta, neanche noi.
Twittero più simpatico: Lotofagi (@Lotofagi)
Un boato si è alzato dalla sala quando questa banda di bizzarri figuri ha ritirato il premio al grido di “Peace&Love fratelli! … Però togliete quelle polpette dal buffet, dai”. Uno di loro, intento a fissare il vuoto, si è poi avvicinato al presentatore chiedendo se sapesse, per caso, che giorno era. Poi ha fatto Ciao-Ciao con la manina a quello che secondo lui era un unicorno rosa. Mah.
Miglior Azienda su Twitter: Epeo (@Epeo_costruzioni)
Il riconoscimento, sottratto per pochissimi voti alla favorita Trinachia Turismo (@trinachia_turismo), ha premiato le grandi capacità imprenditoriali di Epeo. L'artigiano ha, infatti, sfruttato nel migliore dei modi le circostanze d'attualità per promuovere al meglio le sue creazioni. In segno di gratitudine, Epeo ha regalato un modellino in scala del cavallo di Troia a tutti i presenti. Molto gentile da parte sua, non c'è che dire.
Miglior Fake/Parodia: Nessuno (@nessuno)

L'annuncio del vincitore ha creato scompiglio. 
“Ma come è possibile che non abbia vinto nessuno?”, ha chiesto qualche disinformato che sembrava non vederci granchè bene. 
“No, Nessuno: Nessuno ritira il premio!”, ha provato a spiegare l'organizzazione. 
In effetti, nessuno è salito sul palco. 
Ma non è che questo abbia migliorato le cose. 

Miglior Celebrità su Twitter: Odisseo (@Ulisse)
Il verdetto era tra i più attesi. La Twitstar più famosa del globo, non potendo essere presente, ha voluto ringraziare con un video. Realizzazione spettacolare, va detto. 
Proviamo a descrivervelo: l'inquadratura si apre su di un posto decisamente molto caldo. Luci rossastre. Poi, si vede del fuoco. Con un effettone speciale della Madonna, la voce di Ulisse sembra uscire proprio da una fiamma. Incredibile, sul serio. Mentre le immagini scorrono, ci sembra di scorgere tra il pubblico un noto autore di Best Seller americano che prende appunti in modo compulsivo. 
Sullo schermo, intanto,  la lingua di fuoco si lancia dimenandosi in un discorso impeccabile in cui trovano spazio anche questioni di attualità stringente come – par di capire – il conflitto di Gibilterra. Un posto alquanto sfigato, quello lì, intuiamo. Sfigato e ventoso. 
Poi, il filmato si conclude con una scritta in sovraimpressione. E' il motto della manifestazione: “fatti non foste a twittare come bruti”, ma il sempre geniale Ulisse lo conclude con un'altra frase ad effetto: “...ma per seguir virtute e canoscenza”.

E' il tripudio. In sala prende il via una standing ovation. Applausi. Urla. Ragazzine che svengono. Poi qualcuno, poco impressionabile, esclama: “oh, guardate che c'è un refuso, "conoscenza" va con la O!”. 

Per tutta risposta, un tizio col naso molto pronunciato si alza stizzito. 
 “Non hapite un hazzo non hapite, maremma 'mpestata”, esclama. Quindi abbandona il luogo.  








PS: Dante, Scusa.


 
Anche a nome di Dan Brown.

lunedì 23 settembre 2013

Storie collaterali a Pordenone Legge.


Folle oceaniche. Serpentoni umani che riversano entusiasmo nelle strade e negli stand. Sono ragazzi in jeans. Signore eleganti. Gente che si sforza di incarnare in eccessi lo stereotipo di intellettuale. In mezzo a loro, pennellate di giallo. La divisa dello staff, il colore del logo. Attorno, vetrine curatissime s'addobbano a tema. Una pagina stampata appesa tra i gioielli. Una pila di volumi impolverati che si incastra tra i maglioni. Una citazione letteraria stampata sulla maglietta, magari, perchè no?



Se dovessi descrivervi Pordenone Legge, lo farei così. Senza troppe differenze rispetto all'anno scorso. Simili i contenuti. Uguale, il mio entusiasmo. C'è ancora quell'incredulità quasi commossa nel constatare quanto la cultura sappia, in fondo, appassionare ancora.



Se dovessi descrivervi Pordenone Legge, la Pordenone Legge che ho rivissuto Domenica, parlerei senz'altro della marea assiepata in una piazza per sentir parlare Lucarelli. Vi direi di quel cartello con su scritto “Sold out” (beh, “tutto esaurito”) che mi ha impedito di dare un volto a Pennac. E poi accennerei a Bartezzaghi. Al suo pubblico di età miste, dove trentenni con la faccia da giornalisti e la maglietta a righe convivono armoniosi con i professionisti del web. Una ragazza twitta dalle prime file stringendo in mano l'iphone: appoggiate sulle gambe, una moleskine classica e la biografia di Steve Jobs. Alle mie spalle, un dibattito in corso sulla reale necessità di definire il concetto di Creatività. Io che intervengo dicendo che provarci è divertente. Lo sciaquio consolatorio del fiume come sottofondo un po' new age. Poi, la pausa caffè. Ecco, forse vi parlerei anche di questo. Del contrasto di sapori e temperatura. Del sorbetto al gusto moka che si intinge nel cioccolato appena tiepido nel bar che tanto amo. E poi, cigliegina sulla torta, aggiungerei al tutto il libro abbandonato su una panchina fuori mano. Il titolo che non riesco a leggere, il book crossing che mi attira. Ma forse non abbastanza da allungare il percorso tra le ortiche.



Sì, se dovessi descrivervi Pordenone Legge, il mio post finirebbe qui. Sarebbe un vortice di immagini impoverite da lettere e sintassi. Una polaroid sviluppata per il mio ricordo e per l'onor di cronaca. Però, non ci sarei dentro io. Perchè sì, insomma, è abbastanza ovvio che la manifestazione si meriti più di un cenno. D'altro canto dovreste averlo capito, che l'adoro. Ma gli episodi di cui volevo davvero parlarvi si inquadrano nel contesto senza averci niente a che fare.


Prendiamo quel negozietto appartato, per esempio. Una stradina a fondo cieco, pochi metri quadrati indicati, più in là, da un cartellone. Lo gestisce una ragazza entusiasta che avrà ad occhio e croce solo pochi anni più di me. Vende oggetti vintage che lei stessa va periodicamente a prendere in inghilterra. Un solo esemplare per tipo, niente a che vedere con i rifornimenti all'ingrosso dei centri commerciali. Ci sono abiti rossi taglia XL, con la scollatura sulla schiena impreziosita da svolazzi. Scarpine a punta arrotondata. Forbicette per le unghie a forma di Pin-up. E ancora pins dei Beatles, oggetti d'arredo, appendiabiti di richiamo regale e scatoline per il tea. Ci sono gemelli con le @ per gli informatici alla moda, cerchietti con grossi fiocchi e lampade da tavolo. Tutto all'insegna dell'originale. Del difficilmente rintracciabile. Tutto, rigorosamente, british.

La ragazza, gentile in modo emozionante nel micro-mondo burbero delle commesse d'oggi, mi cede un biglietto da visita col suo contatto Facebook. E, non appena esco da lì, ho in testa un'altra idea. Del tipo che mi piacerebbe mettere sù un negozio del genere, però in versione spagnola. Ve l'immaginate? Avrei il pretesto perfetto per viaggiare in Spagna a ritmi regolari, e appagherei me stessa – oltre a buona parte dei miei lettori – con un rifornimento misto di cd, libri in lingua originale, bottigliette di colacao, tinto de verano Sandevid, fiori per capelli e abbigliamento flamenco il più possibile low cost. Forse arricchirei l'offerta di maglie mala mujer o callate la boca, e accetterei richieste per ordinazioni su misura.

Sarebbe un piccolo Paradiso per filo-ispanici. Un piccolo Paradiso per me.
Peccato che pochi metri più in là, di fronte a Coin, l'originale “mostra di follia burocratica” allestita in modo egregio da un cittadino qualunque basti a farmi passare tutta la buona volontà. E proprio mentre sono già passata ad arredare nella testa il mio fantomatico esercizio commerciale.

In un moto di protesta tanto originale quanto efficace, il cittadino in questione ha esposto gli atti notarili, le pratiche, i pagamenti e i documenti che gli sono stati richiesti negli anni per poter avviare la sua onesta attività. Ostacoli che farebbero passare a chiunque la voglia di mettersi in proprio. Disgusto tutto italico. Per l'appunto, follia.

Fortuna che di idee ne ho tante, ed archiviarne una – poi, del tutto scapestrata- non fa così male.
'Somma, dimentico in fretta. Specie quando trovo un negozietto di dischi old-style, e scelgo (capirete!) di passarci la mezz'ora successiva.

Dentro, il proprietario sta appassionatamente riassumendo la trama di Dawson's Creek ad un signore che non vedo in faccia.
“Sono le storie di questi ragazzi adolescenti” - sta dicendo - “Che vivono in un posto che si chiama Dawson o una roba così, da lì il nome della serie”.
Mi viene l'impulso di interrompere urlando: “Nooo, Dawson è il nome del protagonista!”, ma vengo distratta dall'apparizione di un nuovo album de Il Nucleo. Cioè, Il Nucleo, ci rendiamo conto? Sono ancora vivi? Cos'era che cantavano, aspè...?! Lo shock è tale che mi perdo buona parte dello sviluppo successivo della trama.
Quando mi sincronizzo di nuovo sui discorsi del proprietario, sta passando in rassegna i protagonisti:
“C'è la bionda un po' facilotta, la morettina che sta con uno del gruppo, l'amico simpaticone...”
Beh, devo dire che sta rimediando bene alla gaffe dell'inizio, però. Bravo. Bella sintesi. Quasi quasi applaudo.
Anche il signore (di cui continuo a non vedere la faccia), in effetti, sembra convinto.
“Ma quindi dice che come regalo per una ragazzina può andar bene?”
“Sì, se non l'ha vista senz'altro...è stata una serie cult negli anni '90, la guardavano tutti!”.

Nel frattempo, un tizio al mio fianco fa il figo con un gruppo di amici parlando di Glam Rock e tramonto psichedelico, per passare conseguentemente all'elencazione di tutt'una serie di band dai nomi improbabili che “non si conoscono tanto, però...”. Non che i suoi interlocutori sembrino particolarmente interessati, ma tant'è.

Poi qualcuno mi suggerisce di “provare a guardare nel reparto musica internazionale, con la lettera M”. Ed io mi giro con aria perplessa chiedendo sinceramente smarrita: “Perchè? Chi è che ha il cognome che inizia per M?”.

Il tutto dopo avervi stressato per una settimana almeno con una serie infinita di post monotematici. Parliamone.

Alla fine compro Fabrizio Moro e i Negrita . Ovvero, niente più e niente meno di quel che ero venuta a cercare. Guarda caso, sono anche in perfetto ordine alfabetico. Sul bancone, accanto alla cassa, c'è una copia del cd di Tony Bennet. Quel cd, voglio dire. Con quel cognome che inizia per M ben evidente sulla copertina. Mi viene da ridere. Ma un sacco, proprio.




Non so com'è, ma se si tratta di musica (e di libri!) anche spender soldi mi mette di buon umore.  

sabato 21 settembre 2013

Ancora tu: l'ennesimo (e ultimo!) post sul nuovo disco di Dani Martín


Sintomi inequivocabili del fatto che ti piace un disco: 
1. Non riuscire ad evitare di muovere le labbra seguendo i testi delle canzoni. Anche se l'ascolti in cuffia. In un luogo pubblico. Con l'aggravante dell'oscillazione (poco) armonica del corpo nelle pause strumentali. Sai perfettamente che, vista dall'esterno, sembri un'epilettica in preda a convulsioni. Ma fondamentalmente, in quel momento, non te ne frega alcunchè. 

2. Lasciarsi trasportare dalla musica al punto da rischiare di mancare la tua fermata. Il che non è bello, se ti trovi a bordo di un treno diretto a Venezia. Cioè a due ore da casa tua e più di una dal posto in cui sei diretta.

3. Fissare il vuoto con aria ebete mentre cerchi di infilarti il golfino rosso che avevi previamente - ed opportunamente-  appallottolato nella maxi-borsa coordinata. Sentirti dire dalla sconosciuta che ti siede di fronte "Guarda che l'hai messo al rovescio", e urlare un "ODDIOOOOGRAZIEEE" a volume inappropriato, tutto attaccato e con troppe vocali. Scateni immancabilmente gli sguardi sconcertati di un ragazzo intento a guardare una serie tv al computer, di un signore che stava messaggiando al cellulare, e ovviamente della tizia in questione. Una ragazza, al tuo fianco, si sveglia dal pisolino che stava beatamente schiacciando. E tu senti il vago (ma proprio vago) desiderio di scomparire soltanto quando ti decidi a schiacciare il tasto pause. 

Insomma: alla fine è andata così. Il furgone parcheggiato sotto casa. Le unghie sui bordi dell'involucro di plastica. E tutta una valanga di emozioni. 




Non avrei voluto parlarvene, davvero. Tre post consecutivi sullo stesso argomento sono un po' troppi, anche se li segmenti in diverse sfaccettature. Solo che, dopo tre anni, un altro album ha saputo trasformarsi in un simulacro di droga. Di quella che ti inietti in vena. Che arriva al midollo. Dalle note al cervello, sputtanandoti i neuroni. E d'un tratto sei pimpante, pulsazioni accelerate, euforica e iperattiva in modo quasi chimico. Come quei tizi coi rasta che mi passano davanti mentre provo a riprender fiato sulle seggiole metalliche di una qualche stazione. Si urlano addosso, il tono acceso da una rabbia feroce, animale, inumana. Poi si abbracciano, e ridono ancora. 

I dischi- droga non sono facili da trovare. Ti infondono il bisogno fisico di ascoltarli in loop. Di ricominciare dalla prima traccia quando arrivi all'ultima. E poi di nuovo. Di nuovo. Ancora. Dopo tre anni ne ho trovato un altro. E mica è colpa mia se sulla copertina c'è sempre lo stesso nome. 

Poi ho scritto una cosa. Righe buttate giù in spagnolo. Filo diretto cuore-carta, dopo il primo ascolto. Occhi umidi e poca attenzione alla sintassi. Un documento pdf da convidere senza pensarci sù. E, per qualche ragione a me ignota, quelle parole sono riuscite a toccare un numero di persone francamente inimmaginabile. Dal diretto interessato alla strale di sconosciuti incuriositi da un ringraziamento pubblico. Esaltati al punto da passare parola, mentre inerte e francamente shockata assistivo all'aumento di follower, imbarazzo ed anche di un po' d'autostima. Ecco perchè ho pensato che, se le mie sensazioni avevano riscontrato l'approvazione di tutta quella gente, magari potevano allora interessare pure a voi. Voi che, oltretutto, le premesse le sapete. E allora si fa in-necessario dirvi del momento strano in cui questo cd mi è entrato nell'esistenza. Della perdita - apparente, a quanto pare inesistente - di passione. Della rivelazione per cui ad essere cambiato è solo il modo in cui la vivo. 

Io ve lo prometto: è l'ultimo post (almeno per un po') che dedico al nuovo lavoro di Dani Martín. Ma, prima di archiviare il discorso, lasciate almeno che vi presenti le canzoni che mi sono piaciute di piú. 


ESTRELLA DEL ROCK




É auto-ironica. Divertente. Spensierata. Ed é - soprattutto - una dichiarazione di intenti. Il featuring, che coniuga la musica popolare messicana al piú classico dei Rock 'n'Roll, é a cura de Los Cuates de Sinaloa. Se il nome, lí per lí, non vi dice niente, sappiate che sono gli autori della sigla e colonna sonora della serie cult Breaking Bad. Ogni volta che ascolto "Estrella del Rock" mi trovo a sperare con tutta l'anima che qualcuno, pur non essendo fan di Dani, riesca ad uscire dalla scatola chiusa dei suoi pregiudizi e si permetta di premere play. Anche solo una volta. Anche soltanto per curiositá.
Magari non cambierá idea sul cantante - non aspiro a tanto - peró la cambierá sulla persona. Perché chi sa ridere di sé merita rispetto a prescindere. Sono anche abbastanza certa, tuttavia, che in pochi si prenderanno la briga di darsi (e dargli) questa possibilità. 

CARAMELOS



Sarebbe il singolo perfetto per l'Italia, ne sono convinta. E' latina abbastanza da rispettare le aspettative dell'italiano medio nei confronti della musica ispanofona. E' ritmata abbastanza da non riuscire a stare fermo quando l'ascolti. E' allegra abbastanza da contagiarti di continuo buonumore. 


EMOCIONAL

Poco da aggiungere, è quasi perfetta.


GRETEL



La prima volta che l'ho ascoltata, per qualche motivo, mi sono ritrovata a sentire qualcosa di umido e salato che mi scendeva dagli occhi. Non mi succede tanto spesso, di piangere per una canzone. E, onestamente, a tutt'oggi non so perchè mi sia capitato. Perchè mi continui a capitare, anzi. Ogni dannata volta che la sento, in cuffia o dallo stereo, a volume alto o appena percepita dalla stanza accanto. La melodia è allegra. Il testo è velato di positività. Eppure, io ascolto Gretel e piango. E' come se mi rimescolasse qualcosa dentro, vai a capire. Se prendesse le mie budella, le strizzasse, e ci facesse un nodo. Parla di due persone che non sono destinate a stare assieme. Lui dice a lei che non vuol essere la causa delle sue sofferenze, e le chiede di continuare a fare la sua vita. E' il primo "sólo te pido que salgas a bailar" che mi annienta. E' sua la colpa, dannazione. Cedo sempre lí. 



La preferita di mia madre. Un tango cantato a duetto con Joaquín Sabina. La sua inconfondibile voce ruvida che si sposa inaspettatamente bene a quella di Dani. Un'atmosfera vagamente retró.


UN AVIÓN [Ed. Speciale Carrefour]

Si capisce giá dal titolo, dai, che mi sarebbe piaciuta.
La frase "busco un sol que alegre mi mañana, un avión que me aleje de aquí" , poi, dice tutto giá da sola. 


EL PUNTITO 

C'era una specie di gioco. Una serie di sfide inventate dalla Sony per far assaggiare l'album prima della sua uscita. Tu rispondevi a dei quesiti. E, ogni volta che risposta era corretta, potevi ascoltare dieci secondi di una canzone. Ora: capirete che dieci secondi non ti permettono, in nessun caso, di apprezzarne o capirne il testo. Cosí, sulla spinta di un entusiasmo tutto melodico, avevo fatto sfogo della mia solenne idiozia. Dicevo che era piuttosto normale che mi piacesse, dal momento che il mio cognome, in inglese, significa punto. Scherzavo - idiota, l'ho detto - sul fatto che di sicuro era stata scritta per me.
Poi é arrivato il disco. Finalmente, il testo, l'ho ascoltato in versione integrale. E la cosa assurda é che lo vivo SUL SERIO come se fosse stato scritto per me. 
Mi fa riflettere. Mi costringe ad esercizi di autocritica. Mi spinge a pensare a tutte le volte in cui ho voluto, desiderato, chiesto, preteso. E magari non ho dato io. Magari sono stata cosí concentrata su quello che mi sarei aspettata da non chiedermi cosa volessero gli altri. O forse ho creduto che le cose mi fossero dovute, che mi piovessero addosso da quel "cielo perfecto y bonito" e non dovessi provare, invece, a lottare per conquistarmele da me.
Sulle poche righe che ho scritto in spagnolo mi é sembrato doveroso chiedere scusa a chiunque leggesse, se mai qualche volta avessi commesso quell'errore anche con loro.

A mó di postilla, lo pseudo-rap del finale sembra fatto apposta per un featuring di Jovanotti. Ché tanto, a collaborare con gli spagnoli, ormai c'é abituato da un po'. 







Ah! Forse non lo sapete, ma il cd - nella versione standard da 11 pezzi - é giá ascoltabile gratis e legalmente su Spotify. Insisto: dategliela, una possibilitá. 



martedì 17 settembre 2013

17 Settembre.

Questo periodo dell'anno, per me, ha sempre avuto odore di nuovi inizi. Non che pretenda di essere originale, certo. L'ho sempre detto, che Settembre è capodanno un po' per tutti: si fanno progetti. Si stabiliscono obiettivi. Si abbandonano abbronzatura e spensieratezza in favore di un ritorno alla routine. A Settembre si decide di andare in palestra. Di fare carriera. Di provare a sviluppare quell'idea. Di mangiare un po' di meno, risparmiare per un viaggio; magari soltanto leggere un po' di più. E per un momento, fosse anche solo un istante, si crede davvero di potercela fare. 

Non ci sarebbero così tante canzoni a parlare di questo mese, in fondo, se non fosse per tutti una nuova occasione. Eppure non è a questo che mi riferivo. No. Io parlavo delle date. Di questa data. Di un numero che a me non ha mai portato sfortuna. 

Era un diciassette di Settembre quando, in un aeroporto in cui non sono più tornata, sul boeing di una compagnia aerea che non ho mai più usato, m'imbarcavo per la più bella delle avventure. Era un viaggio lungo, di quelli che esigono valige più grandi di te. Nello stomaco, la lieve paura eccitata che precede le azioni che ti sembrano insensate; e poi, curioso a dirsi, sono proprio quelle di cui non ti penti mai. Ricordo che il volo era trascorso tra chiacchiere e qualche lacrima. Doveva essere così. In un film lo sarebbe stato. Non la conoscevo bene, Daniela. Giusto un incontro fugace in Via D'Azeglio alla consegna di un paio di moduli. Eppure entrambe, su quell'aereo, trovavamo giusto raccontarci la vita. La vita passata, la vita in Italia, la vita di pre-erasmus che ci aggingevamo a lasciare. Certe cose dette a lei, forse non le avevo forse ancora ammesse nemmeno a me stessa. Tanto non avevano importanza.Tanto lo sapevo, in quel momento come lo so ora, che quel viaggio mi avrebbe cambiata per sempre. Che quei dieci mesi a Málaga mi avrebbero resa una persona diversa. Una tornata con la gonna lunga, un top marrone e un fiore in testa, che in dialoghi di lingue mischiate sarebbe stata scambiata per spagnola. Una che, per guardare il mondo, indossava adesso un altro paio di occhiali. E non parlo soltanto della montatura. 





Era un diciassette di Settembre, solo un paio d'anni dopo, quando mi svegliavo in un'era distinta sul letto di casa mia. C'era ancora qualche scatolone da aprire. Il portaoggetti rosso e bianco dell'Ikea, un paio di tazze da caffé, la lampada bianca da scrivania. E tutti quei vestiti, ancora, i vestiti che non sapevo come accidenti far stare in un solo armadio. Il treno mi aveva ricondotta al mio paesello, assieme alla malinconia di una vita che lasciavo per sempre e le speranze di neo- laureata di un futuro per cui lottare. Un futuro che non credevo mi sarebbe stato cosí ostile. Centodieci e lode. Una tesi ben fatta di scenari poi realizzatisi con immancabile precisione. Un blog. Qualche contatto importante. Le speranze del mondo che sentivo riposte su di me. Sarebbe bastato mandare qualche curricula, questo pensavo. Giusto un paio, poi avrei scelto tra proposte svariate. Presuntuosa, forse. Ottimista, di sicuro. A tratti spaventata dallo stesso momento di leggera depressione che due sere prima, sotto l'aria frizzante di Parma, mi aveva increspato l'animo. Il dialogo che ne era seguito mi avrebbe accompagnata, come un fantasma di melodrammatico, in tutti i momenti di sconforto degli anni a venire. Perché é esattamente cosí che si sarebbe svolto in un film. Tuttalpiú con un primo piano sulla lacrimuccia trattenuta a stento che nessuno ha visto nella benedizione del buio. 
“...e se poi non lo capisco, cos'é che mi rende felice?”. 

Quel 17 di Settembre mi ero svegliata consapevole che non ci sarebbero piú state sessioni d'esame, aperi-cena all'Aquolina, feste in appartamenti minuscoli o serate in Pilotta in mezzo alla settimana. Non ci sarebbero state sangríe al Tapas con Francesca dopo le lezioni di Tarantino, né la sveglia di Laura che suona troppo presto con note dei Rolling Stone. La mia vita di studentessa a Parma si era conclusa in un punto e a capo. Ora c'era da rimboccarsi le maniche, e capire com'era quella da donna adulta nel mondo del lavoro. 




Potrei andare avanti potenzialmente all'infinito. Ma oggi é un diciassette di Settembre, e per quanto il confronto apparentemente non regga, anche il disco che oggi esce é epico un bel po'. Per questo ho deciso di resistere, fan stoica ed attaccata ai rituali; per questo non ho ascoltato nulla, nonostante il lavoro degli hacker e le innumerevoli filtrazioni online. Doveva essere un diciassette di Settembre. Come detto. Annunciato. Scritto su carta ormai da un bel po'.




Ché Dani Martín, stavolta, non ha usato titoli. Si presenta cosí, con il suo nome e basta. Con il progetto di un elaborato pout pourrí (comunque si scriva) che – se tutto va bene – dovrebbe portarlo anche in terre italiane. Ad anticipare il tutto, un singolo che parla di ricominciare da capo. E tutta intera,  prepotente, inarrestabile, la montagna russa dei miei moti interiori. Io che l'ho "rinnegato". Allontanato. E ci ho sofferto. E poi di nuovo, mi sono entusiasmata. Esaperata. Nauseata. Io che non mi trovo piú a mio agio nella competizione d'invidia di alcuni tra i suoi fan. Troppo giovani, d'un tratto. Troppi decibel negli urli, troppe file nelle attese. Io che ho riscoperto in altri ambienti quanto seguire la musica possa essere invece ancora divertente; quanto sia piú bello parlare di arte  piuttosto che di una pettinatura; E poi peró non riesco a non attendere con ansia. A non fare progetti. A non sperare che un abbraccio mi riporti a quel che ero. Consapevole che quel che ero, tutto sommato, non potró esserlo mai piú. 

Ma Dani Martín é Dani Martín, e forsa la mia vita riuscirá a cantarla sempre. Anche oggi. Anche con questo lavoro. Perchè Dani è quel tipo di persona che incontra una tua amica a Madrid e inaspettatamente, senza che nessuno faccia il tuo nome, le chiede di te. Come sta Ilaria. Dov'è. Che fa. E dalle un bacio da parte mia. Tu lo vieni a sapere, lo ringrazi in un messaggio privato, e - sarà anche di due sillabe - ma la risposta fa dimenticare ogni rancore. 

Così ti trovi a pensare che, tutto sommato, pettinatura ed arte non sono necessariamente incompatibili. Clicchi compulsiva sul link della mensajería DHL. E d'impulso, all'insegna del "tutt'al piú faró del turismo" ti prenoti un volo per Bilbao. 

Ci ho fatto un outfit dedicato, a quel disco, manco a dirlo. 

Eppure, mentre lo ripropongo, mi viene in mente che oggi esce anche un greatest hits dei Negrita. Che magari non saranno tra i gruppi epocali della mia esistenza, ma ne hanno fatto parte – oh, eccome -  in modo abbastanza decisivo. Basti pensare alla videointervista in cui sono incappata per caso. Parlavano del rock argentino. Del Cile. Di una canzone che mi é rimbombata in testa per l'intera durata dell'estate. Mi sembra un segno, anche questo. Come mi sembra un segno che oggi, diciassette di Settembre, la mia migliore amica ha scoperto che in grembo porta una bambina. Il migliore dei risvegli, in sequenze di bip. 
"Finalmente ho un pretesto per compare le Barbie flamenche!", ché ora sembra tutto un po' piú vero. 

E' il diciassette di settembre. E, alla luce di tutto questo, ho deciso di iniziare a lavorare seriamente al mio secondo libro. Di strutturarlo, quantomeno, in attesa di tempo concreto per buttarlo giú. 

Poi magari sará l'ennesima idea che accantoneró dopo un capitolo e mezzo. Il contrario, ormai, non ve lo posso garantire. Peró oggi guardo il calendario, e di colpo mi sento fiduciosa.