lunedì 4 giugno 2012

Descrivere l'indescrivibile (Madrid, Parte I)


Certo che è strano: pssono volerci intere cartelle di word per descrivere nei minimi dettagli cinque minuti scarsi di vita. Poi passi quattro ore in compagnia di un cantante che ammiri e proprio non sai da dove cominciare. E non è non è neanche solo questo, in realtà. Perchè, vedete: ci sono frasi che ti portano a riflettere sui concetti basilari dell'esistenza d'oggi. Uno su tutti, quello di condivisione.



Lui se ne stava lì, le spalle addossate a una parete color salmone. Gradevole triangolo d'ombra mentre il cielo di Madrid sembra scordarsi che è soltanto mattina. Aveva appena finito di twittare la nostra compagnia. Breve concessione alla curiosità sul suo timeline. Su quanto, quando e cosa riesca a leggere di quell'agglomerato di lettere e spazi che è, nella maggior parte dei casi, il nostro solo mezzo per comunicare con lui. Poi, ha riposto l'iphone nella tasca dei jeans. Ed è allora che ha deciso di mandarmi in confusione.

“Potete fare tutto quello che volete: foto, video, non c'è nessun problema. Solo, vi chiederei per favore di non condividerli sui social networks. Vorrei che questa fosse una cosa esclusiva per voi dodici. Che quello che vivrete qui restasse soltanto nei vostri occhi e nei vostri cuori. Altrimenti si perderebbe il senso stesso del premio”.

Così, ho iniziato a chiedermi che cosa avrei dovuto fare. Perchè, in definitiva, io di scatti e filmati posso fare a meno senza sforzo. Però a scrivere...a quello non sono certa di poter rinunciare. A conti fatti è questo, il mio modo di ricordare e rivivere. Solo che è anche un modo per portarvi con me. Penso ai miei post. E ogni volta in cui qualcuno ha detto “leggendoti, sembra di stare lì” mi sembra ora una mancanza di rispetto alla volontà di Dani. Chè lui di cronache non ha parlato, beninteso. Chè forse sono solo paranoie mie. Ma se mi sono presa tutto questo tempo, prima di iniziare i resoconti, è anche perchè cercavo di trovare l'equilibrio. Di capire dove sta la linea di confine tra quello che posso raccontarvi e quello che, invece, è meglio tenere per me.

Una settimana fa ero nello studio di registrazione che ha visto nascere parte importante della colonna sonora dei miei ultimi anni. Ad esempio “Personas” e “Por mí y por todos mis compañeros”, de El Canto del Loco. Oppure “Pequeño”, di Dani Martín. Ero lí, seduta su di una poltroncina a pochi metri dal suo autore, nel paradosso perfetto che permette di ascoltare in cuffia la musica eseguita dal vivo. Di assaporarne ogni minimo dettaglio, ogni singolo strumento, mentre un omino dall'altra parte del vetro mixa in presa diretta voci e melodie. Una settimana fa ho avuto l'immenso privilegio di poter assistere a un concerto privato, in cui i brani eseguiti erano in buona parte quelli che ciascuno di noi richiedeva. E quasi sempre erano perle mai udite su un palco, o non piú ascoltate da un bel po'. Una settimana fa ho realizzato un sogno, eppure proprio tutto io non ve lo posso dire.


(NB:la foto non é dello studio di registrazione di Dani, bensí di uno di Roma trovato su web) 




Ad esempio, scelgo di non raccontarvi la lista delle canzoni eseguite. E tantomeno gli aneddoti sul luogo e le ragioni della loro composizione, che Dani anteponeva ad ogni prima nota. Taceró – e non me ne vogliate – anche tutte le interessanti “lezioni” tecniche su come si registra un disco, o si realizza un concerto davanti a migliaia di persone. Le domande e le risposte di una conversazione tranquilla su argomenti svariati mentre si cerca nei soundcheck di ottimizzare l'acustica e i cavi.

E invece vi diró come sia strano – anzi, stranamente bello – conoscere una popstar fuori dai riflettori. Perché é lí, nella sua salsa, lontano dai gridolini delle quindicenni isteriche, che una volta in piú si scopre persona normale. Lí, la sicurezza che dá un palco sfuma nella tenerezza di uno sguardo che si abbassa prima di iniziare. “Sí, ma non guardatemi cosí, che poi mi vergogno ”. E l'aura misteriosa che cattura gli sguardi al centro di un teatro o palasport finisce col ridursi soltanto ad un lavoro. Un mestiere come un altro, che come qualunque altro con l'esperienza migliora. Una professione con i suoi ritmi, i suoi orari e i suoi rituali. Con la sola, grande, differenza che ti dá il vantaggio di trasmettere emozioni.

E poi vi diró, anche, di quando quell'omino é uscito dalla sua postazione al mix, fermo a rispondere all'ennesimo “grazie” in strascico corale.

Siccome Dani mi fa sempre un sacco di complimenti” - diceva - “per una volta voglio dire qualcosa io. Ed é che avete l'immensa fortuna che vi piaccia un artista tra i piú generosi che il nostro Paese conosca. Io ho lavorato con molti musicisti, e a certi livelli la maggior parte tende un po' a “schivare” i suoi fans. Invece Dani dá tutto, sempre. Cerca il contatto con il suo pubblico, si inventa queste cose per starvi piú vicino, ed é di un'umiltá che in tanti si sognano soltanto”.

Lui guardava in basso, giocando nervosamente con il tappo di una bottiglietta d'acqua. Meglio cosí, visto che il groppo in gola m'ha inumidito gli occhi in preavviso di lacrimoni. Mi scappa, soffocato, un “é vero”, e mi sento in colpa per tutte le volte in cui forse non ci ho saputo dare valore.

Vi diró come lui ha risposto, dicendo che “a volte penso che le mie canzoni non siano di per sé sufficientemente valide a spingere la gente a seguirmi in giro per la Spagna. Penso che loro, da sole, possano portare le persone ad un concerto, massimo due. Se peró, poi, fai sentire a proprio agio chi paga un biglietto per venire a vederti; se quella persona, oltre a divertirsi durante lo show, si sente benvoluta...allora tornerá. Non so se sia il modo giusto di fare, ma fino ad ora mi é sempre andata bene”.

E qui ci sono io, a dimostrare quanto abbia dannatamente ragione.

(To be continued) 

sabato 2 giugno 2012

Resti.


Restano solo una lettera scritta a due mani, un catarro improponibile e il pezzo di un cavo nero. Insensato a tutti, tranne a me. Anzi, no. C'è anche una dedica emotiva che profuma d'indelebile sulla prima pagina di un libro. Ilaria – rileggo in un sorriso – gracias por tu ilusión y por lo que transmites. L'eco della sua voce mi ripete nelle orecchie, ancora, quel “qué grande eres” ogni volta che ho bisogno di tirarmi un po' sú.



Non lo immaginavo cosí, il finale. Non su un regionale Trenitalia preso mille volte. Sul percorso in otto fermate che ha sempre ricondotto alla routine. Ho salutato Céline sotto il cielo grigio di una Venezia malinconica, e Lunedí sembra giá un secolo fa. Uno sguardo al cellulare prima di abbandonarmi al sonno. Lui é emozionato in vista del concerto della sera, piú di duemila kilometri piú in lá. Un concerto che, per una volta,io seguiró solo via web.

Oggi si chiude una tappa. Stavolta per davvero. E dire che sembra un giorno come gli altri, con appena un filo di stanchezza in piú. In realtá mi sento come chi ha perso qualcuno e neanche riesce a piangere. Vorrebbe farlo. Sí, insomma, é quello che gli altri si aspettano, no? Invece, niente. Non ci sono che grovigli di ricordi sul petto, gesti quotidiani, e un'espressione impassibile. Mi sento come se non importasse. Come se non fossi capace di darci il giusto peso, anche se forse il giusto peso starebbe proprio lí. Peró oggi c'é il punto. Oggi si va a capo. Da oggi saranno altri, i viaggi da pianificare.

Su di un regionale trenitalia, soppeso i resti di una bella avventura. Oggi é uno di quei giorni in cui la distanza pesa. Poi, senza preavviso, l'Ipod mi sceglie Ekix. Adesso sí che é un finale da film!


(Prossimamente su questi schermi: i promessi resoconti di Madrid) 

sabato 26 maggio 2012

Destinazione Madrid!

Quello che non vi ho detto è che non solo domani vado a Madrid, ma tornerò in Italia con una mia amica francese. Il che comporta una serie di conseguenze dirette. Tipo una settimana intensa nell'improvvisato ruolo di guida turistica o giornate piene da incastrare tipo puzzle a prove di flamenco in crescendo temporale. Sì, insomma: può darsi che non mi leggerete per un po'. Per farmi perdonare, peró, prometto di tornare con tante foto, video e sorprese. Come sempre, del resto. Hasta la vista chicos! 


giovedì 24 maggio 2012

Dieci anni dopo, a Verona.


“...Tra l'altro festeggi anche i dieci anni di carriera solista”.

Curioso sia tra le poche cose che percepisco, dalla mia postazione defilata al bar. Le parole di Cremonini, risposta a una presentatrice che non vedo, m' arrivano alle orecchie come sillabe indistinte. Colpetti di vocali. Brusio di consonanti. Suoni cacofonici amplificati da un microfono che propaga le onde in traiettorie a zig zag. Certo che ce n'è, di gente, qui alla Fnac.



“Dieci anni? Già?”

Lo shock mi sfugge dalle labbra e dagli occhi, in direzione dello sguardo sempre allegro di Ale.
“Eh sì. Duemiladue”.
E, di colpo, ricordo quell'incontro di Cesena. L'estate prima della mia maturità.
Ero poco più che una ragazzina, allora. Una maglietta con i pupazzetti neri, kili in più nascosti nei miei jeans a campana, e ancora nessunissima idea dell'amore. Ripenso alle sensazioni che provavo, quando starmene così lontana dal tizio che ora parla nel microfono sarebbe sembrato un dramma insolvibile. Probabilmente sarei arrivata qui alle otto di mattina, come la ragazzina mora incrociata per caso mentre pago il drink al banco. Quella che si lamenta delle piccole ingiustizie che nei suoi “m'é passata davanti” ha appena iniziato a scoprire.

Avevo pronunciato a malapena due parole, in quell'incontro di Cesena. Le labbra cucite da un'ammirazione incontenibile. Dal sogno che, d'un tratto, iniziava a farsi realtà. Non era un ragazzo,quello che accanto a me mangiava tortellini in brodo. Non era, nei miei occhi , neanche un essere umano. Era Cesare Cremonini, quello che ogni mattina mi fissava dai posters di camera mia. Era la persona che riusciva a farmi esultare ogni volta che rispondeva a un mio messaggio sul forum. Era tutti i miei dischi. Tutta la mia adolescenza formato canzoni. Era, a conti fatti, poco meno di un Dio.

Dieci anni. E come sono cambiate le cose. Ora che sono qui, a sudare copiosa in un ambiente troppo caldo. Alla presentazione di un disco che non sono nemmeno venuta a far autografare per me. Perché quel brivido, seppur mitigato dagli anni, ora è per qualcun altro che lo provo. E l'emozione prima di ogni incontro; la gioia di una risposta a mezzo web; il cuore gonfio ogni volta che pronuncia il mio nome...Sì: immagino sia questa, a conti fatti, la sottile differenza tra un'appassionata ascoltatrice ed una fan. Passa tutta per il tremore alle gambe. Per il nervosismo prima dei concerti. Per la vita, gli incontri e i momenti pianificati in funzione di un tour. Ma é davvero tutto qui, quel che succede? Che poi passano gli anni e ti limiti alle note? Che l'entusiasmo scema, e tutto il resto diventa accessorio? E' solo questo? Che la capacità di emozionarti per uno sguardo o un cenno, semplicemente, di colpo ti abbandona? Voglio dire: mi succederà pure con Dani?

Perchè mi rendo conto che mi manca, e non lo so mica se è normale. Guardo Alberta, l'affetto che esce come petali di rosa (mi perdonino i Sidonie, se rubo un po' l'immagine) da ogni sua parola nei confronti del cantante. Della sua gentilezza, della disponibilità con i suoi fans. Ascolto le chiacchiere frizzanti, aneddoti condivisi tra Ambra ed Elena. Persone che non conosco, e che in una storia a metà tra schermo e vita vera hanno applicato alle loro esistenze colorate piastrelle di allegria . Le osservo, tutte, parlare con il produttore mentre attendono la fine dell'evento. Non fanno troppo caso, alla mia proposta di andare subito in stazione. No. Vogliono aspettare, perchè un cenno di saluto all'artista vale ancora, per loro, un bis di sorrisi. Come succede a me con un tizio di Madrid. E, sinceramente, io adesso le invidio.

E' che davvero, eventi del genere non hanno senso senza quell'emozione. Io sento di averne bisogno. Sento che mi arricchisce. Sento che...è così, per assurdo che sembri, a me piace da morire. Ma evidentemente, per quanto mi sforzi,con Cesare le cose non possono più essere come prima. Ho passato la fase. Bruciato le tappe, chi lo sa. Non so perchè, ogni volta che provo a tornare, la mia mente fugge così in fretta al di là dei Pirenei. E mi sento in colpa. Comunque in colpa, in ogni caso. Perchè si torna sempre lì, alla fine; alla stessa metafora di infiniti post. Ché il primo amore, se lo re-incontri a distanza di anni, risveglia ricordi. Ma mai, in nessun caso, le sensazioni di prima.



Sono andata a Verona. Giornata intensa di chiacchiere e treni. Ho comprato due copie dello stesso disco. E poi, senza volere, c'ho versato sù un bicchiere di coca cola. Sono andata a Verona, a una presentazione che – eccessi di gente- non sono riuscita nemmeno ad ascoltare. Ed è stato allora che il mio turno è arrivato. Ho reincontrato la persona che dieci anni fa era per me poco meno di un Dio, e mi ha fatto tenerezza l'idea di quella che ero. Ho parlato in fretta, forse troppo, per non far ulteriormente inferocire il tizio in ansia temporale dell'organizzazione. “Veloci, veloci!”, ripeteva in trip da Bianconiglio di Alice. Incredibile: sono arrivata al punto che non m'importa nemmeno della foto. Ho raccontato a Cesare di quel concerto, di quell'appuntamento, di una delle ragioni per cui ero andata fin lì. “Come si dice, in spagnolo...?”, m'ha chiesto poi con quel suo accento bolognese. Si diceva quasi uguale, tra l'altro, ed io mi sono sentita un po' Vanessa Incontrada quando conduceva Zelig con Bisio. Poi, già che c'ero, la seconda copia. Criccava d'appiccicaticcio. Spero non si sia chiesto perchè. “Scusa, com'era il tuo nome che non..?”. “Ilaria”. “Ah, ecco. Grazie mille, eh?!”



Dieci anni dopo, rivivrò in un'altra Nazione un'esperienza simile a quella di Cesena. Con lo stesso entusiasmo. La stessa emozione. Lo stesso identico tremore alle gambe, sì. Anche se adesso parlo di più e la vita m'ha insegnato che cantare non ti rende“poco meno di un Dio”. Che le persone sono persone, solo che alcune fanno un lavoro più in vista di altre. Che hanno tutte difetti, oltre ad avere pregi. E, a conti fatti, è proprio tutto qui.

Ma poi io , in fondo, che ne so, di qual è il modo migliore per vivere la musica! Forse esistono solo mille modi diversi di integrarla nelle nostre quotidianità. Forse non è questione di essere fan o appassionate ascoltatrici. Né tantomeno di età, o di prospettive. Naa. Da anni, compro i dischi di Cesare originali. E se, per caso, m'imbatto in un articolo su di lui, non posso fare a meno di leggerlo. Da anni, i testi delle sue canzoni parlano anche di me.

Con Dani è lo stesso, solo che in più c'è questa voglia di abbracciarlo e dirgli “grazie” in loop continuo. In più, c'è il fatto che investo tutti i miei risparmi per seguirlo in tour. E una forma un po' diversa d'emozione. C'è tutto un micromondo che mi ha avvolta e che a volte detesto. E che però, quando non c'è, sento mancarmi da morire.

Eppure, in fondo, credo di aver bisogno di entrambe le prospettive. Di tutte e due le realtà. E forse, chissà...forse è proprio per questo che sogno di vederle,un giorno, fondersi in qualcosa.

lunedì 21 maggio 2012

Conclusioni spicciole di un weekend on Garda Lake.


Sará per quei suoi spazi aperti. L'alberello dei bambini come fulcro visuale. O forse sará, invece, tutto merito del marketing, che nelle sue vetrine smette d'essere teoria. Qualunque sia la ragione, resta il fatto che Il Leone di Lonato del Garda é uno dei pochi centri commerciali che amo. Avrei comprato di tutto, una volta in piú. Dal microfono retró per le conversazioni su skype alla gomma a forma di fender telecaster, passando per l'intero espositore di gioielli Malú e un dinosauro soprammobile con sú scritto il mio nome. Meglio: a dirla tutta, c'era scritto “Ilaria Raptor: allegra e ottimista, sa quando usare i suoi artigli”. Cioé, capite la gravitá ? Alla fine – e giuro che non so come – sono riuscita a limitarmi a un vestitino. Bello, tutto a fiori. Non appena l'ho visto ho capito che era il look giusto per il concerto privato di Madrid. Certo, sempre che la smetta di piovere. E che mi avvisino per tempo del luogo. Ché io capisco le esigenze di privacy, ma inizio ad agitarmi un filino. Per dire.



Comunque, un weekend lampo in terre lombarde m'ha lasciato, nell'ordine: tre buoni per downlad musicali gratis a seguito di spese all'esselunga (gran promozione, peraltro), un risveglio brusco causa terremoto alle quattro del mattino, e svariate conclusioni che mi appresto ad elencare. Del tipo che:

1. La discoteca non fa piú per me. Concetto corredato da successione di sbadigli ed infiniti “ho sonno” pronunciati a bordo di un'auto non mia. Concetto strettamente in relazione, peraltro , alle problematiche esistenziali delle postille 1a e 1b. Dove 1a sta per “I tipi che io trovo carini mi si dice siano troppo mori". E 1b. La musica migliore da ballare é quasi sempre esclusiva dei locali gay.

2. Se hai pazienza, faccia tosta e un amico avvocato, con internet puoi fare tanti di quei soldi che nemmeno te l'immagini. Il tutto senza muoverti da casa , né tantomeno cercare lavoro. Per la serie, inizio a capire l'utilitá del diritto mentre sorseggio del vino nero. Meglio tardi che mai.

3. Realizzare un menú d'effetto per una cena vegetariana, senza aglio e senza cipolla non solo é possibile ma istiga persino l'ingegno creativo. Non ci credete? Allego foto di prova. Ché la Parodi, a Laura e a me, fa un baffo. Ma questo, in fondo, credo anche di averlo giá detto prima.






sabato 19 maggio 2012

Il Galateo della Paella


Ci sono cose che puoi imparare soltanto a Valencia. Tipo come si la paella andrebbe mangiata davvero. E, visto che ho di nuovo trascurato la rubrica gastronomica del Venerdì, scelgo di condividerne con voi i principi basilari. Quelli raccontatimi da una coppia di amici in una serata tiepida al Barrio del Carmen. Preparatevi a fare bella figura.



Innanzitutto, il cucchiaio. Lasciate perdere forchette e coltelli: il piatto più famoso di Spagna richiede a gran voce il cucchiaio da cucina.


Poi, niente piatto: la paella va mangiata direttamente dall'apposita padella in cui, nei ristoranti, ve la serviranno. Vi svelerò una cosa, amici: non è solo ornamentale.

Una volta adagiata al centro dei commensali, dovrete dividerla mentalmente in compartimenti. La porzione che vi spetta di diritto è incorniciata dal triangolo invisibile che vi sta davanti. Perciò scordatevi di cominciare a mangiarla dal centro: sarebbe come invadere il territorio altrui. Il che – ovvio - è segno di grande scortesia. Dopo aver smosso il riso col cucchiaio, potrete iniziare a degustarla partendo dal bordo e andando progressivamente verso l'interno.

Ultima curiosità: prima di portarvi il boccone alla bocca , con l'incavo del cucchiaio rivolto verso di voi, sarebbe d'uopo sfregare il riso contro la parete della padella stessa, cosicchè si impregni al meglio di tutti gli altri sapori.

Buon appetito!

giovedì 17 maggio 2012

Lorca: molto piú che abbracci e canzoni.


(continua da qui)

“Ilaria, cómo estás?!”

Mi imprime due baci sulle guance, e al solito pare scontato dire che adesso “ bene”. M'hanno ascoltata, gli altri, quando la sua silouette é apparsa dietro i vetri opachi. Ormai, nel riconoscerla, ho raggiunto un livello di esperienza notevole. Cosí ora siamo qui, nella hall tanto grande quanto dispersiva di un albergo in toni freddi uguale a molti altri visti prima. L'emigrazione simultanea é avvenuta in tacito accordo. Un sms sul cellulare accompagna il mio aggrapparmi alle sue spalle. E, nonostante il caldo, i bicchieri mezzi pieni restano sul tavolino.

Sei un po' stanco di questo tour. Vero, Dani?”, azzarda il papá di Mar. Tra parentesi, l'unico ad essersi ricordato che quelle coca cole si dovevano anche pagare. Vabbé.

Un pochino, sí.”, ammette abbassando gli occhi, in un accenno di sorriso timido.
Si nota, sinceramente. Ma é normale, in fondo, é tanto tempo che va avanti”
E' che sono, quanto? Un anno e mezzo, ormai!”, si giustifica.
Quasi due anni”, non riesco a fare a meno di puntualizzare.
Ecco, sí, quasi due anni di tour, tanti kilometri, e iniziano a pesare”
Ti meriti un riposo. Fa' le cose con calma e ricarica le batterie”.

L'affermazione dell'uomo mi provoca un terremoto interno di consenso, approvazione e tristezza. So che deve finire. Dicevo anche di esserne quasi felice. Eppure, in quest'istante, vorrei non accadesse mai. E' a pochi metri da me, e vorrei soltanto dirgli che momenti come questo mi mancheranno un casino.

Adesso i miei piani sono di buttar fuori il disco nuovo per le feste di Natale del 2013”, ci informa. E, siccome non sono piú in grado di fingere un briciolo di sanitá mentale, mi scappa un “Uuuh, para mi cumpleaños! Qué guay!”.

Lui mi guarda negli occhi, tra il perplesso e il vagamente divertito. Poi riprende il discorso da dove l'aveva interrotto.

E il tour nel 2014. Ma con poche date in Spagna”.
E fuori dalla Spagna?”
Fuori dalla Spagna, molte di piú”.

Lo dice con tono troppo serio per pensare che abbia colto la mia illusione. Si riferisce all'America Latina, é ovvio. Le altre, peró , hanno capito eccome.

“Adesso é il nostro turno di conoscere Parigi, Roma..”
No, Roma no! Venezia, che mi viene piú vicino!”

Continua a fissarmi con un'espressione strana. Poi, ci informa della sua leggera fretta.

Bueno, chicos. Devo andare che sono d'accordo con un mio amico di berci una cosa assieme prima di andare al soundcheck. Tra parentesi, dovrebbe essere qua in giro ma io non lo vedo mica...dove cavolo...?”

Aspetta, Dani, possiamo farci qualche foto prima?” , inteviene Mar.
Hombre, claro! Cómo no!”

Sto finalmente rimettendo il cellulare in borsa quando mi accarezza dolcemente la spalla. Un gesto semplice che nel suo essere inatteso e immotivato quadruplica di botto il suo valore. Ho giusto il tempo di alzare gli occhi dalla borsa e ricambiare un sorriso, prima che posi con Inma e con Mar. Che, in realtá, la foto con me non sarebbe neppure stata necessaria. Avevo quella del giorno prima, in fondo. Ma, sebbene non avessi chiesto niente, quando le altre ragazze si allontanano mi avvolge con un braccio e mi stringe a sé. Il papá di Mar mi prende la macchina fotografica praticamente dalle mani, mentre sono troppo frastornata per capirci alcunché. Cioé, piú che frastornata, rilassata. Ma tantissimo. Appoggio la testa al petto di Dani ed é come se tutti i kilometri degli ultimi giorni, tutte le sveglie ad ore antelucane, dessero di colpo mostra di sé. Perché ci sono ben due flash a cui badare, altrimenti credo  che mi addormenterei.


Mio Dio, non so dove guardare, con tutte 'ste macchine fotografiche!”
Nel dirlo sono seria. Ma lui, chissá perché, si mette a ridere di gusto. Come se fosse una battuta incredibilmente divertente. Mah. Lo guardo con due punti interrogativi dipinti negli occhi. Della serie. “Cacchio ti ridi?!”. Ma poi, per qualche ragione, viene da farlo anche a me. Anche perché, in effetti, é comico che – in entrambe le foto – sia io l'unica a guardare sempre in camera. Quello abituato ai photocall, a onor di logica, dovrebbe essere lui.

Vabbé, grazie mille ragazze. Scusatemi, chiamo un attimo il mio amico che non so dove s'é cacciato!”
Tranquillo. Grazie a te. A dopo e...buon viaggio per domani”.
Ha giá l'orecchio sull'Iphone, quando glielo dico.
Domani ho il volo alle nove di mattina. Da Madrid. Dio mio!”
Duetti con Tony Bennet, vero?!”, chiede qualcuno.
Sí, mi ha chiamato a collaborare in un disco che fa lui con artisti latini..”
Ma canti in spagnolo o in inglese?”, approfitto per domandargli.
Io in spagnolo, lui in inglese...Pronto! Oh, ma dove siete?!”

Al breve silenzio dall'altro lato della cornetta segue un'espressione leggermente preoccupata.
E perché non entrate,invece, che fuori c'é un sacco di gente?”
Mi fa tenerezza pensarci. E' cosí bello, il terrazzino, fuori. Di colpo mi sembra incredibilmente triste doverci rinunciare a beneficio della tranquillitá.
Ok, vi aspetto qui.”
C'é un matrimonio...”, affermo stupidamente indicando col braccio fuori.
Giá, por eso. Troppo casino. Ohhh, allí está!”

Ci congediamo, lasciandolo alle persone a lui care. Un saluto veloce cui segue un “Muchísimas, muchísimas gracias, eh?” urlato in direzione mia e di Celine. “De nada!”. E il sole ci sorprende, sempre piú inclemente, fuori. Ah, sí: dovevo guardare di chi era il sms.



Entrare al concerto di Lorca si rivela un' impresa piú complicata del previsto. Non che non fosse previsto, del resto. Perché, dai, parliamoci chiaro: non si puó organizzare uno spettacolo con posti a sedere e non numerare le sedie. Non se tale spettacolo é di qualcuno che piace (anche) alle ragazzine. Non se un paio di occhi azzurri genera isterismi – e vi giuro che é vero – soprattutto nelle over 40 dai gomiti appuntiti. Morale: le porte si aprono su di una marea umana. Un piede sconosciuto calpesta i lacci delle mie converse, rischiando di farmi capitombolare al suolo. Le seggiole in plastica bianca iniziano a volare per tutto l'auditorio. Lanciate. Scaraventate. Scambiate di posto di fronte all'impotenza degli uomini della security. Alla transenna della prima fila, in cui una fanatica in ansia di rissa mi riduce a sardina in scatola, scelgo per una volta il posto dietro. Tanto Celine é piccolina. Vedo alla grande. Dani mi vedrá. E almeno circola l'aria, grazie al cielo. Se non altro, da qui riesco a saltare.

Sopravvivo, non so come. Sono incazzata, accaldata, un po' delusa dall'organizzazione. Eppure, come sempre accade, i concerti piú sofferti sono quelli che ti godi di piú. Sará che eravamo tutti assieme. Cantare “María la portuguesa” a squarciagola ha piú senso , se lo fai in gruppo. E le occhiate divertite a commentare brani e gesti, le risate, le coreografie che improvvisiamo...non c'é prima fila in solitudine che riesca a equiparare tutto ció. O forse sará, invece, che Lorca era il mio ultimo concerto “grande”. Ne avvertivo la responsabilitá mentre lo trasformavo in festa. Mentre di ogni singolo brano facevo riassunto di vicende vissute. E persino Dani, in qualche modo, sembrava saperlo. Lui, che per metá concerto mi ha guardata negli occhi. Lui che ha regalato gesti in tutte le canzoni che in questi due anni hanno significato qualcosa per me. 

Eres. Io che allungo il braccio ad indicarlo dicendo che “quiero volar contigo”. Lui che fa lo stesso. E poi lo ripete, in occhiolino, anche nel ritornello successivo. Eres, come la prima fila nervosa al Teatro Coliseum di Madrid.

La Suerte de Mi Vida. L'occhio strizzato a fine canzone. La canzone con cui tante volte m'ha fatta sentire speciale .A Rivas, per esempio. A Valencia. A Zaragoza durante las fiestas del Pilar.

Aunque tú no lo sepas. Che, come al Palau de la Música di Barcellona, quel “cada día más flacos” lo fa misteriosamente sorridere guardando me. Io che, invece, sono piú che altro ingrassata. E che, perció, resta un messaggio difficile da decodificare.

Mira la Vida. Perché mai come questa volta “vuelve y te sorprende” . Anche se indicarmi in “que sin mí tú ya no eres” suona giusto un filino inquietante. Per dire.

Aquellas Pequeñas Cosas. La canzone che ho riscoperto in quest'ultimo periodo. La canzone che applico un po' a tutta la mia vita. La canzone su cui mi regala un altro sorriso.

Il sipario, metaforico, si chiude. Ora mi resta il concerto privato. Il modo migliore di congedarsi. La fine del tour perfetta con la canzone che ho in mente di richiedergli. E , come cornice, la cittá dove tutto é cominciato. Resta un capitolo solo. Un capitolo bello, ne sono certa. Poi – e lo faró! - dovró trovarmi qualcos'altro che mi sappia entusiasmare. 

Nel 2014 compiró  trent'anni, dannazione!