giovedì 16 gennaio 2014

Ho Smesso Tutto [Una Pseudo- Recensione]

Certi libri malsopportano i confini. Le pagine finiscono, e invece loro no. Così te li porti dietro, come una cicatrice rimasta sotto al cuore. Non per questo bella. Perchè i concetti estetici, in fondo, sono essi stessi confini.

Ecco: “Ho smesso tutto” rientra nella categoria. E non saprei descriverla, la sensazione che mi ha lasciato addosso. Non sono neanche certa di averla capita. E' un sapore amaro in bocca, di quelli che danno fastidio. Somiglia al disincanto. All'angoscia. A volte, in qualche modo, arriva a disgustare.





Che Il Cile scrive bene, poi, s'è sempre saputo. Almeno lo sapevo io, che ho aggiunto vari pezzi alla mia vita da quando mi sono innamorata delle sue parole. Eppure riesco ancora a stupirmi, davanti allo sbigottimento che mi creano le sue frasi. A quel senso di stordita ammirazione provato tante volte ascoltando le sue canzoni. Voglio dire: dovrei esserci abituata, ormai.

Invece compro quel libro. Sento dire che si legge in due ore. Che si divora, via, d'un fiato. Ed io, lettrice accanita, ci impiego la bellezza di una settimana. Sette giorni, capite? Decine di minuti passati su uno stesso paragrafo. Replay di occhi su concetti e sostantivi. Sull'ironia di quei pub in legno che nascondono piromanie latenti; sull'empatia dei cervelli che viaggiano troppo veloci per accettare di rallentarsi con le droghe leggere. Lo degusto, “Ho smesso tutto”, come se fosse un vino. Poi mi chiedono se é bello, ed io non so che dire. 



Allora dico che Il Cile scrive bene, perché forse questo giá basta. Basta alla sorta di competizione intrinseca che aggiunge un po' di pepe al mio esprimerlo ad alta voce. Perché al talento altrui reagisco  in tre fasi:  prima l'ammirazione, poi un pizzico d'invidia; per ultima, la voglia di aprire un foglio bianco di word. Manco mi dovessi misurare con qualcuno. O con qualcosa. Manco dovessi per forza dare il meglio di me. 

Chissá, magari capita anche a lui. Ho sempre pensato, ascoltando le sue interviste, che il suo modo di vivere la scrittura fosse sorprendentemente simile al mio. Non nella forma, certo; ma nell'approccio, nella genesi, nelle finalitá. Mi fa sorridere perché, per il resto, con il suo mondo non ho niente in comune. In certo modo é consolatorio. Fa pensare che ci sia una sorta di democrazia, nelle discipline creative. Insomma: puoi essere una persona tranquilla o vivere su una montagna russa di emozioni; puoi lavorare in banca o fare rock 'n'roll, ma quella passione, se ti prende, non sta certo lí a guardare chi sei. Non ti giudica, come non riesco a fare io con il romanzo de Il Cile. 

Forse dipende anche dalla sua natura frammentaria. Per certi versi é come leggere un blog trasposto su carta, tanto per parlare di cose che conosco. Non ti piaceranno mai tutti i post allo stesso modo. 

E a me, di “Ho smesso tutto”, la seconda parte piace infinitamente piú della prima. Ecco, diciamo che se il romanzo fosse iniziato a pagina 83 non avrei esitato. Avrei scritto che é stupendo. Vi avrei imposto di comprarlo con quel tono minatorio che mi dá l'entusiasmo quando é troppo acceso. Perchè da lí, da pagina 83, tutto diventa piú profondo. Piú umano. Piú toccante. Le scene ti sembra di vederle. Le persone di conoscerle. Le sensazioni, di viverle. 

Ma non inizia a pagina 83. Certo, prima di quello scoglio ci sono perle come il racconto dedicato a “Soldy”, in assoluto quello che piú mi ha fatta ridere. Peró mi manca quella vena di sentimento che invece é, a suo modo, cosí intensa nelle ultime pagine. Gusto personale, suppongo: sono e resto una romantica, vi piaccia o no.

Peró ci vuole coraggio, a scrivere un libro del genere. Puoi insistere nel dichiararlo non autobiografico, ma resta narrato in prima persona. Riferimenti ed esperienze rimangono riconoscibili. E, come ovvia conseguenza, ti espone a ragionevoli dubbi. Io, che mi sono decisa a pubblicare qualcosa solo quando era palese che non parlasse di me, trovo il fregarsene estremamente lodevole. 

E poi quella cicatrice me la sto portando dietro. Quindi magari non sapró dirvi se “Ho Smesso Tutto” è bello. Ma, nonostante Il Cile continui a piacermi di piú come cantautore, la sua prosa si merita senz'altro una chanche. 

lunedì 13 gennaio 2014

Manca poco.

Siccome il tempo vola e bla bla (inserire frasi fatte a piacere), mi preme ricordarvi che vi restano solo altri due giorni per votare i vostri preferiti agli Italo-Spagnola Awards 2013. Io, intanto, inizio a preparare le solite targhette hand-made, che spero mi riescano un po' meno brutte dell'anno scorso (d'altro canto, se fossero belle non sarebbe più la stessa cosa). Giá che ci sono, giusto cosí di passaggio, ne approfitto anche per segnalarvi una pagina Facebook italo-malagueña, scoperta da poco in quanto ha voluto condividere con i suoi utenti un mio vecchio post. Si chiama CulturItalia Málaga e, al di lá dell'ovvia gratitudine, é davvero molto carina. Chissá che l'anno prossimo non entri in nomination... 



venerdì 10 gennaio 2014

Quello che twittavo nel giorno più felice


Uno studio ha recentemente dimostrato che il giorno più felice del 2013 è stato il 12 Luglio. Almeno per gli italiani. Almeno, stando all'analisi dei loro cinguettii. Ora: siccome sono patologicamente curiosa (e anche un po' San Tommaso) m'è venuta voglia di andare a rileggere cosa scrivevo io in quella data. L'impresa - va detto- si è rivelata tutto sommato semplice, visto che ho da poco scaricato l'archivio completo dei miei tweet. Lettura inaspettatamente interessante, tra l'altro, che mi ha portata nell'ordine a scoprire che: 

A) Nel 2008 avevo tutti i sintomi della bimbominkiaggine.
B) Durante il mio Erasmus avevo costantemente fame.
C) Picchi insostenibili di delirio si registravano dopo ogni mia lezione di flamenco a Parma.
D) Nel 2012 twittavo come se non ci fosse un domani (d'altronde stavo scrivendo un libro su Twitter, sono giustificata)
E) Ogni tanto mi sto anche simpatica. Ma proprio ogni tanto, eh? Giusto quando gli astri si allineano nella giusta traiettoria.




Comunque. Dopo aver ripescato le mie memorie dell'Happy Day (cantate in coro!) per eccellenza , posso dirvi che il 12 Luglio si incastrava tra il mio primo re-incontro (seppur tramite webcam) con Dani Martín dopo una pausa che credevo insormontabile e l'inaugurazione di una delle mostre che piú mi sono piaciute dell'anno artistico alla Galleria La Fortezza. Inaugurazione che prevedeva sangria fatta in casa nel buffet, il che probabilmente incide su cotanto entusiasmo. Nel frattempo, ero impegnata nella preparazione di tre concerti, prendevo il sole e non facevo che dire quanto amassi la mia vita. Quindi, a ragion veduta, forse quello studio lí tutti i torti non li aveva.

Tra l'emozione per il famoso hangout e la voglia di scrivere, ecco i tweet piú rappresentativi del mio 12 Luglio. Il retweet del giorno, invece, è a cura di Iñaki García. 








Voi cosa avete twittato nel giorno piú felice dell'anno trascorso? Per scoprirlo e scaricare l'archivio dei vostri tweet non dovete fare altro che loggarvi su Twitter, cliccare su "Impostazioni" (in alto a destra) e quindi su "Richiedi Archivio". Vi verrá recapitato, zippato, direttamente nella vostra casella e-mail. Sono piuttosto certa che vi ci divertirete almeno quanto me. 

martedì 7 gennaio 2014

Gli effetti terapeutici del "uo-oh" nelle canzoni.

L'ho notato di recente: le canzoni che includono al loro interno uno o più “Uo-oh” esercitano su di me un inspiegabile appeal. Il dittongo può essere soggetto a infite variabili, non sono integralista. Mi va bene il uo-oohohh, ma anche il uo-oh-oh o il uoohoh, basta che ci siano le due vocali assieme. Potrei anche offrirmi volontaria a fare da cavia di una qualche apposita Ricerca condotta da importanti enti internazionali. Già mi vedo i titoli dei giornali: “uno studio dimostra che il uo-oh-oh nelle canzoni rilascia endorfine”. O “ascoltare un uo-oh-oh in una canzone equivale a tracannarsi due bicchierini di vino rosso”, 'na roba così. Il dato potrebbe essere sfruttato dai pacifisti, che conierebbero nuovi slogan del tipo “fate uo-oh-oh, non la guerra”. O magari finire nel claim di qualche spot pubblicitario, preceduto dall'immancabile “test clinici dimostrano”. In effetti, potrebbero addirittura coniare un generatore automatico di uo-oooh con effetto antistress e usarlo negli studi degli psicoterapeuti. Cacchio, mi sento già importante. Chissà che, con una scoperta simile, io non possa addirittura aspirare al Nobel!

Così, senza pensarci troppo, mi vengono in mente già tre brani “uo-oh” muniti che mi gasano un bel po'. Nello specifico Caminar di Dani Martín, Siamo Morti a Vent'anni de Il Cile e El Primer día de mi vida Sin Ti de La Oreja de Van Gogh. La rivelazione, peró, m'é arrivata ascoltando il primo brano della colonna sonora di Braccialetti Rossi: serie televisiva spagnola che, nei prossimi giorni, approderá in versione nostrana sulla Rai (per i piú curiosi, ne ho parlato qui). Il pezzo in questione é di Niccoló Agliardi e, pur non infiltrandosi nella lista dei miei preferiti, mi ha comunque positivamente colpita. Indovinate un po' cos'ha aiutato.




Mentre ve lo propongo, vi chiedo di partecipare all'esperimento scientifico prima che mi convochino quelli di Harvard: se conoscete qualche canzone che comprenda un uo-oh variamente declinato, proponetemela nei commenti. Sono abbastanza certa che mi piacerá. 

domenica 5 gennaio 2014

Dell'indipendenza catalana (e dei piatti rotti)

Prima o poi se ne doveva parlare. Della Catalunya, dico. Ma, soprattutto, delle mie bizzarre associazioni mentali. Perchè io, quella comunità, me la visualizzo come un'adolescente ribelle. Femmina, ma tosta un casino. Una che ascolta Punk d'annata e si fa i piercing da sola. Una, per capirci, che beve vodka liscia alle feste del Liceo.  “Me ne vado di casa”, dice alla fine. Non chiede “Per favore”, l'ha deciso e basta. Segue litigio in cui volano piatti. Crack. Mamma Rajoy, porella, ormai c'ha i capelli bianchi per lo shtressh.



Per spiegarvi il paragone, tuttavia, dovrei probabilmente ricapitolare i fatti. E allora eccolo, il mio riassunto pseudo-satirico, pseudo-istruttivo e (molto) pseudo-delirante delle pulsioni indipendentiste catalane. Fatti e vicende sono liberamente tratti da una – recente- storia vera.


1. L'adolesc...cioè, la Catalunya vuole fare un referendum per decidere del proprio futuro. Ha già fissato una data: Nove Novembre (allitterazione!) 2014. Probabilmente, come me, pensa che abbia un bel suono.  Per deciderlo deve aver visto un documentario sulla Scozia, la cui tensione all'indipendenza all'interno del quadro della UE diventa il suo personale modello d'ispirazione. 

La consultazione prevederà due domande tra loro collegate, un po' come quei test di personalità in cui devi seguire un percorso corredato di frecce prima di conoscere il ritratto della tua più intima psicologia. Domanda A): Vuoi che la Catalunya sia uno Stato? Sì – No. Se rispondi No, vieni re-indirizzato al profilo “SPAGNOLO”, la cui descrizione corrisponde essenzialmente a “vattene a Madrid, Stronzo!”. Se rispondi , passi alla domanda B): “Vuoi che la Catalunya sia uno Stato INDIPENDENTE?” (Rullo di tamburi, sguardi carichi di aspettativa). La risposta “No” rimanda al profilo “IDEE CONFUSE”, in cui si legge: “ma allora che cacchio vuoi che diventiamo uno Stato a fare?” Il Sì, invece, comprende un “BRAVO, tu si che ne capisci”.





In realtà, con le “idee confuse” (che poi confuse non lo sono poi tanto) c'è parecchia gente, in Catalunya. Le recenti proiezioni dimostrano come una buona fetta di popolazione vorrebbe sì le responsabilità, le autonomie e (soprattutto!) il controllo economico di un Paese a sé, ma non necessariamente l'indipendenza. La cosa fa incazzare parecchio Arthur Mas, presidente della Generalitat che però si sforza di far finta di niente. Tra parentesi, vorrei far presente che questo tizio si chiama “più”. Non che io sia la persona più adatta a far dell'ironia sui cognomi di tre lettere, però 'sta cosa mi destabilizza. Voglio dire,  la prima volta che l'ho sentito nominare, ad un qualche Tg di TVE, era nell'ambito di una frase tipo: “no pueden contar con más”, traducibile in “Non possono contare su altri”. Era seguita, poco dopo, da un “Tizio, Caio, Sempronio y más” (e altri). Ci ho messo circa due giorni a cercare di capire il senso del discorso. Da allora mi fa sempre ridere. 

Comunque. Il Signor Piú, dopo innumerevoli sforzi, é riuscito ad ottenere l'appoggio dei partiti di Sinistra, che gli hanno garantito i numeri necessari a convocare il referendum di cui sopra. La cosa, capirete, l'ha alquanto ringalluzzito. Sono abbastanza sicura che giri giá per casa in Kilt. 

2. A Rajoy è partito l'embolo. Voglio dire: giá c'é la crisi economica. Manca solo che se ne vada una delle regioni che più soldi portano nelle casse dello stato! Ché poi magari i baschi prendono ispirazione e quelli, si sa, non è che vadano tanto per le leggere. No, no. Questo divorzio non s'ha da fare. Punto. Irremovibile, il Governo fa sapere che un referendum indipendentista sarebbe incostituzionale;  E già che c'è ricorda- ma giusto così, en passant – che ha il potere di togliere provvisoriamente l'autonomia alla Catalogna nel caso in cui insista a farlo incazzare.

3. Le minacce, come quasi sempre accade, arcuiscono lo spirito di ribellione. Così, mentre Mas (a suon di cornamuse) fa presente che c'è più di un anno di tempo per trovare una soluzione legale, la popolazione catalana inizia a fare catene umane. Non è che gliene freghi tanto dell'indipendenza in sé, ma l'idea di non poter esprimere il proprio parere proprio non gli va giù. Senza contare che l'Università ha nel frattempo reso pubblico il dato scottante per cui, su ogni 100 euro di tasse pagate in Catalogna, solo 45 restano effettivamente all'interno della comunità. Capirete che un po' fa incazzare.

Foto: Rtve.es


4. Rajoy, sempre più preoccupato, inizia intanto a spiattellare il tutto alla Comunità Europea. “Questi se ne vogliono andare, i Catalani sono brutti e cattivi, signora Maestra hanno copiato il compito”. Qualcuno risponde “sono fatti vostri” ma, per lo più, la UE ci tiene prontamente a specificare che se la Catalunya diventasse indipendente resterebbe esclusa da tutti i trattati dell'Unione e della Nato. In seguito a tale dichiarazione, il Governo di Madrid si cimenta in un gesto dell'ombrello che genera spostamenti d'aria erroneamente scambiati per cicloni dai meteorologi. 

5. Il Signor Più, nel frattempo, studia piani alternativi. Ne avrebbe già in mente uno, in realtà. Del tipo che, se la Spagna non gli concedesse il referendum legale, potrebbe sciogliere il Parliament e convocare elezioni anticipate. Se ottenesse, così, il 75% della Camera Catalana avrebbe i numeri per passare direttamente alla Secessione, senza espedienti e menate. Però ci sono troppi SE. Senza contare che a lui, 'sta cosa che non lo vogliano in Europa, non é che vada tanto a genio. 

6. Arriva Natale. E, mentre i bimbi scrivono le letterine a Santa Claus (o ai Re Magi, a seconda della tradizione), Mas ne scrive una alla Merkel. E a Hollande. E a tutti gli altri. Siccome vuol fare le cose per bene, la traduce in una varietà incredibile di lingue (si spera non con Google Translate). Secondo me le circonda anche di cornicette, fiorellini e cuoricini. Tutto, pur di apparire simpatico. A quelli della UE (e anche a un po' di stati extra-comunitari, tanto per) fa sapere che la Catalunya in realtà vuole un sacco di bene alla Spagna. Si sentono ogni giorno al telefono, si mandano i messaggini di auguri su whatsapp, robe così. Insomma, non dovete preoccuparvi, davvero. L'unica cosa è che vorrebbero un po' più di spazio, capite? E poi non è che possono escluderli dall'Europa: hanno 7,5 milioni di cittadini, Gaudì e la crema catalana. In virtù di tutto ciò, chiedono l'appoggio internazionale al referendum del 2014. 

7. Manco a dirlo, al povero Mas non risponde nessuno. Interrogato in tal senso dalla Tv di Stato iberico, lui si affretta a dichiarare, tutto serio, “che tanto non si aspettava nessuna risposta; la lettera era giusto così, per informare”. Un po' come quando ti piace qualcuno e gli mandi un messaggio con un pretesto qualunque. Non comprende una domanda, per cui oggettivamente non richiede alcun feedback. Eppure, dal momento in cui l'invii, inizi a fantasticare di risposte fantascientifiche del tipo “grazie per avermi scritto, è sempre bello sentirti, quel che dici è divertentissimo, interessantissimo, mi trovo al cento per cento d'accordo e, a proposito, voglio passare il resto della mia vita con te”. Poi non ti arriva neanche un ok striminzito e tu, ovvio, ci rimani male. Però non è che lo puoi dire, perchè dovresti confidare le tue aspettative e rischiare di conseguenza l'internato immediato in strutture per pazienti psichiatrici. Quindi ti limiti ad alzare le spalle: “no, ma non mi aspettavo una risposta, ma figurati!”. E a tal proposito approfitto del Signor Più per lanciare una petizione all'intera popolazione maschile: RISPONDETECI. Piuttosto mandateci a cagare, se non vi interessiamo, ma RISPONDETECI. E' la nostra sanità mentale a scongiurarvi. 



In tutto questo quadretto, mentre mi chiedo come andrà a finire, la vera domanda rimane comunque una sola: se la Catalunya diventasse indipendente, avrebbe una sua squadra a parte ai Mondiali? Ma soprattutto: potrebbe Freddie Mercury essere scelto come interprete dell'inno Nazionale? Ai posteri l'ardua sententia. E, intanto, un po' di Pa amb tomaquet a me. 

venerdì 3 gennaio 2014

I Look Ispirati ai Dischi: New Year's Eve Special Edition


Mi sarebbe un po' spiaciuto, cominciare l'anno all'insegna della moda. A conti fatti, lo scarso tempismo di questo post potrei giustificarlo anche cosí. La verità è che non sono riuscita ad ultimarlo in tempo. Avrei voluto pubblicarlo nel pomeriggio del 31 Dicembre. Stupirvi tutti con effetti speciali. Chessò, magari persino regalare ispirazione a qualche ritardataria in cerca di look per il veglione.

Invece.

Certo, a questo punto avrei anche potuto lasciar perdere. Capodanno è passato. Forse è anche sbagliato insistere su un tema. Ma il fatto è che le cose, a me, non piace lasciarle incompiute. E poi che fai, sprechi ore di lavoro certosino su Polyvore? Manciate di minuti di somma creatività (?) con la colonna sonora di Nashville sparata nelle orecchie a volumi improponibili? Tra l'altro c'ho un problema con Nashville. Dico sul serio. Insomma, sto riscontrando inquietanti paralleli tra la mia dipendenza da quella serie tv e quella che nutrivo da bambina nei confronti delle VHS di Jem. Probabile che io stia regredendo. Ma questo è un altro discorso. 

Il punto è che la risposta è no. Piuttosto, anzichè suggerirvi idee per i vostri outfit di fine anno, vi inviterò a ritrovare tra le mie proposte il più simile a quello che avete indossato. O forse, invece, sarà solo un aneddoto. Una mera elencazione tematica basata sui trend della stagione. 

Perchè è stato quello, il mio punto di partenza: la lettura di un articolo qualunque, postato su un webmagazine qualunque. Diceva che i colori di tendenza, per la notte di San Silvestro 2013, erano il silver, il rosso, il bianco e - come no!- l'intramontabile nero. Consigliavano peraltro di puntare sul total look.

Da lì, la "puntata speciale" della mia rubrichetta fashion, che peraltro noto con sommo dispiacere non caghiate granchè (si soffia il naso rumorosamente dopo profusione di singhiozzi). Pazienza (alzata di spalle). Però vi avverto che a me piace, quindi di tanto in tanto la dovrete sopportare.

Dicevo: sulle basi delle tendenze lette, il post musical-fashion di oggi è dedicato alle copertine dei dischi che meglio si addicono ad un outfit per capodanno. Le restrizioni indotte dalla tematica hanno fatto sì che, questa volta, non si tratti esclusivamente di album che sono solita ascoltare. Anzi, almeno due di essi - non specificherò quali per cortesia e/o amore della suspance - mi risultano abbastanza insopportabili. Tuttavia, i look sulla copertina sono glamour un bel po'.

Sul tema Silver c'è La Oreja de Van Gogh, con il greatest hits live "Primera Fila". Sul tema Rosso, la duplice variante della malagueña Diana Navarro sulla cover di - ironia!- "Camino verde" e dell'italiana Alessandra Amoroso col bellissimo abito che indossa in "Amore Puro". Per il bianco ho optato per la mise un po' mascolina ma comunque elegante di Laura Pausini nel recente Greatest Hits. Per rappresentare la tendenza black, invece, chi meglio di Malú, che in "Gracias" c'ha sú un vestito che comprerei parecchio volentieri anch'io. A tal proposito: manicotti, catene dorate e borchie sono presi dal retrocopertina, come del resto la scollatura sulla schiena della Amoroso. 

Allora? Poi me lo dite, a quale di questi outfit si avvicinava di piú il vostro?


Music Inspired! - La oreja de Van Gogh, Primera Fila



mercoledì 1 gennaio 2014

Capodanni e Grappini

Cercare una risposta low cost alla domanda “Cosa fai a Capodanno?” è probabilmente una delle imprese più ardue al mondo. Costituisce eccezione: vivere in una grande città, vivere all'estero, aver prenotato un viaggio, organizzare una festa privata (aridaje!) e partorire. Quest'ultima opzione, dopo ventinove anni, tenderà peraltro a complicare ulteriormente la faccenda alla partorita, a cui piogge di auguri e vinelli sottrarranno tempo e – soprattutto - lucidità mentale.

Visto che lo sapevo, ho iniziato a muovermi per tempo. Ovvero, la bellezza di tre giorni prima. Non che, del resto, m'importasse molto festeggiare. Più che altro, c'avevo da indossare una perfetta mise figa rochenrolle. E, come dice un'amica:


Quindi, scartata con certo disprezzo l'eventualità di sborsare un centone per ascoltare Fiordaliso al Casinò e/o sbafarmi un polletto piccante alla griglia; ignorata altresì l'opzione “congelamento in piazza” (notoriamente poco adatta alle mise figa rochenrolle), credevo di aver trovato valida alternativa in un locale di recente apertura. Proponevano buffet con cotechino e lenticchie, spettacoli con mangiafuoco, musica di tutti i generi, effetti speciali, ricchi premi e cotillons.

L' insegna arcobaleno, in effetti, avrebbe un po' dovuto insospettirmi. Specie se abbinata a tutte quelle locandine di spettacoli di Drag Queen. E invece ci sono rimasta male lo stesso, quando, il pomeriggio del 30 Dicembre, ho scoperto si trattasse di un locale gay. Per un attimo ho pensato di andarci comunque: se non altro, ai locali gay, tendono a mettere musica ballabile. Poi, però, ho trovato la pubblicità di un bar del centro. Uno carino, tra i pochi del mio paesello che ogni tanto mi degno di frequentare. Annunciavano “buffet ricchissimo”, Dj Set e molto alcol. Peccato che, al momento di prenotare (il pomeriggio del 31 Dicembre) mi abbiano avvisata che “ci dispiace, alla fine chiudiamo alle otto”. Non hanno raggiunto il numero minimo di adesioni, specificano. E a me verrebbe da dirgli che, forse forse, l'obbligatorietà della suddetta adesione sarebbe stata un attimo da specificare. Soprattutto se la tua clientela è solita raggiungerti nei pre e nei dopo cena. Comunque.

C'è da dire che l'appurata necessità generale di investire in comunicazione gioca a favore dei miei biglietti da visita. E, alla fin fine, a me e alla mia mise figa rochenrolle non è neanche andata così male. Anzi. Quantomeno ho sfruttato alla grande la mia nuova Nikon compatta. Ho fotografato cibi usando la modalità alimenti; persone usando la modalità ritratti; ambienti chiusi usando la modalità interni/feste; fuochi artificiali usando la modalità fuochi artificiali. Il problema è che la modalità bimbaminkia non l'hanno inventata, ragion per cui le “selfies” non mi riescono altrettanto bene. Peccato.
Foto scattata con la modalitá "fuochi artificiali"

Quanto al resto, gli highlights del Capodanno includono senz'altro gli scampi di dimensioni transgeniche di un cenone a base di pesce in terre slovene. Chè chi passa all'estero il primo dell'anno...


Foto scattata con la modalitá "alimenti"

Nelle circostanze di tale cenone ho anche assistito al degrado umano, fisico e morale di una comitiva di veneziani incravattati che sono passati dalle barzellette volgari in dialetto all'elencazione delle malattie gravissime dei loro conoscenti in un continuo crescendo di decibel e di arrossamento dell'incarnato. Ho parimenti fatto fuori un' (ulteriore) catasta di bicchieri di vinello , ammirato un alberello decorativo, e fatto l'epica conoscenza di quello che pare essere un'arcinoto grappino bosniaco.

“Per la signorina io consiglierei qualcosa di più dolce...”, aveva provato a mettermi in guardia il cameriere. Ma, al solito, ho voluto fare di testa mia.

Il tracannamento di 'sta cosa (che sono tutt'ora convinta fosse in realtà disinfettante) ha segnato un “prima” e un “dopo” nella serata di addio al duemilatredici, iniziata al tavolo diciassette al di là di ogni superstizione.

Fuoco. Io vi giuro che ho sentito il fuoco. Dentro. Fuori. Nella testa. Nei polmoni. Nel cuore.
Fuoco, e basta.
Ma al secondo sorso era un po' meglio.

E, dopo un attimo di afonia, ho iniziato a trovare particolarmente divertente l'etichetta con le indicazioni in spagnolo su come bagnare la pianta/separè al mio fanco. Cioè, se è per quello avevo anche elencato due o tre frasi che – al momento – mi sembravano abbastanza solenni da racchiudere l'intera serata, nonché da imprimersi nella mia memoria per sempre.

Manco a dirlo, oggi non ne ricordo manco una. A parte, forse, un dialogo dell'assurdo che credo, tuttavia, si collocasse ancora nel pre-grappino.

“Certo che se siamo contro le pellicce non dovremmo neanche mangiare il pesce”.
“Perchè?”
“Anche il pesce è un animale!”
“Sì, ma non c'ha mica il pelo!”

A mezzanotte, ancora un po'intontita (nonostante l'opera d'arte della scritta 2014 realizzata tono su tono sullo zucchero a velo dello strudel di mele) una tipa mi ha urlato “BUONCOMPLEANNOOO” all'orecchio. Stava prendendo nota dei miei dati per garantirmi l'accesso al Casinò. Siccome avevo pronunciato ormai svariati “Buon Anno” , per me il 31 Dicembre era archiviato come giornata passata. Ergo, l'esternazione di allegria della sconosciuta mi è sembrata fuori luogo, insensata e tardiva. Oltre a regalarmi un deja vù di inaspettata violenza del mio diciottesimo compleanno alle Isole Canarie, con conseguente retrogusto di lustrini. 'Somma, reagisco con un “EEEH?!” che mi regala,in cambio, occhiate perplesse.

Foto scattata con la modalitá "disegni su zucchero a velo post grappino"


Dopodichè, mi offrono un altro flute di champagne. Per accompagnarlo, mi aggiudico una fetta di torta aggratis dopo essere sfuggita per miracolo alle gomitate di attempate signore che, a giudicare dalla foga (e non certo dalla stazza), non mangiano da almeno quarant'anni. Per miracolo sfuggo anche al coma glicemico: impresa non facile, giunta al quarto dolce della serata. Mentre guardo i fuochi d'artificio, non posso non pensare a quanto sia fortunata.

Tra gli altri highlights della serata, l'atmosfera di festa in fase di conclusione di una trattoria convertita in discoteca, dove una comitiva con fare un po' losco mi nomina sua fotografa ufficiale. La loro fotocamera, però, non è dotata di “modalità foto di gruppo” quindi non è che possano pretendere 'sto granchè. Che diamine.

Fuggiamo da lì quando le poche coppie di ultra-cinquantenni ancora in pista iniziano a darsi al palpaggio sfrenato, le donne a barcollare pericolosamente sui tacchi a spillo e gli uomini a legarsi oggetti attorno alla fronte.

La serata si conclude nella constatazione di quanto possa essere triste il deserto cittadino se sono le tre del mattino ed è l'uno gennaio. Quindici euro per entrare nell'unica discoteca aperta, però, non ho intenzione di spenderli. Soprattutto alla mia età. Soprattutto dopo quel grappino.

E allora tanti auguri.

Nota bene: Come ormai saprete, ho quest'usanza di cercare premonizioni e segnali nella prima canzone ascoltata per caso nel nuovo anno. Ecco, quella del 2014 è stata “com'è bello far l'amore da Trieste in giù”. Mi sa che è meglio non commentare.