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sabato 5 novembre 2016

"Ma che dici?": il crowdfunding itagnolo di Alberto e Simona


Andare a stirarsi l'orecchio. Portarsi il gatto all'acqua. Sentirsi dire, magari, che sei tu quella che taglia il baccalà. Se anche a voi è capitato di trovare buffe o incomprensibili alcune tra le più comuni espressioni idiomatiche spagnole, il progetto di Alberto e Simona vi appassionerà non poco. 

Ma che dici? from AlberDg on Vimeo.





Lei è una traduttrice italiana, lui un illustratore spagnolo. In quel di Siviglia, dove attualmente vivono, stanno lavorando a un libro che unisca le loro passioni. "Ma che dici? / Pero qué dices?", con intento al contempo educativo e ironico, racconterà in testi e immagini 15 detti di ciascuno dei due Paesi (30 in tutto) che risultano "strani" o difficilmente comprensibili all'altro. Perchè sarà anche vero che italiano e spagnolo sono simili, ma non lo sono così tanto come ancora troppo spesso si crede. Ad esempio, lo sapevate che la frase "in bocca al lupo" ha nelle due Nazioni significati diametralmente opposti? Se da noi è un modo per augurare buona fortuna, in Spagna vuol dire ficcarsi in una situazione pericolosa.

Di curiosità come questa, grazie a "Ma che dici?", potrete scoprirne moltissime altre. E, considerato che sarà pronto prima di Natale, potrebbe anche diventare un regalo perfetto per tutti i vostri amici itagnoli. C'è un problema, però: perchè tutto questo si realizzi, Alberto e Simona hanno bisogno di voi.

Per finanziare il loro progetto hanno avviato un crowdfunding sulla piattaforma Verkami, a cui potete partecipare fino alla fine del mese. Il vostro contributo può andare dai 5 ai 300 euro, garantendovi una ricompensa adeguata alla somma che deciderete di investire. Oltre al libro (in una o più copie), potrete infatti portarvi a casa gadget di vario tipo, copertine personalizzate con la vostra caricatura e tanto altro ancora.


Foto: Verkami.com

Foto: Verkami.com

Foto: Verkami.com





Ecco cosa scrivono gli autori: 


"Possono due lingue avere espressioni che, pur essendo uguali nella forma, significhino cose totalmente opposte? Basta tradurre una frase per capirne il significato? Se hai amici di lingua straniera o ti appassionano le lingue, avrai certamente notato che non sempre è così. Nella cultura italiana e nella spagnola puoi trovare espressioni e modi di dire comuni, e a volte addirittura variazioni interessanti con un significato totalmente diverso.

Ma quello che attira più l'attenzione è che alcuni di essi nella traduzione letteraria non hanno senso. Ciò, data l'estrema somiglianza tra le due lingue, desta stupore e curiosità in lettori e/o ascoltatori.

Questo è quello che abbiamo voluto trasmettere con questo libro, una breve selezione riepilogata e illustrata con molto affetto e senso dell'umorismo!"


Senza altre parole, vi rimando all'esaurientissima pagina del crowdfunding, dove troverete ogni sorta di dettaglio o informazione di cui possiate aver bisogno prima di decidere se "Ma che dici?" merita i vostri soldi o meno. Considerato l'alto tasso di italo-spagnolismo del progetto, io personalmente vi direi di sì. In bocca al lupo, ragazzi!


Foto: Verkami.com

lunedì 1 dicembre 2014

Il Ritorno di Ulisse...su Twitter.

Ieri sera mamma Rai ha trasmesso la prima puntata de "Il Ritorno di Ulisse". 'Na vaccata, parliamoci chiaro. Lenta. Mal recitata. E, a quanto leggo, anche poco fedele all'originale. Ero mossa da curosità "professionale", eppure non ho retto più di due minuti. Certo, non che la cosa mi sorprenda. In fondo si sa che la televisione di Stato ha sempre avuto questa bizzarra inclinazione ad interpretare il concetto di Servizio Pubblico come "intervalliamo delle robe noiosissime a Ballando con le Stelle e costringiamo tutti a pagare il canone". Rabbia. Disgusto. Rassegnazione. Leggere i tweet in tempo reale, però, è stato divertentissimo. Dico davvero. Tra ragazzine con l'ormone imbizzarrito in attesa di sbavare su "quel gran gnocco di Ulisse" (nello specifico, Alessio Boni), scuse ad Omero che ricalcano in modo quasi letterale il mio incipit, ed interpretazioni di deriva satirica, l'ipotizzata #Odissea in 140 caratteri per volta sembrava aver davvero preso vita. E, siccome la realtà supera spesso l'immaginazione, certe trovate degli utenti mi hanno quasi indispettita: che diavolo, perché a Telemaco che va in Erasmus non ci ho pensato prima io?! Come ho fatto a non associare La De Filippi a Penelope coi Proci?! Sono un'incompetente, altroché. 



Dedicato ai lettori del mio primo libro, ecco un estratto di tweet postati ieri sera a commento di una fiction. Sono abbastanza certa che vi provocheranno un deja vù. 













venerdì 6 giugno 2014

Tornare al Liceo.

Stare dietro ad una cattedra é una responsabilità mica da ridere. Fino a che punto, l'ho capito ieri.
Intervallo agli sgoccioli, chiacchiericcio in fade off. Poi, venticinque persone si alzano in perfetta sincronia, producendo un rumore armonico – e a tratti un po' inquietante – di metallo strascicato sul suolo. “Buongiorno”, urlano in coro, obbiedendo alla richiesta di un'insegnante orgogliosa. Ecco, è stato in quel preciso istante che ne ho avuto il sentore. L'ho saputo subito. Nessun dubbio, vaga volontà di scappare. Non ne sarei stata all'altezza. Mai.




Parliamoci chiaro: come avrei potuto? Ho troppe goccioline di sudore sulla fronte per poter esprimere un minimo di autorità. Io che il mio ingresso al Liceo l'ho fatto per sbaglio dalla porta sul retro, ritrovandomi dritta in una palestra affollata. Ho abbassato la testa. Ignorato uno sguardo obliquo. Ho girato su metaforici tacchi come se sapessi dove andare. Ecco, i tacchi. Avrei dovuto mettere almeno quelli, dannazione. Sarei stata un po' più alta, almeno. Un centimetro al di sopra di studentesse con cui (capitemi: pensarlo mi consola) potrei anche cercare di confondermi. E poi si può sapere com'è che non mi sono ancora mai comprata un tailleur?

Naaa. Non riuscirò ad avere la loro attenzione. Di sicuro non corrispondo all'immagine dello scrittore che avevo in testa io a quattordici anni. Perchè per loro a trenta si è già vecchi, lo capisco, ma io ho ancora un ricordo troppo nitido delle mie giornate alle superiori. Le chiacchiere con i compagni di banco. Le cotte collettive per il figo della scuola. So dei primi giorni di Giugno, pieni di interrogazioni di recupero, rese dei conti e prospettive d'estate. Giorni di relax, se il resto dell'anno avevi lavorato bene. Giorni in cui una lezione con una tizia venuta dal nulla a parlare di Twitter sarebbe stata il pretesto perfetto per un sonnellino lungo un'ora. Manna dal cielo. Una camomilla per la fase digestiva. Questo sono io, oggi, qui.



In effetti un po' addormentati lo sembrano, all'inizio, gli studenti della prima liceo scientifico a cui mi è stato proposto di presentare la mia #Odissea. Siamo a Riva del Garda, intrappolati in mezzo a una giornata di sole. Li guardo accasciarsi sul banco e penso che saranno il pubblico più difficile che io abbia mai avuto.

Poi, invece, la sorpresa. Perchè la quantità di mani alzate si traduce in domande più intelligenti di molte che mi siano state fatte in quest'ultimo anno e mezzo di presentazioni. I vantaggi di aver appena finito di studiare Omero, suppongo. Comunque sia, i quesiti che sollevano sul modo in cui ho trasposto in tweet i singoli episodi dell'originale sono esattamente gli stessi che mi ero posta io al momento della stesura. Come eliminare l'elemento surreale mantenendo fedele la vicenda, ad esempio. Perchè non potrebbe funzionare usando un altro social network. Come rimettere in ordine i flashback per costruire un ordine cronologico. Come riuscire a ricreare il Pathos in un contesto in cui – se Ulisse twitta – Penelope non può non sapere che è vivo. Come giustificare i Proci, di conseguenza. Come aggiungere goccioline di sudore alla mia fronte nel tentativo di ricordare (ora che è passato del tempo) come accidenti c'ero riuscita. E c'ero riuscita, caspita! Ebbrava me.

Ho pensato che, in effetti, trasporre i classici in tweet potrebbe essere un buon esercizio narrativo da fare nelle scuole. In fondo ti costringe a leggerli. A studiare soluzioni per il riadattamento. Ad impararli. Perchè no? Se sei suonato almeno la metà di me, a divertirtici pure.

Mi sono sentita fiera, soprattutto, questo è. Non tanto del mio lavoro, anche se non mi ero mai accorta che potesse sembrare difficile. No. Io parlo delle nuove generazioni. Del fatto che – a quanto pare – non siano poi come le dipingono.

Non sono neanche ciò che dicono le statistiche sull'uso dei social, a dire il vero. Ché, stando a quelle , gli adolescenti starebbero abbandonando Facebook per rifugiarsi su Twitter. Che i messaggi da 140 caratteri l'uno sarebbero i prediletti dagli over 30 e dagli under 18. Che poi ci sono un sacco di website tutti nuovi.

Per alzata di mano, invece, i ragazzi hanno dichiarato di avere quasi tutti un account Facebook (su 25, a occhio e croce 20), di usare Ask in 3 e che soltanto uno, tra loro, è iscritto a Twitter; Però, ci tiene a precisare, non lo usa.




Mi chiede, una ragazza sul fondo, che scuola abbia fatto io alle superiori. Quando rispondo “Liceo Classico” avverto percepibile un brusio di disapprovazione. Mi scappa un sorriso. Nonostante tutto, certe cose non cambieranno mai.  

martedì 23 aprile 2013

Per la Festa del Libro, un'aggiunta fotografica al mio.


Pic.twitter.com: non é sottolineato. Non cambia colore, se ci passi sopra con la freccina del mouse. Eppure, se avete letto #Odissea, in qualche modo su quel link ci avete cliccato lo stesso. L'ha fatto la vostra mente, associandovi le foto immaginarie che i miei personaggi si sarebbero divertiti a postare. Questa era la mia intenzione, almeno. Sì, insomma: mi piaceva l'idea di spronare la vostra fantasia sulla spinta di una descrizione breve. Ma, a volte, si sa, può essere bello anche avere una traccia in più. Chessò, magari trovare un riscontro post-lettura.

Oggi si festeggia la Giornata internazionale del Libro. Quel catalanissimo Sant Jordi che, in aggiunta di rose, fonde due tra le cose che amo di più. A tal proposito, vi invito a leggere l'articolo che uscirà domani sulla mia rubrica di Total Free Magazine, di cui – tutto sommato – vado abbastanza fiera. Insomma, mi è sembrata la data migliore per presentarvi la bacheca Pinterest dedicata alla mia opera prima.


Lì troverete i paesaggi che si suppone abbiano incorniciato le avventure di Ulisse. Scoprirete, ad esempio, che una ricostruzione del Cavallo di Troia domina a tutt'oggi la città turca in cui (si pensa) ne sono state trovate le rovine. Vedrete che aspetto ha il fior di Loto, droga per eccellenza dei Lotofagi Fricchettoni che tanto mi sono divertita a ritrarre. Ammirerete il porto di Itaca, in uno scatto in cui la barca ormeggiata sul fondo vi suggestionerà. E poi, ancora, uno scorcio della spiaggia di Corfù, in cui è stata identificata la terra dei Feaci. L'inquadratura, presa da dietro a una vegetazione brulla, vi farà immaginare Ulisse, accucciato là dietro a guardare Nausica che gioca a palla con le sue ancelle. Ma non è tutto. Perchè, sulla pinboard di #Odissea (che, del resto, è in continuo aggiornamento) sono raccolti anche gli articoli sulle presentazioni del libro, alcuni momenti per me significativi nella gestazione dello stesso, e...sì, persino i miei amati involtini di vite. 'Somma, Follou mi. E Buona visione! 

mercoledì 9 gennaio 2013

Promemorias (con la esse perché é plurale).


Dling Dlong. Comunicazione di Servizio.
(Immaginatemi con la voce distorta e affatto comprensibile di qualcuno che parla da un megafono)

Si ricorda ai Gentili Lettori che, in quest'ordine:

A. Potete votare per gli Italo-Spagnola Awards 2012 fino alle 23.59 di Giovedì 10. Dopo di che, chi ha avuto ha avuto ha avuto, chi ha dato, ha dato , ha dato, scurdammoce o passato eccetera. Insomma: datevi una mossa, ché qui ci sono almeno due categorie in cui la lotta é all'ultimo sangue. Ma, almeno per il momento, non ci penso nemmeno a dirvi quali (risata malvagissima con l'eco).
Se vi chiedeste come funziona il tutto, basta andare a questo link e cliccare forsennatamente per i vostri preferiti. Poi, nell'arco della giornata di Venerdì, verranno decretati i vincitori. Dai che é facile, su su.





E

B. Domenica 13 Gennaio (che, non a caso, é anche il mio onomastico) presento nuovamente il mio libro #Odissea-Il Viaggio di Ulisse ai Tempi di Twitter”. Questa volta l'appuntamento é per le ore 11.00 (del mattino, sì: mica vorrete dormire, lavativi!) presso la sede di Maninarte, in via XXV Maggio 42 a Romans d'Isonzo (Go). Ci sarà un relatore diverso dall'altra volta, il che garantisce un approccio completamente inedito, anche a beneficio di chi volesse fare il bis. Ah! E avrò le mie scarpe col tacco nuove. Dico per i feticisti. Magari vi interessa, che ne so. In ogni caso, chi non viene é un Procio. Oh. 


sabato 22 dicembre 2012

La prima presentazione non si scorda mai. Forse.


Cinque stelline su Anobii. Svariati commenti entusiasti. E un Cardo battezzato Riccardo, in pieno stile Kinder Sopresa. Non chiedete. A conti fatti, io il bilancio lo riassumerei così.

Anche perchè, se proprio devo essere sincera, i frammenti di ricordi adesso non li so ordinare. Sono flash confusi. Immagini orfane di montaggio. Sovrapposizioni spazio-temporali di emozioni forti. Soprattutto, s'è parlato troppo bene del mio blog per non avere neanche un po' d'ansia da prestazione.

E' che Giovedì è stata una sbornia colossale, ecco la verità. E certo è strano a dirsi, visto che il Prosecco è rimasto una mia illusione. I vuoti di memoria, tuttavia, io me li so spiegare soltanto così.

Ché per quanto mi sforzi non ci riesco, a tirare le fila del mio stesso intervento. Cioè, so di aver menzionato l'evoluzione del personaggio di Penelope. Di aver pensato a Cinzia parlando del Fanclub di Ulisse. Credo anche di aver accennato all'importanza del suono. Perchè la musica, per me, c'è sempre e ovunque: figurati se manca dentro alle parole. Ricordo pure di essermi sorpresa per la risata corale su quell' “Omero, scusa” che apre il libro. Di aver concluso che è proprio una risata il migliore dei regali. Però dopo. Per il resto. Boh.




Sono polaroid ancora in fase di sviluppo, come quelle di una notte brava. Di Grace con in testa un cappello non suo all'ingresso del Liceo di Malaga. Avevo già trangugiato troppi chupitos al bar di fronte. Eppure non ho idea del perchè mi torni in mente proprio ora.

Una sbornia, indiscutibile. Sì, sì. A dire il vero, anche i postumi me li sto ancora trascinando dietro. Quelli di Giovedì, intendo. Non quelli dell'erasmus. Cioè, un po' anche loro. Ma insomma...il fatto è che ti ingannano. Ti ingannano sempre. Dicono che la prima volta non si scorda mai, più o meno in tutti i campi. Ma la prima presentazione del mio primo libro non è che un vortice colorato di puntini di sospensione. Avrei avuto bisogno del video, accidenti. Sarebbe stato necessario. Possibile che l'auto di chi se ne sarebbe dovuto occupare non potesse scegliere un'altra giornata per andare in panne? Più che altro, per quale astruso motivo tutte le auto e tutti gli elettrodomestici si rompono sempre prima di Natale? C'entreranno i Maya pure lì? E perchè, se le foto le fanno degli uomini, non si riesce ad avere una visuale intera del mio bel vestito nuovo? Capirete, son domande che una si pone.

Comunque. Una scoperta l'ho fatta, Giovedì. Ed è che se sono emozionata mi trema leggermente l'interno della guancia sinistra. Giuro che non me ne ero mai accorta, prima. Anzi, magari non avrei dovuto scriverlo. Ché adesso starete tutti lì a dirmi “ah-ah, ti sei emozionata!” quando invece avrò freddo o un principio di Parkinson. E vallo tu a spiegare. Ma vabbé.

Ad ogni modo emozionata non lo ero poi molto. Non quanto mi sarei aspettata, almeno. Mi sembrava tutto naturale. Tutto in famiglia. Complici, forse, anche le facce note. Facce che non rivedevo da un po'. L'amica d'infanzia. La cugina. Il compagno di classe delle medie, anche lui secchione quanto a temi in italiano. E poi la mia accompagnatrice ufficiale ai concerti in Italia,c'era pure lei. L'unica ad essersi accorta del mio bracciale-groupie, ormai eletto a portafortuna ufficiale. In fondo è nei ringraziamenti, il tipo “coi trattini in basso a incorniciargli il nick” . Anche se presumibilmente non lo saprà mai.

Ricordo che mi scappavano sorrisi, ogni volta che la porta si apriva sui loro volti. E poi ricordo che, come sempre, nel casino dei miei cassetti era improbabile trovare un paio di collant. Ricordo che si poteva avvertire - sarebbe bastato solo un po' più di silenzio – il rumore d'ingranaggi provenirmi dal cervello. Le copie di “#Odissea” sparivano dal banco. Una dopo l'altra. Tra banconote per cui calcolare il resto e dediche scritte via via sempre peggio. Di sicuro, in modo sempre meno originale.

Ricordo che in qualche momento, mentre ci pensavo, sono riuscita anche a rovinarmi lo smalto. Quello che stavo asciugando in movenze pseudo- flamenche mentre Riccardo Il Cardo faceva il suo ingresso trionfale. Ho visto la scia viola barra bordeaux trasformarsi in grazioso ghirigoro sul nylon strappato di un'altra confezione. Poi ho scoperto che è difficile, camminare sui sampietrini col tacco alto e uno scatolone in mano. Che puoi rischiare di addormentarti sopra a un gustoso risotto, se c'hai il calo di tensione. Che la torta sacher, con la glassa morbida, è più buona. E la "mia" era pure bella, ammettiamolo. Stupenda, con la doppia dedica a tema.





Ricordo l'allestimento, ancora. Lo striscione vagamente megalomane da portarsi in tour per ogni prossima occasione. La sorpresa di trovarci il mio nome scritto in grande. La meraviglia. La novità. Il ciondolo a forma di quadrifoglio che già si appresta a brillarmi addosso.



Ma soprattutto ricordo – e questo credo che non lo scorderò mai – il braccio alzato di una donna sconosciuta.

“Mi hai talmente incuriosita”, ha detto, “che ho lasciato a casa due figli e un marito per venire qui ad ascoltarti”. Ha aggiunto che nel mondo c'è bisogno di ironia. Che l'ironia può derivare solo dall'intelligenza. E che, proprio per questo, m'augura ogni bene.

Stavo ancora soppesando nella testa le sue parole, quando un altro sconosciuto, uno col nick “Ulisse da Troia” ha postato su twitter la foto del mio libro.


“Sto morendo dal ridere, ti giuro”, mi ha poi detto, al di là di inevitabili battute.

E, nella concatenazione di episodi, in una vanità che spero non si protragga troppo, ho tirato un sospiro di sollievo. Voglio dire: finalmente ho dei riscontri. E, incredibile a dirsi, sono tutti positivi. 

Quindi adesso sì, che posso concentrarmi sui video di Natale.



mercoledì 19 dicembre 2012

Il "Trailer" della Vigilia.


Ho impacchettato (quasi) tutti i regali di Natale. Abbozzato una scaletta. Inoltrato inviti ed attaccato locandine. L'odore di parrucchiera é ancora incollato alla mia messa in piega perfetta, mentre ne constato l'improbabile resistenza alle due ore di flamenco di stasera. Pazienza. Non era comunque il caso di rimandare. Oggi, alla vigilia del grande evento, con i primi articoli già in mostra sullastampa locale, direi che è giunto il tempo dell'anteprima. Anzi, sapete cosa? Magari scomodo anche l'originale.

Allora questa é l'Odissea di Omero. Libro Nono. Traduzione di Rosa Calzecchi Onesti per il catalogo Einaudi.

L'Odissea, come l'ho ridotta quest'estate. 


[…] Ma quando due volte tanto di mare avevamo percorso,
ancora al Ciclope parlai: intorno i compagni
con parole di miele mi trattenevano, di qua e di là:
“Sciagurato, perchè vuoi provocare l'uomo selvaggio?
Proprio ora scagliando un bolide in mare, ha ricacciato la nave
a terra, e credevamo ormai di morire.
Se ancora ti sente parlare o gridare, fracasserà le nostre teste e la nave,
con qualche scheggione di roccia; tanto tira lontano!”
Così dicevano, ma non persuasero il mio magnanimo cuore,
e gli parlai di nuovo con animo irato:
“Ciclope, se mai qualcuno dei mortali ti chiede
il perchè dell'orrenda cecità del tuo occhio,
rispondi che il distruttore di rocche Odisseo t'ha accecato,
il figlio di Laerte, che in Itaca ha casa”.
Così dicevo: e con un gemito mi rispose parola:
“Ahi! Dunque un'antica profezia mi raggiunge.
Visse qui un indovino nobile e grande,
Télemo Eurímide, che nel vaticinio eccelleva,
e vaticinando invecchió tra i Ciclopi.
Lui mi predisse che tutto questo m'avverrebbe in futuro,
che da Odisseo sarei privato dell'occhio.
Ma sempre un eroe grande e bello aspettavo
che qui venisse, vestito di forza grandissima.
Invece un piccoletto, mingherlino, da nulla
m'accecó l'occhio, dopo che m'ebbe vinto col vino.
Ma vieni qui, Odisseo, che ti faccia il dono ospitale,
e di darti il buon viaggio preghi il glorioso Ennosígeo.
Io sono suo figlio, d'essermi padre si vanta:
lui, se vorrá, potrá guarirmi, o nessuno
dei numi beati e delle creature mortali.
Diceva, e io replicai, rispondendogli:
“Cosí della vita e del fiato t'avessi potuto privare
e mandarti a finire nella casa dell'Ade,
come l'occhio non ti guarirá l'Ectosíctono “.
Cosí parlavo; allora a Poseidone sovrano
alzó voti, stendendo le mani al cielo ricco di stelle:
Ascolta, o Poseidone che cingi la terra, chioma azzurra:
se davvero son tuo e mio padre ti vanti,
dammi che in Patria non torni Odisseo distruttore di rocche [...]”

E questo é lo stesso episodio, nel capitolo 4 della mia #Odissea. Edita da La Caravella. Acquistabile qui.

[…]

Odisseo @Ulisse
@Polifemo sai le cose orribili che hai fatto, psicopata? Beh, non le hai fatte a uno qualsiasi ma ad
Ulisse.Sorpresa! Sì,quello di Troia.

Odisseo @Ulisse
@Polifemo e ho intenzione di rilasciare un'intervista parlando in dettaglio di quanto successo. Spero tu
sia pronto per la gogna mediatica.

Ulisse Fan Club Ufficiale @ulisse_fans
@sailingman @ulisse wow!! Sei sempre più un geniooo!!!

Marone d'Evanto @Marone
@ulisse @polifemo Cose orribili? Ma come? E il vino?!

Odisseo @Ulisse
@Marone @Polifemo quello gli è piaciuto un sacco. Di fatto se siamo riusciti ad accecarlo e fuggire è
stato perchè era ubriaco. Ancora grazie!

Marone d'Evanto ha aggiunto ai preferiti il tweet di Odisseo.

Menelao @Menelao_Sparta
@ulisse @Marone caspita, amico, certo che non ti fai mancare niente, però...mai pensato di scrivere
un libro?

Polifemo @PolifemoCiclope
@ulisse sono n amico di Plfmo, glio letto il twet. Dic e che 6 solo un cydardo, che ti sei aprogffito della
sua sbornia

Polifemo @PolifemoCiclope
@ulisse Ps: scusa se facio erori ma nom e fcile scrivvere se vedi cn un ochhio solo.

Polifemo @PolifemoCiclope
@ulisse dce anche che credva che fssi più alto,invce si un tappo com il fi sico racchiticvo e che tanmto
l'ochio gariròà

Odisseo @ulisse
@PolifemoCiclope ah ah, ma ci crede davvero? Sarai cieco a vita, caro mio,rassegnati. Niente più
twitter. Quanto vorrei averti ucciso..!!

Sailing Man @sailingman
@ulisse dai, lascia perdere!! Non ne vale la pena!

Polifemo @PolifemoCiclope
@ulisse spèero che tu no'n tor4ni a cawsa mai. Pregherrùò perchè npm accadaq.



Se lo vorrete vi aspetto domani, Giovedì 20 Dicembre, alle ore 18.30 presso la Galleria D'Arte La Fortezza di Gradisca d'Isonzo. Avrò i capelli lisci, un bel vestito, ed una buona dose di isteria.

giovedì 13 dicembre 2012

Meno Sette [Cose che la gente non dice]


Ci sono cose che la gente non ti dice. Per esempio, che organizzare la presentazione di un libro rischia seriamente di portarti alla follia. Insomma: tu te ne stai lì, ad aprire scatoloni con le mani tremanti, quasi che il Natale sia arrivato prima. Soppesi tra le braccia le novanta volte in cui il tuo sogno adesso occupa spazio sopra a qualche scaffale. Bello. Plasticato. Con quella foto in cui sorridi stampata su fondo blu in quarta di copertina. Era quello che volevi, no? La penna scivola da Dio, sotto alle prime dediche. Inchiostro che s'accoppia con la carta bianca. E sei davvero, al cento per cento, convinta che oramai sia tutto in discesa.



Sbagliato. Perchè nessuno ti ha informata. Nessuno te l'ha detto, che dovrai passare le settimane seguenti con l'orecchio incollato al cellulare. Sfoglierai l'agenda immaginaria su cui negli anni hai radunato i tuoi contatti. Ti farai invischiare in una rete potenzialmente infinita fatta di amici di amici di parenti del cognato della prozia della vedova del fioraio del cugino dell'ex fidanzata del marito della figlia di qualcuno. Finchè, credendo di comporre il numero di un'affermata scrittrice locale, finirai col chiamare un call center vodafone. Che, ovviamente, si affretterà a ricambiare un paio d'ore dopo. Quando ormai avrai già dimenticato l'accaduto e indosserai il piumone in procinto di uscire. Il rumore di fondo sarà talmente forte che, lungi dal riconoscere il messaggio automatico, ti sembrerà di sentir parlare una donna in un rumeno fluente. O, comunque, un qualche strano dialetto dell'Est. Ripeterai per quattro volte “ha sbagliato numero” in cadenze sempre più disperate, prima che un “per informazioni, digitare uno” ti riporti sulla retta via. E allora, di nuovo, sbatterai la cornetta sulla faccia immaginaria del TeleMarketing Impersonale. Digitando, proprio al massimo, un sonoro “'fanculo”.



Nessuno te lo dice, che a una settimana dal Grande Evento infilerai nel tuo borsone tattico quella che credi essere la T-Shirt di Diablito comprata un inverno a Madrid. Salvo poi accorgerti, nello spogliatoio della scuola di Danza, che in realtà si tratta della tua canottiera più scollata. E ovviamente non ricordi se oggi ti sei depilata oppure no. Così, nel dubbio, finisci per farti un'ora e mezza di flamenco con addosso la felpa e il collo alto. Col risultato che, dopo circa un paio di minuti, la tua carnagione è molto simile a quella di un pomodoro maturo. Se non altro, le calorie di quei deliziosi biscotti dell'IKEA ti stanno senz'altro scivolando via di dosso nel sudore. Bisogna pur trovare un lato positivo,no? Anzi, a dirla tutta, in realtà stai anche ballando un po' meglio del solito. Il che ti porta alla conclusione logica che la chiave di tutto sta nell'auto-combustione.



Comunque. Nessuno ti dice che in quello stesso spogliatoio, proprio mentre indossi la dannata felpa, una madre al tuo fianco veste la sua bambina.
“Appena la signora finisce di cambiarsi spostiamo la panca, così stiamo più comode”, la senti dire con voce melensa. Ci metti un po' a realizzare. Sta parlando di te. Ha detto SIGNORA, e sta parlando di te. Respira. Inspira. Respira. Ti giri di botto, regalandole il meglio riuscito tra i tuoi troppo rari sguardi omicidi. Vorresti spostargliela tu, quella panca. Subito. Con un gesto veloce, mentre la sua borsa è ancora bella adagiata lì sopra. Immaginare lo specchietto da trucco e il cellulare costoso ruzzolare in mezzo alle urla sul pavimento, basta già da solo alla soddisfazione. Ma insomma. Ho ventisette anni, per Dio! Ok, ventotto tra poche settimane. E vabbè che ho due occhiaie da far spavento a un panda, vabbè che son scoppiata a piangere di crisi isteriche troppe volte in due giorni, concedo pure l'alibi dell'ultimo filo di rossetto che ha recentemente abbandonato le mie labbra. Però, anche così, SIGNORA?!
Nessuno te lo dice, che il trauma di quell'appellativo non ti abbandonerà mai più. In tutta la tua vita, voglio dire. Mai più.

Per non parlare di quelli che si aspettano una copia del libro in regalo. Magari non te lo dicono apertamente, d'accordo. Eppure lo capisci. Dal linguaggio non verbale. Dai tuoi sensi di colpa. Dalla conseguenza di tutti i sentito dire. E dovrebbero fare un corso, per spiegarti come agire con tatto. Come far capire ad amici e conoscenti che, anche se lo vorresti, proprio non lo puoi fare. Che quelle copie non ti sono piovute addosso come manna dal cielo. Non funziona come i cd delle pop star, nossignore. I libri in tuo possesso te li sei pagati fino all'ultimo centesimo. E' un investimento che avrà ragion d'essere solo finchè li vendi e rientri nelle spese. Ché per ognuno di quelli che acquisteranno, a te verrà in tasca qualcosa come un euro e venti, forse due. Che non si tratta di diventare ricchi. Non si tratta di avarizia. Macchè. Si tratta semplicemente di rientrare nelle spese. Di DOVERLO fare per non ridursi a vivere al riparo di un ponte. E però nessuno riesce mai del tutto a vederla così.

Insomma: non ti hanno avvisata, che saresti arrivata a un punto in cui il tuo unico desiderio sarebbe stato passare 24 ore senza che qualcuno ti parli del tuo libro. E, al contempo, che tutti non facessero altro che parlarne. Che parlare dei CONTENUTI, però. Voglio dire: qualcuno dovrebbe averlo letto, ormai, giusto? Oltre a mio nonno, intendo. Che dopo aver riso a crepapelle sulle battute del primo capitolo s'é perso nel linguaggio a lui estraneo dei Retweet e i Follow Friday. Per concludere nell'unica, apocalittica, sentenza a lui possibile: “Ciò, devi esser bel, ma no go capì un casso”. Ecco. Intendo, qualcuno un po' più nel target, l'avrà letto? Gli sarà piaciuto? Perchè nessuno mi dice niente? Io voglio sapere. Cioè...credo. Se mi dicessero che fa cagare, non so mica se lo vorrei sapere. Probabilmente sì, ma non adesso. Ne andrebbe troppo della mia autostima.

E poi c'è ancora da far tutto. I comunicati stampa. Gli inviti. Il buffet. C'é anche da andare dalla parrucchiera: quel luogo metafisico da cui inevitabilmente esci rafforzata in due convinzioni: 1) sei del tutto disinformata sul novanta per cento dei nomi astrusi che popolano i giornali di gossip; e 2) hai troppi capelli. Troppi, sì. Perchè con la tua chioma leonina ci si mette una vita, a rinnovare le meches. Il che comporta la sottomissione all'odore di amoniaca per un periodo di tempo troppo lungo per il superolfatto della fase pre-mestruale. Capiamoci, negli ultimi giorni sono stata sul punto di vomitare, nell'ordine: per il deodorante per ambienti appena spruzzato dalla commessa di Terranova, per quello del formaggio grana probabilmente scaduto, e persino per quello della carta inchiostrata di un DVD (manco a dirlo) comprato a Madrid. Non posso farcela, con le meches. Davvero. Anche perchè, possibile che nessuno pensi mai a noi povere orbe? Ovviamente gli occhiali te li fanno togliere. Ma io senza occhiali non ci vedo un tubo. Quindi non posso leggere. Quindi mi tocca, alternativamente, annoiarmi o...indovina? Parlare del libro.



Ho cambiato idea: hanno ragione i Maya. Ché io non so per gli altri, ma almeno per me il mondo finisce di sicuro il 21. Distrutta dal calo di tensione, scaglierò finalmente il telefono dalla finestra e mi butterò sul letto intenzionata a non alzarmici per 12 ore almeno. And that's all Folks.  

giovedì 6 dicembre 2012

E' stata...un' #Odissea: quello che non sapete sul mio primo libro (in anteprima alla fiera di Roma)


Certe notizie ti cambiano i piani. E questa non è tra quelle che si possano tacere.

Avevo in mente di continuare con i resoconti di Madrid. Avrei postato la seconda parte delle avventure groupieggianti che alcuni di voi probabilmente stavano attendendo. Vi avrei fatti sorridere- o almeno ci avrei provato- finchè l'ultimo dei punti mi avrebbe ridonata alla realtà. Solo che è uscita “#Odissea”, e tutto il resto ora lo devo rimandare.

“#Odissea”, sì. Avete letto bene. “#Odissea – il viaggio di Ulisse ai tempi di Twitter”, per essere più precisi. Il mio primo libro, quello a cui tante volte vi ho accennato, si chiama così. Dice, la quarta di copertina, che ho rivisitato il Grande Classico di Omero in "una satira moderna, ironica e sarcastica”. Che sulle mie pagine i personaggi “ scendono dal piedistallo della solennità per trasformarsi in followers, dando vita ad un continuo tam tam, ad un fitto passaparola, ad uno scambio di brevi messaggi e alla condivisione di link".



Quello che, però, tace è quanto io mi sia divertita a scriverlo. Rotondamente, profondamente divertita. Come da troppo non accadeva. In #Odissea mi sono messa da parte. Meglio: ho messo da parte le mie paranoie. Chè da quando scrivo per un pubblico; da quando su di un blog ho rinunciato a un nick per il mio vero nome, il lettore in qualche modo è sempre lì. C'è anche adesso. Anzi, c'è adesso più che mai. Incastro parole con la consapevolezza che altri occhi vi si poseranno sopra. E allora mi chiedo cosa quegli occhi penseranno di me. Quale immagine vedranno. Allora cerco la frase ad effetto come si cerca un abito per il primo appuntamento con qualcuno che ti piace. Senz'altro fine che la conquista. Senz'altra spinta che la vanità.

Avevo bisogno di recuperare la spontaneità con cui mi raccontavo ai miei diari, questo è. Di ritrovare il gusto di scrivere per scrivere. Di ridere a crepapelle delle mie stesse trovate strampalate. Come ovvia conseguenza, di ridere di me. Avevo bisogno, sì, di ricordarmi per quale motivo questa riesca ancora ad essere la mia più grande passione.

Così è nata #Odissea. Giocando con un Classico. Lasciando la mente libera di vagare. E, di tutto il resto, me ne sono fregata. Poi potrà far sorridere anche voi, oppure potrete trovarla una colossale stronzata. E' un rischio da correre. Pazienza. Ma quel libro ha fatto sì che io mi riconciliassi con me stessa. Con il mio amore per le parole scritte. E già solo per questo ne vado orgogliosa.

Da oggi fino al giorno 9 lo trovate all'EUR- Palazzo dei congressi di Roma, nell'ambito della Fiera “Più libri, più liberi”. Lo stand è l'A34, quello de La Caravella Editrice. Poi, sarà acquistabile dal sito http://lacaravellaeditrice.it e nelle librerie di loro distribuzione.

Foto: La Caravella Editrice- Facebook 


E a questo punto potrei concludere copiandovi la sinossi. D'altra parte sarebbe la cosa più logica da fare, giusto? Peccato che io non sia per niente logica, e preferisca raccontarvi dei segni del Destino.

Perchè, vedete: c'è un'altra cosa che la quarta di copertina non vi dice. Ed è che l'idea mi è venuta all'inizio dell'estate, mentre pianificavo le mie vacanze in Grecia. Ero esaurita dal caldo, dalla difficoltà nel trovare gli orari dei traghetti per Itaca, dall'invidia per tutte quelle persone che su twitter non facevano che postare foto di viaggi mentr'io dovevo ancora lavorare. E' nato tutto così, shackerando informazioni mentre mi lavavo i denti. Tutto perchè un'amica mi aveva, per una volta, proibito la Spagna.

Siamo andate a Salonicco, alla fine. I collegamenti per Itaca partivano da Patrasso. Ci si metteva un sacco di tempo. Ci sarebbero voluti un sacco di soldi in più. Il libro era già bello e finito, quando passeggiavamo incontro ad un tramonto sulla città alta. Avevo in mente di inviarlo a qualche casa editrice, al ritorno. Ma non ne ero ancora del tutto convinta. Non sapevo se davvero ne sarebbe valsa la pena.

Almeno non finchè un grosso cane lupo ha preceduto il suo padrone dritto verso di noi. “Ciao”, ci salutava lui, dopo averci sentite parlare. Un ragazzo carino. Non di una bellezza scultorea, non un fotomodello, ma comunque carino. Si è fermato a chiacchierare, riconoscendo nei nostri tratti da turiste parte della sua stessa nazionalità. “Sono italo-greco”, si affrettava a raccontarci prima che travisassimo le sue intenzioni. E, il cane, intanto, ci guardava scodinzolando. La lingua a penzoloni per il caldo. Gli occhi vispi e divertiti.

“Come si chiama?”, gli ha chiesto allora la mia amica.
“Nessuno. L'ho chiamato così perchè io mi chiamo Odissea”.

Allora, per le strade alte di Salonicco, con l'influenza già in agguato nel mio corpo, ho saputo per certo che quel libro sarebbe stato pubblicato. Non sapevo da chi, né perché, né tantomeno quando. Ma sapevo che l'avreste letto. Sapevo che, semplicemente, sarebbe dovuta andare così.

Poi la sinossi, per chi fosse interessato, è qui. 

martedì 11 settembre 2012

El día en que mi vida cambió....era Settembre.



M'ero presa un quadernetto argentato, prima di partire per l'Erasmus. Mi serviva per annotare le spese, tirar giú gli annunci di appartamenti in affitto e – se proprio fosse stato necessario – magari anche mettere per iscritto qualche mia fulminea illuminazione mentale. Non avevo ancora twitter, in fondo: da qualche parte i miei pensieri piú sintetici sarebbero pur dovuti finire! Comunque. Il punto é che c'é una frase, sulla prima pagina di quel quaderno. Dice: “el día en que mi vida cambió, era otro día cualquiera” ("Il giorno in cui la mia vita cambió, era un giorno come un altro"). Non ricordo se fosse mia o l'avessi, invece, letta da qualche parte. Ma il punto é che oggi mi sento un po' cosí.

Intendiamoci, non che aver inviato un romanzo ai primi tre editori in lista possa davvero cambiarmi la vita. Per farlo non basterebbe neanche che mi pubblicassero. Insomma: dovrei rivelarmi madre di un nuovo Harry Potter, o magari suscitare le ire del Vaticano con un best seller mondiale. E direi proprio che non sará il caso.

Eppure, non lo so, sará Settembre. Settembre m'é sempre piaciuto, come mese: sa di nuovo inizio, ma senza bisogno di indossare una sciarpa. E' denso di buoni propositi, di energie da incanalare, di bozza di vita pronta a prendere colore. E a me le bozze rendono felice di per sé.

Non é aver inviato il manoscritto, in realtá. E' piú che altro il fatto di aver portato a termine qualcosa di mio. Nato nella mia mente, messo in vita su carta, e ora pronto ad affrontare anche occhi altrui. E' la consapevolezza che, vada come vada, sto finalmente lottando per il sogno di quand'ero bambina. Di quando, tra i banchi delle scuole elementari, mi chiedevano “cosa vuoi fare da grande?”. Ed io, immancabilmente, rispondevo: “la scrittrice”. 

Ecco, é come se di colpo fossi diventata grande. E, per farlo, é bastato un colpetto all'enter, un francobollo, l'inizio estenuante di un'attesa. Saranno mesi in cui cercheró di auto-persuadermi che quel lavoro non se lo filerá nessuno. Mesi in cui, peró, al contempo, non riusciró a evitare di scegliermi in testa ringraziamenti e foto per la quarta di copertina. E' un giorno qualunque, ma – che io lo voglia o meno – s'é giá accesa l'illusione.

Eppure c'é un'altra cosa buona, nel mese di Settembre, ed é che esce un sacco di musica nuova. Cosí, nella mia attesa, se non altro avró compagnia. Vi lascio una selezione delle nuove uscite ispaniche, dal mio amato Rulo al mio moooolto meno amato Pablo Alborán, passando per  Melendi e... un duetto tutto italo-spagnolo (anche se la mia preferita, di quel disco, é ovviamente un'altra). C'é l'imbarazzo della scelta. E a voi, quale piace di piú?












venerdì 3 agosto 2012

Basta una risata!


Tendi a sottovalutarlo, il potere di una risata. Almeno fino a che non interrompe la lettura di un foglio A4 stampato. Sospiro di sollievo: è la reazione che cercavo. Oggi, al mio silenzio, metto fine così. Poi d'accordo, è “soltanto” mia madre. Sì, insomma, la definizione stessa basterebbe a non renderla obiettiva. Eppure non c'è niente di più triste dello humor non riuscito. Non c'è paura più grande di un volto impassibile, quando ciò che hai scritto – questo posso anche svelarlo – ha come unica missione quella di far divertire.



Ho finito il mio libro, questo è. Ebbene sì, di già. Ho messo il punto conclusivo a una full immersion che forse ho solo finto potesse cambiarmi la vita. O che magari, invece, lo farà davvero. Chi lo sa. Sapete cosa? Chi se ne importa! Quel che conta è che ho riscoperto il piacere di scrivere. Di farlo, intendo, dando vita a una storia. Una che abbia un inizio, uno sviluppo, una conclusione. Una che mi permetta di innamorarmi dei miei personaggi, al punto da trovare crudele il distacco del punto finale. Quel che conta è che sono riuscita, tra virgole ed espedienti narrativi, a evadere un po' dalla realtà. A fuggire da quelle tante notti insonni in cui ogni pensiero è una condanna. Ogni ricordo, un dannatissimo pugnale. Notti di “ e se...?” ove le faccende lasciate in sospeso sembrano il piú tragico dei tuoi errori. Ma se non altro, forse, imparerai a non commetterlo piú. Notti di “perché ci penso?”. Di troppa gente lontana con cui vorresti chiacchierare al tavolo di un bar. Notti in cui ti esprimeresti per canzoni. E le canzoni, vecchie o nuove, sono sempre composte da quei soliti due. 

Sí. Scrivere quel libro, vomitarlo d'un fiato, é stato un modo come un altro per ricordare a me stessa che, se voglio, posso ancora portare a termine qualcosa. Inseguire un obiettivo. Dare una discreta forma alla mia vita, una risposta vera alla domanda “cosa fai?”.

Il caldo, ahimé. E' solo questo il problema. I dannati anticicloni dai nomi improbabili che fanno della noia l'unico progetto possibile. Intendiamoci, io adoro abbronzarmi. Amo farmi cullare dalle onde distesa sulla prua di una barca a vela. Lasciare che la musica sparata nelle orecchie accompagni i film proiettati nel cervello. Finchè tutto sparisce. Finchè il relax diventa sonno, e il rumore dei gabbiani una risata – un'altra!- in grado di farmi compagnia. Adoro il mare, anche. La salsedine che si attacca alla pelle, il vento che m'aggroviglia i riccioli in nodi di bellezza selvaggia. La pelle che si fa via via più scura.


Solo che ho troppe idee. Ne ho di continuo. Ho progetti che vorrebbero ridisegnarmi un futuro, opzioni regalo che strapperebbero sorrisi, necessità organizzative di un viaggio imminente. Eppure... accidenti, non bastano i ventilatori. Soltanto oggi ci ho messo due ore di orologio a cercare un posto fresco in cui scrivere questo post. Due ore, capite? E ho pure il mal di schiena. Per dire. Ora sono qui, con qualche rara raffica di vento a darmi sollievo mentre picchetto sui tasti. Ma il sudore continua a privarmi di tregue. Le tempie mi pulsano un mal di testa che non vuole sapere di andarsene. L'urgenza di una doccia, le zanzare che mi pungono: tutto ha la meglio anche sulla mia ispirazione.

Perché allora, nonostante tutto, amo ancora l'estate? Come ho fatto, me lo spiegate, ad attenderla con tanta impazienza? Non l'avrei mai detto, ma ogni tanto me lo chiedo. Sará per i mojito, o per i vestiti leggeri, boh. Forse é che di solito “estate” voleva dire “tour”. Dannazione. Almeno Cremonini, almeno lui, non poteva iniziare i live prima?

Manteniamo la calma. 

Io dovrei – vorrei! - cercare lavoro in un campo che ancora non ho sondato bene. Ho pensato alla filosofia spicciola, alle citazioni sagge in centoquaranta caratteri che affollano twitter. Avete presente? Robe tipo “Il segreto é capire cosa ti rende felice e cercare di vivere di questo”. Ecco. Ci sono due cose che mi rendono felice, a questo mondo. Una è scrivere, e su questo sono a buon punto. L'altra è viaggiare. Poi ci sarebbe anche la musica, certo, ma per il momento lasciamola stare.

Quindi, in ogni caso, considerando il ricavo infimo di un autore emergente dalle vendite dei libri, lavorare per una rivista di turismo mi sembrerebbe la miglior opzione. Solo che ho bisogno di tempo. Di google. Di contatti. Ho bisogno di ore intere davanti a un computer che con questo clima incarna una condanna infernale. E, se è per quello, a proposito di viaggi, dovrei anche decidermi a fare il check in online per Parigi. A studiare i trasporti dall'aeroporto di Salonicco all'hotel, e poi da Salonicco a Nikiti. Insomma, se non piove non ce la posso fare. E non piove. E se piove ho troppo sonno per farlo. Perché non dormo la notte, é chiaro. Oh, al diavolo!!



Confermo: la noia è il mio miglior progetto. Ma dacché l'universitá é un ricordo ho la sensazione di non potermela permettere. Neanche ad Agosto. Neanche con 35 gradi. Ed è per questo che vorrei urlare.

Ma poi mia madre legge il mio romanzo. E, alla prima pagina, giá ride a crepapelle.

Sembra assurdo, eppure mi basta questo per stringere i denti e sopportare. Basta una risata, sí, una sola risata a farmi sentire, nonostante tutto, ancora piuttosto soddisfatta di me.

Ho giá fatto una lista di possibili editori. Il prossimo passo é incrociare le dita.