mercoledì 7 dicembre 2016

Parentesi.

Qualcuno è venuto ad abitare nell'appartamento accanto al mio. 

In tutte queste settimane in cui è rimasto sfitto, sul pianerottolo si sono susseguiti più o meno tutti i tipi di esemplari umani. Ci sono state le studentesse universitarie, i professionisti single, qualche coppia più o meno giovane. Le lenzuola orribili che ho visto stese l'altro giorno nel patio potrebbero, perciò, appartenere a chiunque di loro. Ma io, naturalmente, ho una teoria. 




Sulla base dei pochi rumori che mi arrivano dalla parete confinante (oltre che delle suddette lenzuola) ho deciso che il nuovo inquilino è quel signore con la barba bianca che l'altro giorno, all'ingresso, parlava con il padrone di casa. Gli ho persino inventato una vita: professore universitario di qualche materia umanistica tra la storia, le scienze politiche e la filosofia. Vedovo, divorziato o comunque nostalgico del Solo Grande Amore Perduto. Allergico alla tecnologia e ad ogni sorta di progresso moderno - tranne il cellulare che ho sentito squillare l'altro giorno, e che deve tenere per lavoro - vive circondato dai libri, nutrendosi per lo più di tristi scatolette e cibi pronti mono-dose. Anche se nessuno lo direbbe, ha un passato da hippie e svariati aneddoti di vita vissuta ai concerti rock.

Però, naturalmente, potrei sbagliarmi. 



Potrebbe essere Babbo Natale. 




lunedì 5 dicembre 2016

Concerti e sorprese

É inconfondibile il rumore di un'attesa quando esplode. Alle prime note di Cobacabana il palazzetto sbraita, salta, si dimena. É il tutt'uno di mani e di voci - e spalle, e calci involontari, e lieve odore di marijuana - che sta per "finalmente" quando arriva la hit. Gli Izal, ormai mi sembra chiaro, erano il nome di punta in questa sottospecie di mini-festival. L'ha organizzato la San Miguel, birra gratis col biglietto e timbro col pesciolino, per festeggiare i suoi 50 anni di malagueña internazionalità. Dal centro della pista non si vede un buco libero. Coppiette innamorate. Gruppi di amici ubriachi. Ragazze giovanissime. Famiglie con bambini. Tutti ondeggiano, cantano, strillano d'amore puro. E io, di nuovo, mi scopro a chiedermi in quale razza di dimensione abbia vissuto fino ad ora.




É la prima volta che lo vedo, questo tizio coi riccioli che si dimena sul palco. La sua intera esistenza, a dirla tutta, mi si è rivelata non più di una settimana fa. Io, all'evento di Music Explorers, ci volevo andare per i Sidonie. Gli altri erano un nome sul cartello. Anche corto, poco impegnativo. L'aggettivo superfluo che puoi eliminare da una frase. Però  "Ascoltali, ti piaceranno", aveva detto Laura. Lei che allo stesso evento, per loro, sarebbe corsa anche da sola. Avevamo appena appurato la somiglianza inquietante dei nostri gusti musicali. Curiosità chiama Spotify. Ho premuto play. 

Ed è stato uno di quei play che ti aprono mondi nuovi. 

Perchè sono sempre troppo pochi, ahimè, i dischi che ti entusiasmano davvero. Quelli che ti chiedi "dove eravate?"; quelli che appena finiscono avresti già voglia di farli ripartire. Gli Izal - chiunque essi siano e da qualunque posto vengano - sono senza dubbio una delle migliori scoperte musicali spagnole che io abbia fatto negli ultimi anni.

Posso dirlo con cognizione di causa, ora che li ho apprezzati anche dal vivo. Certo, se me lo chiederete vi risponderò comunque che ho preferito il live dei Sidonie. Ma è solo perchè il tempo mi ha consentito di mettere più vita nei loro album. Tutto qui. Tutto in quella Por Ti che me li fece conoscere anni addietro grazie a un consiglio pubblico di Dani Martín. Tutto nelle aperture dei concerti de El Canto del Loco. Nelle polemiche di qualche loro fan sul forum verde. Nella prima fila del Sant Jordi con le corna da diavolo. Tutto nell'immagine vivida di una strada di Barcellona che per me é - e forse sarà sempre - En Mi Garganta. 



Un video pubblicato da Ilaria (@ilaria_luna84) in data:


Gli Izal, poveri loro, mi girano nelle orecchie da troppo poco per pretendere di generare le stesse emozioni. Ma nonostante questo, nonostante la stanchezza di un concerto iniziato troppo tardi in una giornata partita troppo presto, nonostante conoscessi solo i pezzi dell'ultimo disco, nonostante l'equilibrio precario sui bicchieri vuoti per terra, le loro due ore di esibizione mi sono sembrate durare troppo poco.

Venerdì, ore 2.00: sono uscita nella pioggia, stordita da un mix di adrenalina e relax. E adesso sento quest'esigenza irrazionale di consigliarveli, come ogni volta che qualcosa mi sembra aggiungere bellezza alla quotidianità.

Per un assaggio vi direi di partire proprio da Cobacabana, la già citata hit che dà il nome all'ultimo album: un concentrato di energia su un tappeto di percussioni che vi travolgerà sin dal primo momento. Poi Pequeña Gran Revolución, l'altra faccia della medaglia: un mezzo tempo da cantare a squarciagola, struggente e dolcissimo nel testo dedicato da un genitore alla figlia appena nata. E infine Magia y Efectos Especiales, del secondo disco (ne hanno quattro di studio all'attivo): un vero e proprio climax di ritmo e sensazioni.



Un video pubblicato da Ilaria (@ilaria_luna84) in data:



La cosa migliore, però, è che non sono stati loro l'unica sorpresa. In un periodo particolarmente pieno di novità musicali (dal nuovo e meraviglioso brano degli Imagine Dragons a tre delle Spice Girls che si riuniscono) la notte di San Miguel ha saputo entusiasmarmi anche con i Culitos Chicos. Dio solo sa come diavolo gli è venuto in mente di chiamarsi così, ma questa band cileno-malagueña ha svolto a perfezione il compito di aprire la serata col botto. Mischiando cumbia, rock, reggae e sonorità quasi balcaniche hanno infiammato l'atmosfera quando davanti al palco il pavimento si vedeva ancora. Si può ballare anche seduti su una sedia. E li ho riconosciuti subito come istantaneo antidoto all'infelicità. 


domenica 4 dicembre 2016

Blub blub

La prima volta che ho vissuto a Málaga, otto anni fa, c'è stato un uragano. Ed ecco perchè non dovrebbe sembrarvi così strano che oggi mi sia svegliata nel mezzo di un alluvione. "Non pioveva così dall'89", dicono i media. E io, naturalmente, vivo in una delle zone più colpite della città. Quelle delle spiagge allagate, dei semafori dimezzati in percezioni d'altezza, degli autobus fumanti che dividono le acque manco fossero Mosè. A due passi da qui, i cassonetti delle immondizie improvvisano allegre nuotate alla scoperta di nuovi fiumi marroni, intralciati da auto parcheggiate di cui si vede ormai poco più del tetto. Perchè non sia mai che mi si faccia mancare qualcosa. 





Quindi non lo so, quale tipo di messaggio stiano cercando di inviarmi dai Piani Alti; Resta il fatto che non è esattamente piacevole convivere col sottofondo di elicotteri e sirene costanti che associo alle tragedie trasmesse in tivù.

Questa mattina mi ero persino vestita, presa dalla smania di uscire a filmare lo stato delle calamità per guadagnarmi il Pulitzer via Periscope. Che devo capire se è più istinto giornalistico o rincoglionimento all'ultimo stadio (propenderei per la seconda opzione). Alla fine, comunque, ha prevalso il buon senso. Mi sono messa addosso una grigissima uniforme da barbona con tanto di pigiama nei calzini, e l'evoluzione delle notizie l'ho seguita sul web.

É lì che, tra una serie di immagini pseudo-apocalittiche, mi sono ricordata perchè amo così tanto i malagueñi: per i post qui sotto. Perchè riescono a sorridere - e farti sorridere - anche nelle situazioni complicate. Che non vuol dire fare dello humor persino sulle disgrazie (che è poi la grande piaga di Twitter) ma, nei limiti del possibile, cercare di sdrammatizzare. E c'è una differenza abissale. 






Nel frattempo, il meteo prevede pioggia ininterrotta ancora fino a tutto domani. Col vostro permesso, io inizierei ad attivarmi per importare le Gondole. 



sabato 26 novembre 2016

Il giorno che hanno acceso le luci.


Ci sono momenti, anche se rari, in cui ti senti orgogliosa di te. 

Se appena un anno fa mi avessero detto che avrei fatto la guida turistica, parlato in pubblico a gruppi di persone, e che per giunta - chi, io?- l'avrei fatto in inglese, mi sarei messa a ridere di gusto. 
Guardatemi ora, invece. Dico sul serio, guardatemi: avrei voluto urlarlo, Giovedì, alla fermata dell'uno. Il mio primo food tour mi aveva lasciato addosso quel tipo di stanchezza ovattata che ancora adesso associo agli esami. Persino il sole, ribelle alle previsioni, sembrava scappato alle nuvole solo per aiutarmi nello scopo. 

Mercado de Atarazanas


Era partito tutto da una telefonata, meno di ventiquattro ore prima.
Avevano detto che potevo prendermela comoda. Avrei fatto un giro di prova per i capi, senza impegno, quando sarei stata pronta. Mi avrebbero dato del materiale scritto da studiare, mi sarei esercitata con la pronuncia camminando sù e giù nel salotto di casa.

Poi, all'improvviso, un rumore melodico mi squarcia il vuoto e i piani. Se te la senti. Domattina. Dicci tu.
L'altra me, quella che viveva nel Remoto Nord Est, si sarebbe fatta prendere dal panico. Avrebbe declinato l'offerta, rimandato, addotto qualche bizzarro tipo di scusa.
Invece ho detto sì. Senza pensarci. Senza avere neanche il tempo o le forze di preoccuparmi un po'. Ho letto il pdf alle sei di sera, in piedi, mentre mangiavo una banana. Dieci minuti scarsi tra un post di lavoro, un questionario, la lavatrice e il corso di flamenco. In mezzo ai dolori acutissimi del primo giorno del ciclo. Lo "studio" è consistito nella ripetizione mentale di un paio di concetti alle due di notte, già distesa sul letto, prima che un sonno più simile al coma lo interrompesse dopo tre minuti. 

Eppure è andata bene. L'ho fatto. E la felicità di quella donna giapponese davanti a un piatto di paella non è stata in fondo che il riflesso della mia.

Perchè, lasciatemelo dire, io sono questa. Lo ero e lo sono di nuovo. Sono una che si butta nelle situazioni. Che improvvisa all'ultimo minuto. Una che chiacchiera di gusto con le signore sull'autobus o gli autisti che escono a fumare.  Sono una che in una giornata, come sedendosi su una valigia colma, riesce a far entrare più vita di quella che avrebbe creduto possibile. Ed è questa l'Ilaria che mi piace: quella che un giorno, dal nulla, si mette in testa di rispolverare l'inglese; e in poco più di un anno, senza corsi e libri di grammatica, riesce in qualche modo a parlarlo - facendosi capire - per tutte le tre ore di un tour gastronomico.

In fondo è soprattutto per questo che sono venuta qui: perchè quella persona l'avevo smarrita. Perchè sapevo che in nessun altro posto al mondo l'avrei saputa ritrovare. 

Calle Larios, Alumbrado de Navidad


Nel giorno del Ringraziamento, opportuna come quasi mai, mi sono sentita grata a me stessa. E quando é scesa la sera, seduta a un tavolo con delle altre italiane espatriate, ho brindato ai cambi di vita sentendo che nessun altro mi avrebbe mai capita così. Sono una di loro, adesso. Una di quelle trentenni che mi sono sempre parse straordinariamente coraggiose.

Quelle che mollano certezze, amici e posti fissi solo per cercare di essere un po' più felici. E fanno scelte avventate, irrazionali ad occhi altrui, spinte soltanto dall'amore di un luogo che per motivi insondabili sentono essere casa. Perchè "si vive una volta sola". Perchè "se una situazione non ti piace devi muoverti e provare a cambiarla". Perchè mentre le amiche che si sposano e fanno figli, tu che non hai legami devi darti una mossa a cercarti un posto nel mondo. Avrai il ruolo di quella che nei romanzi chick-lit è l'amica del cuore spiantata e indipendente, che poi è sempre il personaggio che ami di più.

Quelle ragazze, come me, sanno cosa vuol dire vivere mille vite in una. Sentire il tempo dilatarsi, e poi restringersi, e poi andare in un senso tutto suo. Ché tutto é più accelerato, qui. Tutto ti scivola addosso più veloce, compresi i sentimenti, il dolore e la nostalgia. Eppure, allo stesso tempo, ogni singola emozione è mille volte più intensa, forse perchè sa di dover vivere compressa in un istante che darà il meglio di sè. Vivere qui, vivere all'estero, è abituarsi al vuoto di un'eterna mancanza, sospesa tra doppie identità. É voglia di casa, polenta, pasta al dente. Ma anche smarrimento quando poi ci torni, e scopri l'impazienza di tornare.

Hanno acceso le luci di Natale, a Málaga, Giovedì. E il cuore gonfio di musica e scintille, all'ultimo bicchiere di Moscatel, mi é sembrato sul punto di esplodere di gioia. 

Albero di Natale in Plaza de la Constitución


domenica 20 novembre 2016

La lettera di Fernando Ónega a Málaga

Fernando Ónega è un giornalista spagnolo. É passata una settimana, ormai, da quando una sua lettera alla città di Málaga mi aveva increspato la pelle attraverso le frequenze di Onda Cero. Mi ero ripromessa di tradurla. E ieri, dopo essere passata in poco piú di mezz'ora dalle persone che ancora fanno il bagno nei venticinque gradi tersi della spiaggia di Huelin all'atmosfera natalizia di Calle Larios - ponte ideale tra due dimensioni, luce e buio, costa e metropoli, identico amore - ho capito che era giunto il momento di farlo per davvero.

Senza altre parole, eccovi il testo in italiano. E chiunque viva o abbia vissuto a Málaga lo sentirà proprio, perchè capirà quanto questo posto riesca dannatamente a conficcartisi nel cuore. La versione in spagnolo, se lo desiderate, potete ascoltarla qui





Buona sera Málaga. Bellissima, accogliente, affettuosa città di Málaga. 

Pronuncio il tuo nome e mi vengono in mente le onde del Mediterraneo, il sole, la spiaggia, le vacanze, le fughe urgenti per i ponti e i fine settimana. E ancora gli espetos de sardinas, i gamberi della baia, le porras antequeranas, il vino dolce che porta il tuo illustre nome. 

Immagino che oggi dovrei renderti omaggio perchè quest'anno, come tutta l'Andalusia, hai battuto il record del numero di turisti che sono venuti a cercare le tue seduzioni.
Ma tu sei molto di più di un fenomeno turistico, Málaga. 

Sei un paradiso della Cultura, la città con più musei per metro quadrato: il Picasso, questo Carmen Thyssen da dove si trasmette "La Brujula" (trasmissione di Radio Onda Cero, NDT), il Centro Pompidou, la sede del museo russo di San Pietroburgo, quello delle arti e dei costumi popolari, quelli della scienza, dell'arte sacra, e tanti altri ancora. 

Sei la città con più grandi orchestre, con più teatri, con più sale per mostre, e la Noche en Blanco, quest'orgia notturna della cultura ha compiuto otto anni. Ecco, questo sì che è un buon motivo per farti i complimenti, Málaga! Questa sí che é una sorpresa: una città spagnola che basa la sua vitalità su di un'offerta culturale che riesce a rendere compatibile con la festa e con la gioia di vivere. 

Cara Málaga, patria di Picasso e di Antonio Banderas, del Marchese di Salamanca e- lasciami dirlo - del grande Manuel Alcantara;
Per entrare nella tua anima bisogna cominciare a guardarti dal Monte Gibralfaro, bisogna farsi pervadere di spirito malagueño in Calle Larios, immergersi nel quartiere de El Palo, calpestare la terra della Vega del Guadalhorce, salire sulla Cresta de la Reina - ah, magari poterci arrivare in cima! - e sul picco de La Maroma; e camminare sulla storia del tuo centro storico, e del teatro romano, e meravigliarsi sull'Alcazabilla. E dopo aver fatto tutto questo si capirà perchè ti chiamano, Malaga, "Málaga La Bella". 

Cosmopolita ma con angoli romantici, marinara ma con i monti nel tuo DNA e nelle cartoline, sofferente per la siccità eppure maestosa nella tua flora e nel verde dei tuoi giardini. 

Leggenda è nei tuoi villaggi: Parauta, nascosto nella regione montuosa, Velez Málaga nella Axarquía, Sedella, quello del fiume, Cañete la Real, ai piedi di quel dirupo, Gaucín, Jubrique, Ronda, Mijas, Antequera, Casares, Archidona o il centro storico di Marbella. Tutti loro "Pueblos Blancos" , paesi che mi stanno tutti in questa lettera, paesi ricchi di magia e di fascino, paesi che costituiscono la geografia umana di una provincia piena di splendore. Fenicia, romana, moresca e cristiana. 

Una terra da godere? Sì, ma è troppo poco: una terra da vivere. 


- Fernando Ónega 


domenica 13 novembre 2016

Bellezza e Nostalgia (Per l'incanto chiedete alla Amoroso)

A Málaga è arrivato l'inverno, sempre che così si possa chiamare. 

É comparso all'improvviso, sotto forma di folata umida in arrivo dal mare. Era una serata solitaria, insolitamente silenziosa. Dall'altro lato dell'Oceano, i voti dentro un'urna si preparavano a preoccupare il mondo intero.

Non se n'è più andato, da allora. 

Inverno, a Málaga, vuol dire strati di vestiti uno sull'altro. Vuol dire condanna al chiodo in pelle, perchè con temperature a due cifre ti rifiuti comunque di darla vinta al cappotto. Vuol dire cedere all'inganno di un cielo azzurro- Agosto scordandosi che poi viene la sera. 

Inverno è quando le ragazze abbandonano gli intramontabili shorts - quelli che portano persino coi collant pesanti, indossati Dio Sa Come e soprattutto Perchè sopra alla cavigliera - in favore di abiti in maglina tutti uguali. Quando il taxista di una notte finita un po' più tardi passa l'intero tragitto a blaterare tra i "qué frío!" che loro no, non sono mica abituati. E tu sorridi, ma vorresti dirgli "che ne sai". Della Bora che si insinua tra le ossa, del gelo che fa ghiaccio le pozzanghere, della salita di Via Tigor con la neve. Che ne sai del bianco eterno sulla testa. Della nebbia di Parma. Dei pomeriggi a studiare avvolta in una coperta. Del pigiama sul termosifone. Che ne sai, taxista, che ne sai. 

Ma le decorazioni di Natale sono ovunque, ormai. Stelle colorate. Arcate d'orgoglio pronte all'accensione in Calle Larios. E a me, ogni tanto, prende la nostalgia. 



Arriva quando meno me l'aspetto, pure lei. Sempre per cose piccole e concrete. Mia madre che cucina la polenta. I mercatini di Cervignano. Due amiche che si scattano un selfie a lezione di flamenco. I tweet su X Factor, che mi fanno rimpiangere le sere passate a guardarlo in famiglia. Un bimbo in passeggino, proiezione del figlio di un'amica che chissà quando conoscerò. E non è facile, in quei momenti. Per niente. Perchè fai i conti delle spese mensili per capire se puoi permetterti il commercialista e il risultato della somma, maggiore del previsto, indica tutto quello a cui dovrai rinunciare.

Sarebbe così comodo tornare indietro. Dormire più di sei ore a notte. 
Lasciare che qualcuno si occupi di te. Insomma, cosa ci sarebbe stato di sbagliato? Studiare la Rumba al corso di flamenco in cui i selfie te li scattavi tu. Prendere un treno ogni tanto, andare a Desenzano. A Roma. Ai concerti de Il Cile. 

Eppure. Quando ci penso, in quei momenti di nostalgia, una vocina mi ricorda perchè sono venuta qui. Perchè non voglio arrivare a quarant'anni e vivere ancora coi miei. Perchè il confort della mia routine di Monfalcone mi ha sempre paralizzata, inibendo ogni sforzo per cercarmi una via. Era più comodo, senz'altro, ma non mi sentivo mai dove dovevo stare. 

Non come adesso, quando passeggio per il centro e, senza motivo apparente, mi scopro a sorridere da sola. Anche se ho meno soldi e molte più preoccupazioni. 

Muelle Uno


Di nuovo, come a Parma, mi viene in mente PadreMadre di Cesare Cremonini. "Se sono stato così lontano è stato solo per salvarmi", diceva. E, a proposito di canzoni, chi avrebbe mai immaginato che la colonna sonora di questa nuova avventura malagueña sarebbe stata Safari di J Balvin e Pharrell Williams! Colpa del tizio che, puntuale come un orologio svizzero, ogni sera passa sotto casa in macchina con quello stesso brano a tutto volume. 

A mí me gusta...

E si va avanti, allora. Mi immergo anima e corpo nel vortice di eventi in cui ho scelto di riempirmi questa nuova vita. "Il trucco é non fermarsi", mi hanno detto, "non fermarsi mai". Ché tanto lo so - lo ricordo dal duemilaotto - che sono i primi tre mesi ad essere i più difficili. Poi le facce nuove diventeranno amicizie. La burocrazia abitudine. I passi che non vengono, coreografia. 

Si va avanti perchè la nostalgia è solo un neo infinitamente piccolo in mezzo a tutto il Bello che questa città mi sta facendo vivere. Bello come riabbracciare un'amica che non vedi da un po'. Come raccontarsi le novità sorseggiando un vino di nome Celeste che risulta stupendo almeno quanto il nome. Come spulciare distratta le camicette appese da H&M mentre Grace ti racconta dei suoi sogni e si accorge che sei stanca prima che glielo dica tu. Bello è che tua cugina ti faccia visita, in una tappa dei suoi mille viaggi più folli dei tuoi, e ti dica che il posto in cui vivi le ricorda la California. E tu, con un orgoglio "patrio" che non credevi possibile, ti gonfi di soddisfazione ascoltandola affermare che Málaga é la città che ha preferito tra tutte quelle viste in Andalusia. 

Playa de Huelin


Dell'inverno è tutto sommato facile dimenticarsi, quando sull'autobus di ritorno dalla scuola di danza conosci una polacca che è arrivata qui soltanto per poter imparare il flamenco. O quando una serata di scambio linguistico spagnolo-inglese raffazzonata all'ultimo minuto si rivela una delle più riuscite dell'ultimo periodo. E finisce che ti ritrovi a bere birra e ridere fino all'una di notte con due malagueñi, una turca, un'italiana e una ragazza di Jaén. Parli in perfetto spanglish di Dani Rovira, musica, film, e detti malagueñi davanti a un pintxo dal nome evocativo di "abre los ojos". Rivivi nella testa le conversazioni sulle differenze culturali fatte poco prima al tavolo della tetería, in mezzo a persone cosí interessanti che varrebbero da sole un libro. E, di nuovo, ti scopri felice.

Ieri pomeriggio, passeggiando per il Muelle Uno, ho lasciato una copia del mio romanzo nella piccola biblioteca dello spazio ArtSenal. C'é una dedica, dentro. Chi vuole può prenderlo gratuitamente, leggerlo, e lasciarne un altro in cambio. Oppure riportarlo indietro una volta finito. 







Uscita da lì, mi sono sentita addosso la stessa sensazione piacevole di quando fai un regalo a qualcuno a cui vuoi bene, e non vedi l'ora che lo apra. 

Quel libro, l'ho capito dopo, è il mio regalo a Málaga. 

E quest'aria umida, adesso, mi fa quasi piacere. 






sabato 5 novembre 2016

"Ma che dici?": il crowdfunding itagnolo di Alberto e Simona


Andare a stirarsi l'orecchio. Portarsi il gatto all'acqua. Sentirsi dire, magari, che sei tu quella che taglia il baccalà. Se anche a voi è capitato di trovare buffe o incomprensibili alcune tra le più comuni espressioni idiomatiche spagnole, il progetto di Alberto e Simona vi appassionerà non poco. 

Ma che dici? from AlberDg on Vimeo.





Lei è una traduttrice italiana, lui un illustratore spagnolo. In quel di Siviglia, dove attualmente vivono, stanno lavorando a un libro che unisca le loro passioni. "Ma che dici? / Pero qué dices?", con intento al contempo educativo e ironico, racconterà in testi e immagini 15 detti di ciascuno dei due Paesi (30 in tutto) che risultano "strani" o difficilmente comprensibili all'altro. Perchè sarà anche vero che italiano e spagnolo sono simili, ma non lo sono così tanto come ancora troppo spesso si crede. Ad esempio, lo sapevate che la frase "in bocca al lupo" ha nelle due Nazioni significati diametralmente opposti? Se da noi è un modo per augurare buona fortuna, in Spagna vuol dire ficcarsi in una situazione pericolosa.

Di curiosità come questa, grazie a "Ma che dici?", potrete scoprirne moltissime altre. E, considerato che sarà pronto prima di Natale, potrebbe anche diventare un regalo perfetto per tutti i vostri amici itagnoli. C'è un problema, però: perchè tutto questo si realizzi, Alberto e Simona hanno bisogno di voi.

Per finanziare il loro progetto hanno avviato un crowdfunding sulla piattaforma Verkami, a cui potete partecipare fino alla fine del mese. Il vostro contributo può andare dai 5 ai 300 euro, garantendovi una ricompensa adeguata alla somma che deciderete di investire. Oltre al libro (in una o più copie), potrete infatti portarvi a casa gadget di vario tipo, copertine personalizzate con la vostra caricatura e tanto altro ancora.


Foto: Verkami.com

Foto: Verkami.com

Foto: Verkami.com





Ecco cosa scrivono gli autori: 


"Possono due lingue avere espressioni che, pur essendo uguali nella forma, significhino cose totalmente opposte? Basta tradurre una frase per capirne il significato? Se hai amici di lingua straniera o ti appassionano le lingue, avrai certamente notato che non sempre è così. Nella cultura italiana e nella spagnola puoi trovare espressioni e modi di dire comuni, e a volte addirittura variazioni interessanti con un significato totalmente diverso.

Ma quello che attira più l'attenzione è che alcuni di essi nella traduzione letteraria non hanno senso. Ciò, data l'estrema somiglianza tra le due lingue, desta stupore e curiosità in lettori e/o ascoltatori.

Questo è quello che abbiamo voluto trasmettere con questo libro, una breve selezione riepilogata e illustrata con molto affetto e senso dell'umorismo!"


Senza altre parole, vi rimando all'esaurientissima pagina del crowdfunding, dove troverete ogni sorta di dettaglio o informazione di cui possiate aver bisogno prima di decidere se "Ma che dici?" merita i vostri soldi o meno. Considerato l'alto tasso di italo-spagnolismo del progetto, io personalmente vi direi di sì. In bocca al lupo, ragazzi!


Foto: Verkami.com