martedì 21 marzo 2017

Cose che impari quando ricevi visite.


L'ho capito sbadigliando per strada che stavo per dire addio alla mia fastidiosa iperattività del Lunedì. Assieme a lei, consegnavo agli occhi di qualche vecchietto quel poco che restava della mia dignità. Erano quegli sbadigli grassi, aperti, col sonoro. Quelli che ti concedi, spesso senza mano davanti alla bocca, solo con chi sei in confidenza per davvero. Ecco, evidentemente io sono in confidenza con la strada di casa. Con i bar che la circondano. Col cartello sbiadito del "caldillo pintarroja" a un euro, gli azulejos, e il signore in tuta che porta fuori la spazzatura. Non riuscivo a contenermi, giuro. L'eco di una serie di "yawn" da fumetto si abbinava allo stupido naso rosso bordeaux che mi viene sempre quando prendo il sole.

La Domenica stava ormai sfumando nel blu scuro della routine. Mi sembrava di trascinarmela di peso sù per le scale, rintronata com'ero dai kilometri di turismo, il  ciclo in arrivo, le emozioni di un concerto, il sole basso tra i mercatini, l'odore intenso di Marijuana che aleggiava quel pomeriggio sul Muelle Uno. Due giri nella toppa. Testa sul cuscino. Immagini oniriche da quadro di Van Gogh che mi accompagnano fino alla sveglia in cerchi gialli concentrici, mari impossibili, stelle scintillanti da disegno di un bambino che per di più ballano, tanto per dar ragione a Nietzche: qui di caos dentro ne abbiamo a quintali. E poi, di colpo, è come se la parentesi si sia di nuovo chiusa. 

É sempre strano, quando qualcuno viene a trovarti dall'Italia. Cerchi di anticiparti il lavoro il più possibile, ritagliarti degli spazi, progettare itinerari. E, per tutta la durata in cui il divano-letto rivendica la seconda parte del suo nome composto, la città in cui vivi torna ad essere anche per te il luogo di una vacanza fatta spesso eppure sempre nuova. Inevitabilmente ti ritrovi in quei giorni a guardare gli orizzonti a cui ti sei abituata come qualcosa di insolito e stupefacente, rendendoti conto ti quanto tu sia stata brava nella scelta - o magari, chissà, soltanto fortunata. Altrettanto inevitabilmente, non ne esci mai senza scoprire qualcosa di nuovo. Ecco, quindi, cosa ho imparato questa volta dalla settimana in cui è venuto a trovarmi mio papà:


1. La Luna piena, quando sorge in proporzioni sovrumane, genera una sorta di catatonia di massa. La gente tende a sedersi sui muretti del paseo marítimo, fissandola imbambolata come se non l'avesse mai vista in vita sua. Ok, lo ammetto: me compresa. Di colpo è come se tutto si immobilizzasse. Se l'umanità si stesse affidando a un qualche potere ancestrale, in attesa di chissà cosa o chi. Se ti estranei per un momento dalla scena potresti credere di essere sul set di un qualche film pseudo-apocalittico. Rabbrividire di un'inquietudine sottile. Chiedere il conforto di un gelato, ma quasi sicuramente - a quell'ora, di Domenica, col vento - lo siento, li avranno già messi via. 




2. Ascoltare i commenti dei bambini su un'opera di Kandinsky (o su qualunque quadro, azzarderei) è quanto di più bello possa capitarti nella vita. Al Museo d'Arte Russa una ragazzina ha alzato la mano su richiesta del maestro. "A me questo quadro ricorda la vita di una persona" - ha detto - "perchè succedono sempre tante cose". Critici tutti, cambiate mestiere. 

3. Devo comprare più spesso frutta e verdura al mercato. Oltre al notevole risparmio ho scoperto che gli avocado perfetti esistono e che certi pomodori sono talmente buoni al naturale che persino condirli con un filo d'olio rischia di sembrarti un peccato mortale. 

4. Il Gastrobar Pretende si merita decisamente più clienti, se mi è bastato andarci due volte perchè il cameriere si ricordi di me. Certo, è anche vero che mi è bastato andarci due volte per farlo diventare uno dei miei posti preferiti. L'ambiente è curatissimo, d'ispirazione retrò. Il cibo è squisito. Le porzioni abbondanti. E, come se non bastasse, i prezzi sono anche più che abbordabili. Quindi fatevi un favore, allontanatevi dal centro in direzione Carretera de Cadiz, e riempite una volta per tutte quei tavolini azzurri assicurandogli la lunga esistenza che si merita. Mi ringrazierete, soprattutto dopo aver mangiato le patatas bravas "al estilo vintage". 

5. L'alcazaba è ancora spettacolare come quando ci ero salita, per la prima e (ora pen)ultima volta, otto anni fa. 





6. Le nuove opere che sono andate ad ampliare la collezione del Museo Picasso ne hanno notevolmente migliorato la qualità generale. Fateci un salto non appena potete (la Domenica è gratis) 

7. Al Gibralfaro tutto è talmente a prova di foto che persino i gabbiani si mettono in posa. 




8. Devo andare più spesso a fare shopping alla Recova, anzichè limitarmi a mangiarci dentro. Hanno certi vestitini e cappellini colorati che sono perfetti per l'estate!


...Anche mangiarci, comunque, decisamente non é che faccia schifo. 



9. Jia Aili è veramente bravo. É un artista cinese che attualmente espone al CacMa. Realizza quadri monumentali un po' desolanti e quasi monocromi, in cui la solitudine e il degrado tecnologico la fanno da padrone. Oltre all'impatto immediato delle grandi dimensioni, la tecnica è talmente valida che in certi casi sorprende il suo sembrarti astratta nelle vicinanze e quasi fotografica da lontano. Una delle migliori scoperte degli ultimi tempi. Se volete darci un'occhiata, la mostra è aperta al pubblico fino al 18 Giugno p.v.




10. Al Soho c'è un locale che sembra strepitoso. Si chiama Mamuchis, e serve "healthy food" da tutto il mondo. La decorazione esterna è talmente ben fatta che non mi spiego come sia possibile che non l'abbia notato prima. É già altissimo nella mia lunga lista dei prossimi posti in cui cenare.




11. Il Barceló che espone all'Ateneo de Málaga non è il Barceló che tutti pensiamo - il che mi insegna che bisogna prestare importanza anche ai nomi di battesimo. Ad ogni modo, le opere astratte dell'omonimo (cioé di Carlos, non di Miquel) una visitina la valgono comunque, specie se si parla del piano inferiore. 

12. Oltre ad essere un posto hipster friendly dove scrivere un libro, lavorare da freelance e instagrammare cose, da Dulces Dreams fanno anche un buonissimo espresso all'italiana. Compete con Bertani, il che è tutto un dire. 

13. É possibile avere l'intera gamma delle quattro stagioni in soli tre giorni, con un intero campionario di avversità meteorologiche allegate. Il mare, però, è stupendo anche quando si incazza. 






14. Las conchas finas al pil pil sono la mia nuova definizione di Paradiso. Sul serio. Dovessi farmi un tatuaggio, ci scriverei "make pil pil, not war!". 




15. Al Piyayo fanno un'ottima zarzuela de marisco, e ti portano persino tapas gratis se ci mettono più del previsto a prepararla. Certo, rischi di metterci tre giorni a digerire, però ne vale la pena. 




16. La Casa de Guardia crea dipendenza. 



17. Il mio quartiere è meraviglioso. Non che debba necessariamente venire qualcuno da fuori perchè me ne renda conto, solo che mai come in questo periodo sto accarezzando il pensiero che la prossima casa quasi preferirei trovarla qui che in centro. Il che apre le porte ad una fase tutta nuova - e forse più verace-  della mia malagueñità adottiva. 




martedì 14 marzo 2017

"David y Goliath": il ritratto più intimo di David Otero.

Mi sembra ieri che ho comprato il biglietto online, fissando mentalmente al 17 Marzo la data d'inizio di una delle stagioni concertistiche più appassionanti degli ultimi tempi. Da allora sono passati giorni, settimane, mesi. Nuvole veloci si sono rincorse in un cielo variamente azzurro mentre le coperte lasciavano piano spazio ai costumi sulle corde per stendere del patio. 

Per questo mi sembra incredibile che il countdown sia ormai agli sgoccioli. Venerdì andrò a vedere David Otero (aka El Pescao, aka gli strascichi di passione di una vita in musica); Ed è emozionante, dopo tanti anni, rendersi conto che per la prima volta potrò farlo senza bisogno di aerei, autobus o eccessi di preavviso. 




Suona a Málaga, a La Cochera Cabaret. E per l'occasione mi è sembrato giusto scrivere il post che rimando da una vita. Perchè avrei voluto parlarvene molto prima, dell'ultimo disco di David. Quando ancora odorava di nuovo. Quando l'involucro in plastica della Fnac conservava insieme il rumore dell'aspettativa e un silenzio vuoto di recensioni. Ormai lo sapete che la vita qui mi scompiglia i piani. Adesso di parole se ne sono spese tante, proporzionali al numero di riproduzioni in loop che ho concesso a quel quadrato musicale. 

Non mi rimane molto da dirvi, adesso, se non che la ritrovata identità di David gli ha regalato il disco migliore della sua carriera solista. O che riesce sempre, in qualche modo, ad essere un'iniezione istantanea di buon umore. Tra i miei brani preferiti ci sono "Un mundo para ti", la già citata "Me voy", l'ossessiva "Me enciendes" e l'ultimo singolo "Aire": un gioiellino in cui, come già accadeva per "Castillo de Arena", di nuovo gli elementi naturali si personificano per diventare protagonisti di una storia d'amore. 

Quello su cui però vorrei richiamare la vostra attenzione è "David y Goliath", la traccia che chiude l'album. É un pezzo che tende a passare inosservato. Snobbato dalla maggior parte dei fan. Diverso nel genere. Forse leggermente inferiore agli altri nella qualità dell'arrangiamento. Eppure - magari sarò strana - a me è subito piaciuto da morire. Il fatto è che ci trovo dentro il ritratto più completo ed intimo di David. Mi fa sentire felice di averlo conosciuto quel tanto che basta per sentirci l'eco di tutti i post, le conversazioni in camerino, le caramelle gommose e i marciapiedi di un quartiere di Madrid. E, cosa forse ancora più importante, nonostante sia così personale riesco lo stesso ad identificarmi in molti dei versi, con tutte le mie moderne e banali contraddizioni. 

Vi lascio la traduzione del testo, invitandovi ad ascoltarlo qui. 




Davide e Golia

(David Otero)

Non sono né alto né basso, 
né grasso né magro, 
Un po' solitario e non mi raso mai. 

Mi piace camminare per il lato della vita
In cui nessuno mi mente ma tutti mi guardano
Sono uscito dalla mia bolla e ho potuto guardare l'orizzonte
Io non mi rendevo conto 

Di cosa avevo di fronte: 
un mondo pieno di milioni di persone, 
ciascuna col suo sogno, 
ma quasi tutte sole. 

Io mi sento diverso 
da quasi tutto quello che vedo
Mi piacciono quelli in basso, 
a quelli in alto non credo. 
Sono un calciatore frustrato e con la dislessia
Un Cristiano dimenticato
che un giorno è andato in Chiesa, 
ma perché obbligato. 

Sono pigro 
nei confronti di tutto quello che non mi diverte
Schiavo dei social, 
connesso a tanta gente. 

Mi irritano le critiche 
e mi piacciono gli elogi, 
soprattutto se li ricevo 
per le cose che faccio. 

E tu che pensi 
che non ho dato il meglio di me, 
prigioniero del silenzio che non ho mai sentito. 
Sembra troppo tardi
e ti sei dimenticato di vivere. 
Magari se risvegli dentro di te
Le cose che solo troverà l'amore
capirai un po' alla volta
e prima che io possa continuare. 


Sono una via di mezzo
tra egoista e solidale.
Mi piace guardarmi allo specchio ogni giorno,
Mi annoia seguire tutta la politica, 
ma non c'è alternativa 
perchè ha bisogno di critica!

Ogni tanto nuoto
e mi credo una stella: 
spot alla tv, concerti alla feria...
Ma quando torno a casa e mi spoglio
sono un idiota come qualunque altro uomo nudo.

Io non venivo mai notato
dalle ragazze del mio quartiere, 
però mi consolavo con una del calendario. 
Fino a 17 anni non ho dato il mio primo bacio
ma è stato bellissimo 
perchè nessuno bacia come me. 

E tu che pensi 
che non ho dato il meglio di me...

Preferisco chiacchierare 
con il fruttivendolo del mio quartiere
che farlo con un swagger 
che era hipster un anno fa. 
Sono passato dall'essere l'ultimo della fila
a suonare su palchi davanti a migliaia di persone. 

Adesso sono di nuovo lo sfigato di prima, 
Con molti anni e tutta la vita davanti
Capisco meglio cosa mi ha dato la vittoria: 
sono quelli che ho davanti, 
non è la fama né la gloria

Non credo né al fallimento né al successo nella vita
Non credo negli estremi
Né nell'arrivare fino in cima, 

Mi sembra meglio godersi ogni singolo passo, 
anche se piccolo, 
anche se andiamo piano. 

Ed é tutta una pazzia:
innalzare la guerra come bandiera, 
i confini sulla terra, 
la quantità di barriere, 
i mari inquinati, 
i poli che si scongelano, 
uccidere migliaia di balene
e guardare dall'altra parte

Però, attenzione: bisogna andarci piano
perchè io sono il primo che consuma come un matto. 

Mi piace avere un iPhone e un paio di Levi's, 
guardare il calcio sui canali a pagamento...
io sono più snob degli snob. 

E come cavolo faccio?
Vado a vivere in campagna 
con un orto vicino a un lago 
e smetto di mangiare tanto? 
É che sembra che ci troviamo in un gioco molto complesso, 
chiusi in casa anche senza avere le sbarre. 

Dai il meglio di te adesso
che é il tuo ultimo minuto 
Me ne vado a quel paese
se non mi godo quello che faccio 
Dicendo quello che sono 
e a chi avesse qualcosa da ridire lo stendo
come Golia con la mia fionda. 


domenica 12 marzo 2017

Il giorno che il Kilimangiaro è stato a Málaga.

Lo scorso mese ho avuto l'opportunità di aiutare la troupe del Kilimangiaro nella realizzazione di un servizio sulla meravigliosa città in cui vivo. Ho passato contatti, fatto da interprete, consigliato luoghi da visitare. Ho persino condiviso qualcuna delle curiosità che più di altre mi hanno sempre colpita. Il risultato è un video che non riesco - letteralmente - a smettere di vedere. É andato in onda il 26 Febbraio e lo considero il ritratto quasi perfetto della "mia" Málaga. Se non l'avete ancora fatto, potete godervelo online cliccando qui (tranquilli, dura solo dieci minuti!).




giovedì 2 marzo 2017

FIMAF, o la mia prima sfilata di moda flamenca

Almeno due cose risultano subito chiare quando assisti alla tua prima sfilata: La prima è che le modelle di moda flamenca sono un'arma letale contro l'autostima. Ma sul serio. Ho visto tracce di bavetta scendere dai lati della bocca di un tizio imbambolato in prima fila. La seconda, che il sottofondo di commenti dei vicini di posto vale il prezzo del biglietto già da sé. Capti asserzioni tipo: "Ése no me gusta, si parecen las cortinas del salón"; Cori di approvazione con vocali allungate in stile "qué bonitooo por favo'!". Dubbi amletici come "Pero por qué carajo les pondrán tantas flores?". E, in definitiva, ti diverti da morire. 

Avete capito bene: Domenica scorsa ho giocato a improvvisarmi fashion blogger nell'ambito del FIMAF, la nuova fiera di settore che da soli due anni trova spazio al Museo automovilístico y de la Moda di Málaga. In fondo a un campionario di espositori che sembra una riproduzione in miniatura del SIMOF (sorteggi-a-cui-non-vinco-mai-niente-compresi) per un paio di giorni si sono alternate in passerella le creazioni di alcuni importanti designer del cosiddetto mondo dei volant. Tra i miei tanti impegni andalusi sono riuscita a ritagliare uno spazietto per la sfilata di Mof&Art Flamenca, che mi ha permesso di godermi un assaggio delle collezioni di ben 11 diversi stilisti.





L'impressione generale è stata di un'eleganza classica e minimale abbastanza in contrasto sia con quanto letto sui magazine dedicati ai trend per la feria de Abril, sia con quanto io stessa avevo avuto modo di apprezzare tra gli stand del salone sivigliano. A Málaga ho notato complessivamente molto più bianco e molto più nero, con tessuti a tinta unita, silhouette tradizionali "a chitarra" e un chiaro focus sulla schiena dato grazie a scolli impreziositi da pizzi, nastri e dettagli.






Si conferma invece la tendenza a puntare su maniche oversize e micro-volant, così come la persistenza delle frange e il mix di fiori e pois. 


Il brand Nuevo Montecarlo è quello che ha espresso forse al meglio il trend più interessante della stagione, che prevede abiti meno aderenti al corpo in favore di un maggior comfort e di una vestibilità adatta a tutte le taglie. 





Il capo più originale è stato invece, senza ombra di dubbio, la meravigliosa gonna double-face di Pepa Garrido, che permette di avere due capi in uno, per una personalizzazione quasi totale.





Pol Nuñez mi ha ricordato perchè è uno dei brand che ultimamente preferisco, applicando il suo caratteristico approccio colorato ad uno stile flamenco pret-a-porter: Dalla casacca a pois alla collana di echi etnici, più che su un tablao i suoi abiti li vedrei bene per un'occasione mondana o una serata estiva speciale. Spettacolare soprattutto il vestito a vita alta effetto "patchwork", diversissimo da tutte le altre proposte in circolazione. 





A livello di puro gusto personale ho adorato anche i capi firmati da Carmen Vega, che guarda caso pare che la stampa definisca "d'ispirazione italiana".





Per quanto riguarda le acconciature, i vicini avevano ragione: stando agli 11 designer di Mof&Art Flamenca, un solo fiore in testa non basta più. Abbondate, anche con colori non necessariamente abbinati all'abito. Grandi, piccoli, monocromatici o con accostamenti di tinte diverse, basta una passeggiata tra gli stand del FIMAF o un'occhiata alle vetrine del centro per capire che le opzioni sono pressochè infinite. 






martedì 28 febbraio 2017

Lettera d'amore all'Andalusia


In questo Martedì che sembra Domenica il cielo ha il colore netto della mia allegria. 

Mi sveglio dalle mie ormai consuete sei ore scarse di sonno. Era una fase REM bizzarra e colorata, di cui ora non mi resta che un senso indefinito di star bene. La moka è già pronta sul fornello. Da fuori, in lontananza, il vento trascina fino alla mia finestra le note calme di una canzone. 

La riconosco. Certo che sì. É "Siempre me quedará" di Bebe. 
Chiunque la stia ascoltando la rimette ancora. E ancora. E ancora. 
Non ci credo più alle coincidenze. Ormai - visione zen - credo solo al Destino.
Quel brano lo ascoltavo sempre, in loop pure io, quando otto anni fa Málaga mi ha rubato il cuore.
Allora come oggi il senso che le attribuisco è un po' diverso da quello che probabilmente voleva dargli chi l'ha scritto. Va al di là delle parole, in cerca di un senso più profondo. Quello di una vita da cui scappi, delle ferite - anche moralmente autoinflitte - che piano piano il tempo curerà.

É una rinascita costruita sul passato. La miglior colonna sonora possibile che potessi trovare per il Día de Andalucía. 




E allora grazie, terra "mia": oggi vorrei dirti solo questo. Grazie perchè mi hai resa una persona migliore. Perchè ogni giorno esco a testa alta e sorrido; e mi incanto a guardare le bellezze dei dettagli di azulejos, vasi e terrazze bianche che fanno di te un tutto così meraviglioso. Perchè mi trattieni per la giacca ogni volta che rischio per pigrizia di privarmi di un po' dei tuoi odori. Grazie, perchè essere scambiata per "una di qui" è per me il miglior complimento possibile. Perchè quando ti sento nel mio accento ritrovo l'identità che credevo di aver perduto. Grazie per la cassiera del Mercadona che mi saluta ormai come fossimo vecchie amiche. Per il cameriere che mi promette un chupito gratis se torno a mangiare nel suo locale. Per la signora del mercato che si ricorda ancora dei regali di Natale. Per i tizi che, mentre una collega mi scatta una foto, si fermano ad approvare in un "muy guapa, si señó". Per quest'umanità, in definitiva, composta di tanti piccoli paesini che, fattisi quartieri, si addensano senza snaturarsi a formare una grande città.

Il fatto, Andalusia, è che tu per me sei molto più di un'entità geografica. Sei lo skyline che ho dato ai miei sogni. La dimostrazione che sono capace di lottare per quello che voglio. Che tutto può girare - dalle idee alle opportunità, forse al Pianeta intero - se mosso dal motore della gioia.

Quando sono scesa dall'autobus, in centro, la bandiera bianca e verde veniva innalzata su un pinnacolo. Sotto, una banda suonava l'inno di Spagna e, per qualche motivo la pelle mi si è increspata di brividi. Qualcosa ha iniziato a pungermi sotto agli occhi e non è possibile, Dio mio, non è possibile, che stia piangendo fuori il patriottismo di una Patria che non è la mia. 

Battito veloce di ciglia, il vento per giustificare. E poi di corsa ad un appuntamento al CacMa, constatando quanto siano moleste ma appaganti le lunghe file per entrare ai musei. Al bookshop mi ricredo all'istante sui colpi di fulmine davanti al ragazzo della libreria. Al bar, il tizio che ci prende le ordinazioni per le tapas mi fa spaventare ufficialmente per gli effetti che la Primavera sta già avendo sui miei ormoni.

O magari l'entusiasmo ti mette addosso un paio di occhiali in grado di ribaltarti la percezione del mondo. Ma va bene così. Perchè amo il posto in cui vivo. La decisione che ho preso.

E nel Día de Andalucía sono più che mai consapevole che è il luogo in cui scopri te stessa, e non quello in cui nasci, quello che davvero puoi chiamare casa. 



Se poi un giorno dovessi tornare indietro; Se poi tutto si dovesse guastare, beh... in fondo lo diceva già Bebe: 

"Siempre me quedará la voz suave del mar, volver a respirar la lluvia que caerá sobre este cuerpo y mojará la flor que crece en mí, y volver a reír, y cada día un instante volver a pensar en ti". 


domenica 19 febbraio 2017

Dove bere il miglior caffè di Málaga (un post di pubblica utilità)

Málaga si vanta di essere la città spagnola del caffè e, sotto certi aspetti, è pure vero. Lo è, ad esempio, nella quantità di opzioni disponibili. Se la paragoni con il resto del Paese, forse addirittura nella qualità. Però parlate con qualunque italiano, e vi dirà che non è abbastanza.

Ok, siamo esigenti. Snob, persino. Ma in fondo è difficile abbassare gli standard quando cresci a shottini di Espresso trangugiati in tutta fretta al bancone del bar. Carburante nero, intenso. Fondo un po' più scuro sulla tazza per spezzare le giornate di calore ed energia. Quindi ti ci abitui, all'assenza di moke da uno nei negozi; alla democrazia di proporzioni del
mitad, allo strano conforto di quella miscela che ti riporta indietro, alla tua adolescenza, alle mattine che il latte rimaneva un po' più a lungo nel pentolino e tu pur di non perdere l'autobus accettavi di trangugiare lava. Non è la stessa cosa, però. Non potrà esserlo mai. 

So di italiani, qui, che ai ristoranti dei connazionali ci vanno solo in virtù del logo Illy; Ed è per loro, soprattutto, che scrivo questo post. Ragazzi, ascoltate me: il caffè migliore di Málaga lo fanno VERAMENTE da Bertani. 

Bertani Café - Calle San Juan, nº 40. 29005 


Ne avevo parlato, en passant, citandolo tra i luoghi da scoprire nel capoluogo della Costa del Sol. Ammetto però di averlo fatto più in virtù dei consigli altrui che dell'esperienza personale. Ora invece ci sono stata, e credo senza esagerare che la mia vita sia cambiata un po'.

Era San Valentino, un giorno che - per la prima volta - avevo scelto di festeggiare. Perchè "Che importa se sono single?". In fondo non esiste un solo tipo d'amore. C'è anche l'amore che ho deciso di concedere a me stessa nel momento in cui ho finalmente preso quell'aereo. C'è l'amore per il mare che scintilla all'orizzonte sotto un sole che sa già di primavera. C'è l'amore che mi imbambola e mi inumidisce gli occhi ogni volta che li alzo sulle tante bellezze della città in cui vivo. 

Poncho, borsa in spalla, e sono uscita. A passeggiare sul lungomare. A perdermi in inizi di tramonto nei giardini di Pedro Luís Alonso. A concedermi tutto il tempo necessario per leggere i messaggi lasciati sui cuori di carta che per l'occasione erano stati appesi attorno ai lavori in corso dell'Alameda Principal. Mi sono regalata dei libri, quel giorno. Ed é stato uno di quelli in cui più sono stata felice. 



Perchè le solitudini non sono che storie in bilico. C'era la mia, quella di una tizia che passeggia ritagliandosi uno spazio tra i frenetici ricordi del passato e i progetti per i giorni a venire. C'era quella di una signora coi capelli corti, a occhio inglese o tedesca, che seduta su una panchina del parco scriveva qualcosa su un diario di viaggio vecchio stile. O quella provvisoria di un ragazzino talmente minuto che quasi scompariva dietro all'enorme mazzo di dodici rosse rosse che stringeva tra le mani. Un signore grasso con i baffi gli si era fermato accanto. Una pacca sulle spalle. Un sorriso soddisfatto. Qualche consiglio da esperto su mani sudate e battiti del cuore. 

In mezzo a tutto questo, mi sono ritrovata da Bertani Café. Un posto piccolissimo ma accogliente. Rosa e piastrelle. Lavagne appese al muro.

"Ciao", ho detto alla ragazza al bancone. "Sono qui perchè mi hanno detto che fate i migliori caffè di Málaga e ne voglio provare uno. Fai tu, consigliami tu"

É lì che ha avuto inizio una di quelle conversazioni belle, che a Málaga puoi fortunatamente ancora avere nella maggior parte dei locali. La ragazza, un'argentina di nome Laura, mi spiegato che non è stato facile mettere in piedi l'attività.

 "Qui in Spagna la cultura del caffè non ce l'hanno", ma lei, nonostante tutto, ha creduto in quello che aveva da offrire. C'è voluto del tempo, ma i suoi sforzi sono stati ripagati. Grazie al passaparola - e ai turisti del nord, e alle compagnie di tour gastronomici che ci portano in massa i gruppi di italiani - Bertani è adesso un punto di riferimento riconosciuto ed apprezzato da tutti quelli che sono stufi del solo annacquato, delle miscele low cost del Mercadona o del café con leche preso al pomeriggio tanto perchè hai del tempo da buttare. 

Laura è una specie di somellier del settore, premiata e riconosciuta a livello mondiale.
Mi ha chiesto di dove sono. "Perchè le note aromatiche dei caffè che si servono al nord o al sud d'Italia sono leggermente diverse". E, dopo aver capito le mie abitudini, è passata alle domande sui miei gusti. Espresso, all'italiana. Forte ma mai troppo amaro.

Allora mi ha suggerito una miscela dell'Ecuador. "Provala prima senza zucchero", mi ha detto, "poi con". Ho obbedito, dando il primo sorso con la solennità di un rito religioso. Prima rivelazione: pur non avendoci messo lo zucchero, non era amaro. Seconda rivelazione: era veramente (ma veramente!) squisito.

Laura mi ha fatto notare come l'acidità del caffè si facesse sentire in modo più acuto sul fondo del palato, alle pareti esterne delle guance, mentre la parte corposa rimaneva sulla lingua. Mi ha insegnato a riconoscerne le note aromatiche; Poi mi ha spiegato che un buon caffè, tostato come si deve, non potrà mai essere amaro. Se lo è, vuol dire che è non tostato bene. 

"Ora metti lo zucchero", mi ha detto. E, in effetti, risultava adesso così dolce da coprire gli altri sapori. "Per questo diciamo che si dovrebbe prenderlo senza".

I caffè che servono da Bertani sono tutti composti da grani che provengono da nove diversi Paesi latinoamericani e africani, e hanno una caratteristica in comune: i certificati che attestano le migliori condizioni di coltivazione della pianta, lavorative per chi si occupa di raccoglierne il frutto ed ecologiche in termini di rispetto dell'ambiente. Oltre a provarli in tazza potrete anche acquistare le miscele da preparare a casa oppure (se scegliete le varianti all'americana) portarli con voi nel classico bicchierone da take-away. 



Alla vostra prima visita vi verrà data una tesserina su cui verrà apposto un timbro. Per ogni acquisto che farete, avrete diritto ad un nuovo timbro e, una volta raggiunti i dieci, vi sarete conquistati un caffè gratis. Se non vi sembrasse ancora abbastanza, seguendoli su Facebook verrete informati sulle degustazioni che organizzano a cadenza periodica. 

Certo, l'espresso è leggermente più caro che altrove (1,30) ma quello per cui pagherete, in fondo, non è il contenuto di una tazza, ma un vero e proprio viaggio nei sapori che ha origine nella vostra stessa unicità. Valore aggiunto, più raro di un unicorno viola: hanno addirittura il ristretto. Giuro. 


martedì 14 febbraio 2017

"Sevilla tiene una cosa...."


... E comunque a Siviglia si respira la grandezza delle Capitali. Siviglia è spazi ariosi e arance. Riflessi invertiti di meraviglia nella notte in cui la Giralda è un quadro nella pozzanghera che ti dimentichi di fotografare. Wow. Giardini e trolley. Patios, flamenco e strade strette. Identità forte, radicata negli anni, che però non teme nelle geometrie del "fungo" di reinventarsi il suo domani. Siviglia è duemila città in uno. Triana "Puente y aparte", come canta Poveda; E lo capisci solo adesso cosa voglia dire. Un paesino al di là del fiume, un'entità che vive di di vita propria e che con la Città non vuole averci niente da spartire. Il Barrio de Santa Cruz, che è l'Andalusia come te l'immagini, con le sue strade strette, le case bianche, i vasi pieni di fiori sui balconi. Le architetture buffe e quasi veneziane che accostano cerchi e bifore, torrette ed azulejos. É c'é la torre Pelli , brutta da far schifo, a contrastare con il fascino infinito del Centro di Arte Contemporanea. Cacofonia di musiche diverse e risate di bambini. Opere d'arte integrate nelle finestre. L'inquietudine di uno sguardo finto. Un festival. Un lago, e non volere più andar via. 

Dettagli di Barrio Santa Cruz 

Dettaglio di "Las Setas"

Fronte case

La Cartuja - Centro Andaluz de Arte Contemporaneo Sevilla





Siviglia è turismo da cartolina e "un giro sulla carrozza?". É l'Alameda degli Erasmus, le birre e la musica indie, é il mercado de feria per riempirsi lo stomaco a tre euro e cinquanta, i murales di Plaza de Armas e gli infiniti dettagli da instagrammare. 

Grava su di lei tutto il peso stratificato della storia, della tradizione, di quell'indescrivibile meraviglia filmica che è Plaza de España. Perchè è un altro mondo, solo questo. Un altro tutto. Sotto alle nuvole che corrono veloci un sottofondo di nacchere e zoccoli può rimetterti al mondo in modi che non credevi possibili.

Plaza de España

Plaza de España

Plaza de España




Siviglia ti intimidisce. Ti fa sentire piccolo, in mezzo ai suoi viali imponenti. Nelle misure raccolte di Málaga, al contrario, ti sembra di averci sempre vissuto. A Siviglia anche le tapas sono più grandi, e qui decisamente vince lei. Però Siviglia (grande pecca!) non ha il mare. Málaga é elegante e raffinata. Siviglia è, nonostante tutto, estremamente casual. Siviglia è carne, Málaga pesce. A Siviglia la feria è questione di inviti e dress code. A Málaga é aperta a tutti, anche se non hai il traje flamenco, e contagia il centro di un macroscopico (a volte eccessivo) botellón. A Siviglia ci sono troppi italiani: tanti da indispettire gli abitanti e, in certi casi, inacidirne il tratto. Málaga - lo scopri solo nel confronto - é ancora tutto sommato un'oasi spagnola. 

Ci ho messo un po', a riprendermi dalle notti insonni di un weekend che ne è valsi mille. Un weekend vissuto con la straordinaria e liberatoria leggerezza che ti dà sentirti in vacanza, lontana dal lavoro e da ogni sorta di routine, anche quando in realtà ti trovi solo a poco più di due ore di autobus da casa. Lì, nel capoluogo della regione in cui vivo, ho finalmente conosciuto una delle persone che (grazie Internet!) più sento affini. Ci siamo finte per un attimo youtuber. Abbiamo giocato a sfidarci su quale delle nostre due fosse la città migliore. 

E sapete che c'è? Francamente credo che si completino, come due facce della stessa medaglia. Perchè- al di là di un derby perenne - è proprio nella somma delle loro diversità, nel modo antitetico che hanno di sedurti, tutta l'anima ricchissima dell'Andalusia.