giovedì 9 novembre 2017

La seconda età dell'oro del pop-rock spagnolo


Non so se questa sia davvero la seconda età dell'oro del Pop-Rock spagnolo. Ma, mentre i nomi dei musicisti iberici aumentano a vista d'occhio sulle mie playlist, questa ottimistica e dettagliata analisi uscita su El País mi è sembrata quantomeno degna di una traduzione. 

L'Italia si merita di sapere che la Nazione in cui adesso vivo ha da offrire molto più dei tormentoni estivi. Perchè la Spagna - non mi stanco di ripeterlo- non è solo Enrique Iglesias o Álvaro Soler. Mi si spezza qualcosa dentro se penso che in tutto questo ribollire di suoni c'è chi pensa alla scena locale come a un copia incolla di musica usa e getta, coi testi sempliciotti e le melodie fatte per muovere le anche a bordo spiaggia. 

Senz'altre parole, spero la lettura che segue vi invogli ad addentrarvi un po' più nel profondo, esplorando i mille e profondissimi strati dell'Indie, del Pop commerciale, del Rock, del Folk e del cantautorato iberico. Qualsiasi siano i vostri gusti, sono pronta a scommettere che ci sarà qualcosa adatto a voi. 

Il pezzo in lingua originale, a firma di Fernando Navarro, lo trovate qui

Iván Ferreiro e Xoel López, lo scorso Agosto al concerto per i 20 anni del Sonorama, ad Aranda de Duero. Foto: Diego Santamaria / Fonte: El País 






La seconda età dell'oro del pop-rock spagnolo


La varietà, la ricchezza e la diversità di proposte fanno sì che la scena musicale in Spagna sia più in salute che mai



Diciamolo una volta per tutte: addio nostalgia e viva il presente. Addio nostalgia e viva il presente del pop-rock in spagnolo, un vero e proprio ventaglio di proposte diverse e ricche che fanno sì che la scena musicale della Spagna sia più in salute che mai. Diciamolo a voce alta, senza mezze misure: stiamo vivendo la seconda età dell'oro del pop-rock spagnolo, che non ha nulla da invidiare a quella degli anni ottanta. Partendo dalla spinta delle nuove generazioni e dalla loro convivenza con i veterani, potremmo parlare di nuova movida spagnola. 


Basterebbe già solo quest'autunno per capire fino a che punto il pop-rock spagnolo offra un campionario succulento. Gli stupendi dischi di franchi tiratori veterani, forgiatisi nel retrobottega degli anni ottanta come Josele Santiago, Julio Bustamente e José Ignacio Lapido convivono con giovani talenti, inquieti nella ricerca di un'opera personale e distintiva come Ángel Stanich e Jacobo Serra. I lavori di pesi massimi come Bunbury, Vetusta Morla e Xoel López escono poco dopo quelli di  Jorge Drexler, La Maravillosa Orquesta del Alcohol, Sidecars, Los Coronas, Rubén Pozo, Alejo Stivel, Ricardo Lezón, Txetxu Altube… In tutti loro ci sono canzoni più che interessanti. E intanto, ai margini, appaiono figure di stampo proprio, rarissime nel paronama spagnolo, che cantano in inglese con i piedi nel canzoniere nord-americano, dimostrando abilità fantastiche come Salto, Joana Serrat e Nat Simons.





In questa delimitazione autunnale si potrebbe anche guardare ai palchi.  Loquillo, Amaral, Leiva, Sidonie, León Benavente, Coque Malla, Quique González, Iván Ferreiro, Niños Mutantes, Dani Martín, Depedro, Viva Suecia, Rozalén, Manel… sono alcuni degli artisti spagnoli che stanno vivendo il loro momento d'oro. Sì, anche Loquillo, che al di là di tutto il romanticismo dei suoi anni ottanta, adesso riempie Las Ventas e spazi di grande capienza come il WiZink Center. Sono nomi che con costanza e talento sono riusciti a ricavarsi il loro sentiero, coltivarsi un pubblico e arricchire il canzoniere spagnolo di classici contemporanei. 




Facciamo un esercizio di premonizione: tra 25 anni, le compilation di pop-rock spagnolo dovrebbero includere canzoni come El último hombre en la Tierra di Coque Malla, La casa de mis padres di Quique González, El pensamiento circular di Iván Ferreiro, La lluvia en los zapatos di Leiva, Nubes de papel di Depedro, A dónde ir di Viva Suecia o Tipo D di León Benavente dandovi lo stesso valore che, tempo fa, hanno avuto composizioni che adesso si considerano classici della nostra memoria, nate nel calore degli anni ottanta. Per non parlare del flamenco, che superata la fase fusion degli anni novanta, ha messo in luce voci che esplorano e rompono cliché, chiamate a segnare un'epoca:  Silvia Pérez Cruz, Rocío Márquez, Rosalía, Niño de Elche, Miguel Poveda… anche le loro canzoni segnano la grande evoluzione della musica popolare dei nostri giorni. 





C'è qualità. Tanta qualità. E, di fatto, oggi i dischi sono prodotti meglio che negli anni ottanta. É opportuno segnalare che alcuni di quegli album, tanto osannati a suo tempo dal pubblico e dalla critica, non hanno resistito bene al passare del tempo. Non facciamo nomi per non ferire nessuno. In quegli anni ci fu uno sfogo creativo meraviglioso e necessario, in linea con la fame della nuova e giovane società democratica che cercava di seppellire il franchismo, anche se musicalmente si erano già visti segni promettenti prima della movida madrileña, come spiega bene Jesús Ordovás nel suo ultimo libro Fiebre Vivir, in cui riconosce il valore della musica degli anni sessanta e settanta. 



Allo stesso modo, ora i concerti sono meglio che allora, in gran parte perchè la tecnologia ha progredito e, a differenza degli anni ottanta, quando l'industria era in un'altra fase ed erano periodi di vacche grasse, adesso le band devono mantenersi con i live. Si giocano tutto lì, e questo non lascia spazio all'autocompiacimento o al pilota automatico. 



L'innocenza di quella nota come età dell'oro del pop-rock spagnolo è stata una benedizione, ma i tempi che viviamo oggi sono pieni di virtù da evidenziare. La Spagna ha guadagnato in professionalità. Ha un'industria più esperta e molto più permeabile ai cambiamenti e che si è vista obbligata a crescere anche grazie agli indipendenti, quegli indie degli anni novanta che si sono fatti strada nel panorama generale fino a consolidare le loro visioni nella generazione successiva. Da Los Planetas a Vetusta Morla, Izal, Miss Caffeina e tutto lo schieramento di artisti e band attuali. 







L'insieme fa del pop-rock una scena piena di proposte vive, che si completano e condividono inquietudini. Musicisti che si ascoltano a vicenda e che ascoltano i riferimenti che vengono da fuori, attenti ai lavori delle band statunitensi e britanniche ma anche gettando ponti verso il canzoniere latino, come nel caso di Santiago Auserón, Xoel López, Bunbury, Depedro, Drexler… Mai prima d'ora era esistito un rapporto così fluido tra i musicisti. Qualcosa di cui ho parlato con nomi quali Lapido, Fernando Pardo, Iván Ferreiro, Amaral, Xoel López o Sabino Mendéz, che hanno vissuto altri tempi.




Generazioni diverse condividono palchi ed idee. Si alimentano a vicenda. C'è competizione, certo, come sempre, ma anche più maturità e un miglior clima. Si potrebbe addirittura dire che i Sidonie, che hanno parlato di tutto questo all'incontro de El País al Sonorama Ribera insieme ai Niños Mutantes, hanno regalato un inno a queste sensazioni con la loro canzone Carreteras infinitas, una vera e propria bomba nei loro live. 




Il circuito dei festival ha favorito questa situazione, così come ha fomentato un pubblico determinato ed ampio, disposto a vivere l'esperienza della musica live in modo diverso dal tradizionale pubblico di sala. É una realtà che certamente pregiudica i piccoli locali delle città limitando i live ad alcuni codici da festival; Ma la Spagna è un Paese di festival e , pertanto, ce ne sono almeno una ventina solventi e di qualità notevole, luoghi di incontro musicale che permettono di portare gruppi ed artisti in luoghi che sicuramente non raggiungerebbero in altri modi. L'esempio perfetto è Sonorama Ribera, localizzato ad Aranda de Duero. Di fatto, i 20 anni di crescita del Sonorama sono andati di pari passo al consoldamento di questa seconda età dell'oro del pop-rock spagnolo. 

Bisogna, questo sì, migliorare le condizioni lavorative dei musicisti e dei professionisti dell'industria musicale, cosa a cui stanno già lavorando diverse associazioni e sindacati. La collettività deve sempre difendere i suoi diritti. É essenziale perché la professionalità sia una realtà tutelata dalle leggi. E c'è consapevolezza di questo. A differenza di anni fa, non c'è più tanto scetticismo tra i musicisti e ci sono segnali salutari come la mobilizzazione congiunta per denunciare gli abusi della SGAE. É una battaglia che é appena cominciata. Così come tutta la scena musicale spagnola deve rendersi consapevole della necessità che le donne abbiano lo spazio che viene invece loro sottratto. Per la prima volta, le professioniste dell'industria musicale si sono organizzate per richiedere maggior presenza nel settore . Non può esserci un'età dell'oro senza un loro ruolo tra i protagonisti.

Addio nostalgia e viva il presente. É un'epoca di splendore, con un futuro promettente in quella necessaria comunicazione con il continente latinoamericano, che a sua volta è molto affamato. Un'epoca in cui Juan Perro (Santiago Auserón) può difendere il suo meraviglioso  El viaje, con quell'omaggio alle sonorità cubane, mentre un giovane gruppo chiamato Morgan emerge dal nulla per portarci all'estasi con la sua musica cantata in perfetto inglese e spagnolo. Due proposte molto diverse, due generazioni separate da 30 anni ma unite da una grande qualità. Diciamolo senza remore: viviamo la seconda età dell'oro del pop-rock spagnolo. Godiamoci questa nuova movida spagnola, ma facciamo anche sì che duri molto più tempo della prima. Un primo passo dev'essere valorizzarla come si merita questo Paese in cui la cultura ha sempre bisogno di rivendicazioni. 




lunedì 6 novembre 2017

Postcard from Tarifa


I posti più belli sono quelli in cui ci si spettina. 
Non sarà un concetto nuovo, ma basta un viaggio un bus per ricordarsi quant'è vero. 




Non tornavo a Tarifa dal 2009, eppure quasi niente mi sembra cambiato.
Le raffiche d'Africa. Il fischio gelato e costante che mi ricorda i pomeriggi grigi del Nord-Est. La fatica a camminare sul lembo sottile di terra che separa il Mediterraneo dall'Atlantico. Lì, nel punto più a Sud d'Europa, mentre la sabbia sottilissima ti si accanisce addosso come un ammasso di piccoli aghi. E nelle orecchie ti risuonano i Negrita, appropriati come sempre mentre deliri di una sbornia fatta solo di natura. 

Con il culo in Europa e il cuore ... là, dove arrivano i traghetti. Dove i rilievi di un altro continente sottolineano quanto siamo tutti vicini.

C'è un matrimonio, pacchiano e patinato come lo sono tutti qui in Andalusia. 
"Che bell'idea, ora le copio la foto!". 
E le case ammassate del centro mi parlano di un Paese che rimane fermo ai confini del tempo. Bianco, come la gomma che cancella in un sol colpo passato e futuro.







No. Non si è ridotta, la bellezza di Tarifa. 

Forse si è aggravata soltanto di una vena patinata in più. Quella dei negozi troppo cari, arredati con cura in nome degli stereotipi di California. Quella dell'atmosfera hippie come se l'immaginerebbe chi è cresciuto nella Milano bene, pavoneggiandosi di scelte bio e vegan solo perchè fa figo. Uno di quegli italiani con le pashmine griffate e gli sguardi di sufficienza che si alternano ai surfisti che lo sono forse solo nei cartelli con cui lo dichiarano all'ingresso delle case.

Quelli veri, invece, stanno sulla spiaggia, incrostati di sale e di acqua, senza le pretese colorate dell'apparenza mentre sfidano onde più grandi di loro. O magari nei camper ai bordi delle strade, che intravedi disordinatissimi dalle porte aperte del relax pomeridiano. 

Sono uno degli aspetti più autentici che ancora questo posto conserva, assieme a certi vicoli pieni d'incanto dove i panni sono stesi ad asciugare nel patio. Un posto in cui probabilmente non vivrei, preferendogli piuttosto la tranquillità di bianco e pietre di cui è fatto il centro storico di Cádiz. Con i bottini dalle facce tristi, gli ultramarinos di qualità, il tonno freschissimo fuori dal mercato. Cádiz, la bella Cádiz, con le sue cupole maestose e le letras flamenche che mi smuovono le idee. 

A Tarifa, però, è quasi obbligatorio rimettere piede ad intervalli alterni. Perchè nelle sue spiagge da Tropici, kilometriche e deserte, ti scompigli la vita per riemergerne nuova. 

Perchè quelle spiagge, belle da far venire i brividi, ti parlano da sole di assoluta libertà. 
































sabato 4 novembre 2017

Terremoti al pluriball

Disallestire mostre d'arte, questo lavoro ingrato. 
Nessuno ci pensa, quando guarda un quadro, alle persone che poi strisciano sul pavimento nel tentativo di ricostruire scatoloni. Persone che, nella fattispecie, indossano una poco appropriata - ma alquanto boho fashion - gonna lunga in seta con la tendenza ad incastrarsi nella fibbia dei sandali. Un minuto del raccoglimento in solidarietà ai figli degli scultori. 



Torno sul luogo del delitto per la seconda volta in troppo poco tempo. Agganciata alla spalla destra la mia sempre venerata Borsa Ikea contiene le armi di una guerra ancora da combattere. Forbici, nastro adesivo, due fogli, carta, penna, cinque metri di pluriball. Tra parentesi, ammetterete che ci vuole un discreto autocontrollo per trascinarsi dietro tutto quel pluriball senza far scoppiare neanche una pallina. 
Vabbè, dai, una. 
Forse due. 
Ok. Tre. Giuro, non più di tre. 

In ogni caso mi merito un riconoscimento dalla comunità Zen e l'iscrizione ad honorem nell'albo dei massimi esperti di mindfulness a livello mondiale. Auuummm. 

Seconda parentesi: si può sapere con che criterio dispongono le merci nei bazar cinesi? Voglio dire, dopo mezz'ora nel reparto cartoleria/carta da pacchi ho chiesto alla tizia dove fosse il "papel de burbujas" (scusate, bulbúa) e mi ha risposto, come se fosse ovvio: "assieme alla roba da cucina". Ora, spiegatemi che ci deve fare uno con il pluriball in cucina. Imballare gli involtini primavera? Cuocerli per produrre le nuvole di drago? Ho sempre pensato che sapessero di plastica. 

Comunque. Raggiungo un po' ingobbita la galleria per completare la missione imballi, capitolo 2 - The Revenge. 

"Puoi aspettare mezz'ora?", chiede la responsabile. "É che devo chiudere un attimo". 
Ok. Per la verità inizio a sentire i primi morsi della fame, ma ormai faccio parte della comunità zen. Quindi sorrido, dichiaro la mia assoluta e andalusissima assenza di fretta, e vado a sedermi su di una panchina del Muelle Uno. 

Panchina che deve essere peraltro stata collocata davanti ad una piantagione di Marijuana, perchè questo posto sa di Amsterdam, ah ah ah, peace and love, no women no cry, e dopo 5 minuti sono già del tutto rincoglionita. Nel frattempo apprendo anche che c'è stato un terremoto del quarto grado Richter. A Málaga. Che robe. Tutti ne parlano, nessuno l'ha sentito. Un po' come gli zombie, o il Paradiso. 

Per fortuna la signora della galleria non é di qui, quindi dopo trentatré minuti di attesa la porta del magazzino è già stata spalancata per accogliermi. 

É un posto enorme. Un po' buio. Pieno di pellet, tappeti da teatro e oggetti di arredamento di genere vario. 

"Ci metto al massimo quindici minuti", dico ottimista. 

Peccato che non tenga conto delle doti da equilibrista necessarie a pesare pacchi di grandi dimensioni su una bilancia da bagno presa dai cinesi (l'ho trovata nel reparto stufe) e un pavimento coperto di sassi. 

Morale: un'ora dopo sono ancora lì, con tre strati di vestiti in meno, la frangia distrutta e il sudore che gronda da ogni parte del corpo. Praticamente avvolta nel pluriball come un involtino primavera. 

Ho finalmente finito quando, d'improvviso, la luce si spegne. Sul momento penso a un guasto. Poi, sento le voci. 

"EEEEEHHHH ESTOY AQUÍÍ!" - inizio a gridare - "NO CERRÉISSSS!".
Ma, ve l'ho detto, il posto é enorme. 

Dal momento che nessuno accenna a una risposta, prendo d'impulso la borsetta (toglietemi tutto, ma non il mio iPhone) e corro a perdifiato fino all'ingresso. 

Giusto in tempo. Le due donne che stavano per chiudere la porta lanciano un urlo degno dei film horror - ma davvero é messa COSÍ MALE la mia frangia? - poi, riaccendendo la luce, scoppiano a ridere istericamente. "Qué susto! Ci eravamo dimenticate che eri qui". 

E per un attimo ho una visione di me chiusa in un magazzino buio per tutta la notte, senza cibo né acqua, che disegno una faccina sui sassi per farmi compagnia come in Cast Away. Destino avverso. 



Recupero alla bell'e meglio il resto della mia roba. Esco. E, in quel preciso istante, quasi a festeggiare lo scampato pericolo, un tuono apre le cataratte del cielo. 

Immagino non serva dirvi che l'ombrello non me l'ero portato. 








martedì 17 ottobre 2017

Madame Bombay e altri 3 negozi "alternativi" da scoprire nel centro di Málaga.

Amo i negozi piccoli e curati, quelli in cui tutto sembra avere un'anima. 
E con loro amo le persone che si sforzano per proporre qualcosa di diverso, lottando giorno dopo giorno contro le inevitabili difficoltà. 

Spesso, a Málaga, capita che le due cose si fondano in un sorriso. 
É allora che mi ricordo come l'utilità di un blog risieda anche - forse soprattutto- nel condividere quello che amiamo. 

Questo post è nato così: nei pochi, graziosi, metri che incorniciano le meraviglie varie di Madame Bombay. Ci passavo davanti di frequente, percorrendo la discesa che da Plaza Montaño porta alle vicinanze del teatro Cervantes. 

La minuscola vetrina era un campionario di borsette in paglia, minigonne a fiori con cartellini del prezzo ridicolmente bassi ed oggetti vintage che mi sarebbero stati decisamente bene a casa. Stavano disposti con accortezza tra le vecchie valige in pelle e quei mappamondi che da sempre esercitano su di me un'attrazione ancestrale. A volte mi fermavo ad ammirarli, il naso quasi incollato al vetro. Altre volte sbirciavo dentro dalla porta aperta, un po' più incerta sul da farsi. 

Solo che in quel posto non c'era mai nessuno. 

Foto: Madame Bombay



Chissà perchè l'assenza di persone ci intimorisce. Come se l'idea di essere gli unici clienti possa sminuire di per sé il prestigio della mercanzia. Siamo bestie da branco. Disposte a fingerci cacciatrici di tendenze solo se c'è una piccola folla che le caccia assieme a noi.

Così passavano i giorni, ed io lì dentro non ci entravo mai. 

Finchè non è comparso il cartello "Liquidación". Dall'oggi al domani. Come una stilettata al cuore. 

Non vorrai mica chiudere, vero?!? 
Non potevo permetterlo. Non prima di aver dato almeno una sbirciatina. 
D'impulso, ho finalmente varcato la soglia con passo deciso.
E il sorriso di Esther, incollato ad uno "scusa per il disordine", mi ha fatta sentire come se entrassi nella casa di un'amica.

Stavo passando le dita tra la seta gialla di un vestito lungo e le trasparenze di una maglia con le frange quando altre due persone mi hanno imitata. 
La conoscevano, a quanto pare. 

"Ma quindi che fai?"
"Yo qué sé, tía! Questa faccenda della Catalogna mi sta penalizzando. I rifornitori sono catalani e la gente quando vede il nome mi dice che non vuole comprare marchi catalani. Che devo fare?"
"La gente si aggrappa a qualunque cosa, assurdo."
"Che poi se sono per l'unità di Spagna dovrebbero rendersi conto che i prodotti catalani sono prodotti spagnoli, no?"
"Comunque, guarda, secondo me è anche un po' la zona..."

Intanto i miei occhi si erano posati su una collana bellissima. Colorata. D'effetto. Decisamente mia. Più ci spaziavo con la vista attorno pensavo che fosse in qualche modo profondamente ingiusto che lì dentro non ci fossero orde di persone. 

"Scusa, quanto costa?"
E assieme ai dodici euro ho scoperto che quelle collane le fa lei, Esther, forse proprio nel laboratorio allestito nell'altra stanza. Questa, in concreto, l'aveva assemblata rivestendo di stoffa e perline gli anelli delle tende. "Provala, se vuoi". 
Me l'ha sistemata un po' meglio, mentre lo specchio a figura intera mi restituiva un'assurda coincidenza cromatica. 

"Non mi ero accorta che ha gli stessi colori della borsa! Sai cosa? Te la compro e me la tengo sù". 

É un pezzo unico, mi ha detto, che probabilmente aspettava proprio me.
Nell'amore con cui parlava delle sue creazioni, quasi come fossero persone, una specie di strana affinità mi ha riportata ad una trama che non ho (ancora) mai tradotto in pagine. 

La mia nuova collana di Madame Bombay


Quattro chiacchiere di rito.
"Se hai bisogno di qualunque cosa o ti serve aiuto, sai dove trovarmi", ha concluso stringendomi la mano.
Ed io da quel posto ci sono uscita felice, nonostante il portafoglio lievemente alleggerito. 

No panic, a proposito: pare che la liquidación si riferisse solo agli ultimi capi della collezione estiva. 

Anche se non ho la visibilità della Ferragni, mi piace pensare che nel mio piccolo qualcuno tra i lettori di questo blog si incuriosisca al punto da andare a dare un'occhiata. E magari compri qualcosa. E magari ne parli a qualcun altro. Finchè il negozio di Esther brulichi di vita e non debba davvero chiudere mai. Augurarsi che la vita sia all'altezza di Hollywood è sempre stata una delle mie debolezze maggiori.

Madame Bombay è in Calle Peña 1 e potete seguirla sulle principali piattaforme social: Facebook, Instagram e Twitter. 

Se poi vi piacciono i negozi particolari che magari tendono a passare un po' inosservati, qui ce ne sono altri tre che potrebbero sorprendervi nel centro di Málaga: 


Foto: volandoentacones.com

Preparatevi a fare un viaggio nel tempo. In uno di quegli ambienti che non ti stancheresti mai di fotografare, tutti divani e targhe di automobili, qui i vestiti si comprano al kilo. Proprio così: scegliete i vostri capi preferiti di autentico abbigliamento vintage americano, pesateli, e rifatevi letteralmente il guardaroba per meno di 30 euro. 

C/ Ollerías 27


Tendiamo a pensare che le finalità benefiche escludano l'estetica, ma nel caso di Cudeca il concetto non potrebbe essere più sbagliato. Nel loro negozio in Plaza de la Merced troverete un po' di tutto, dai libri a pochi euro fino a capi d'abbigliamento degni di nota. Le vetrine mi hanno stupita in più occasioni con abiti da sera dal taglio originale, o abiti flamenchi per soli 25 euro l'uno nel periodo della feria. All'interno, la mia ossessione boho ha trovato soddisfazione in un gilet con le frange a soli 4 euro. L'aspetto migliore? Il ricavato dai vostri acquisti andrà a beneficio dei pazienti malati di cancro o altre malattie terminali. 

Pl. María Guerrero, 6 / Pl. Merced 


Foto: Sharma 

Potrà sembrarvi uno dei tanti negozi colorati a stampo etnico di Calle Granada, ma Sharma ha una particolarità: tutti i capi sono dipinti a mano, uno per uno, dal proprietario. Se vi piacciono, sarete certi di avere per le mani un pezzo al 100% unico. 

C/Granada 39 


Ah, e poi naturalmente c'è Dona Moda Mediterranea in calle Granada 45, il mio angolino delle meraviglie preferito di sempre che da pochi giorni si può seguire anche su Instagram per l'imminente rovina della mia economia. (#VoglioTutto)

C/ Granada 45

Se ne avete altri da suggerire, scrivetemi nei commenti: sarò più che felice di andare a farci un salto. 




domenica 8 ottobre 2017

Quello che c'è attorno.


Ci sono circostanze in cui l'attualità entra di prepotenza nella vita quotidiana. La vedi sventolare di giallo e di rosso sotto la spinta del Levante e qualche lieve accenno di Terral fuori stagione. 

Tramonto al Muelle Uno, Málaga


Bandiere. 

Si vedono ovunque, ormai. Solenni come un inno cantato a pieni polmoni. Troppo gravide di sottinteso per associarle al ricordo frivolo del Mondiale del 2010. Eppure sarebbe legittimo. Erano quegli stessi colori che, illuminati dal sole, scivolavano a stupire i vicini dal terrazzo del mio appartamento a Parma. 

Oggi, sui davanzali delle case, sfilano in formati svariati. A volte sbiaditi e sfilacciati; altre suddivisi in rettangoli verticali dalle pieghe che mesi di inattività hanno disegnato dentro al nylon della confezione venduta nei bazar dei cinesi. 

Bandiere. 

Quelle arrotolate sotto il braccio di un signore affaticato dal sole inclemente dell'Alameda Principal. Quelle che saltellano felici sotto ai passi di un bambino grande la metà di loro. Quelle avvolte come un mantello sulle spalle di una ragazza di ritorno dall'ennesima manifestazione. 

L'attualità è nell'appartenenza dichiarata in quei tessuti. Nelle radioline che gracchiano le dichiarazioni dei politici alle orecchie tese ad ascoltarle. Nelle conversazioni fatte a voce sempre troppo alta nei bar.

Penso a chi, sui banchi di scuola, un giorno studierà tutto questo. E non concepirà, tra gli sbadigli delle leggi, delle date e delle negoziazioni, che potesse esserci altro attorno a 'sto casino. 

Solo che invece c'è. C'è sempre.

Dice Facebook che quasi mille persone non hanno mie notizie da un bel po'. "Scrivi un post", aggiunge, tanto per mettermi ansia. Ed io, a forza di redigere articoli sulla crisi catalana; a forza di ingurgitare tweet; a forza di documentarmi... io stessa, come gli studenti di domani, fatico a pensare che si possano trattare anche altri temi. 

Temi che non ho, intendiamoci. Temi che probabilmente non interessano nessuno.

Solo che c'è un momento, al termine di ogni visita, in cui passi in rassegna i momenti vissuti prima di re-impadronirti della tua routine sbilenca. 

E quello che mi viene in mente sono i weekend pigri dell'Andalusia, che sanno di aglio, di birra e di mare. Sono le spiagge meravigliosamente deserte di un autunno che si traveste da estate. Il fumo delle caldarroste nel cielo terso di una stagione con cui, da quando vivo qui, mi sono riconciliata. Quello che mi viene in mente sono i muri ricoperti di graffiti, le case bianche ed arroccate del centro storico di Frigiliana, un biglietto (perdente) della lotteria. Tutt'attorno alla Catalogna, agli estremismi, alle lotte verbali ci sono ancora l'odore dolciastro che impregna le pareti della Casa de Guardia, il Mercato del Libro in Plaza de La Merced, i vestiti in stile boho con cui non smetto di riempire sacchetti ed armadi. 

Scorcio di Frigiliana


Ieri, seduta nel mio chiringuito preferito di tutta Málaga, una signora con gli occhiali sorrideva da sola guardando il mare. Indossava una gonna lunga a fiori. Un top in pizzo. Una borsetta coloratissima portata a tracolla. 

L'ho guardata, e mi é sembrato di vedere il mio futuro. 

É lí che ho capito che, al di là di ogni altro sogno materiale - la carriera, una casa, la pensione che non avrò mai - quello a cui davvero aspiro è avere sempre quel sorriso. Quello che si impadronisce di me quando passeggio per il Paseo Marítimo Antonio Banderas, oppure alzo lo sguardo a scrutare i pappagallini verdi che volano tra le palme del Paseo del Parque. Quello che agli occhi degli altri mi fa sembrare con tutta probabilità una povera pazza. E invece io lo so che è espressione del benessere più autentico e profondo al mondo. 

Quando c'è quello, beh, chi se ne frega delle bandiere. 








mercoledì 27 settembre 2017

Un anno.

Il capitolo due comincia ora. 

Era la notte tra il 25 e il 26 Settembre del 2016. Un aereo come tanti, pieno di storie come tante, atterrava sulla pista illuminata dell'aeroporto di Málaga. Non potevano saperlo, i membri dell'equipaggio, che dietro al mio "Hasta Luego" c'era l'inizio di una nuova era. 

Un post condiviso da Ilaria (@ilaria_luna84) in data:


Un anno. Che sembra un secolo. Che sembra un giorno. Un anno racchiuso nelle chirimoyas che iniziano di nuovo ad invadere il mercato di Atarazanas. "Ahora es temporada". La voce di Simone mi risuona nella testa, paziente mentre spiega alla mia espressione confusa il percorso da seguire nei food tour. 

Sono strane, le cose che ti tornano in mente. Come la sera del compleanno di Grace, che un ciclo mestruale un po' troppo violento mi scuoteva di lacrime senza nessun motivo. Come i primi tempi, in cui non dormivo mai più di 5-6 ore a notte. E lavoravo alle 2. E non sapevo fare le fatture. I tempi in cui le cose da fare erano troppe, e non avevo ancora trovato il mio equilibrio. 

Ricordo le chiavi sbagliate. La notte in strada a Torremolinos. Il rombo della moto come una salvezza. Ricordo la frustrazione della casa da cercare. Il conto in banca da aprire. E poi girare per un giorno intero con l'incoscenza della caparra nella borsa pensando "se ora mi derubano è finita, dovrò tornare indietro". Poi la sorpresa del Parque de Huelin, con la barca nel laghetto ad anticiparmi il mare. E ancora l'alternarsi di voci nel chiasso eterno di quel patio-megafono. I sassi che non ho mai finito di decorare. 




Mi torna in mente lo sfinimento del trasloco sugli autobus. Il giorno che sono andata a flamenco e volevo mollare tutto, per poi cambiare idea dopo due sole lezioni. Quel pomeriggio al CacMa con mia madre. Gli scambi linguistici in tetería. E quante volte ho rimandato l'incontro con Alice, oscillando tra un po' di febbre e la pigrizia estrema! Se solo l'avessi saputo, che grazie a lei avrei conosciuto alcune tra le presenze fisse di questa nuova vita... chissà, forse due linee sul termometro potevano valere qualche serata in più. 

Quella volta che ha nevicato per la prima volta dal 1984 ed io non me ne sono neanche accorta. Quella volta che il minipimer è stato l'acquisto migliore del mondo. Quella volta del concerto di Leiva, ché non si trovava un posto che fosse uno per mangiare. 

Il giorno della feria. La ressa al Cervantes per il Festival del Cinema. E il giorno che ho incontrato Veronica, con la mia giacca nuova di Dona Mediterranea. Ma era ponte, e siamo finite a bestemmiare sottovoce i ritardi di un cameriere dispiaciuto in un gastrobar in cui non avrei più messo piede. 

Quando sono andata a Siviglia per il SIMOF, e mi sono finta youtuber con Nancy dopo aver ballato estasiata sulle note dei Love of Lesbian a una serata indie. Quando ci sono tornata, spendendo per un AirBnB mai sfruttato ai confini del mondo. E i miei piedi hanno sofferto le scarpe a tre euro per almeno cinque mesi dopo la feria de Abril.

Ripenso a quella telefonata inattesa in un istante dolceamaro, mentre andavo a vedere il tramonto sul mare. I messaggi vocali col sottofondo dei pappagallini verdi. Casa José. Pretende. La Casa de Guardia. Tutte le volte che ho alzato lo sguardo e tutta quella bellezza mi ha inebriato il cuore. 

Mi succede ancora. Ha il sapore appagante del qui ed ora. Dell'essere nel posto in cui sai- e hai sempre saputo - che saresti dovuta stare. 




Un anno. Sì, insomma: immagino che ci si aspettino bilanci.

Solo che non so cosa dire. Tranne che, passando in rassegna foto e video, mi sono chiesta come accidenti sia possibile che in soli dodici mesi ci sia entrata tanta roba. Tutte quelle facce. Tutte quelle emozioni. Tutti quei suoni. 

Solo che, se tornassi indietro, lo rifarei altre dieci, cento, mille volte.
Solo che l'unico rimpianto resta lo stesso dal duemilaotto: non essermi trasferita prima. 

Ieri, chiudendo la porta alle mie spalle, ho salutato come sempre i vicini. Non avrei nemmeno avuto bisogno di voltarmi: a quell'ora stanno inevitabilmente sulle soglie delle loro case, ad accogliere tra le chiacchiere il fresco della sera. "Taluego hija". In quel momento ho pensato a quanto sia assurdo e inesplicabile il processo per cui, da un giorno all'altro, il posto in cui vivi diventa casa. 

Prima che potessi rendermene conto ho smesso di leggere gli annunci degli appartamenti in affitto. Ho iniziato a pensare a quanto starebbe bene una poltrona fatta con i pellet e un sacco di cuscini all'angolo tra le due finestre della camera. Un piccolo cactus dentro a quell'enorme bicchiere. Un forno elettrico. Qualche altra mensola. Magari un poster da stampare con il cielo della notte in cui sono arrivata qui.  

Prima che potessi anche soltanto provare a racchiudere la sensazione in un pensiero finito, i volti del quartiere sono diventati famigliari. I passi si muovono da soli verso il supermercato. E, nonostante le tende che ancora non arrivano; le zanzariere da montare; gli insetti; i problemi avuti di recente nell'edificio...nonostante il rumore del traffico; nonostante - già, persino quello - l'assenza del mare; Nonostante tutto, quando la sera mi butto sul divano in pigiama a guardare qualche serie su Netflix, ai miei occhi questo sembra un posto quasi stabile in cui stare. 

Il capitolo due lo inizio così. Più rilassata. Con più ore di sonno a notte e un po' più di tempo per me. Lo inizio con meno discobar e più serate tranquille a chiacchierare e bere vino. Ora leggo più libri. Ora ascolto più musica. Ora, forse, scrivo anche un filino di più.

Nella famigliarità di un luogo che non è più novità ma certezza, la felicità ha il calore del conforto. E ho come il sospetto che mi piaccia un bel po'. 






































domenica 24 settembre 2017

Bulevar Adolfo Suárez: la perla nascosta della street art malagueña

Se l'arte è la principale protagonista del rilancio turistico di Málaga, la sua declinazione urbana non poteva essere ignorata. Specie se ne é anche la sottocategoria più trendy. 

Negli ultimi anni la street art ha avuto un ruolo di rilievo nella riqualificazione di aree degradate della città. Il quartiere del Soho  - già dal nome emblema del cool per eccellenza, con buona pace dei prezzi degli affitti - ne è senza dubbio l'esempio migliore. Il museo a cielo aperto del MAUS, con i suoi QR code rosa sotto alle opere di nomi di fama internazionale come Obey, D*Face o Boamistura, ha portato in quello che era un tempo dominio di barboni e prostitute tutto un via vai di turisti hipster-chic muniti di cartine o guidati dalla voce finto entusiasta di Google. Attorno, negozi a tema, bar e attività di ristorazione curate a pari modo in qualità ed estetica hanno fatto presto a spuntare come funghi. 

Come riflesso, anche le creazioni spontanee sui muri diroccati del più autentico quartiere di Lagunillas hanno ripreso a suscitare interesse tra gli appassionati meglio informati in città. 

C'è però una terza area che non tutti conoscono, e che si meriterebbe invece di diventare tappa fissa per chiunque ami la Street Art. Parlo del Bulevar Adolfo Suárez, nel quartiere di Dos Hermanas. Sorto attorno ai vecchi binari interrati del treno ad alta velocità, è stato nel 2013 il primo progetto ad utilizzare i graffiti per abbellire quartieri altrimenti poco appealing (nonchè potenzialmente problematici) di Málaga. 




L'area consta di tre parti: in primo luogo un lungo muro riservato ad un concorso a tema libero che aveva coinvolto alcuni tra i più apprezzati giovani street artist a livello locale e nazionale; Poi, uno spazio di libera espressione su cui qualunque artista cittadino poteva liberamente andare a dimostrare il suo talento; Ed infine la parte forse più interessante: una serie di facciate di edifici industriali in cui altri graffitari spagnoli di fama indiscussa hanno realizzato opere di grandi dimensioni. 

Tutti loro hanno peraltro collaborato alla creazione di uno splendido murales collettivo, che nella tematica del treno si ricollega all'ambiente e alla finalità dell'intervento. Può essere un gioco divertente, dopo aver osservato le loro opere individuali, cercare di ritrovare al suo interno lo stile e le apportazioni di ciascuno. 

Tra i tanti nomi che hanno partecipato al progetto ci sono l'illustre granadino El Niño de Las Pinturas, Nando Mambo (uno dei malagueñi più famosi all'estero) o il valenciano Dulk. Potete anche apprezzare una tra le ultimissime opere realizzate da Hilos prima di perdere la vita - humor nero del Destino- investito da un treno. 

Il modo più facile e veloce di raggiungere il Bulevar Adolfo Suárez dal centro di Málaga è proprio con i trasporti ferroviari, scendendo alla stazione di Victoria Kent. Vi consiglio, se ne avete l'occasione, gli appositi tour guidati organizzati di tanto in tanto da associazioni come Málaga en el Corazón, che vi consentiranno di apprezzare al meglio le opere. 

Nel frattempo, qui sotto ho voluto regalarvi un piccolo assaggio di quello che potrete trovare (c'è anche una slideshow rallentata delle stesse foto a questo link). Buona visione!