domenica 17 settembre 2017

Concerto vista Oceano.

7 Settembre 2017.
Il sole è una palla rossa imprigionata dentro ad un bicchiere.
Rimbalza impotente su decine di schermi, il logo dello sponsor bene in evidenza sui profili di Instagram. 




Sono felice, Cádiz, di conoscerti finalmente per come sei davvero. Lontana dalla bolgia carnevalesca, dalle distopie dell'eccesso; liberata dalla puzza di piscio e vomito che aveva nascosto ai miei occhi la meraviglia che tutti dicevano. Lo sapevo da quel giorno che eri in qualche modo in debito con me. Così come sapevo che più di otto anni dopo l'avresti saldato. 

L'ho capito su questa stessa terrazza, soltanto poche ore fa. Avevamo mollato i bagagli in un ostello tutto soffitti alti ed azulejos, ancora un po' stropicciate dal viaggio in bus. Una telefonata, un po' di mascara e via, pronte a squarciare a passo svelto il centro storico della città. 

Dal settimo piano di un hotel asettico la tua caotica geometria bianca mi si è svelata come una promessa di infinite sensazioni. Era un saliscendi di tetti piatti e torri aggrappato all'Oceano, quasi temesse di vederlo scappare. Era un racconto di storia e di futuro, di fortezze e d'oro, e ancora ponti gettati sull'era moderna, e Arabia, e Roma e cattedrali. Era il teaser di quel giorno di turismo che è insieme conseguenza e causa del concerto che sta per cominciare. 

Lo skyline, in quel momento del pomeriggio, era interrotto soltanto dalla silhouette magra di David Otero. "Che sorpresa!", esclamava abbracciandomi, mentre lo stesso grido, Cádiz, io avrei voluto riservarlo a te. Céline doveva intervistarlo per una radio francese, e mi aveva dato l'opportunità di accompagnarla. Tutto intorno disponevano le sedie - "nel numero esatto di biglietti venduti, mi raccomando, non si devono vedere buchi nelle foto" - e mentre sorridevo alle direttive della tizia dell'organizzazione mi tornava in mente uno dei tanti corsi di comunicazione all'Università. É simpatica. Porta un fiore tra i capelli e ha vestito la figlia con una gonna di toulle che ricorda un tutú. In una vita parallela potrei essere io. Una vita in cui ho scelto un percorso diverso, mi sono sposata, e ho deciso di essere madre. 

Comunque. 

Ci aveva accompagnati al piano di sotto, in cerca di un posto che mettesse il registratore al riparo dalle rivendicazioni del vento. Meglio, tutto sommato. Ché, panorama a parte, il divano della reception é parecchio comodo. Mi sono bevuta l'intervista sottolineando l'interesse con i click della macchina fotografica. Presenza discreta e rispettosa del lavoro di taglio e montaggio a cui la mia amica si sarebbe dovuta sottoporre a casa. Difficile, però, trattenere una risata quando una signora si è schiantata dal nulla contro la porta chiusa di un ascensore. "Coño, casi se mata!". E praticamente impossibile non intervenire quando alla domanda "Ti piacerebbe suonare in Francia?", David ha risposto "certo", ma ha aggiunto che il luogo in cui gli piacerebbe di più portare la sua musica è l'Italia. 

É bello chiacchierare con lui, da sempre. Ha questo strano dono di metterti a tuo agio, come se in un sorriso eliminasse ogni distanza tra le luci dei riflettori e la vita in cui cambia pannolini. Ormai é una presenza famigliare per me, il che è piuttosto strano da constatare. Insomma, se lo dicessi alla ragazzina che un decennio fa ha imparato lo spagnolo con i video del Canto del Loco probabilmente non ci crederebbe mai. E invece eccoci qua, a scambiare opinioni sull'industria discografica e le migliori strategie per farsi conoscere al di fuori del proprio Paese. Ad analizzare lo strano meccanismo per cui i cantanti italiani, per avere successo in Spagna, traducono le canzoni in spagnolo; E però gli spagnoli cantano le hit italiane in italiano, e se vogliono andare in Italia pensano di dover tradurre le loro, quando in realtà hanno più successo se cantano nella loro lingua. Un casino bilingue, in definitiva. Salta fuori che a David piace Jovanotti. Ed io mi trattengo dal dirgli che ho sempre trovato una qualche affinità nascosta sia nel loro atteggiamento che nella loro musica. 

Eccomi qua, insomma, a farlo ridere con battute sceme che poi ruba per un autografo. A ripassare il passato, a parlare di social. 

Diceva, David, che Facebook ha ormai perso tutto il suo attrattivo, ed io annuivo con convinzione. Diceva che il problema di Twitter è che quando il numero di follower va oltre il centinaio di migliaia le valanghe di cattiveria finiscono per farti stare male. Perchè non importa quanto tu possa fingere di fregartene: l'essere umano è essere umano. Se ti dicono che una canzone è una merda e in quella canzone ti sei messo totalmente a nudo, è un po' come se dicessero che sei una merda anche tu. Anche per questo ha sempre avuto paura ad aprirsi troppo, nei brani. Allora resta Instagram, il più divertente. Che almeno metti le foto e le persone ci mettono i cuori senza impegnarsi troppo a demolirti o approfondire. É la scelta di quasi tutti i vip, ormai. E un po' mi faceva tristezza pensare che la decisione delle piattaforme su cui esprimersi sia dirottata dalla miseria di chi crede che basti nascondersi dietro un nickname per sfogare sugli altri le proprie frustrazioni. 

Adesso non ci resta che aspettarlo, mentre la terrazza si riempie e il sole del tramonto crede che quel piccolo palco sia tutto per lui. Un applauso quando si nasconde dietro al mare. Un ragazzo, una chitarra. Che lo show dei ricordi possa cominciare. 




É la prima volta che David Otero suona a Cádiz come solista. Gran parte del pubblico non é mai stato ad un suo concerto. Un pubblico bello, come é sempre il suo. Amiche sui trent'anni che sorridono estasiate, coppie sui quaranta, famiglie intere, hipster che cambiano volto chiedendo un revival de "El Agricultor" ("Claro, y Pequeñita?"). Il biglietto da visita é per tutti loro una cartolina dallo sfondo mozzafiato. La magia dei brani in acustico, crudi e puri come sono nati. La dimestichezza acquisita del performer che David ha negli anni imparato ad essere. Ed io, che non ne ho alcun merito, di tutto questo mi scopro orgogliosa. 

Perché, dai: cosa c'é di meglio che ridere fino alle lacrime nel bel mezzo di un concerto? A lui succede - e a noi di riflesso - mentre racconta aneddoti di "Una foto en blanco y  negro" e la nostalgia di quel gruppo mi colpisce nel petto come una pugnalata. 

Peccato che nessuno posti quel momento. Forse la memoria di tutti i cellulari é stata, per ripicca, intasata dal sole. 

Ci salutiamo in un abbraccio veloce e la promessa delle prossime puntate. E scendo, anche grazie a lui, alla scoperta della città incantata. 

Sono felice di aver ripreso a viaggiare con la scusa dei concerti. Perché le note di una chitarra possono voler dire anche kilometri di tonno tenerissimo cucinato in mille modi. E acque turchesi, e sabbia bianchissima, e la perfezione di una spiaggia da Caraibi a due passi dal centro città. 





Cádiz è il contrasto tra le pietre marroni e il bianco liscio dei muri, la sensazione di leggero degrado delle pareti scrostate tra i vicoli che in qualche modo riesce a renderli ancora più affascinanti. É un susseguirsi di palme, di piazzette suggestive, di locali con i tavoli fino in mezzo alla strada, perché mangiare é piú importante di camminare. 













Cádiz è la nave da crociera che compare d'improvviso come un condominio in mezzo agli edifici. E tu ti chiedi come sia possibile che in una sola notte ti abbiano rubato il mare. 


Ecco perchè se lo teneva stretto. Ecco perchè hai avuto quella stessa sensazione anche dopo aver salito i 173 gradini della torre Tavira. É come se la città avesse con l'Oceano un legame intenso, ma al contempo lui sembrasse troppo vasto per volersene curare. Detta legge, privando di acqua le barche ormeggiate ogni dannata notte per poi restituirgliela al mattino. Ed io lo guardo, affascinata dall'idea di grandezza che mi suscita da quando ero bambina. 
Vista dalla Torre Tavira


Perchè quando guardi il Mediterraneo riesci quasi sempre a immaginare l'approdo più vicino. Da qui in avanti, invece, solo il nulla più assoluto. Fino in America. Ho tracciato una linea immaginaria sul mio mappamondo: andando sempre dritti la prima terra che si incontra è Virginia Beach. 

Come un anello al dito, la cupola d'oro della cattedrale scintilla di ricchezza, forse anche per stupire chi arriva da così lontano. 







sabato 9 settembre 2017

Una dipendenza "maravillosa".

Ok, parliamo un secondo de La Maravillosa Orquestra Del Alcohol. Abbreviato MODA. Da non confondere con i MODÁ. Del resto, la differenza tra la MODA e i MODÁ sembra fatta ad uso e consumo delle femministe; Così, tanto per per dimostrare che femminile singolare è sempre meglio di maschile plurale. Non ci fosse l'accento di mezzo potrebbero addirittura assurgerla a motto. 

Ma sto già divagando.

La Maravillosa Orquestra Del Alcohol, si diceva. Questa band spagnola di nome bizzarro ed influenze variegate che ho scoperto anni fa grazie a un tweet di Dani Martín. Sí, insomma, quando ancora Dani Martín usava Twitter per consigliare musica. E non mi stancherò mai di ripeterlo: fatelo anche voi, musicisti del mondo. Segnalateci canzoni che ascoltate, artisti che vi piacciono, cd con cui riempire le nostre playlist. Fate che i social diventino per noi che vi seguiamo un terreno di scoperta continua, non per forza incentrata in modo esclusivo su di voi. Parlo sul serio. Dani Martín e Dan Reynolds degli Imagine Dragons sono stati i responsabili di una quantità impressionante di musica valida arrivata negli anni alle mie orecchie a seguito di raccomandazioni testuali inferiori ai centoquaranta caratteri l'una.

Comunque. Sto di nuovo divagando. 

Si dà il caso che i ragazzi de La MODA siano tornati adesso con un nuovo singolo. Si chiama La Inmensidad ed io davvero non riesco a smettere di ascoltarlo. Lui, il cantante, ha una voce particolarissima. Rotta. Rovinata. Il contrario della bellezza per come siamo abituati a concepirla. A volte i versi trascendono la metrica dandoti addirittura una lieve sensazione di stonatura. 

Eppure, Dio. 

Questa canzone, in qualche modo, mi si insinua tra le viscere. Le mescola da dentro. Mi regala sensazioni che vanno ben al di là della scelta esclusiva tra "Mi piace" e "Non mi piace". 

La Inmensidad mi ha instillato una sottospecie di dipendenza simile a quella provocata dalla droga. I sintomi dell'astinenza tendono a manifestarsi nella loro fase più acuta tra l'una e le due del mattino, quando l'impulso a premere il play mi catapulta in un loop che rasenta l'overdose.

Quando si pubblicherà questo post io starò verosimilmente tornando da Cadice. Nelle orecchie avrò tutt'altre note. Negli occhi altri ricordi vista Oceano. Eppure, m'è sembrato giusto farvela ascoltare. 

Senza altre parole. Solo "wow". 


giovedì 7 settembre 2017

L'Hipsterbole e le altre geniali figure retoriche di "Palabras Bastardas"



Palabras Bastardas è uno dei miei nuovi account Twitter preferiti di lingua spagnola. Sostanzialmente gioca con i vocaboli, deformandoli per fornirne definizioni ironiche. Roba da Nerd del Lessico, insomma. Proprio come me.

Ebbene, ieri il genio creativo che vi sta dietro ha dato vita ad un thread interamente dedicato a figure retoriche e concetti letterari. Mi è piaciuto a tal punto che ho sentito il preciso obbligo morale di condividere con voi, in italiano, alcune tra le più brillanti. Naturalmente, trattandosi di giochi di parole, non tutte sono facilmente traducibili. Per scoprire anche le altre, quindi, vi consiglio caldamente di cliccare qui. 







ALLEGORILLA: successione di metafore sulle scimmie. 

ALLITERAZIONE: ripetizione di suoni uguali uno sopra l'altro e in cui a te tocca sempre dormire sotto a quello che russa di più. 

ANTWEETESI: figura che contrappone un messaggio su Twitter ad un altro di un hater che lo annulla e lo contrasta usando parole contrarie. 


CUENCATENAZIONE: ripetizione di casas colgadas. 


Le famose "Casas Colgadas" della cittadina di Cuenca



DELFINIZIONE: enumerazione dei tratti distintivi di alcuni cetacei. 

EUFEMMINISMO: figura retorica che consiste nello sostituire una parola o espressione sgradevole con un'altra di connotazioni meno maschiliste. 

HIPSTERBOLE: modernismo che consiste nell'esagerare quanto sei alternativo: "sono talmente vegano che mi mangerei un cavolo" e robe del genere. 

LITROTE: figura birraia che afferma che non sei ubriaco negando il contrario, o all'opposto. O il primo che ho detto. Sono già ciucco con tutti 'sti giri. O no. 

PROSOPOPEYE: attribuire qualità di un animale ad un marinaio che mangia spinaci. 

SIPNOSI: trama di un film o libro che annulla la volontà e obbliga irrimediabilmente a vedere o leggere il suddetto. 


Voi quali altre inventereste in italiano?





mercoledì 6 settembre 2017

Flamenco a Málaga: 8 locali da non perdere

La scorsa settimana ho avuto il piacere di collaborare con il sito I Love Spagna per mostrarvi il lato più flamenco (e spesso nascosto) della mia Málaga. Quella che troverete nel post - visualizzabile qui - è una selezione di locali molto diversi tra loro, assemblata con il preciso intento di soddisfare tutti i gusti e le esigenze. Dai tablaos più autentici ai bar de copas, dalla tradizione alle contaminazioni contemporanee, sarà davvero facile identificare quello che più fa per voi. 


Siete pronti a scoprirli tutti? Cliccate qui e prendete appunti. Poi voglio sapere qual è il vostro preferito!


domenica 27 agosto 2017

Manuel Bartual e gli altri: la nuova letteratura corre sul filo di Twitter


La fiction rende migliore il mondo. E Twitter. 

Sono in molti a concordare sul fatto che l’esperimento di Manuel Bartual abbia riportato il social all’atmosfera dei primi tempi, quando in Rete ci si divertiva molto di più. 


Foto: Twitter - Manuel Bartual


Regista e vignettista, Bartual è diventato in questi giorni in Spagna un vero e proprio caso sociale per la storia che ha appena finito di raccontare sulla piattaforma: un incrocio tra il romanzo e la serie tv che sfrutta tutte le principali caratteristiche del mezzo per sviluppare una trama che più avvincente non si può. 

Non è il primo caso di innovazione narrativa su Twitter, anche se è senza dubbio il più eclatante a livello di ripercussione nazionale.

Del resto il canale, con il suo limite di 140 caratteri a messaggio, è di per sè una sfida aperta alla scrittura creativa. Credo sia per questo che, da sempre, affascina chi la ama. 

Chi ci bazzica da un po' ricorderà che, almeno in Italia, i primi hashtag erano spesso un pretesto per giocare con le parole. Poi sono arrivate le sperimentazioni vere e proprie, e ad oggi il social network è l'unico che possa accollarsi la paternità di almeno due diversi generi letterari. 

C'è la Twitteratura, innanzitutto: il movimento, considerato una sottocategoria della Flash Fiction, che consiste in gran parte nel ricreare o riassumere i grandi classici in tweet, spesso con finalità educative. E poi i #Microcuentos, veri e propri racconti in 140 caratteri che la Spagna tanto ha amato. 

Oggi, però, ad andare per la maggiore sono soprattutto le produzioni originali più estese, pensate per la fruizione via smartphone e sviluppate interamente sulla piattaforma. Dagli Stati Uniti alla Penisola Iberica, gli scrittori stanno sfruttando sempre più e sempre meglio le caratteristiche del mezzo per dare vita ad una tipologia di narrazione interattiva, accattivante e completamente nuova. 

Ad affascinarli è soprattutto la struttura del thread (hilo in spagnolo): il meccanismo per cui, se rispondi ai tuoi stessi tweet, questi risultano visivamente collegati l'uno all'altro da una linea colorata. I lettori possono così cliccare sul primo messaggio e leggere tutti gli altri in ordine cronologico semplicemente scrollando verso il basso. Non solo, ma il thread può essere aggiornato in momenti diversi, allungandone la vita e agevolando la sensazione di aggiornamento costante e in tempo reale. In sostanza, quello a cui gli utenti di Twitter stanno dando vita sono testi che trascendono i 140 caratteri, ma dai 140 caratteri restano composti. Come a dire che il racconto assume sì un senso nella sua totalità, ma è condivisibile anche in modo parziale. Ogni messaggio dev'essere pertanto auto-conclusivo e rilevante per se stesso, un po' come i paragrafi di un comunicato stampa pensato per essere tagliato a seconda dello spazio a disposizione sul giornale.

L'immediatezza dei retweet e delle risposte permette inoltre allo scrittore di avere un riscontro immediato sui "paragrafi" più riusciti e addirittura di aggiustare lo sviluppo della storia sulla base delle reazioni dei lettori. Negli ultimi tempi il thread sta diventando un mezzo di espressione talmente popolare che The Verge vi ha addirittura dedicato un articolo in cui lo definisce una nuova forma di narrativa, paragonandolo nientemeno che alla poesia. 

E, va bene, sarà pure esagerato, ma quel che è certo è che in giro si vedono picchi di genialità mica da ridere. 


Prendete Sam Sykes e Chuck Wendig, per esempio: due autori che hanno finito col parodiare il genere horror tramite botta e risposta su Twitter. Tutto è cominciato con una richiesta di aiuto. Sam sosteneva di essere diventato istruttore di un campo estivo, e ben presto si scopriva che un serial killer aveva ucciso quasi tutti. "Sei sicuro di non essere tu il killer?", chiedeva Chuck. E da lì prendeva vita una conversazione tanto surreale quanto divertente con l'obiettivo di cercare di scoprirlo (potete leggerla qui). 



Oppure Nas Maraj, che ha letteralmente re-inventato le classiche "storie a bivi" di quando eravamo ragazzini. Qui la struttura si fa decisamente più elaborata. Il thread comincia con la descrizione della situazione in testo ed immagini. "Sei stato condannato alla pena di morte per aver ucciso la tua unica figlia e ultimo membro della famiglia", ti costringe a immaginare Maraj. "Il sistema ti ha tradito - continua nel tweet successivo - e ora ti trovi in prigione con 3,484 compagni. Questa è la tua ultima chance per scappare". Dopo di che ti invita a "cliccare qui per cominciare". Il click rimanda ad un altro tweet, e la trama prosegue costringendoti man mano ad una serie di scelte. Ad ogni scelta corrisponde un tweet da cliccare, che rimanda a sviluppi diversi, rendendoti responsabile del tuo stesso immaginario destino (Se volete prendere parte all'avventura, non vi resta che cliccare qui). 


Infine c’è il caso di Adam Ellis, la più probabile ispirazione diretta dello spagnolo. Vignettista anche lui, ha di recente utilizzato la forma del thread (cliccate qui) per raccontare in tempo reale la persecuzione a cui sarebbe stato soggetto ad opera del fantasma di un bambino morto. Documentando con foto e video gli episodi paranormali che avrebbero avuto luogo nel suo appartamento di New York è riuscito a causare insonnia a migliaia di americani. Il racconto in questo caso è reso particolarmente agghiacciante dal fatto che non è stato svelato se si trattasse di realtà o finzione.



Il tweet-romanzo di Manuel Bartual si inquadra perfettamente in questo filone, e riesce a  tenerti anch'esso davvero con il fiato sospeso. "Sono in vacanza da un paio di giorni in un hotel vicino alla spiaggia" - recita il primo tweet, accompagnato da una foto - "Andava tutto bene, finchè non hanno cominciato ad accadere cose strane". 




Il thread (o "hilo") ci addentra così in una trama in stile "Stranger Things" dove suspance ed episodi paranormali si susseguono di continuo, portando i lettori ad attendere con sempre più trepidazione il tweet successivo. La genialità di Bartual non sta solo nella trama avvincente, ma nell'includere ad hoc tutti i mezzi di espressione consentiti dalla piattaforma, dai tweet ai video passando per le gif e le risposte dirette ai lettori. 




La storia piace talmente che i fan stanno già iniziando a realizzare meme e tweet a tema sullo stile di quelli che siamo abituati a vedere prodotti dai fan delle serie tv. In effetti, sono già in tanti ad aver chiesto - seppur scherzosamente - a Netflix di acquistare i diritti quanto prima. La breve carrellata di tweet riportati di seguito vi aiuterà a capire a che livello è ormai arrivata la Manuel-mania. 













Il thread inizia qui.  Consigliatissimo se capite lo spagnolo e siete a corto di letture serali. 

venerdì 25 agosto 2017

Barcellona e il Terrorismo ai Tempi dei Social Network (via Total Free Magazine)

Viviamo tempi strani, e lo facciamo a colpi di hashtag.

Ho seguito l'attentato di Barcellona sui social. Poi ci ho scritto sù questo articolo per Total Free Magazine. Riflessione, quadro della situazione, sproloquio: chiamatelo come volete, ma se riuscirà a far riflettere anche una sola persona, anche solo per un secondo, allora potrò dirmi felice. 

Buona lettura. 


Un'immagine dal video tributo "Imagine Barcelona" che potete vedere qui: https://vimeo.com/230307397 


“In Plaza Catalunya si sente il rumore dei grilli”- scrive Aitor Álvarez García - “Non avevo mai sentito i grilli a Barcellona”. Alle quattro del mattino del 18 Agosto, su Twitter, ci sono rimasti solo i catalani. É una notte lunga, fatta di sirene e di silenzi surreali. Impossibile dormire.

Chi fino a ieri era alla ribalta delle cronache per gli episodi di turismofobia, adesso apre le porte di casa a quegli stessi turisti spaventati (#BedInBarcelona). Perchè non è facile essere la città di tutti. Si diventa un obiettivo anche per questo. Eppure è proprio della sua identità condivisa, multiculturale, eterna, che Barcellona adesso si riscopre fiera. 

Non hanno colpito una città. Non hanno colpito una Regione né - a voler accontentare gli indipendentisti - tantomeno uno Stato. Quei terroristi ragazzini (elenchi macabri di nazionalità sulle timeline) sono riusciti nel tragico intento di attaccare il mondo intero in una strada. É per questo che ci fa così male. 


E la sensazione, in questa strana notte del 18 Agosto, è quella di essere davvero tutti uniti in un abbraccio. I social network, adesso, sono un mezzo per ridurre le distanze. Agevolano i contatti (“se dovete avvisare che state bene non usate i telefoni ma il web”, chiedevano le forze dell’ordine nel tentativo di non intasare le linee). Informano di servizi straordinari quali taxi o vetture di Cabify gratis. Permettono di offrire aiuto a chi ne ha la necessità. I social network, soprattutto, sono il posto in cui andare per cercare conforto quando senti i grilli in una piazza che avevi imparato a conoscere avvolta dal rumore. E non capisci cosa succede. E ti senti solo. E ti viene da piangere. Perchè credevi che, nella città di tutti, saresti stato al sicuro. 

Quella che si riversa su Twitter la notte del 18 Agosto è una città che si lecca le ferite, lacerata e accomunata da un dolore solidale. Ringrazia i Mossos (la polizia locale), impeccabili nella gestione dei loro account come lo sono stati nelle strade. Si prepara a riversarsi negli ospedali per donare il sangue. Nelle piazze a urlare che non ha paura (#NoTincPor). 

Solo che poi i giorni passano. E un giorno, sulla Rete, equivale a un secolo intero. 

Se qualcosa ci ha dimostrato il terrorismo è che niente di tutto quello che abbiamo imparato sui banchi di scuola vale più. La comunicazione. Il giornalismo. Il modo stesso che abbiamo di vivere. E stiamo tutti procedendo a tentoni in un universo in continua evoluzione, che possiamo imparare a conoscere solo sul campo, senza arrivare mai a conoscerlo davvero. 

La Spagna, adesso, sta tornando lentamente alla normalità. Sempre che si possano considerare normali l’applauso struggente di chi torna a camminare sulla Rambla; L’ammasso di fiori; I vasi disposti in fretta e furia a chiudere il perimetro della Puerta del Sol di Madrid. Sempre che ci si riesca ad abituare al brivido sottile di quando noti le auto della polizia, disposte discretamente a bloccare gli accessi alle zone più trafficate, mentre ti stai divertendo alla Feria di Málaga. 

Ma è l’anno 2017: “Normalità” rischia di essere la sola definizione che possiamo abituarci a dare al “dopo”. 

E “dopo”, sui social network, c’è solo l’aberrante constatazione della morte dell’umanità. Perchè, in questo terreno minato, retweet e follower valgono di più della compassione. Abbiamo bisogno che le autorità ricordino in tutti i modi di non condividere le localizzazioni della polizia per non interferire con le operazioni. Abbiamo bisogno di twittare gattini abbinati ad un hashtag per coprire come possiamo le foto e i video delle vittime. Perchè quando qualcuno ti muore di fianco, a quanto pare, non lo tieni per mano: lo filmi e lo metti sul web. 

I rappresentanti italiani della stampa - ne ho letti tanti, troppi - hanno usato il motore di ricerca di Twitter per individuare gli italiani presenti a Barcellona. E poi li hanno prontamente contattati, con frenesie da stenografi e spirito da avvoltoi sulla carcassa - “ti lascio il mio numero, lavoro per la televisione, posso chiamarti?” . I colleghi spagnoli, dal canto loro, hanno pubblicato ogni sorta di notizia falsa, salvo rettificare quando si scopriva tale. Perchè in questo universo essere i primi e diventare virali vale molto di più che verificare le fonti. 

Così è successo che un bambino australiano disperso sia stato ritrovato, poi disperso di nuovo, poi mai cercato, poi morto nell’attentato. Il tutto in poco più di 24 ore. 

E mentre le testate più insospettabili cercano lo scoop a suon di sangue e innocenti distesi al suolo la vera resistenza è quella dell’edicolante che, rifiutandosi di esporre tutti i quotidiani con immagini esplicite in prima pagina, fotografa lo scaffale miseramente vuoto. Che diventa virale (naturalmente!) in quanto simbolo di una moralità che non c’è più. 

Quello che resta “dopo”, è la delusione nello scoprire che il tweet che voleva infondere sentimenti anti-razzisti è stato vittima dei bot. “Mia madre si trovava a due strade di distanza dalla Rambla” , scriveva Mertxe Pasamontes, “un taxista marocchino l’ha portata a casa gratis e le ha detto che non sono tutti uguali”. Bella storia. Non fosse che una rapida ricerca ha fatto in fretta a mostrare come lo stesso tweet fosse stato scritto da decine e decine di utenti diversi. L’autrice dell’originale sostiene che la vicenda che ha raccontato sia vera, ma è difficile dimostrarlo, e in ogni caso è diventata spunto per qualche programmatore annoiato e l’inevitabile sarcasmo amaro. L’hashtag #UnTaxistaMarroquí è stato Trending Topic per una giornata intera. 

E poi ci sono le polemiche. Quelle degli italiani che si indignano con chi condivide le sue foto delle vacanze del 2003 a Barcellona, senza capire che la ripetizione della critica rientra esattamente nella stessa logica del “dover dire qualcosa a tutti i costi” che vogliono condannare. E quelle degli spagnoli, che si scatenano contro i Mossos perchè twittano in catalano senza nemmeno prendersi la briga di entrare nell’account e notare che in realtà l’hanno fatto in tre lingue diverse. 

C’è l’odio da tastiera, cieco e sterile, di chi arriva a dire che “gli è stato bene”. Perchè dopo essere stata “la città di tutti”, Barcellona torna ad essere la città dei catalani. Quelli che “Non siamo Spagna”. Quelli che se ne vogliono andare. E allora ecco che, a una conferenza stampa, un giornalista abbandona la stanza dopo che Josep Lluís Trapero dei Mossos d’Esquadra risponde a una domanda in catalano anzichè in castigliano. “Bueno Pues Molt Bé Pues Adiós” é la reazione bilingue all’accaduto. Che manco a dirlo diventa un hashtag. Trending Topic, di nuovo. Pretesto perfetto per acuire le divisioni in una frase che di fatto le unisce. 

E a me dispiace, Spagna adorata, vederti in queste circostanze così simile al mio Paese natio. Perchè in momenti come questi dovresti farti ancora più forte nelle tue differenze, non distrarti nelle scaramucce inutili di politica, lingue e incomprensioni. 

Perchè, mentre scrollo Twitter in pausa pranzo, mi capita davanti il primo piano con troppi retweet del volto insanguinato del terrorista morto. La didascalia alla foto dice qualcosa come “Chiedevano di non condividere le foto dei morti per rispetto alle vittime. Questa la condivido per le vittime”. 

E penso, con rabbia, che dobbiamo fare tutti un grandissimo respiro.

Mi ricordo di quella notte. Dei #BedInBarcelona. Dei grilli. 
Possiamo usare la Rete molto, molto meglio di così. 



Postilla

Dopo la pubblicazione di questo post, ieri, la Spagna del web ha di fatto accantonato le divergenze per ri-unirsi nel più imprevedibile dei modi: a suon di ironia. L'Isis ha direttamente minacciato il Paese tramite un video in cui, tra le altre cose, annunciava di voler riconquistare Al Andalus. Il diretto responsabile della minaccia è risultato essere il figlio di una donna nata a Málaga emigrata in Siria che risponde all'improbabile nome di Tomasa. 
Anziché reagire con paura, gli spagnoli hanno letteralmente inondato Twitter di meme. Verne, nel raccoglierli, ha fatto un'interessante analisi del fenomeno. Ed io ho riscoperto, una volta di più, l'amore per questa splendida - e bizzarra - Nazione.  


domenica 20 agosto 2017

La Vie en Rose e altri trend di moda flamenca dalla feria di Málaga


Togliere un fiore dalla testa può essere più doloroso di quanto sembri. É come se avesse messo radici nel cervello, inondandolo del ritmo incessante delle sevillanas, dell'odore delle biznagas, del rumore degli zoccoli dei cavalli al galoppo sull'asfalto del Real. Come se avesse acuito i tratti più flamenchi della mia personalità, rompendomi persino l'orologio pur di insegnarmi a vivere senza preoccupazioni. Nel silenzio surreale di questa Domenica è ancora più difficile doversi rassegnare alla routine.

La Feria di Málaga si é appena conclusa, e con lei anche le mie vacanze. Sono state le più belle e distensive degli ultimi anni, nonostante l'assenza di imbarchi e il dolore acuto delle cronache. Ho letto libri, ho guardato serie tv, ho ballato fino a che ne avevo fiato. Ma, soprattutto, mi sono immersa corpo e anima in quel mondo parallelo che da sempre mi disegna sul volto sorrisi più pieni. 

Ebbene: c'è un aspetto, in quel mondo, a cui continuo a riservare uno spazio speciale in questo blog. Parlo della moda. Di quella nicchia del settore fashion che più di ogni altra mi affascina ed entusiasma da morire.

Nel giorno dei bilanci, capirete quindi che non potevo non passare in rassegna i trend flamenchi visti quest'anno alla festa grande della città. 


LA VIE EN ROSE 

Secondo Pantone il Pink Yarrow è una delle nuance dell'estate, e la Feria di Málaga l'ha confermato appieno. Vuoi perchè è di tendenza in senso generale o vuoi perché è il colore del Cartojal (il vino ufficiale della festa), la stragrande maggioranza delle flamenche l'ha scelto quest'anno per vestiti e fiori, facendone l'indiscusso protagonista delle palette. 

Tutte le foto: Ilaria - Italo-Spagnola 


Anche il più delicato Pale Dogwood - un rosa antico con sfumature pesca, inserito anch'esso nel report di Pantone sulle tonalità di tendenza per la stagione - si è visto spesso nelle vetrine dei negozi di settore e tra le casetas del recinto ferial. Più che come tinta base da indossare da capo a piedi, l'ho notato più spesso sugli accessori o abbinato ad altre tonalità di rosa e di viola nelle fantasie di gonne ed abiti. 

Foto: Ilaria - Italo -Spagnola e Ayuntamiento de Málaga (Facebook Page)



GIALLO ESTATE

Alle passerelle di settore, il giallo era stato presentato come il grande protagonista della stagione flamenca. Se alla feria di Siviglia il trend non sembrava essere stato confermato, a Málaga è stato decisamente più presente. Il motivo potrebbe essere più terra-terra di quanto pensiamo: con l'abbronzatura di metà Agosto, sta decisamente meglio che in Primavera!

Foto: Ilaria - Italo-Spagnola



FLOWER POWER!

L'altro grande trend di stagione, confermato una volta in più dalle flamenche malagueñe, sono le stampe floreali. Classiche, abbinate ai pois, piccole o grandi che fossero, si sono dimostrate l'indiscusso must-have per la Feria. 

RAINBOW EFFECT

Le più coraggiose ed anti-convenzionali si sono fatte vedere in giro con gonne e vestiti impreziositi da micro-volant ciascuno di un colore diverso dall'altro, per un generale effetto "arcobaleno" o patchwork che avevamo già visto in passerella per mano di Pilar Vera o Pol Nuñez. Personalmente lo trovo spettacolare. 

Foto: Ilaria - Italo-Spagnola


PENDIENTES DE FLECOS

Letteralmente "orecchini con le frange" (come questi)  sono stati quest'anno i preferiti dalle ragazze e dalle signore: pratici e leggeri, sono decisamente più comodi dei tradizionali cerchi oversize, perfetti per chi ha voglia di scatenarsi nelle danze!

CORTO E PRATICO!

Se la Feria di Siviglia è più "fashion" e snob, quella di Málaga é sempre stata più votata alla praticità. Ecco allora che sono sempre di più le flamenche di tutte le età che, indipendentemente da quello che detterebbero le mode, scelgono abiti corti e senza maniche per sopravvivere meglio alle temperature infernali dell'Agosto andaluso. 

Foto: Ilaria - Italo-Spagnola


Nella stessa ottica si inquadra la quantità di mini-zaini (per nulla "ortodossi") indossati dalle ragazze con i trajes, al posto delle più tradizionali ma meno capienti pochette. Il motivo? Ancora una volta, pura praticità. C'è bisogno di spazio per portarsi dietro un accessorio considerato da molte indispensabile: lo spruzzino con l'acqua per rinfrescarsi tra una sevillana e l'altra! 

FLAMENCO PRET-A-PORTER

Alla Feria de Málaga non tutte si vestono da gitana. Per chi non lo fa, però, vige la regola non scritta di flamenchizzare almeno un pochino il proprio look civile. Oltre ai classici fiori in testa, quest'anno uno dei modi più popolari per farlo è stato legare il mantón in vita sopra agli short, dando l'effetto ottico di una mini-gonna con le frange a taglio asimmetrico. 

In crescita, infine, la popolarità delle minigonne in jeans con applicazioni di volant a pois : comode, colorate, e decisamente più economiche di un abito!






martedì 15 agosto 2017

Senza anestesia.


Feria è uscire per andare in spiaggia e ritrovarsi al concerto di un gruppo rock. É cantare "qué viva España" con degli sconosciuti in Plaza Uncibay. Fermarsi in Calle Larios perché le ragazze di una qualche scuola stanno ballando flamenco sul palco. 

Un post condiviso da Ilaria (@ilaria_luna84) in data:



Feria é scoppiare in lacrime quando un coro popolare canta una canzone dedicata a Málaga (meno male che avevo gli occhiali da sole!). Piangere di nuovo (no, sul serio, cosa mi sta succedendo?) di fronte alla felicità e all'energia di una signora di 96 anni che balla por rumbas. Incrociare per caso i DMEI nello studio in esterna di 101 tv. E alla fine non arrivarci proprio, alla Malagueta, perchè in Plaza Marina c'è un'altra band. E "Oh, questi son bravi, facciamo che mi fermo ancora un po'".




Feria è la giornata stupenda passata al Real con le compagne di flamenco, raggianti nei volant comprati per l'occasione. É mangiare una tapa in ogni caseta. É il cameriere che rovescia la paella adosso a Maria José e allora "Viva los noviosss", perché sempre di riso si tratta. Feria sono le ragazze sedute di lato sui cavalli agghindati. I commenti sui vestiti. I volti inediti. I bambini che giocano a spruzzarsi acqua sotto la fontana. 

É ballare finché hai fiato. Ballare ovunque. Con chiunque. Comunque. É imparare finalmente la terza sevillana - e metá della quarta - rendendosi conto che come per le lingue é solo quando ti butti, e solo sul posto, che le fai davvero tue. É tuffarsi sul letto alle nove di sera, esaurita ma felice, mentre scalci con i piedi per lasciar cadere kili e kili di stoffa sul pavimento. E parli all'abito inzuppato di sudore solo per dirgli grazie di averti cucito addosso una personalità un po' nuova. 

Feria per me è una concatenazione infinita di stimoli che ti riempie l'anima fino a farla traboccare. 



Per questo fatico sempre di più a capire chi la vive solo come un macro-botellón. Nient'altro che un pretesto per bere, bere troppo, bere fino a perdere il controllo. Fino a ridurre la città a uno schifo, tanto da costringermi a ripetere che "di solito non è così" ad una coppia di amici in visita. Perchè me ne vergogno profondamente, di queste pile di spazzatura ai bordi delle strade, del pavimento appiccicoso, dell'odore di alcol, marijuana, pipì e sudore che si respira nell'aria; della gente che vomita negli angoli, delle ragazzine che barcollano con una bottiglia ormai quasi vuota di Gin bevuta a canna. Del sottofondo di sirene della polizia. 

Ché magari sono io che sto invecchiando. In effetti, mi sto rendendo conto che mi piacciono di più le cose che amano le signore un po' attempate che moltissimi giovani. Può essere. Però non capisco - davvero, proprio non mi entra in testa - come si possa VOLER stare male, VOLERSI distruggere, VOLERE il post-sbronza devastante che ti lascia il Cartojal la mattina seguente, togliendoti tutta la voglia di svegliarti un po' prima e goderti gli spettacoli migliori. VOLERE - ecco, soprattutto questo - non ricordare momenti così. 

La Feria, per me, va vissuta di giorno, sotto la luce del sole, senza anestesia.

Perchè giornate come queste sono un'iniezione di gioia totale e purissima che difficilmente sarò in grado di spiegarvi a parole. 

Non c'è alcolico né droga in grado di eguagliarla in alcun modo. 


venerdì 11 agosto 2017

Feria is coming: la playlist che vi mancava


Ok, tecnicamente non è che questo post c'entri proprio con la feria. Voglio dire, stavo ancora nel mio vecchio appartamento di [*sospiro nostalgico*]  Huelin quando mi sono resa conto che le sonorità flamenche sono perfette per le pulizie. Sì, insomma, motivano. Togli la polvere lerelerè, passa il mocio toma que toma, lustra i vetri arsaaa, e finisci in quattro e quattr'otto. Sul serio. Dovreste provare. 

Comunque. Siccome questa notte i fuochi artificiali daranno l'entusiastico benvenuto alla festa grande della città, suppongo sia piuttosto naturale affibbiarle colpe e meriti di tutto ciò che accade. Compresa la playlist che progettavo da una vita, e che il tripudio generale di pois mi ha finalmente convinta ad assemblare. 

Perchè questo ho fatto: assemblato. Sono andata a setacciare le mie vecchie liste di riproduzione su Spotify per estrarre da ciascuna i brani più adatti alle circostanze. Rumba, flamenquillo pop, contaminazioni e flamenco in senso stretto (ma nella sua versione di facile fruizione): quella che ci troverete dentro - se mai doveste decidere di ascoltarla - non è tanto una sorta di colonna sonora personalizzata della feria quanto la proiezione stessa dell'anima andalusa che da anni, più o meno nascosta, covo dentro di me.

Quello che potrò fare da stasera, col mio bel vestito ritirato dalla sarta e i mille fiori che aspettano soltanto di posarsi tra i capelli, non sarà in fondo altro che darle sfogo.

Buon ascolto a tutti. E, perchè no? Magari anche buone pulizie. 


martedì 8 agosto 2017

Feria is coming: breve storia della moda flamenca

Se la guardi da Plaza de la Constitución, la porta rossa all'ingresso di calle Larios incornicia perfettamente il monumento al Marchese. É lì ormai già da qualche giorno, ornata di biznagas giganti, a far da sfondo ai selfie dei turisti e dei locali. Lì accanto, a meno di cinque metri, la tradizionale piramide di barili fucsia già inneggia alla perdizione del Cartojal.



Sì, perchè ormai ci siamo. Lo dicono i negozi di moda flamenca presi d'assalto da moltitudini infervorate. Le stoffe a pois. Le offerte irresistibili. Lo dicono le ragazze che promuovono i saldi con le minigonne di volant. Lo dice il tipo che, sbuffando per il caldo, si arrampica sulla scala a pioli per dare gli ultimi ritocchi ad un gazebo. E le scritte al neon coi servizi straordinari sugli autobus. Le pubblicità a tema. La monotonia delle mie ricerche su Google, coordinate all'argomento unico - ed ubiquo- di conversazione. 

Ci siamo, sì. Siamo entrati ufficialmente nella settimana della feria, e io sono emozionata come una bambina. 

In questi ultimi giorni ho rastrellato mercatini. Dilapidato i risparmi in accessori. Sono passata dalla sarta a farmi ritoccare un abito. Ho studiato davanti allo specchio - nella penombra anti-intrusi di camera mia - ogni possibile combinazione cromatica di fiori e mantones. E adesso, quando tutto sembra finalmente a posto, sento l'obbligo morale di iniziare il countdown. 

Lo faccio con un post informativo (ché ormai c'ho preso gusto), riassumendovi la storia degli abiti che in questo periodo dell'anno, a Málaga, tutte noi cerchiamo e sogniamo. Abiti che non sono pura estetica ma tradizione e cultura. La storia di un popolo formato balze, in una perenne e affascinante evoluzione. 

Spero possa aiutarvi ad entrare in atmosfera. 

BREVE STORIA DELLA MODA FLAMENCA*

C'erano una volta i gitani

Le origini dei vestiti flamenchi per come oggi li conosciamo risalgono al XIX secolo. In quell'epoca, infatti, le donne di campagna, per lo più di etnia gitana, erano solite accompagnare i mariti alle fiere di bestiame indossando un camice di cotone molto umile, ornato da una serie di volant. 

In seguito, le donne spagnole più benestanti copiarono il loro stile impreziosendolo con pizzi, passanastri, maniche ornate e molto altro ancora. 



Foto: porsolea.com


L'esposizione del '29

Il 1929 segnò il punto di svolta della moda flamenca. Fu all'esposizione ispano-americana di Siviglia di quell'anno, infatti, che l'abito flamenco si vide consacrato come indumento ufficiale per chiunque volesse assistere alla feria della città, dando inizio alla tradizione che ancora oggi perdura. 


1929. Foto: Pinterest


Gli anni '50: Non solo cotone! 

Negli anni '50 ci fu la vera e propria esplosione dell'industria di settore a livello creativo, con l'abbandono del cotone (che fino ad allora era stato il materiale pressochè esclusivo per la fabbricazione degli abiti) in favore di tutti i tipi di stoffa possibili ed immaginabili. 


Anni '50. Foto: Abc.es


Gli anni '60: dal lungo al corto 

Negli anni sessanta, grazie soprattutto alla bimba prodigio Marisol, l'abito flamenco si accorcia per arrivare fino alle ginocchia o addirittura sopra. Ancor oggi gli abiti corti si indossano nelle ferias, e sono la tipologia di abito preferito per le bambine o le ragazze molto giovani. 


Marisol, anni '60. Foto: todocoleccion.net


Gli anni '70 e '80: esageriamo! 

Negli anni '70 il vestito si allunga nuovamente fino a coprire le caviglie, con una gran abbondanza di merletti e lacci (tendenza che si protrarrà anche nel decennio successivo). 



Anni '70. Foto: Entre Cirios y Volantes


Oggi

Il settore flamenco è, come la moda in generale, in continua evoluzione. Soggetto alle tendenze del momento e permeabile al contesto sociale in cui è immerso, si reinventa costantemente per la gioia delle appassionate. L'industria del settore muove numeri impressionanti, tra eventi dedicati, designer "di fiducia" che hanno ormai legato il loro nome ai bailaores più famosi, stampa, influencer e una rete di fashion blogger specializzate. L'appuntamento più importante, per tutti loro, è il SIMOF: il Salone Internazionale di Moda Flamenca - equiparabile alle nostre fashion week - che ogni anno a Siviglia anticipa i trend di stagione. 


Simof 2017. Foto: Flamenco.moda


Quest'estate persino lo spot del Metro di Málaga ha voluto fornirci un utile riassunto di ciò che va per la maggiore: colori intensi, pizzi, abiti aderenti, volant oversize. 





Per non sbagliare

Nonostante i continui cambiamenti, alcune certezze ci sono. Se volete investire in un abito flamenco che sappia sopravvivere al tempo, optate per la cosiddetta silhouette a chitarra: è la forma più tradizionale e d'impatto, che avvolge in modo sinuoso il corpo della donna aprendosi sul fondo in una serie di volant. Per i colori, scegliete tonalità intramontabili come il rosso, il nero o il bianco. E, se volete una dritta extra, sappiate che i pois non passano mai di moda. 

Non fate le guiri!

Ci sono almeno sei peccati mortali che, secondo le flamenche, commettono i "guiri" (gli stranieri) alla feria. Se volete passare per una del posto e non farvi sgamare subito, è bene ricordarli seguendo queste semplici regole:

1) I capelli non vanno MAI portati sciolti. Potete raccoglierli in uno chignon basso, alto, o laterale; in una treccia, persino in una coda bassa. Potete osare acconciature elaborate. Ma è assolutamente vietato lasciarli al naturale. 


Foto: Peinadosde10.com


2) Il mantón non va mai annodato in vita: per quanto vintage possa essere, oggi come oggi é assolutamente out. Non disperate, però: ci sono altri mille modi per indossarlo, e sono tutti validi. 


Foto: BulevarSur


3) Evitate le scarpe sbagliate! Una ragazza con abito flamenco e scarpe da ginnastica, infradito o tacchi a spillo puó essere solo, ed inequivocabilmente, una straniera. Le spagnole scelgono in genere le espadrillas con un po' di zeppa o, al limite, modelli retró col tacco basso e grosso.


Foto: Instagram - Calzados Hinojosa


4) No alle borse! O meglio, a quelle grandi. Se il vostro vestito non ha la comodissima tasca porta oggetti sul fondo della gonna, sono ammesse quasi esclusivamente le pochette. 


Foto: Pinterest


5) Mai un solo fiore. Un solo fiore in testa, peggio ancora se portato in modo discreto al lato dello chignon, equivale a dire "sono una turista". Portatene almeno due, esagerati, con colori a contrasto, e ben alti sopra la testa. 


Feria de Abril 2017. Foto: Efe


6) No agli occhiali da sole! Si dice che le vere flamenche alla feria non li indossino, ma personalmente é la regola che mi viene piú difficile rispettare. Il sole dell'Andalusia sa essere inclemente, quindi se peccherete io in questo senso vi perdonerò. Non me ne vogliano le locali.  

Allora: pronte per il delirio?

*Fonti: ABC. es, Bulevar Sur, Wikipedia