sabato 10 novembre 2018

Origins (e quel saputello di Google)

Era tutto il giorno che aspettavo con ansia il momento giusto per premere play.

Perchè gli album delle band che ti marcano il ritmo della vita mica li puoi ascoltare così, mentre lavi i piatti, come un sottofondo qualsiasi a cui non presti attenzione.

Naa. Ti ci devi immergere, come in una vasca piena di schiuma.

Devono essere la coccola che fai a te stessa mentre t'isoli dal mondo in uno spazio tutto tuo.

Le band che ti marcano il ritmo della vita si meritano le tue orecchie, i tuoi cinque sensi, il tuo cuore.

Persino Google mi aveva mandato una notifica: "Nuovo disco degli Imagine Dragons, Origins".




Già. Come se non lo sapessi. 


Sul serio, sta diventando ogni giorno più invadente, 'sto coso. 

E "Sono le 2 di notte, cosa fai ancora in giro? Hai 4 hotel vicino, se mai volessi dormire". 

E "Sei alla Casa de Guardia, è un buon posto per fare foto. Fai foto, daaaai. Fai foto, ti prego, fai fotooo. Ma non hai ancora fatto neanche una foto?" 

E "Il tuo volo è oggi. Dovresti uscire di casa adesso perchè potrebbero esserci ingorghi".

Google, te lo dico da amica: E FATTELA, OGNI TANTO, UNA VAGONATA DI FATTI TUOI!


Mamma mia che saputello, oh. Più pesante della gente che qui non la smette più di parlare di Rosalía.

Che poi continua a mandarmi notizie di calcio da quando quest'estate, annoiata sul bus, avevo fatto una ricerca su Isco. Vediamo chi gli spiega che volevo solo sapere quanti anni ha.

Ma, si diceva, gli Imagine Dragons.

Avevo delle buone sensazioni su quest'album, e alla fin fine non si può dire che mi sbagliassi.


Certo, non arriva ai livelli di Smoke + Mirrors.

Di Smoke + Mirrors ce ne sarà sempre e soltanto uno.

Di sicuro, però, ci si avvicina più di Evolve.
Al primo ascolto, le mie canzoni preferite (almeno tra quelle che ancora non conoscevo) sono Cool Out e West Coast. Soprattutto perchè "Sarò la tua West Coast" sarebbe la dichiarazione d'amore definitiva, per me. Quella o "Sarò la tua Málaga". O "Sarò le tue conchas finas al pil pil" . O "Sarò la tua overdose di carboidrati". 'Na roba così.







Ma sto di nuovo divagando.

Digital mi affascinava già nei 30 secondi del teaser che annunciava l'album, e continua a farlo anche ora che l'ho masticata intera. A dire il vero ancora non capisco se mi piaccia o meno, ma è la "I'm so sorry" di questo disco, e penso che dal vivo sarà spettacolare.


In generale, tutta la prima parte mi pare nettamente superiore alla seconda. Only e Stuck, ad essere sincera, le eliminerei proprio dalla tracklist. Ma poi arriva Real Life e, nell'adrenalina che ri-esplode, riscopro il miglior riscatto possibile.


Insomma: ascoltatevelo. Che ve lo dica Google oppure no.

martedì 6 novembre 2018

Era solo un tramonto.



Domenica. 



Come sa essere drammatico il sole quando se ne va. 

Oggi al Muelle Uno é la diva indiscussa sulla scena. Dá una gomitata ai miei casini e non c'è spazio per nient'altro, mentre sanguina sul mare. 

"La bellezza ti fa stare bene...Dio, sapessi quanto mi mancava". 

La voce di un'amica, in sottofondo, s'è sporcata del grigiore delle città del nord. 

Mi parla del coraggio di lasciare il posto in cui non stai bene. Dello skyline che indossa come una calamita personale. Della staticità dei laghi. In definitiva, della ricerca eterna della felicità. 


Ne avevamo già discusso. Ricordo quella volta al Pimpi. 
Nell'aria c'era odore di castagne, e ora mi sembra che si stia chiudendo un ciclo. 

"La vida no tiene prisa", ha scritto qualcuno su una pietra. E sembra quasi un messaggio per noi.



Resto qualche passo indietro, come a voler prendere le distanze dal momento. Al contrario, anzi, come a volerlo fermare. 


Il profilo della nave si scurisce alla mia sinistra con un che di minaccioso. C'è qualcuno che corre sul ponte. Una ragazza dai lineamenti slavi, in equilibrio precario sui tacchi, macina selfie con la testa di lato. 

E poi i gabbiani. "Come si dice gaviota in italiano?". 
I gabbiani sono rimasti immobili, a decine, sopra un tetto. Quasi che anche loro volessero godersi lo spettacolo. 

D'altronde ormai lo guardano tutti, spettatori anonimi in un controluce nero. É lo show di una settimana che agonizza, pugnalata a morte; Freddata da un sole egocentrico che mette tutto in secondo piano. 


La bellezza è terapia. Eh, già. 


E la bellezza a me non sta negli occhi. Cerco di catturarla con l'obiettivo dell'iPhone, come se negli ultimi due anni non avessi fatto questa passeggiata almeno una volta alla settimana. 
Come se non ne conoscessi a memoria i colori, gli odori, le sfumature.
Come se non vivessi qui. 

O se, semplicemente, non mi bastasse mai. 
Perchè è così. 
Málaga, a me, non basta mai. 

E mi accelera il battito in un'incomprensione totale quando mi chiedo come si possa non amarla. Con tutti i suoi difetti, con i suoi contrasti, con il suo essere di tutti e di se stessa. Grezza e raffinata al contempo. Melodrammatica e incostante, proprio come me. 

Io che ora guardo la cattedrale in mezzo ai tronchi di due palme e penso che si sia vestita da sera.
Io che in questo tramonto sento scivolare via come d'incanto tutte le giornate peggiori. 

Il mare é sempre più rosso, ed io ci butto dentro lo stress.
Via, gli antipasti di lacrime degli ultimi due weekend.
Via, lo stomaco chiuso dalle richieste last minute.
Via, lavorare dalle 9.30 all'1.30 della notte dopo.
Via, crollare esausta sul divano. 
Via, dimenticarsi la lavatrice.
Via, dire "sto bene" mentre ti rompi dentro. 
Via, il ricordo che non volevi nel momento meno pensato. 
Via, tutti i piani a cui ho dovuto rinunciare. 

Prima che me ne accorga, la città mi ha lasciato solo ciò che davvero serviva conservare

L'adrenalina di Madrid in un viaggio in giornata, per esempio.
Le luci di Callao, un hotel con il mantón. 
O ancora gli shot di Jagermaister - che poi perchè fa così male la testa?. Sentirsi come le signore di una certa con i classici della loro gioventù quando passano Wannabe e inizi a dimenarti come un'invasata.

Mi ha lasciato i frammenti di ricordi che non tagliano.
I rappresentanti di un'umanità surreale in una sala in cui non eri mai andata prima. Mandare vocali di 10 minuti ad un'amica come sostituto dello psicologo. Incontrare qualcuno per caso per strada e fermarsi a chiacchierare delle ore. 

O ancora parlare di silenzi necessari davanti ad una tapa mentre ti rendi conto che è andato tutto bene. Sentirsi una privilegiata per poder vedere finalmente gli ultimi due episodi di Genius nella casa natale di Picasso. E scoprire che il Guernica riesce a commuoverti persino da uno schermo - come se non ti fossi sentita già abbastanza strana tutte le volte che ti è venuto da piangere al Reina Sofia. Pero, ohi, "que el Antonio lo ha bordao".  



Mi ha lasciato Grace che mi ricorda i tempi andati mentre non riesco a fare i conti nella cacofonia della Tranca. Conoscere persone nuove. E la soddisfazione strana che dà sentirsi dire "ahhh, quindi è questo il tuo bar". 


Questo tramonto mi dà la sensazione che senti quando aiuti una vecchietta ad attraversare la strada. O quando qualcuno fa qualcosa di carino per te in un momento in cui sei un po' giù. 

Perchè dopo due (o dieci, o forse mille) anni la bellezza di Málaga è ancora per me il filtro più potente al mondo.

"Tu hai una cosa a tuo vantaggio" - mi hanno detto- "ed è che sai per certo che il tuo posto è qui".

Mentre il sole se ne va, io ritorno alla vita. 

lunedì 22 ottobre 2018

Tutte le volte che sono stata Robin (Tributo tardivo a How I Met Your Mother)

Era da un po' che volevo scrivere questo post. Nell'ultimo anno pare io mi sia data l'inconsapevole missione di mettermi in pari con le serie mitiche; Quelle di cui tutti parlano e che - per un motivo o per l'altro - non ero ancora mai riuscita a guardare. Se Breaking Bad sapeva di pop corn al caramello, How I Met Your Mother ha il gusto variegato delle cene col computer aperto di fianco alle tovagliette di Mr. Wonderful. Del vino rosso. Dei Vermut alla Tranca. Delle lacrime miste a risate in cui ho diluito la mia vita. 

Perché, vedete, certe sitcom sono molto più di questo. Mi è stato chiaro, una volta di più, proprio questo fine settimana. Passeggiavamo verso La Bacanal, quando qualcuno mi ha confidato di averla interrotta perchè si sentiva troppo Ted. "Mi ero messo in testa che l'avrei finita solo quando avessi incontrato Lei". E di colpo mi sono ricordata dell'amica che ammetteva di essere 100% Lily nella puntata del compleanno. O di quello che cercava invano di spiegarmi l'importanza della Teoria del Portico.



Tutti noi siamo stati uno di quei cinque amici, come tutti siamo stati uno di Friends. Perchè se sei sulla trentina, frequenti un bar che puoi chiamare "solito" e giri con un gruppo di coetanei, beh... prima o poi in almeno qualcuna di quelle situazioni ti ci ritrovi per forza. Ed è allora che una serie smette di essere fiction per diventare manifesto generazionale.

Per quanto mi riguarda, ve l'ho detto in più occasioni: sono - mannaggia a me! - fin troppo  Ted. Ma siccome sono una ragazza e non sono fidanzata, almeno per le prime stagioni mi è risultato inevitabile identificarmi un po' con Robin.

Il mio modo per rendere tributo alla serie più bella di sempre è quindi ricordarne il perchè assieme a voi. 


1. Sono giornalista




Ok che al momento mi occupo di altro, ma lo rimango in teoria, esperienza e formazione. Che la carriera di Robin sia svoltata il 31 Dicembre - giorno del mio compleanno - mi é sempre sembrata una sorta di velato omaggio personale.

2. Sono una solitaria





É un dato di fatto. Avete presente una delle primissime puntate, quando non condivide il cibo col ragazzo con cui sta uscendo, non si traveste da Gretel, e lui la lascia? Ecco, quella sono io. La tipa che va sul tetto a dire a Ted che forse é una persona fredda, e che non troverà mai nessuno. Decisamente, al mille per mille, io. 

3. Ho fame 






Intendo, sempre. Potrei perfettamente mangiarmi una torta nuziale intera se sotto stress. Sono sempre l'ultima a cui portano il cibo al ristorante. E di questa Gif ho fatto una specie di mantra personale. 

4. Faccio ubriacare la gente con i drinking game




... Anche se, più che esserne la protagonista, li invento


5. Vivo in bilico tra due Nazioni








Non mi sento del tutto spagnola, e non mi sento mai del tutto italiana quando torno nel mio Paese d'origine. Una volta mi è stato detto "dovresti farti la doppia cittadinanza" e mi è venuto da sorridere pensando alla puntata da cui è stata estratta questa gif. 

6. Ho dovuto svegliarmi all'alba per lavoro





Durante tre mesi. E, per favore, qualcuno mi ricordi qual era l'episodio in cui Robin ne subiva gli effetti perchè quella era letteralmente la mia vita. 

7. Dico (e scrivo) "letteralmente" letteralmente troppo spesso.





Peraltro me ne sono resa conto solo guardando la serie. 

8. Ogni tanto anch'io ho bisogno di una serata "woo!"






...Se poi coincide con la feria, meglio ancora.

9. Ho il terrore irrazionale di prendere in braccio un bambino.







Le scene in cui Robin evitava in tutti i modi di reggere Marvin le ho vissute in prima persona con i figli di alcune amiche. Beh, non mi sono versata il vino addosso, ma c'è mancato poco.

10. Mi piacciono le cose coi volant







               




Sul serio: io quel trench lo voglio con tutta me stessa.


11. E poi, dai, tutti abbiamo la nostra Patrice!






Voi con chi vi identificate? E, soprattutto: con quale serie - mitica o meno - mi consigliate di riempire il vuoto che i newyorkesi più leggen-aspetta!- dari di sempre hanno lasciato nel mio cuore? I commenti sono tutti per voi. 

lunedì 15 ottobre 2018

El Día de las Escritoras

Oggi in Spagna si celebra la giornata delle scrittrici. O, per dirla con l'hashtag Trending Topic da stamattina, il #DíaDeLasEscritoras. 

Nata nel 2016 per iniziativa della Biblioteca Nacional de España, l'associazione Clásicas y Modernas e la Federación Española de Mujeres Directivas, Ejecutivas, Profesionales y Empresariales, la commemorazione aspira a riconoscere e rendere visibile il ruolo delle donne nella letteratura: un modo per compensare la discriminazione a cui sono state soggette per secoli. 

L'occasione mi ha ispirata a scrivere di getto - e, per qualche motivo a me incomprensibile, in spagnolo - il post che ora condivido qui sotto anche nella mia lingua madre. 



A quanto pare, oggi è la giornata delle scrittrici.
Sinceramente, io non penso di esserlo.

Intendo, per "scrittrice", una persona che si guadagna da vivere scrivendo libri. Ed è vero, io ne ho pubblicato uno. É una delle cose di cui più vado fiera. Di fatto, si può dire che per molti versi mi ha cambiato la vita. Però non sono mai stata in grado di dare un seguito a quell'esperienza; E credo che, oggi come oggi, ci riuscirei solo se fossi senza lavoro, senza amici e senza connessione ad Internet. 

Perciò chiamatemi blogger. Copywriter. Social Media Manager. 

Chiamatemi giornalista, se preferite, visto che finalmente vivo in un Paese in cui il mio diploma di laurea mi dà diritto a definirmi così.  

Scrittrice, però...uff. 

Tutto quello che posso dire è non concepisco la vita senza scrivere. 

Che per me è come andare in bagno, e quando non ci riesco fa male. 

Quello che so è che in tutti i computer che ho avuto c'è stata una cartellina piena di "capitoli 1", "Sinossi_ok.doc" e decine di storie mai concluse. Credo che in giro ci sia persino qualche FLOPPY DISK con qualcosa del genere. Dio mio, come sono anziana. 

So che quando ancora non c'erano gli smartphone mi portavo sempre un'agendina nella borsa per annotarmi frasi e idee (oggi uso le Note dell'iPhone). 

So che a volte mi estraneo dalla realtà per narrarmi nella testa ciò che osservo - o che io stessa vivo- come se fosse la scena di un romanzo. 

Che registro vocali su Whatsapp raccontando le trame assurde che mi vengono in mente sempre nei momenti meno opportuni. 

Quello che posso dire è che quando avevo 10-12 anni scrivevo racconti sui miei quaderni in formato A4. E ricordo con inquietante chiarezza il giorno in cui strappai un foglio con rabbia e lo lanciai nel cestino della spazzatura piangendo disperata, mentre mia madre non capiva cosa stava succedendo. 

Beh, succedeva che non mi piaceva quello che avevo passato quasi un'ora a scrivere. 
E se quell'immagine è ancora così nitida nella mia testa è perchè la sensazione che provai in quel momento per la prima volta avrebbe finito per accompagnarmi per tutta la vita. 

Perchè avere una passione non significa che coltivarla ti riesca facile. O che tutto fluisca sempre in modo naturale. Non implica neanche che debba farti felice in ogni momento. Avere una passione vuol dire avere qualcosa che reclama costantemente la tua attenzione, che tu lo voglia o meno. 

Quando da piccola mi chiedevano cosa volessi fare da grande, rispondevo sempre "la scrittrice". Mi immaginavo seduta ad una scrivania con una penna in mano ad inventare storie tutto il santo giorno. E Dio solo sa come una simile prospettiva riuscisse a farmi felice. 

La cosa strana è che, pensandoci, non è poi così diverso dalla mia realtà quotidiana.

No, non sono una scrittrice.
Almeno non nel senso che intendeva quella bambina.
Ma di sicuro ho una passione, e so che sarà così per sempre. 

Quindi auguri a tutte le donne che, in qualche modo, si identificano in queste mie parole. Grazie, di cuore, per quello che fate. E coraggio, voi sapete perchè. 




PS: Quali sono le vostre autrici preferite? Segnalatemele nei commenti, se vi va, così ampliamo tutti il nostro elenco di letture. 

venerdì 12 ottobre 2018

5 canzoni di Izal per prepararsi al Benalfest

É stato uno di quei piani improvvisati, folli e incasinatissimi; Quelli che ti fanno disperare, ma in genere poi portano ai momenti migliori. O almeno si spera. L'ho festeggiato cosí, il Día de la Hispanidad: svegliandomi tardi. Maledicendo il rumore ritmico di un martello del tutto indifferente alle feste. E alleggerendo il portafoglio in favore di un concerto di Izal. 


Da quando mi aprirono il mondo in una notte di pioggia, sono diventati una costante della mia vita malagueña. Gli Izal sono Laura che me li fa conoscere all'evento di San Miguel. Il salotto della casa di Huelin inondato dal sole. La serata tributo all'Onda Pasadena, col caldo dei bugigattoli senza finestre e un'improbabile sosia di Loredana Berté. Sono gli stivali col tacco che mi portavano a Casa Lola in primavera. Un atterraggio morbido tra le lacrime secche e il sapore dei gambas al pil pil. Sono l'articolo per Total Free Magazine. Il ritornello che si incolla alla testa come una condanna dolce-amara nei giorni in cui venne a trovarmi mia madre. 


E domani, dopo tanto, li rivedrò al Benalfest.

M'è sembrata l'occasione giusta per riepilogare le 5 canzoni che li hanno resi un must delle mie playlist. Se ancora non le conoscete, direi che è giunto il momento di rimediare. 



1. Sueños lentos, aviones veloces



(...que viajan al sur)
L'ho già scritto e lo ribadisco: questo resta, per molti versi, "uno dei ritratti più completi di me". 


2. Santa Paz

Ho letto da qualche parte che sarebbe stata concepita come autocritica. Una sorta di disprezzo urlato nei confronti di tutto ciò che l'autore non sopporta di sé. Mah, se lo dite voi. A me parla piuttosto di pozzanghere in calle Larios, con Málaga specchiata all'ingiú. Eppure, ve lo giuro, non ho ancora ben capito perchè.

3. Pequeña gran revolución



Scritta da MIkel Izal per la nipote, dà il benvenuto al mondo a una bambina appena nata.  Narrato dal punto di vista di un genitore, è l'inno all'amore più puro che esista. Mi ha conquistata la prima volta che li ho visti dal vivo, e ancora oggi mi emoziona ad ogni play.


4. Copacabana



La hit per definizione. Non averla mai ascoltata dovrebbe essere considerato un delitto.

5. Canción para nadie 



Che ognuno la interpreti come preferisce. Per me - che mi sciolgo come burro nella padella delle mie stesse congetture-  parla della Persona con la P maiuscola. Quella che cambierà la nostra vita, scegliendo di condividerla con noi. Il "Grande Amore Fantasma", in definitiva, quando lo immagini e non lo conosci ancora. 



In tutto questo, mi sono appena resa conto che era quasi un mese esatto che non aggiornavo il blog. Credo sia una specie di record personale. Scusatemi: è che la vita, da un po' in qua, mi sta richiedendo un po'troppe attenzioni. 
  


lunedì 17 settembre 2018

Dieci anni d'amore.

Sono le piccole scelte quelle che alla fine ti trasformano la vita. 

Ci penso spesso, da un po' in qua. 

Io, per esempio, ho sempre provato una forte passione letteraria per Charles Baudelaire. 
Così, quando mi ero trovata a dover scegliere la seconda lingua da studiare all'Università, per un - seppur brevissimo- periodo di tempo avevo preso in considerazione il francese. 

Se l'avessi fatto, non sarei mai capitata al corso di spagnolo del Prof. Medina. 

Non avrei mai conosciuto Max. 

Che non mi avrebbe mai fatto un cd pieno di canzoni spagnole. Né mi avrebbe consigliato di ascoltare Los 40 online per "allenare l'orecchio" in vista degli esami. 

Di conseguenza, non avrei mai scoperto Volverá.
Non mi sarei ossessionata con El Canto del Loco. 

Non mi sarei iscritta al loro forum ufficiale. 
Non avrei iniziato a girare la Spagna per seguirne i tour.

... E non avrei finito con l'innamorarmi così perdutamente di questo Paese. 



Piccole scelte, già. 



Come quella di iscrivermi alla specialistica in Giornalismo.
Se non l'avessero tolta da Trieste, non avrei mai fatto la vita da fuori sede a Parma.
Non avrei capito - o almeno non così presto - di essere in grado di cavarmela da sola.
E non avrei avuto il coraggio sufficiente a chiedere di partire per studiare all'estero. 


Se avessi scelto un'altra Università - metti Verona, metti Perugia - tra le destinazioni convenzionate in Spagna non ci sarebbe stato, forse, l'Ateneo di Málaga. 

E oggi io non sarei qui. **

La mia dichiarazione d'amore a Málaga, lo scorso San Valentino.
La foto é stata scattata al Muelle Uno, che nel 2008 ancora non esisteva. 





Sono passati esattamente dieci anni da quando sono partita per l'Erasmus. 
Credevo di fuggire, forse, da una qualche specie di situazione irrisolta. Di andare incontro ai concerti dei gruppi che ascoltavo. 

Quello che non sapevo era che stavo andando a conoscere una versione migliore di me. 

Era sempre stata lì, da qualche parte, nascosta tra la timidezza e il grigiore dei vestiti che indossavo. Eppure, chissà come, sono riuscita a trovarla soltanto nella Costa del Sol.

Mi aspettava nel clima umido di una città che avrei saputo mia all'istante.
Un luogo dove non tutto è stato sempre facile, ma di sicuro è stato sempre degno di essere vissuto.

Oh, Málaga. 
Quante volte, lasciandoti, ho sentito che qualcosa si rompeva dentro me.
Quante volte ti ho promesso che sarei tornata.
Che sarebbe stato l'ultimo aereo.
Che sarei riuscita, un giorno, a chiamarti di nuovo casa

Ricordo un video che avevo postato su Youtube. Inquadravo le valige fatte, sospirando, nel corridoio della casa al civico 44. Nella mia testa suonava Bebe.

Me fui, pa' volver de nuevo. 


L'ho fatto, accidenti.

E oggi si compiono dieci anni esatti dal momento in cui l'Universo ha iniziato a mettersi in moto per portarmi fino a qui.

Per festeggiare, ho voluto riscattare il post che scrissi nel primissimo giorno di quell'incredibile avventura. Si intitolava "Scrivendo da Casa Babylon (con un casino allucinante in sottofondo)" e lo trovate a questo link. 



Tralasciando il fatto che ero una cretina - e pure insopportabilmente giovane - é ancora bello rileggere le mie primissime impressioni sul luogo in cui oggi vivo. 

Certo, ci sono molte cose che mi lasciano perplessa. Tipo: non capisco come diavolo facessi ad essere così meravigliata dai semafori in movimento o dalla gente che suonava per strada. E poi perchè avrebbero dovuto essere per forza dei pseudo-barboni? Voglio dire, venivo dal terzo mondo? E per quale motivo deridevo 'sto povero Cristo che aveva avuto semplicemente la cortesia di presentarsi al telefono? Vi chiedo scusa, sul serio. Con dieci anni di ritardo, ma vi chiedo scusa. 

Avevo completamente rimosso la statua del polipo davanti al Teatro Romano, e pure i mimi sbrilluccicanti in Calle Larios. Avevo scordato anche l'esordio pseudo-comico con la valigia che si rompe in aeroporto; E mi fa sorridere la tenera innocenza di quando scrivevo che il rasta degli occhi quadrati era "ubriaco fradicio" anziché completamente fatto. 

Immagini di repertorio: Calle Larios a Settembre 2008.
Notare la tizia che passeggia dietro, inquietantemente simile per look e taglio di capelli a come sono io ora. 





Lo shock dell'impatto con l'accento andaluso e i vari Cristi appesi ovunque... quello invece sì, lo ricordavo bene.

Rileggo quel post, oggi, e mi dá una strana sicurezza constatare che certe cose non cambiano mai. 

Come il fatto che da subito ho trovato bellissimi i ragazzi malagueñi (ma chi diceva che gli andalusi sono brutti, poi? Ma di quali cavolo di stereotipi parlavo? Sul serio, come facevate a sopportarmi?) 

Ma soprattutto il fatto che, al di là di tutti i cambiamenti subiti negli anni, le ragioni per cui mi sono innamorata di Málaga sono le stesse per cui ancora oggi la amo alla follia. 

"A Málaga ci sono certi incroci che ci metti una vita ad attraversare", scrivevo, "Ma la gente sorride. Ti sorride sempre. La gente ti guarda negli occhi e ti saluta, anche se non ti conosce e sei in una grande città. Se possono ti aiutano, tutti. Anche quando tu non lo chiedi."



La notte della mia laurea, in un momento di incertezza sul futuro, qualcuno mi disse:
"Intanto trova il posto dove sei felice e vacci. Il lavoro verrà dopo".

Se l'ho già scritto perdonatemi: insisto perchè, col senno di poi, è stato forse il miglior consiglio che mi abbiano mai dato.

Io, quel posto, l'ho trovato dieci anni fa. 










** PS: questo é esattamente quello che intendo quando dico che ragiono come Ted Mosby. How I Met My City. Se esiste una cura fatemelo sapere. 






domenica 16 settembre 2018

Oh, See.

Tre del mattino. 
Abbasso lo sguardo sulle scarpe da ginnastica ormai luride. 
"Mio Dio, sono da buttare!"

É la prima cosa su cui mi fisso. 
Ci provo gusto, come se volessi chiedere conferma agli oggetti che la gioia che ho provato è esistita davvero. 
Un bicchiere da lavare. Un foglietto spiegazzato nella borsa. Un braccialetto blu. 

Conto i brillantini incollati sotto i vestiti zuppi di pioggia e birra come ferite di una battaglia bella. 


E le labbra si allargano in un sorriso. 

Per quanto possa sembrare strano, si può dire che l'Oh See sia stato il primo vero festival a cui io abbia partecipato. 
Esclusiva come sono nelle mie fissazioni, ho sempre preferito i concerti singoli. 
Due ore intense- se hai fortuna tre - passate a fissare un palco aspettando la tua dose di emozioni. 


Un solo protagonista. 
Un attimo effimero e bellissimo che non ammette pause o distrazioni. 



Mi emozionava l'idea di vivere finalmente un'esperienza un po' diversa. 
Capire cosa significa passare una giornata intera a trotterellare tra due palchi, con i bassi nel cuore ed un bicchiere in mano. 

Sarei sopravvissuta? Mi sarei - giuro, me l'ero chiesta - un po' annoiata




I preparativi erano iniziati da tempo, nevrotici e solenni nel crescendo di adrenalina.
C'ero io che sognavo le coroncine di fiori del Coachella.
Il meteo che faceva terrorismo preannunciando piogge torrenziali.
C'era la necessità impellente di una borsa abbastanza comoda e capiente da valere la fila alle casse del Primark.
E Nancy che mi mandava le foto dei suoi outfit mentre un tizio mi tartassava per piazzarmi la tessera con gli sconti di non so cosa.
"Y no, mira te lo digo subito...cioé, ya".
NON MI POTETE PARLARE IN SPAGNOLO MENTRE SCRIVO IN ITALIANO. Neanche al contrario.
Dio, che delirio.
E mi son persa al centro commerciale Larios, ritrovandomi al parcheggio con il cellulare in mano.

C'erano i miei amici, che mi chiedevano a intervalli regolari e in tutti i mezzi possibili che autobus dovessimo prendere per arrivare.

"El veinteee, chicos!"

Ci pensavamo tutti, già al live per me un po' troppo rock dei Sexy Zebras. Quando mancavano i kebab e sul taxi che avevo preso di corsa il taxista cantava gli Imagine Dragons.

Il rumore di un tuono. Le dita incrociate.
Poi, quel momento è arrivato.

E, come tutte le giornate memorabili, ha deciso di annunciarsi con eccessivo fragore.
Mi ha sorpresa decretando la morte del vecchio Nokia che usavo come sveglia. Si ringrazia la vescica mi ha fatto aprire gli occhi a mezzogiorno, in mezzo a una caterva di messaggi su whatsapp.

Mierda, ya voy. 
Doccia in tempi record. Incertezza sugli short. 
Come accidenti faccio a dormire così tanto, tío.

Da lì in poi, è stato tutto in discesa. 

Ripenso all'Oh See, oggi.
Oggi che avrei voluto andare in giro per musei, comprare le paste come le famiglie del quartiere, fare una passeggiata sul lungomare. E invece sto qui a prendermi un'aspirina mentre riguardo le foto. La centrifuga della seconda lavatrice in sottofondo e l'elenco di canzoni che mi voglio riascoltare. 

Ripenso all'Oh See. E la mente mi si riempie di immagini sconnesse. 



Io che faccio colazione con la birra ("Beh, ha i cereali"). Il tipo che si impegna a dire che Bob Dylan non è Bob Dylan ("Pero déjame hablar"). Gli sconosciuti che ci riconoscono sui maxischermi. Il fotografo guapísimo del Jagermeister. E fare quattro volte il video a camera lenta allo stand dell'Alhambra perché "el postureo es complicado". 

Ricordo la quantità pressochè infinita di brillantini sulla schiena di Nancy. Andare al bagno degli uomini perchè c'è meno fila. Ballare con le stelle filanti. Il sosia di Sadness. Chiedersi quanti anni ha Coque Malla ad ore improbabili, come se saperlo fosse diventata all'improvviso una questione di vita o di morte.

Ancora, il mal di testa atroce che mi prende mentre suona Iván Ferreiro. Il Gin all'arancia. Dover scegliere se cenare o vedere i Sidonie per poi ritrovarsi a cantare "Por Ti" con un burrito in bocca. 

Il diluvio che ci sorprende mentre suonano Los Planetas. Io che non trovo mai niente nella borsa. Il tizio che si incolla sotto al mio ombrello blaterando robe incomprensibili ("Ma se disturbo me vado, eh?" "Ecco, vai!"). Allungare il bicchiere di birra per chiedere che qualcuno me lo regga mentre tutti credono che io voglia brindare. Facciamo che mi arrangio. Riuscire a mettersi il dannato k-way solo quando smette di piovere. Dico sul serio: chi diavolo li progetta, 'sti cosi?
Il momento in cui ho ammesso, anche a me stessa, che non sono mai stata calciofila ma un po' tifo Málaga. Che una partita alla Rosaleda forse me la vedrei. Che forse mi comprerei la sciarpa. Oddio, ma sono seria? Quando cercavo di spiegare senza successo il thread del russo su Twitter.

Rivivo i miei quattro momenti di puro subidón: No Puedo Vivir Sin Ti di Coque Malla. La Revolución Sexual de La Casa Azul. Años 80 di Iván Ferreiro. La già menzionata Por Ti dei Sidonie.
Che poi, vogliamo parlare di quanto è bella la parola "Subidón"? Non esiste "euforia", "adrenalina" o "esaltazione" in grado di rendere un concetto così.

E "quelli sulle scale". Il cuore di cartone che si rompe. Io che vado a buttare via un bicchiere di plastica due metri più in là; Gli amici, già ubriachissimi, che quando torno chiedono preoccupati "Ma dov'eri? Dove vai da sola?". E lì capisco che "sola" non lo sarò mai.

Decisamente, i festival sono molto diversi dai concerti.

Trotterelli tra due palchi, cambi prospettive, conosci brani e gruppi nuovi. 

Le setlist sono più corte. L'alcol abbonda. L'aspirazione alla prima fila si riduce col passare delle ore. E finisce che chi suona como que te da un poco igual. 
I concerti celebrano la musica, ma i festival celebrano l'amicizia. 

Ed è per questo che, nella mia vita, c'é bisogno di tutti e due. 



sabato 1 settembre 2018

Wake Me Up When...MA COL CAVOLO, GREEN DAY!



Mi sveglio in un bagno di sudore e di pensieri. I rimasugli di qualche immagine onirica sconnessa dentro agli occhi e i capelli già increspati dall'umidità. 

Nuovo mese, nuova playlist. 
Stessa vita.

... Per la cronaca, la nuova playlist inizierà così. 

Da quando sto a Málaga ho imparato ad amare Settembre, cosa che fino a non molto tempo fa mi sarebbe risultata inconcepibile. 

Il fatto è che sì, ti tocca rinunciare agli espetos de sardina (i locali dicono che si dovrebbero mangiare solo nei mesi senza R). 

Devi re-immergerti in una routine lavorativa che ti prosciuga il cervello nell'invenzione costante di testi più o meno creativi. 

Però vuoi mettere? I turisti se ne vanno. Le spiagge si svuotano in un caldo ancora estivo. Il refrigerio delle notti ti conforta nelle strade affollate di routine. 


El Palo 


E d'improvviso sei sola, nell'abbraccio del luogo in cui hai scelto di essere felice. Ti sembra di potergli sussurrare all'orecchio i tuoi più intimi segreti. Sei quasi certa che ti possa capire. 

A Settembre abbondano i motivi per festeggiare. L'anniversario del mio Erasmus (saranno dieci anni tondi, quest'anno). L'anniversario del mio trasferimento. 

E poi gli amici tornano, tutti. Dall'Italia. Dalle vacanze. Dai Paesi in cui stavano vivendo avventure professionali più o meno durature. 

Così ci si riunisce nel bar di sempre a raccontarsi le novità. Si fanno progetti. Si improvvisano piani.

Questo sarà un Settembre di concerti. Tanti.
L.A. alla Fabbrica della Victoria.
I Sexy Zebras gratis per il ciclo di live della San Miguel. 
Il festival Oh, See come evento clue della scena indie spagnola in città.
Un nuovo Sofar a cui spero di riuscire ad andare.

Sarà un Settembre di re-incontri, di grigliate, di persone nuove. Mi perderò nelle passeggiate ai Jardines de Puerta Oscura. Andrò finalmente a prendere il sole al Peñón del Cuervo. E forse mi sentirò un po' meno in colpa a tradire i pomeriggi estivi per una sessione di shopping al centro commerciale Larios - pare che da Primark vendano una linea di accessori ispirata a Friends: capirete che ci DEVO andare. 

Ed è vero che è questo, il Capodanno.
É vero che è il mese dei nuovi inizi. 

Ma se l'Andalusia mi ha insegnato qualcosa è che i nuovi inizi li puoi soltanto amare. 

Quindi no, Green Day, non sono più d'accordo
Svegliatemi ora. Non fatemi chiudere occhio. 

Questi trenta giorni me li voglio godere dall'inizio alla fine. 






domenica 26 agosto 2018

Nela Garcìa e il doppio mistero dell'estate


Ormai é un dato di fatto: i Thriller dell'estate, in Spagna, si leggono su Twitter. A un anno quasi esatto dal fenomeno Bartual, oggi tocca a Nela García tenere il Paese incollato allo schermo del cellulare. Proprio come successe con il vignettista, il suo thread- che conta ormai quasi 83.000 RT - è già soggetto di critiche e dibattiti, oltre che spunto per innumerevoli meme. 




Narrata in un finto real-time, e paragonata nientemeno che a Black Mirror, la trama ruota attorno al misterioso cellulare trovato per strada dalla protagonista. Al suo interno, pochissime app e nessun contatto. Solo un account Facebook e un profilo Instagram senza  follower permettono di risalire al nome della proprietaria: una certa Marta Gutierrez, di Madrid. O, almeno, così pare. Basta, infatti, una semplice ricerca immagini su Google per ritrovare quello stesso volto sul blog di viaggio di Beatrice Williams, una turista americana morta otto anni prima. Sarebbe già abbastanza inquietante, ma non è finita qui: chiamando un numero presente nel registro delle ultime chiamate, una voce contraffatta invita a risolvere delle prove...

Qual è la posta in gioco? E cosa c'entra una scimmia rossa con la sparizione della madre di Nela? Tra parole, foto, video e sondaggi, l'autrice ci regala un colpo di scena dietro l'altro, dimostrando di saper usare a perfezione i codici espressivi di un nuovo formato narrativo ormai del tutto sdoganato in uno dei Paesi più twitteri e social d'Europa.




Ancor più dei suoi predecessori, la García unisce la multimedialità all'interazione, lasciando che siano i suoi follower a risolvere gli enigmi per lei. Non solo, ma ne cita le risposte nei tweet che compongono il racconto, portando l'esperimento ad un livello successivo. In questo modo la trama - per quanto sicuramente pre-studiata - si aggiusta e modifica giorno dopo giorno, anzichè avvalersi esclusivamente di materiali elaborati ad hoc. In sostanza, la comunità diventa PARTE della storia, e non più mera spettatrice. 

Ma non è l'unico elemento di unicità nel caso più virale dell'estate spagnola. Si dà il caso, infatti, che il thread contenga un mistero nel mistero. Prima ancora di chiedersi "come andrà a finire?" la domanda che la Nazione si fa è: "chi c'è dietro?".

Di Nela García non si sa molto, per non dire nulla. Ha i capelli bicolore, con le punte colorate di rosa. Nella biografia di Twitter, si definisce "programmatrice di giorno e gamer di notte". Tutto qui. Senza altri dettagli a gettare luce sulla sua vera identità, le teorie "complottistiche" si sprecano. Anche perchè - ammettiamolo - di dettagli sospetti ce ne sono un bel po'.

L'utente Jose Alonso (@JoseAlonso) è stato tra i primi ad accorgersene. Come tutti i blog, anche quello teoricamente appartenuto a Beatrice Williams contiene un numero di identificazione. Copiandolo e incollandolo sulla barra di ricerca di Google, Alonso è stato rimandato al profilo di un unico utente. Il nome? Ebbene sì, MANUEL BARTUAL. Difficile, peraltro, non accorgersi che il thread della García é iniziato il 20 Agosto del 2018, esattamente alla vigilia dell'anniversario del fenomeno virale di Bartual.

C'è chi è andato più in là. El Hematocrítico - uno degli account twitter più popolari in Spagna - ha azzardato l'ipotesi che il racconto della ragazza sia in realtà frutto della collaborazione tra il vignettista e Modesto García, autore di un altro popolarissimo twit-racconto vincitore di ben due premi alla recente #FeriaDelHilo: il primo contest di twitteratura indetto da Twitter Spagna con il supporto di numerosi brand. Apro una parentesi con almeno due motivi per adorarlo: è malagueño, e l'alter ego con cui ha firmato il suo hilo è Mr.Brightside, come la canzone più famosa dei The Killers. Sto cercando di capire se è single. 

Comunque. Secondo questa teoria, il nome stesso "Nela Garcìa" deriverebbe dall'unione dei nomi dei due autori: Manuel (da cui Manuela, abbreviato Nela) e Garcìa. Non solo, ma sull'account Facebook di Nela, ad inizio Agosto, erano state postate delle foto in cui si vedeva la ragazza intenta a leggere il famoso thread di Modesto. In un altro scatto, il libro di Manuel Bartual appariva in bella vista sullo scaffale alle sue spalle. 


Nela García legge il thread di Mr. Brightside AKA Modesto García


Il libro di Manuel Bartual sulla libreria di Nela García 


Se vi sembrano prove un po' deboli - in fondo, chiunque voglia scrivere un thread virale dovrebbe documentarsi con dei casi di successo - beccatevi questa:

L'indirizzo e-mail di recupero dell'account gmail della supposta proprietaria del cellulare trovato da Nela, marta.gutierrez.espinosa@gmail.com, risulta essere i***@mod**********.com, che corrisponde a perfezione con info@modestogarcia.com: l'indirizzo e-mail riportato sul profilo twitter di Modesto García. Non dimentichiamo, inoltre, che quest'ultimo aveva raccontato il suo famoso thread usando un altro account creato per l'occasione (Mr.Brightside, appunto), quindi non ci sarebbe niente di strano se anche Nela fosse uno pseudonimo. 





La data di nascita di Nela, secondo il suo profilo di Twitter, è 3-2-88. Curiosamente simile a 328, il numero della stanza d'albergo al centro della storia di Bartual. 

Aggiungo che io ho scoperto il thread del momento perchè condiviso- quando ancora i retweet erano relativamente pochi - dall'head of brand strategy di Twitter Spagna, responsabile diretto del racconto di Natale di Manuel Bartual e della #feriadelhilo. Inoltre, il cellulare misterioso è inquadrato troppe volte e mostrato in tutte le sue funzioni per non pensare ad una pubblicità della Samsung. E indovinate chi c'era tra i brand hanno sponsorizzato la Feria del Hilo?

Qualcuno potrebbe obiettare che l'account di Nela esiste dal 2012. Vero. Ma basta una ricerca con i filtri avanzati di Twitter per accorgersi che solo quest'anno il nome é stato cambiato. Prima, l'account apparteneva a un tal @victorizado che - ta daaaan! - stranamente twittava molto sulle partite del Málaga C.F. Da quando ha cambiato nome, Nela ha anche interagito in un paio di occasioni con Bartual. 






Insomma, forse è vero che qualcosa di strano c'è. Ma, qualunque sia la verità, una cosa è certa: la fiction su Twitter è arrivata per restare. 

Potete leggere il thread di Nela Garcìa - chiunque lei sia - qui




UPDATE: Poche ore dopo aver scritto questo post, il racconto si è concluso con un insospettato messaggio educativo e dei titoli di coda da film hollywoodiano. Con essi, la conferma ufficiale: gli autori sono Manuel Bartual e Modesto García, che hanno iniziato a lavorare al progetto due mesi fa. Samsung ha sponsorizzato la cosa, e l'head of brand strategy di Twitter Spagna figura tra i collaboratori. Per il personaggio di Nela sono state utilizzate almeno tre "attrici" diverse e, clamorosamente, nessuno se ne é reso conto. El Hematocrítico non ha svelato nessun inghippo. Al contrario, era anch'egli complice e  il suo thread cospiratorio faceva parte della strategia promozonale.