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mercoledì 30 dicembre 2020

Cose belle del 2020 (sì, ci sono state)

Foto: Pexels



Prima di lui vidi la valigia.

Un trolley bordeaux riempito di pochi abiti stropicciati presi a caso dall’armadio.
Lo fece rotolare fino al centro della stanza, il respiro affannato di chi ha accelerato il passo per non varcare i confini dell’illegalità. 

Poi mi strinse forte.
Era la sera del nostro primo anniversario. La stanza profumava di lasagna. E in quel preciso istante capii, per la prima volta, il significato della parola “gratitudine”.

Mancava ormai poco a mezzanotte, l’ora in cui sarebbe entrato in vigore il lockdown. 


Per lui non si trattava di arrivare tardi ad una cena. Si trattava di scegliere dove e con chi passare i prossimi tre mesi.

In un appartamento spazioso a pochi metri dal mare o in un buco di 30 metri quadrati con vista sul bidone della spazzatura. Con la famiglia o con una tizia isterica che da giorni non faceva altro che piangere leggendo le notizie sui social. 


“Dato che il posto è piccolo potremmo cambiare di tanto in tanto la disposizione dei mobili” - mi disse - “Fare i turni per la spesa così prendiamo aria. Fare esercizio con i video di youtube”. E il sottotesto era che (povero pazzo!) aveva davvero scelto me. 

Seguì una quarantena di ferias improvvisate, performance sonore coi bicchieri di vetro, canzoni giapponesi, cibo a domicilio, zumba, netflix e risate. Tante. Io ho imparato ad accettare il suo disordine, lui s’è rassegnato al mio essere scontrosa quando scrivo.  Ci sono cresciuti i capelli e - nel mio caso - il diametro del sedere. E mentre il mondo, fuori, impazziva, siamo riusciti addirittura ad essere felici.

I tre mesi sono diventati sei. Poi nove. Poi la ricerca di una casa più grande mentre un gatto randagio ci si struscia sulle gambe dandoci il benvenuto nel quartiere.

Il 2020 è stato orribile, non mentiamoci.
Ma è stato anche l’anno in cui ho iniziato a convivere.

E convivere, in qualche strano modo, mi ha aiutata a trovare l’equilibrio. A riprendere a leggere. A chiudere il computer dopo 8 ore di lavoro. A smettere di andare a letto alle 2 del mattino.

Ho affrontato tante cose da sola.
Da sola mi sono trasferita in un Paese straniero.
Da sola mi sono trovata un posto in cui vivere, un lavoro, degli amici. Da sola ho sopportato influenze, mal di stomaco, lutti, addii, inganni e delusioni.

Ma una pandemia, no, quella sarebbe stata troppo. 


Sarei impazzita. Ne sono sicura. 


Me ne rendo conto ogni volta in cui mi stresso per una sciocchezza e lui con un’uscita improbabile mi calma meglio e più in fretta di un sedativo.

Per questo dico che non tutto è da buttare.

Di fatto, di quest’anno ignobile, ho un altro buon pugno di momenti da salvare.

Per esempio, la cena al buio nel ristorante gestito da non vedenti a Barcellona. Indovinare il colore del vino che mi stavano servendo, non capire chi avessi accanto, soffermarsi sui sapori di pietanze da mangiare con le mani.

Il Red Carpet dei Goya. Il mio primo evento di moda flamenca con l’accredito di rivista specializzata nel settore. L’orgoglio del cartellino con sú scritto prensa e un hotel a cinque stelle in cui sognare di volant.



L’escursione con gli amici a Nerja e Frigiliana. La mia prima (e unica) serata di poesia dal vivo. La banda che suona la musica di Chorus Line in plaza de la Constitución mentre esterno il mio entusiasmo in un vocale. Salire sul tetto della Cattedrale e silenziare le notifiche per fingere che il virus non sia già attorno a noi.


E ancora, il primo giorno in cui siamo potuti uscire e il Parco di San Miguel ci sembrava il Paradiso. La piscina della casa rurale di Frigiliana nel giorno più caldo dell’estate. Ricongiungermi coi miei a Venezia in una giornata che così limpida sarebbe stata difficile anche solo da immaginare.







Poi le ventiquattro ore da vip per Esperienza Spagna. Il relax ai Bagni Arabi. Le tante escursioni in catamarano al tramonto - compresa quella in cui ho perso una scarpa pur di riuscirmi a imbarcare.


Per non parlare del weekend romantico a Tarifa. Truccarsi di tutto punto per passare Hallowen seduta sul divano. Le fughe nella natura e il pranzo al sacco sul Gibralfaro ( "Stiamo creando le nostre proprie tradizioni!"). La vigilia alla spagnola.

Il primo gennaio del 2020, ubriaca sul divano, dichiaravo che quest’anno mi faceva paura. Che mi trasmetteva brutte sensazioni. Che per una mia legge personale che ho sempre visto rispettarsi, a un’annata buona ne segue inevitabilmente una cattiva. Il 2019 era stato troppo troppo perfetto per non far presagire il peggio. Sentivo che il pungiglione liquido di una lacrima iniziava a perforarmi l’iride. Esagerata, dicevo a me stessa. E davo la colpa al vino.

Oggi penso al 2021 con un senso di tranquillità. Perchè a quella legge, adesso, voglio credere più che mai. Ho bisogno di farlo. Ho bisogno di convincermi, come convinta ero delle premonizioni fatte su quel divano, che piano piano, a fatica, questa volta andrà davvero “tutto bene”. 





P.S: Subito dopo aver scritto questo post ho avuto un incidente da idiota con il minipimer, ho passato la serata in pronto soccorso e ne sono uscita con 3 punti su un dito. COSA ACCIDENTI STATE CERCANDO DI DIRMI?

martedì 6 novembre 2018

Era solo un tramonto.



Domenica. 



Come sa essere drammatico il sole quando se ne va. 

Oggi al Muelle Uno é la diva indiscussa sulla scena. Dá una gomitata ai miei casini e non c'è spazio per nient'altro, mentre sanguina sul mare. 

"La bellezza ti fa stare bene...Dio, sapessi quanto mi mancava". 

La voce di un'amica, in sottofondo, s'è sporcata del grigiore delle città del nord. 

Mi parla del coraggio di lasciare il posto in cui non stai bene. Dello skyline che indossa come una calamita personale. Della staticità dei laghi. In definitiva, della ricerca eterna della felicità. 


Ne avevamo già discusso. Ricordo quella volta al Pimpi. 
Nell'aria c'era odore di castagne, e ora mi sembra che si stia chiudendo un ciclo. 

"La vida no tiene prisa", ha scritto qualcuno su una pietra. E sembra quasi un messaggio per noi.



Resto qualche passo indietro, come a voler prendere le distanze dal momento. Al contrario, anzi, come a volerlo fermare. 


Il profilo della nave si scurisce alla mia sinistra con un che di minaccioso. C'è qualcuno che corre sul ponte. Una ragazza dai lineamenti slavi, in equilibrio precario sui tacchi, macina selfie con la testa di lato. 

E poi i gabbiani. "Come si dice gaviota in italiano?". 
I gabbiani sono rimasti immobili, a decine, sopra un tetto. Quasi che anche loro volessero godersi lo spettacolo. 

D'altronde ormai lo guardano tutti, spettatori anonimi in un controluce nero. É lo show di una settimana che agonizza, pugnalata a morte; Freddata da un sole egocentrico che mette tutto in secondo piano. 


La bellezza è terapia. Eh, già. 


E la bellezza a me non sta negli occhi. Cerco di catturarla con l'obiettivo dell'iPhone, come se negli ultimi due anni non avessi fatto questa passeggiata almeno una volta alla settimana. 
Come se non ne conoscessi a memoria i colori, gli odori, le sfumature.
Come se non vivessi qui. 

O se, semplicemente, non mi bastasse mai. 
Perchè è così. 
Málaga, a me, non basta mai. 

E mi accelera il battito in un'incomprensione totale quando mi chiedo come si possa non amarla. Con tutti i suoi difetti, con i suoi contrasti, con il suo essere di tutti e di se stessa. Grezza e raffinata al contempo. Melodrammatica e incostante, proprio come me. 

Io che ora guardo la cattedrale in mezzo ai tronchi di due palme e penso che si sia vestita da sera.
Io che in questo tramonto sento scivolare via come d'incanto tutte le giornate peggiori. 

Il mare é sempre più rosso, ed io ci butto dentro lo stress.
Via, gli antipasti di lacrime degli ultimi due weekend.
Via, lo stomaco chiuso dalle richieste last minute.
Via, lavorare dalle 9.30 all'1.30 della notte dopo.
Via, crollare esausta sul divano. 
Via, dimenticarsi la lavatrice.
Via, dire "sto bene" mentre ti rompi dentro. 
Via, il ricordo che non volevi nel momento meno pensato. 
Via, tutti i piani a cui ho dovuto rinunciare. 

Prima che me ne accorga, la città mi ha lasciato solo ciò che davvero serviva conservare

L'adrenalina di Madrid in un viaggio in giornata, per esempio.
Le luci di Callao, un hotel con il mantón. 
O ancora gli shot di Jagermaister - che poi perchè fa così male la testa?. Sentirsi come le signore di una certa con i classici della loro gioventù quando passano Wannabe e inizi a dimenarti come un'invasata.

Mi ha lasciato i frammenti di ricordi che non tagliano.
I rappresentanti di un'umanità surreale in una sala in cui non eri mai andata prima. Mandare vocali di 10 minuti ad un'amica come sostituto dello psicologo. Incontrare qualcuno per caso per strada e fermarsi a chiacchierare delle ore. 

O ancora parlare di silenzi necessari davanti ad una tapa mentre ti rendi conto che è andato tutto bene. Sentirsi una privilegiata per poder vedere finalmente gli ultimi due episodi di Genius nella casa natale di Picasso. E scoprire che il Guernica riesce a commuoverti persino da uno schermo - come se non ti fossi sentita già abbastanza strana tutte le volte che ti è venuto da piangere al Reina Sofia. Pero, ohi, "que el Antonio lo ha bordao".  



Mi ha lasciato Grace che mi ricorda i tempi andati mentre non riesco a fare i conti nella cacofonia della Tranca. Conoscere persone nuove. E la soddisfazione strana che dà sentirsi dire "ahhh, quindi è questo il tuo bar". 


Questo tramonto mi dà la sensazione che senti quando aiuti una vecchietta ad attraversare la strada. O quando qualcuno fa qualcosa di carino per te in un momento in cui sei un po' giù. 

Perchè dopo due (o dieci, o forse mille) anni la bellezza di Málaga è ancora per me il filtro più potente al mondo.

"Tu hai una cosa a tuo vantaggio" - mi hanno detto- "ed è che sai per certo che il tuo posto è qui".

Mentre il sole se ne va, io ritorno alla vita. 

lunedì 17 settembre 2018

Dieci anni d'amore.

Sono le piccole scelte quelle che alla fine ti trasformano la vita. 

Ci penso spesso, da un po' in qua. 

Io, per esempio, ho sempre provato una forte passione letteraria per Charles Baudelaire. 
Così, quando mi ero trovata a dover scegliere la seconda lingua da studiare all'Università, per un - seppur brevissimo- periodo di tempo avevo preso in considerazione il francese. 

Se l'avessi fatto, non sarei mai capitata al corso di spagnolo del Prof. Medina. 

Non avrei mai conosciuto Max. 

Che non mi avrebbe mai fatto un cd pieno di canzoni spagnole. Né mi avrebbe consigliato di ascoltare Los 40 online per "allenare l'orecchio" in vista degli esami. 

Di conseguenza, non avrei mai scoperto Volverá.
Non mi sarei ossessionata con El Canto del Loco. 

Non mi sarei iscritta al loro forum ufficiale. 
Non avrei iniziato a girare la Spagna per seguirne i tour.

... E non avrei finito con l'innamorarmi così perdutamente di questo Paese. 



Piccole scelte, già. 



Come quella di iscrivermi alla specialistica in Giornalismo.
Se non l'avessero tolta da Trieste, non avrei mai fatto la vita da fuori sede a Parma.
Non avrei capito - o almeno non così presto - di essere in grado di cavarmela da sola.
E non avrei avuto il coraggio sufficiente a chiedere di partire per studiare all'estero. 


Se avessi scelto un'altra Università - metti Verona, metti Perugia - tra le destinazioni convenzionate in Spagna non ci sarebbe stato, forse, l'Ateneo di Málaga. 

E oggi io non sarei qui. **

La mia dichiarazione d'amore a Málaga, lo scorso San Valentino.
La foto é stata scattata al Muelle Uno, che nel 2008 ancora non esisteva. 





Sono passati esattamente dieci anni da quando sono partita per l'Erasmus. 
Credevo di fuggire, forse, da una qualche specie di situazione irrisolta. Di andare incontro ai concerti dei gruppi che ascoltavo. 

Quello che non sapevo era che stavo andando a conoscere una versione migliore di me. 

Era sempre stata lì, da qualche parte, nascosta tra la timidezza e il grigiore dei vestiti che indossavo. Eppure, chissà come, sono riuscita a trovarla soltanto nella Costa del Sol.

Mi aspettava nel clima umido di una città che avrei saputo mia all'istante.
Un luogo dove non tutto è stato sempre facile, ma di sicuro è stato sempre degno di essere vissuto.

Oh, Málaga. 
Quante volte, lasciandoti, ho sentito che qualcosa si rompeva dentro me.
Quante volte ti ho promesso che sarei tornata.
Che sarebbe stato l'ultimo aereo.
Che sarei riuscita, un giorno, a chiamarti di nuovo casa

Ricordo un video che avevo postato su Youtube. Inquadravo le valige fatte, sospirando, nel corridoio della casa al civico 44. Nella mia testa suonava Bebe.

Me fui, pa' volver de nuevo. 


L'ho fatto, accidenti.

E oggi si compiono dieci anni esatti dal momento in cui l'Universo ha iniziato a mettersi in moto per portarmi fino a qui.

Per festeggiare, ho voluto riscattare il post che scrissi nel primissimo giorno di quell'incredibile avventura. Si intitolava "Scrivendo da Casa Babylon (con un casino allucinante in sottofondo)" e lo trovate a questo link. 



Tralasciando il fatto che ero una cretina - e pure insopportabilmente giovane - é ancora bello rileggere le mie primissime impressioni sul luogo in cui oggi vivo. 

Certo, ci sono molte cose che mi lasciano perplessa. Tipo: non capisco come diavolo facessi ad essere così meravigliata dai semafori in movimento o dalla gente che suonava per strada. E poi perchè avrebbero dovuto essere per forza dei pseudo-barboni? Voglio dire, venivo dal terzo mondo? E per quale motivo deridevo 'sto povero Cristo che aveva avuto semplicemente la cortesia di presentarsi al telefono? Vi chiedo scusa, sul serio. Con dieci anni di ritardo, ma vi chiedo scusa. 

Avevo completamente rimosso la statua del polipo davanti al Teatro Romano, e pure i mimi sbrilluccicanti in Calle Larios. Avevo scordato anche l'esordio pseudo-comico con la valigia che si rompe in aeroporto; E mi fa sorridere la tenera innocenza di quando scrivevo che il rasta degli occhi quadrati era "ubriaco fradicio" anziché completamente fatto. 

Immagini di repertorio: Calle Larios a Settembre 2008.
Notare la tizia che passeggia dietro, inquietantemente simile per look e taglio di capelli a come sono io ora. 





Lo shock dell'impatto con l'accento andaluso e i vari Cristi appesi ovunque... quello invece sì, lo ricordavo bene.

Rileggo quel post, oggi, e mi dá una strana sicurezza constatare che certe cose non cambiano mai. 

Come il fatto che da subito ho trovato bellissimi i ragazzi malagueñi (ma chi diceva che gli andalusi sono brutti, poi? Ma di quali cavolo di stereotipi parlavo? Sul serio, come facevate a sopportarmi?) 

Ma soprattutto il fatto che, al di là di tutti i cambiamenti subiti negli anni, le ragioni per cui mi sono innamorata di Málaga sono le stesse per cui ancora oggi la amo alla follia. 

"A Málaga ci sono certi incroci che ci metti una vita ad attraversare", scrivevo, "Ma la gente sorride. Ti sorride sempre. La gente ti guarda negli occhi e ti saluta, anche se non ti conosce e sei in una grande città. Se possono ti aiutano, tutti. Anche quando tu non lo chiedi."



La notte della mia laurea, in un momento di incertezza sul futuro, qualcuno mi disse:
"Intanto trova il posto dove sei felice e vacci. Il lavoro verrà dopo".

Se l'ho già scritto perdonatemi: insisto perchè, col senno di poi, è stato forse il miglior consiglio che mi abbiano mai dato.

Io, quel posto, l'ho trovato dieci anni fa. 










** PS: questo é esattamente quello che intendo quando dico che ragiono come Ted Mosby. How I Met My City. Se esiste una cura fatemelo sapere. 






lunedì 6 novembre 2017

Postcard from Tarifa


I posti più belli sono quelli in cui ci si spettina. 
Non sarà un concetto nuovo, ma basta un viaggio un bus per ricordarsi quant'è vero. 




Non tornavo a Tarifa dal 2009, eppure quasi niente mi sembra cambiato.
Le raffiche d'Africa. Il fischio gelato e costante che mi ricorda i pomeriggi grigi del Nord-Est. La fatica a camminare sul lembo sottile di terra che separa il Mediterraneo dall'Atlantico. Lì, nel punto più a Sud d'Europa, mentre la sabbia sottilissima ti si accanisce addosso come un ammasso di piccoli aghi. E nelle orecchie ti risuonano i Negrita, appropriati come sempre mentre deliri di una sbornia fatta solo di natura. 

Con il culo in Europa e il cuore ... là, dove arrivano i traghetti. Dove i rilievi di un altro continente sottolineano quanto siamo tutti vicini.

C'è un matrimonio, pacchiano e patinato come lo sono tutti qui in Andalusia. 
"Che bell'idea, ora le copio la foto!". 
E le case ammassate del centro mi parlano di un Paese che rimane fermo ai confini del tempo. Bianco, come la gomma che cancella in un sol colpo passato e futuro.







No. Non si è ridotta, la bellezza di Tarifa. 

Forse si è aggravata soltanto di una vena patinata in più. Quella dei negozi troppo cari, arredati con cura in nome degli stereotipi di California. Quella dell'atmosfera hippie come se l'immaginerebbe chi è cresciuto nella Milano bene, pavoneggiandosi di scelte bio e vegan solo perchè fa figo. Uno di quegli italiani con le pashmine griffate e gli sguardi di sufficienza che si alternano ai surfisti che lo sono forse solo nei cartelli con cui lo dichiarano all'ingresso delle case.

Quelli veri, invece, stanno sulla spiaggia, incrostati di sale e di acqua, senza le pretese colorate dell'apparenza mentre sfidano onde più grandi di loro. O magari nei camper ai bordi delle strade, che intravedi disordinatissimi dalle porte aperte del relax pomeridiano. 

Sono uno degli aspetti più autentici che ancora questo posto conserva, assieme a certi vicoli pieni d'incanto dove i panni sono stesi ad asciugare nel patio. Un posto in cui probabilmente non vivrei, preferendogli piuttosto la tranquillità di bianco e pietre di cui è fatto il centro storico di Cádiz. Con i bottini dalle facce tristi, gli ultramarinos di qualità, il tonno freschissimo fuori dal mercato. Cádiz, la bella Cádiz, con le sue cupole maestose e le letras flamenche che mi smuovono le idee. 

A Tarifa, però, è quasi obbligatorio rimettere piede ad intervalli alterni. Perchè nelle sue spiagge da Tropici, kilometriche e deserte, ti scompigli la vita per riemergerne nuova. 

Perchè quelle spiagge, belle da far venire i brividi, ti parlano da sole di assoluta libertà. 
































giovedì 8 giugno 2017

Tutto quello che mi mancherà di Huelin.

Postilla in omaggio a un'era. 
Huelin, per chi non lo sapesse, è il quartiere di Málaga in cui vivevo prima di traslocare. Ed è assurdo che sembri già un secolo fa. 

TUTTO QUELLO CHE MI MANCHERÁ DI HUELIN: 







1. Aprire la finestra e vedere il mare. 

2. I pescatori sdentati che mi aiutano a cercare conchiglie per arredarmi casa. 
3. Le signore del tabaccaio che si preoccupano se ricarico la tessera del bus solo con dieci corse. "No será que te nos vas?!". Eh.
4. Il cameriere del Pretende che vuole imparare italiano mettendo la i alla fine di tutte le parole. I miei sforzi per spiegargli la differenza tra "Arrivederci", "Buona sera" e "buona serata". L'espresso come sfida. Le olive più buone del mondo. Le patatas bravas al estilo vintage. "Mi clienta favoritaaa", e poi sentirsele perchè stai col telefono a tavola. 
5. Gli avocado comprati al mercato. 
6. Gli hamburger con pomodoro e miele comprati al mercato. 
7. I gamberi comprati al mercato.
8. La puzza di pesce sulle mani quando metti via la spesa fatta al mercato. 
9. Insomma, dai, il mercato.
10. La gentilezza del fruttivendolo magrissimo vicino al SuperSol.
11. I cinesi che hanno tutto, tranne il senso dell'ordine. 
12. I cinesi che hanno il senso dell'ordine, ma non tutto. 
13. Le file kilometriche alla gelateria Inma (ma perchè non l'ho scoperta prima?!)
14. Il Chiringuito Casa José (eternamente grata, eternamente innamorata). 



15. Le mie passeggiate domenicali per il Paseo Marítimo, che inevitabilmente si trasformavano in trekking kilometrico. 
16. Il tizio della marisquería, ché non ho mai capito cosa fosse quel misterioso chupito azzurro analcolico. 
17. Arrrooooooooozzzz, Arrroooooooz. 
18. Gli ingorghi delle 14.
19. La messa della Domenica. Alzarsi dal letto e che ti cantino "Alleluia".
20. Ha llegado a esta localidad el camión del tapicero. 
21. I coccodrilli di Playa de la Misericordia.



22. Il Mercadona con la sua aria condizionata livello polo nord. 
23. Il tizio che elargisce striscette con profumi improponibili. 
24. II quiz al pub inglese
25. La difficoltà nell'ordinare un gin tonic al pub inglese. "Sì ma con che gin?". "Boh, un gin tonic." "Sì ma larios?" "Ok". "Ma rosé?". "Ma io..." "No, perchè è importante il gin, ne abbiamo millenovecentosessantavirgolasei varietà."
MACHENESOMADAMMENEUNOQUALUNQUEPERDIO.
26. Andare al corso di flamenco a piedi. 
27. Il Vicino Figo (Che poi mi hanno detto che figo non lo è neanche però oh. Permettetemi di dissentire).
28. La musica del Vicino Figo che mi regalava colonne sonore sempre valide mentre mi facevo la doccia. 
29. Le vicine internescional che ogni tanto citofonavano perchè qualcuna rimaneva chiusa fuori.
30. Il patio come megafono naturale che amplifica tutte le conversazioni del circondario.
31. La Térmica, col rastro notturno e gli azulejos che "vietato fotografare". 
32. La stradina con tutte quelle piante e la gente sempre seduta fuori. 
33. Il mercatino del Mercoledì coi vestiti flamenchi a 5 euro. 































34.Llévatelo Mari, llévatelo! 
35. Karana e i suoi vestiti bellissimi a poco prezzo. 
36. La tizia della papelería che "ma sono tutte tue queste carte d'imbarco che vieni sempre a stampare?" 
37. Il caffé viennese con quaranta gradi. 
38. "Tagliare per il parco".
39. Uscire due secondi per vedere il tramonto in spiaggia e poi tornare. Coi capelli spettinati. Con la sabbia nelle scarpe. Con la febbre in inverno. Però sempre, inevitabilmente, più felice. 





Ti devo una parte di quello che sono diventata, angolo d'inaspettato Paradiso. 




domenica 2 aprile 2017

Flashback con applausi

Giusto perchè è Aprile. Giusto perchè è Domenica. Giusto perchè festività e biglietti aerei mi dividono la vita in trimestri. E a me vien sempre voglia di fare bilanci prima di andare a capo.

"Grazie a chi mi sostiene da anni", diceva David Otero dal palco di un concerto intimo, di quelli che sembrano fatti apposta per interagire con il pubblico. La sala, dal nome agli arredi, si ispirava al mondo dei motori. Incastonata tra fabbriche e concessionari d'auto, ne prendeva a prestito l'universo in sedili con cinture di sicurezza, targhe e cartelli stradali. Pubblico eterogeneo come da consuetudine: Hipster coi risvoltini sui jeans; ultratrentenni. Coppie. La compostezza disposta a file su seggiolini anonimi. 

Viene difficile concepire che quelle persone siano cresciute ascoltando lo stesso gruppo che, con dovuto ritardo anagrafico, ha partorito le quindicenni urlanti che ora si accampano per giorni in attesa di Dani Martin.
Un bivio. Stessa storia, diversi finali. Ma l'emozione di Peter Pan, e quel guardarmi negli occhi sorridendo, é insieme ancora il 2008 e tutto il resto della mia vita. 

Palco accogliente, un po' bohemian, senza dubbio suggestivo. Un tizio ha appena urlato "grazie per aver messo mi piace al mio tweet". L'addetto alla security, nel suicidio di luci che precedeva l'inizio, si é cappottato in uno sbadabang sulla piattaforma metallica che sarebbe dovuta servire a far scendere il cantante in mezzo al pubblico. 



Quel brano, cantato senza microfono, nell'abbraccio di voci sommesse di vergogna e cellulari accesi, è stato uno degli altri grandi momenti della serata. 



Ma "Grazie", diceva lui. Chè "Per esempio lì c'è Ilaria, che è venuta dall'Italia..."
- No, no, David! Vivo qui ora.
- Vivi qui? FINALMENTE! 

E l'applauso della Cochera Cabaret mi ha ricordato da quanto tempo l'avrei voluto fare. "En tu España querida". "Definitivamente". "Qué bien."

Giusto perchè oggi, in spiaggia, quell'applauso mi è di nuovo riecheggiato in testa. 

Giusto perché vorrei che continuasse a farlo ancora per un bel po'. 



martedì 20 dicembre 2016

La strada del ritorno.

Avvertenza: questo post è stato scritto a fasi alterne tra il 18 e 19 Dicembre.

Un video pubblicato da Ilaria (@ilaria_luna84) in data:





“La strada del ritorno è sempre più corta”, dice la copertina del mio libro. L’avevo comprato per il titolo, appena pochi giorni prima di partire. 
C’è un che di rotondamente perfetto nel finirlo adesso, sul sedile 08F - posto finestrino - del solito volo Ryan Air. 
Piango i piantini discreti dei finali tristi, mentre la testa bionda del tizio accanto a me si arrende alla gravità nel sonno. Rapido fruscio nella borsa in tela, dove lo scambio senza troppo scalpore con due madeleine portate via dalla dispensa. Erano tutto ciò che restava delle provviste andaluse e, a questo punto, mi sembra giusto così. Le altre le ho fatte fuori ieri sera, con l'aiuto di due amiche, nel corso di una cena improvvisata a casa mia. Pioveva il mondo, oltre all'albero 100% plastica comprato per tre euro dai cinesi.

Nell'estrarle lo sguardo mi cade per un attimo sul nuovo braccialetto con sù scritto boquerona. Un istante. una vita. Un groviglio di pensieri. E dire che a Settembre sembrava un'idea così vaga il Natale...!







“No te preocupes”, intimava il proprietario al telefono prima, al Terminal 2. E invece, visto il tipo, mi preoccupo eccome. Perchè Málaga, questa mattina, sembrava fare di tutto pur di non lasciarmi partire. 


Il frigo sbrinato che allaga il salotto. La suola delle Converse umide di pioggia che si strappa in un crack mentre le indosso. La maniglia della lavatrice che, rompendosi, imprigiona al suo interno i panni lavati. Adesso, però, scelgo di non pensarci. Ctrl+c alla puzza cadaverica che potrebbe attendermi a Gennaio. Alle possibili recriminazioni di un chiodo di troppo piantato nel muro. Alla visita autorizzata di estranei in un nido arancio-rosso che sono riuscita a fare mio.

Perchè adesso, fuori dal finestrino, una fascia di tramonto si posa tra due orizzonti in bilico: da una parte c'è la voglia di famiglia e di relax; Dall'altra il peso del distacco di una vita che mi sembra di aver appena iniziato a far girare. Mentre tutto mi scivola addosso capisco che d'ora in poi sarà questa, la bipolarità a cui mi sono condannata. Che questo punto sospeso nel nulla, in mezzo ai cieli tra Sud Ovest e Nord Est, sarà probabilmente il solo luogo dove incrocerò due identità.



E non lo so, se la strada del ritorno sia davvero più corta.
So che di quel libro, in questi mesi, non ero riuscita a leggere che poche pagine; Che il tempo da dedicarci è rimasto schiacciato in un'autentica centrifuga di volti e situazioni.

L'aereo prosegue la sua rotta, lasciandoseli dietro in una scia mentale. 

La inseguo senza fretta. A sobbalzi e singhiozzi ed indugi.

Le despedidas Pre-Natalizie. Il regaettón in discoteca. L'inferno di Calle Larios alle sei e mezza di sera. E ancora i concerti, il mimo di Hemingway, le tante serate di scambi linguistici. Le chiacchierate con i pescatori mentre scendo a cercare conchiglie in spiaggia, sei ore scarse di sonno, il galà di Los 40 in Tv col tinto de verano, non dormire mai prima delle due. Poi le campane del Mercoledì, le voci invadenti dei vicini, fare progetti con Grace sui posti da visitare. Rivedo la scuola di flamenco, con le sedie verdi posate sui muri di azulejos, la frangia che non sta in piega, le nacchere poco usate, la sera umida di quando sono rimasta chiusa fuori. La mattina della degustazione di prosciutti, la voce di chi dice che entro in connessione con le persone, la signora che due volte alla settimana, alla fermata, mi chiede se l'1 sia già passato. 

Penso a come sia inspiegabilmente (e meravigliosamente!) assurdo che attorno ad un tavolo, dal niente, si aggiunga ogni weekend un volto nuovo. E "come vi conoscete?" e "amici degli amici", e innamorarsi sull'autobus di ragazzi con gli occhi azzurrissimi che alla fermata dopo avrai dimenticato.
Ricordo la difficoltà di cercare casa. Le crisi nervose quando niente sembrava andare per il verso giusto. E poi le offerte di lavoro. I pomeriggi all'Ikea. Gli spazi gravidi d'arte e di mare in cui andare per calmare lo spirito.


I mercatini di Natale al Muelle Uno. Le volte che non ho visto una serie. Le volte in cui sono stata fiera di me.

Una foto pubblicata da Ilaria (@ilaria_luna84) in data:


Poi, un lunedì mattina, mi sveglio nella stanza in cui sono cresciuta. Le pelle rilassata da un sonno profondissimo. La mano che si allunga in un gesto automatico verso il comodino. D'improvviso mi sembra di non essere mai andata via. Tutti quei ricordi sono poco più di un lungo, strano, sogno fatto a oltre duemila kilometri da qui. Un sogno che riprenderò a Gennaio. Là, in un'altra vita. Nella dimensione parallela in cui shakero tre lingue e bevo pochi caffè. Dove i cieli non s'imbiancano nemmeno quando il buio ha fretta. E tutto manca, e nulla manca, insieme come e all'opposto di qui.