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domenica 17 settembre 2017

Concerto vista Oceano.

7 Settembre 2017.
Il sole è una palla rossa imprigionata dentro ad un bicchiere.
Rimbalza impotente su decine di schermi, il logo dello sponsor bene in evidenza sui profili di Instagram. 




Sono felice, Cádiz, di conoscerti finalmente per come sei davvero. Lontana dalla bolgia carnevalesca, dalle distopie dell'eccesso; liberata dalla puzza di piscio e vomito che aveva nascosto ai miei occhi la meraviglia che tutti dicevano. Lo sapevo da quel giorno che eri in qualche modo in debito con me. Così come sapevo che più di otto anni dopo l'avresti saldato. 

L'ho capito su questa stessa terrazza, soltanto poche ore fa. Avevamo mollato i bagagli in un ostello tutto soffitti alti ed azulejos, ancora un po' stropicciate dal viaggio in bus. Una telefonata, un po' di mascara e via, pronte a squarciare a passo svelto il centro storico della città. 

Dal settimo piano di un hotel asettico la tua caotica geometria bianca mi si è svelata come una promessa di infinite sensazioni. Era un saliscendi di tetti piatti e torri aggrappato all'Oceano, quasi temesse di vederlo scappare. Era un racconto di storia e di futuro, di fortezze e d'oro, e ancora ponti gettati sull'era moderna, e Arabia, e Roma e cattedrali. Era il teaser di quel giorno di turismo che è insieme conseguenza e causa del concerto che sta per cominciare. 

Lo skyline, in quel momento del pomeriggio, era interrotto soltanto dalla silhouette magra di David Otero. "Che sorpresa!", esclamava abbracciandomi, mentre lo stesso grido, Cádiz, io avrei voluto riservarlo a te. Céline doveva intervistarlo per una radio francese, e mi aveva dato l'opportunità di accompagnarla. Tutto intorno disponevano le sedie - "nel numero esatto di biglietti venduti, mi raccomando, non si devono vedere buchi nelle foto" - e mentre sorridevo alle direttive della tizia dell'organizzazione mi tornava in mente uno dei tanti corsi di comunicazione all'Università. É simpatica. Porta un fiore tra i capelli e ha vestito la figlia con una gonna di toulle che ricorda un tutú. In una vita parallela potrei essere io. Una vita in cui ho scelto un percorso diverso, mi sono sposata, e ho deciso di essere madre. 

Comunque. 

Ci aveva accompagnati al piano di sotto, in cerca di un posto che mettesse il registratore al riparo dalle rivendicazioni del vento. Meglio, tutto sommato. Ché, panorama a parte, il divano della reception é parecchio comodo. Mi sono bevuta l'intervista sottolineando l'interesse con i click della macchina fotografica. Presenza discreta e rispettosa del lavoro di taglio e montaggio a cui la mia amica si sarebbe dovuta sottoporre a casa. Difficile, però, trattenere una risata quando una signora si è schiantata dal nulla contro la porta chiusa di un ascensore. "Coño, casi se mata!". E praticamente impossibile non intervenire quando alla domanda "Ti piacerebbe suonare in Francia?", David ha risposto "certo", ma ha aggiunto che il luogo in cui gli piacerebbe di più portare la sua musica è l'Italia. 

É bello chiacchierare con lui, da sempre. Ha questo strano dono di metterti a tuo agio, come se in un sorriso eliminasse ogni distanza tra le luci dei riflettori e la vita in cui cambia pannolini. Ormai é una presenza famigliare per me, il che è piuttosto strano da constatare. Insomma, se lo dicessi alla ragazzina che un decennio fa ha imparato lo spagnolo con i video del Canto del Loco probabilmente non ci crederebbe mai. E invece eccoci qua, a scambiare opinioni sull'industria discografica e le migliori strategie per farsi conoscere al di fuori del proprio Paese. Ad analizzare lo strano meccanismo per cui i cantanti italiani, per avere successo in Spagna, traducono le canzoni in spagnolo; E però gli spagnoli cantano le hit italiane in italiano, e se vogliono andare in Italia pensano di dover tradurre le loro, quando in realtà hanno più successo se cantano nella loro lingua. Un casino bilingue, in definitiva. Salta fuori che a David piace Jovanotti. Ed io mi trattengo dal dirgli che ho sempre trovato una qualche affinità nascosta sia nel loro atteggiamento che nella loro musica. 

Eccomi qua, insomma, a farlo ridere con battute sceme che poi ruba per un autografo. A ripassare il passato, a parlare di social. 

Diceva, David, che Facebook ha ormai perso tutto il suo attrattivo, ed io annuivo con convinzione. Diceva che il problema di Twitter è che quando il numero di follower va oltre il centinaio di migliaia le valanghe di cattiveria finiscono per farti stare male. Perchè non importa quanto tu possa fingere di fregartene: l'essere umano è essere umano. Se ti dicono che una canzone è una merda e in quella canzone ti sei messo totalmente a nudo, è un po' come se dicessero che sei una merda anche tu. Anche per questo ha sempre avuto paura ad aprirsi troppo, nei brani. Allora resta Instagram, il più divertente. Che almeno metti le foto e le persone ci mettono i cuori senza impegnarsi troppo a demolirti o approfondire. É la scelta di quasi tutti i vip, ormai. E un po' mi faceva tristezza pensare che la decisione delle piattaforme su cui esprimersi sia dirottata dalla miseria di chi crede che basti nascondersi dietro un nickname per sfogare sugli altri le proprie frustrazioni. 

Adesso non ci resta che aspettarlo, mentre la terrazza si riempie e il sole del tramonto crede che quel piccolo palco sia tutto per lui. Un applauso quando si nasconde dietro al mare. Un ragazzo, una chitarra. Che lo show dei ricordi possa cominciare. 




É la prima volta che David Otero suona a Cádiz come solista. Gran parte del pubblico non é mai stato ad un suo concerto. Un pubblico bello, come é sempre il suo. Amiche sui trent'anni che sorridono estasiate, coppie sui quaranta, famiglie intere, hipster che cambiano volto chiedendo un revival de "El Agricultor" ("Claro, y Pequeñita?"). Il biglietto da visita é per tutti loro una cartolina dallo sfondo mozzafiato. La magia dei brani in acustico, crudi e puri come sono nati. La dimestichezza acquisita del performer che David ha negli anni imparato ad essere. Ed io, che non ne ho alcun merito, di tutto questo mi scopro orgogliosa. 

Perché, dai: cosa c'é di meglio che ridere fino alle lacrime nel bel mezzo di un concerto? A lui succede - e a noi di riflesso - mentre racconta aneddoti di "Una foto en blanco y  negro" e la nostalgia di quel gruppo mi colpisce nel petto come una pugnalata. 

Peccato che nessuno posti quel momento. Forse la memoria di tutti i cellulari é stata, per ripicca, intasata dal sole. 

Ci salutiamo in un abbraccio veloce e la promessa delle prossime puntate. E scendo, anche grazie a lui, alla scoperta della città incantata. 

Sono felice di aver ripreso a viaggiare con la scusa dei concerti. Perché le note di una chitarra possono voler dire anche kilometri di tonno tenerissimo cucinato in mille modi. E acque turchesi, e sabbia bianchissima, e la perfezione di una spiaggia da Caraibi a due passi dal centro città. 





Cádiz è il contrasto tra le pietre marroni e il bianco liscio dei muri, la sensazione di leggero degrado delle pareti scrostate tra i vicoli che in qualche modo riesce a renderli ancora più affascinanti. É un susseguirsi di palme, di piazzette suggestive, di locali con i tavoli fino in mezzo alla strada, perché mangiare é piú importante di camminare. 













Cádiz è la nave da crociera che compare d'improvviso come un condominio in mezzo agli edifici. E tu ti chiedi come sia possibile che in una sola notte ti abbiano rubato il mare. 


Ecco perchè se lo teneva stretto. Ecco perchè hai avuto quella stessa sensazione anche dopo aver salito i 173 gradini della torre Tavira. É come se la città avesse con l'Oceano un legame intenso, ma al contempo lui sembrasse troppo vasto per volersene curare. Detta legge, privando di acqua le barche ormeggiate ogni dannata notte per poi restituirgliela al mattino. Ed io lo guardo, affascinata dall'idea di grandezza che mi suscita da quando ero bambina. 
Vista dalla Torre Tavira


Perchè quando guardi il Mediterraneo riesci quasi sempre a immaginare l'approdo più vicino. Da qui in avanti, invece, solo il nulla più assoluto. Fino in America. Ho tracciato una linea immaginaria sul mio mappamondo: andando sempre dritti la prima terra che si incontra è Virginia Beach. 

Come un anello al dito, la cupola d'oro della cattedrale scintilla di ricchezza, forse anche per stupire chi arriva da così lontano. 







domenica 2 aprile 2017

Flashback con applausi

Giusto perchè è Aprile. Giusto perchè è Domenica. Giusto perchè festività e biglietti aerei mi dividono la vita in trimestri. E a me vien sempre voglia di fare bilanci prima di andare a capo.

"Grazie a chi mi sostiene da anni", diceva David Otero dal palco di un concerto intimo, di quelli che sembrano fatti apposta per interagire con il pubblico. La sala, dal nome agli arredi, si ispirava al mondo dei motori. Incastonata tra fabbriche e concessionari d'auto, ne prendeva a prestito l'universo in sedili con cinture di sicurezza, targhe e cartelli stradali. Pubblico eterogeneo come da consuetudine: Hipster coi risvoltini sui jeans; ultratrentenni. Coppie. La compostezza disposta a file su seggiolini anonimi. 

Viene difficile concepire che quelle persone siano cresciute ascoltando lo stesso gruppo che, con dovuto ritardo anagrafico, ha partorito le quindicenni urlanti che ora si accampano per giorni in attesa di Dani Martin.
Un bivio. Stessa storia, diversi finali. Ma l'emozione di Peter Pan, e quel guardarmi negli occhi sorridendo, é insieme ancora il 2008 e tutto il resto della mia vita. 

Palco accogliente, un po' bohemian, senza dubbio suggestivo. Un tizio ha appena urlato "grazie per aver messo mi piace al mio tweet". L'addetto alla security, nel suicidio di luci che precedeva l'inizio, si é cappottato in uno sbadabang sulla piattaforma metallica che sarebbe dovuta servire a far scendere il cantante in mezzo al pubblico. 



Quel brano, cantato senza microfono, nell'abbraccio di voci sommesse di vergogna e cellulari accesi, è stato uno degli altri grandi momenti della serata. 



Ma "Grazie", diceva lui. Chè "Per esempio lì c'è Ilaria, che è venuta dall'Italia..."
- No, no, David! Vivo qui ora.
- Vivi qui? FINALMENTE! 

E l'applauso della Cochera Cabaret mi ha ricordato da quanto tempo l'avrei voluto fare. "En tu España querida". "Definitivamente". "Qué bien."

Giusto perchè oggi, in spiaggia, quell'applauso mi è di nuovo riecheggiato in testa. 

Giusto perché vorrei che continuasse a farlo ancora per un bel po'. 



martedì 14 marzo 2017

"David y Goliath": il ritratto più intimo di David Otero.

Mi sembra ieri che ho comprato il biglietto online, fissando mentalmente al 17 Marzo la data d'inizio di una delle stagioni concertistiche più appassionanti degli ultimi tempi. Da allora sono passati giorni, settimane, mesi. Nuvole veloci si sono rincorse in un cielo variamente azzurro mentre le coperte lasciavano piano spazio ai costumi sulle corde per stendere del patio. 

Per questo mi sembra incredibile che il countdown sia ormai agli sgoccioli. Venerdì andrò a vedere David Otero (aka El Pescao, aka gli strascichi di passione di una vita in musica); Ed è emozionante, dopo tanti anni, rendersi conto che per la prima volta potrò farlo senza bisogno di aerei, autobus o eccessi di preavviso. 




Suona a Málaga, a La Cochera Cabaret. E per l'occasione mi è sembrato giusto scrivere il post che rimando da una vita. Perchè avrei voluto parlarvene molto prima, dell'ultimo disco di David. Quando ancora odorava di nuovo. Quando l'involucro in plastica della Fnac conservava insieme il rumore dell'aspettativa e un silenzio vuoto di recensioni. Ormai lo sapete che la vita qui mi scompiglia i piani. Adesso di parole se ne sono spese tante, proporzionali al numero di riproduzioni in loop che ho concesso a quel quadrato musicale. 

Non mi rimane molto da dirvi, adesso, se non che la ritrovata identità di David gli ha regalato il disco migliore della sua carriera solista. O che riesce sempre, in qualche modo, ad essere un'iniezione istantanea di buon umore. Tra i miei brani preferiti ci sono "Un mundo para ti", la già citata "Me voy", l'ossessiva "Me enciendes" e l'ultimo singolo "Aire": un gioiellino in cui, come già accadeva per "Castillo de Arena", di nuovo gli elementi naturali si personificano per diventare protagonisti di una storia d'amore. 

Quello su cui però vorrei richiamare la vostra attenzione è "David y Goliath", la traccia che chiude l'album. É un pezzo che tende a passare inosservato. Snobbato dalla maggior parte dei fan. Diverso nel genere. Forse leggermente inferiore agli altri nella qualità dell'arrangiamento. Eppure - magari sarò strana - a me è subito piaciuto da morire. Il fatto è che ci trovo dentro il ritratto più completo ed intimo di David. Mi fa sentire felice di averlo conosciuto quel tanto che basta per sentirci l'eco di tutti i post, le conversazioni in camerino, le caramelle gommose e i marciapiedi di un quartiere di Madrid. E, cosa forse ancora più importante, nonostante sia così personale riesco lo stesso ad identificarmi in molti dei versi, con tutte le mie moderne e banali contraddizioni. 

Vi lascio la traduzione del testo, invitandovi ad ascoltarlo qui. 




Davide e Golia

(David Otero)

Non sono né alto né basso, 
né grasso né magro, 
Un po' solitario e non mi raso mai. 

Mi piace camminare per il lato della vita
In cui nessuno mi mente ma tutti mi guardano
Sono uscito dalla mia bolla e ho potuto guardare l'orizzonte
Io non mi rendevo conto 

Di cosa avevo di fronte: 
un mondo pieno di milioni di persone, 
ciascuna col suo sogno, 
ma quasi tutte sole. 

Io mi sento diverso 
da quasi tutto quello che vedo
Mi piacciono quelli in basso, 
a quelli in alto non credo. 
Sono un calciatore frustrato e con la dislessia
Un Cristiano dimenticato
che un giorno è andato in Chiesa, 
ma perché obbligato. 

Sono pigro 
nei confronti di tutto quello che non mi diverte
Schiavo dei social, 
connesso a tanta gente. 

Mi irritano le critiche 
e mi piacciono gli elogi, 
soprattutto se li ricevo 
per le cose che faccio. 

E tu che pensi 
che non ho dato il meglio di me, 
prigioniero del silenzio che non ho mai sentito. 
Sembra troppo tardi
e ti sei dimenticato di vivere. 
Magari se risvegli dentro di te
Le cose che solo troverà l'amore
capirai un po' alla volta
e prima che io possa continuare. 


Sono una via di mezzo
tra egoista e solidale.
Mi piace guardarmi allo specchio ogni giorno,
Mi annoia seguire tutta la politica, 
ma non c'è alternativa 
perchè ha bisogno di critica!

Ogni tanto nuoto
e mi credo una stella: 
spot alla tv, concerti alla feria...
Ma quando torno a casa e mi spoglio
sono un idiota come qualunque altro uomo nudo.

Io non venivo mai notato
dalle ragazze del mio quartiere, 
però mi consolavo con una del calendario. 
Fino a 17 anni non ho dato il mio primo bacio
ma è stato bellissimo 
perchè nessuno bacia come me. 

E tu che pensi 
che non ho dato il meglio di me...

Preferisco chiacchierare 
con il fruttivendolo del mio quartiere
che farlo con un swagger 
che era hipster un anno fa. 
Sono passato dall'essere l'ultimo della fila
a suonare su palchi davanti a migliaia di persone. 

Adesso sono di nuovo lo sfigato di prima, 
Con molti anni e tutta la vita davanti
Capisco meglio cosa mi ha dato la vittoria: 
sono quelli che ho davanti, 
non è la fama né la gloria

Non credo né al fallimento né al successo nella vita
Non credo negli estremi
Né nell'arrivare fino in cima, 

Mi sembra meglio godersi ogni singolo passo, 
anche se piccolo, 
anche se andiamo piano. 

Ed é tutta una pazzia:
innalzare la guerra come bandiera, 
i confini sulla terra, 
la quantità di barriere, 
i mari inquinati, 
i poli che si scongelano, 
uccidere migliaia di balene
e guardare dall'altra parte

Però, attenzione: bisogna andarci piano
perchè io sono il primo che consuma come un matto. 

Mi piace avere un iPhone e un paio di Levi's, 
guardare il calcio sui canali a pagamento...
io sono più snob degli snob. 

E come cavolo faccio?
Vado a vivere in campagna 
con un orto vicino a un lago 
e smetto di mangiare tanto? 
É che sembra che ci troviamo in un gioco molto complesso, 
chiusi in casa anche senza avere le sbarre. 

Dai il meglio di te adesso
che é il tuo ultimo minuto 
Me ne vado a quel paese
se non mi godo quello che faccio 
Dicendo quello che sono 
e a chi avesse qualcosa da ridire lo stendo
come Golia con la mia fionda. 


giovedì 11 agosto 2016

Canzoni in GIF: una vez más

Le canzoni in GIF non sono una novità per questo blog: come forse ricorderete, avevo già fatto qualche esperimento del genere ai tempi dell'Eurofestival. Più di recente, però, è stato David Otero ad ispirarmi. Su Twitter, aveva preso ad associare versi del suo singolo "una vez más" alle immagini in movimento facilmente reperibili sulla piattaforma. Ricordo di aver pensato che l'atmosfera spensierata del brano, unita ad un'orecchiabilità quasi ossessiva, ci si prestasse particolarmente bene. Così, ho deciso di completare l'opera dell'ex-Pescao (e dei suoi prontissimi fan) ricostruendo in GIF l'intero testo del brano.

"Ce n'era bisogno?", chiederete voi.  Assolutamente no. É una trovata intelligente? Niente affatto. Però, oh: è estate, un po' di leggerezza non fa male e per qualche strana ragione io mi sono divertita. La canzone, se ancora non la conosceste (molto male!) potete ascoltarla qui.


No puedo, no puedo, no puedo besarte no

Non posso, non posso, non posso baciarti no










No quiero, no quiero, no quiero besarte no
Non voglio, non voglio, non voglio baciarti no














No debo, no debo, no debo besarte no
Non devo, non devo, non devo baciarti no















Pero no veo otra opción
Ma non vedo alternative















Me has dejado malherido
Mi hai lasciato ferito












Y tengo tu voz y tus ojos dentro mío
E ho la tua voce e i tuoi occhi dentro di me





















Vamos a vernos solo una vez más, una vez más
Vediamoci solo un'altra volta, un'altra volta














Una vez más o dos
Un'altra volta o due 














Sólo quiero una vez más, una vez más o dos
Voglio solo un'altra volta, un'altra volta o due 




















Non posso, non posso, non posso aspettarti no









































No quiero, no quiero, no quiero, no quiero quedarme no
Non voglio, non voglio, non voglio restare no











No debo, no debo, no debo besarte no
Non devo, non devo, non devo baciarti no



Pero no veo otra opción
Ma non vedo alternative












Me has dejado, mal herido
Mi hai lasciato ferito...












Vamos a vernos sólo una vez más, una vez más, una vez más o dos
Vediamoci solo un'altra volta, un'altra volta o due












Sólo quiero una vez más, una vez más, una vez más o dos
Voglio solo un'altra volta, un'altra volta o due


Questa notte c'é una festa


Uscirò con gli occhiali addosso 



Questa notte c'è una festa 






















Ti giuro non mi scappi! 




La prossima canzone in GIF? David ha già dato uno spunto. 


lunedì 30 maggio 2016

DECEEEEEMPIOOOONS


Spero abbiate letto il titolo cantando, altrimenti ho già fallito.  

Prima di giustificarlo con dei contenuti credo, però, di dovervi qualche scusa. Negli ultimi giorni sono stata letteralmente inghiottita da un nuovo progetto. Niente romanzi, non v'emozionate. Anche se è sempre variamente curioso constatare come l'obbligo di scrivere su un argomento - per quanto entusiasmante - accenda in me la voglia di trattarne altri mille. Roba da psicopatici, vi giuro. Tipo che le scadenze mi impongono di concentrarmi sui Mariachi giapponesi (?) e a me vengono le idee per un saggio sull'evoluzione dei lombrichi croati (?!). 
Comunque. Mentre mettevo la vita in stand by sospirando nostalgie per terre lontane (cioè: rimandavo la prenotazione di un albergo a Madrid per scrivere di Málaga) pare che attorno a me siano successe delle cose.

Tipo la finale di Champions League, con i coriandoli del colore sbagliato e un altissimo tasso di itagnolità. Ho iniziato ad esaltarmici alla vigilia, complici le prime dirette su Periscope. Il vibrato del cellulare in modalità silenziosa, stranamente simile a una serie di rutti, mi restituiva immagini della Puerta del Sol. Era gremita che manco a Capodanno, il cielo di un blu quasi finto sopra al cartellone del Tío Pepe. Giornalisti schierati in una fila ordinata. La cronaca accurata dello staff di Twitter Spagna. Il tizio che si dimena sullo sfondo scattandosi selfie. C'era qualcosa di elettrico, nell'aria. Si percepiva anche da lì. Mi riportava indietro, a quella volta che il derby madrileño aveva valenza uguale in diversa cornice. E io c'ero, ad asserire che sì, Madrid es de Champions, mentre salivo a testa bassa i gradini del metro.

Questa volta, invece delle due maxi-maglie, era stata organizzata una specie di sfida: cinguettavi il supporto alla tua squadra con l'hashtag appropriato e, se vincevi, l'edificio davanti al kilómetro cero si sarebbe illuminato con i tuoi colori. Rosso e bianco, alla fine. Almeno lì. Piccola ma coreografica soddisfazione alla Madrid colchonera per cui gran parte degli italiani sembrava parteggiare. Me compresa, lo devo ammettere. Perchè, quasi fosse una specie di prova generale degli Europei, la sfida aveva risvegliato del tutto la mia anima da Ultrà. 



Screenshot da Periscope


Immaginavo Milano, con le strade prese d'assalto dagli spagnoli, il suono di quella parlata a farsi colonna sonora dei bar e delle strade.  Le comunicazioni degli enti turistici, i messaggi sui social, tutto puntava sulla connessione tra la Spagna e l'Italia. E io, d'un tratto, avrei tantissimo voluto essere là. 

Italospagnolismo via "Comune di Milano" su Twitter
Immaginate, quindi, come posso aver reagito quando ho saputo di David Otero. 
David, già. Mio Dio. David.
Tra le cose che sono successe, mentre io ero china su una tastiera, c'è stata anche l'uscita del suo nuovo singolo. Ritmato e travolgente al punto che si potrebbe brevettare come rimedio istantaneo all'infelicità. Talmente orecchiabile da essere fastidioso. Di quelle canzoni che ti si insinuano in testa sin dal primo ascolto e non ti mollano più.





Tifa (sigh!) Real Madrid, David Otero. E quello stesso pomeriggio, di diretta su Periscope, ne aveva fatta una pure lui. "Domani suonerò a Milano", e ho avuto un micro-infarto. maperdincibacconnaggiaalui, ma dillo prima. Invece no, la cattiveria. Mi costringi a promozioni in extremis, infiniti "andateci" e almeno  il doppio di  "ma uffa" mentre all'una e trenta di un pomeriggio qualsiasi, alla fan zone della squadra sbagliata, un frammento del Canto del Loco corona il mio sogno di sempre. Forse non saprò mai come sia andato quel live. Mi dovrò accontentare di una foto dallo stadio con "campeones!" come didascalia, di una serie di cuoricini non troppo esplicativi su Twitter (love you too, David, ma dime algo, tío!) e dell'ipotesi remota di qualche milanese di passaggio che ora stia canticchiando "una vez má-ááás o doos" in giro per la città. La vita sa essere crudele. 




Una foto pubblicata da David Otero (@davidoteromusic) in data:

domenica 20 dicembre 2015

"Te encontré sincero, primo": pesci, lumache e nostalgia.

É passata ormai più di una settimana, dal concerto di fine tour de El Pescao. Parlarne adesso rischia di sembrare inutile. Notizia vecchia, buona tutt'al più per incartarci il pane. Eppure, per uno dei miei tanti inspiegabili tarli mentali, so che non sarò in pace con me stessa fino a che non vi racconterò come è andata.

Ed è andata bene, intendiamoci. Bene da risate di pancia. Bene del tipo che è stato uno dei live più divertenti a cui io sia mai stata. Roba da coriandoli (e difatti). Da gag sul palco. Da overdose di amici. É andata che ha avuto il sapore di una festa di fine anno scolastico al liceo. Con la birra che sa di trasgressione, gli arrivederci che suonano come un grazie, la spensieratezza di un futuro da esplorare. Aiutava anche la location. I colori psichedelico-naif dei dipinti sui muri della sala Caracol. Lumaca, in italiano. Un posto che chiaramente si chiama così perchè sono tutti lenti da morire. E poi c'erano i deejay. Anzi, i diiyey. Dai, quanto è meravigliosamente buffo come lo pronunciano gli spagnoli? 




Comunque. Il fatto è che sarebbe riduttivo limitarsi a questo. Ad un paragone. A una definizione di cinque lettere appena. No. Per me quel live ha significato ben più di questo. E, d'altra parte, in tutte le feste della mia vita ho sempre avuto almeno un attimo di riflessione. Forse è un problema di chi scrive. Molto più probabilmente, solo mio. 


Mi sembra ieri - e al contempo un secolo fa - che uscivo da una sala prove nel quartiere di Carabanchel. Avevo appena finito di ascoltare per la prima volta il nuovo disco di David Otero. Il resto del mondo (vabbè, di Spagna!) l'avrebbe conosciuto appena di lì a qualche mese, ed io mi sentivo una privilegiata. Ci eravamo fermati a chiacchierare fuori da un portone. Avevamo scattato selfie. Girato video. L'estate illuminava di luce diversa la stessa città che di quel tour avrebbe in fondo scandito tutte le tappe fondamentali. L'aveva sempre fatto. Era così dai tempi de El Canto del Loco. Non dovrebbe stupirmi, dal momento che quella città è la sua. 






A pochi metri da quella sala prove, ignaro di tutto, un discografico della Sony usciva da un bar con i vetri appannati. "Che ci fate qui?!" "El Pescao?!" "Cosa?!". David, quell'etichetta, l'aveva da poco lasciata. Una mossa azzardata che aveva riscontrato tutto il mio entusiasmo, traducendosi al contempo in voglia di rischiare, supporto di agenzie piccole e giovani, ed incremento di soluzioni promozionali anti-convenzionalmente creative. Lui, il discografico, di quel pre-ascolto non sapeva nulla. In compenso ci parlava di Dani Martín. Del DVD di prossima uscita in cui sarei comparsa anch'io. "É sempre speciale lavorare con Dani", diceva. Ed io pensavo "see, certo". Mordendomi la lingua per trattenere il sarcasmo. In quel momento quasi l'odiavo, Dani Martín. Avevo deciso di chiudere quella tappa dopo una delusione che ancora bruciava. Tutto o niente. Niente o tutto. Le mezze misure lasciatele agli altri, non a me. 

É passato più di un anno, da allora. Adesso El Pescao è tornato alla Sony, e ha scelto di mettere fine al progetto Ultramar con una specie di Festival alla sala Caracol. Ha coinvolto i suoi amici. La bravissima Ms Maiko, live from Canarias: un concentrato di energia con l'aggiunta di un tocco di itagnolità ne "il numero da lei chiamato è inesistente" che introduce in italiano uno dei suoi pezzi. Los Galván, al loro decimo anniversario, che mi fanno sgolare rispolverando quella "Por eso canto" che nella versione con Melendi era stata per un periodo uno dei miei ascolti ossessivo-compulsivi. Paula Rojo, che l'accompagna in "Por las Calles de Palermo". E ancora Joshua Diaz, musicista che ho imparato a conoscere a seguito di una richiesta di amicizia mandatami su Facebook. Umile ed efficace mentre canta con David "Descalza y sin avión", il brano che hanno composto assieme e che certo non poteva non piacermi nel suo parlare di aerei e libertà. 




El Pescao, quel festival, l'ha fatto iniziare con una playlist che sembrava una delle mie su Spotify; E già metteva voglia di sorridere e ballare. Una voglia che non si sarebbe mai spenta, neanche dopo. Nello snodarsi di un repertorio calibrato che ri-arrangiava pezzi noti mescolandoli ai meno conosciuti, passando da una Me Da Lo Mismo in chiave rock a una troppo poco suonata Si Me Pusiera en Tu Piel; dalle suggestioni acustiche di "Cuando llegas tú" a quell' "El Mundo de Los Recuerdos" sempre sorprendentemente difficile da cantare.

Un repertorio che, soprattutto, comprendeva una quantità di brani de El Canto del Loco superiori alla media. Ed è questo che non mi aspettavo. La nostalgia. Il modo in cui una sola parola, aggiunta al testo di Tal Como Eres, riesce a disegnarmi in testa tutto un universo di ricordi e sensazioni. 

"Te encontré sincero, PRIMO."
E la mia mente va via, all'istante. Torna al momento in cui, seduti su di una panchina al centro del palco, i due cugini si guardavano cantandola a duetto. Ai palchi fantasmagorici con le "gabbie" a più piani. I carnevali improvvisati al Sant Jordi. Sweet Child o' Mine. Le corse a perdifiato verso una prima fila alla Ciutadella di Roses. Primo. Solo Primo. E ritrovo gli anni belli. Quelli in cui ancora non c'erano stati hotel, abbracci, chiacchiere o anche solo menzioni sui social. E magari vivevo la musica in modo malato, ma mi bastava una dedica dal palco per scoprire una felicità impossibile da descrivere a parole. Una felicità che non avrei mai smesso di provare a raccontare agli altri, che fosse in mille post, davanti ad un caffè al tavolino di un bar, o al telefono con le amiche per ore. L'avrei inseguita ovunque; L'avrei rincorsa per anni, quella briciola di felicità.






Qualcuno, in altre circostanze, mi avrebbe detto più avanti che non ne valeva la pena. Qualcun altro ancora, che "i musicisti sono tutti stronzi, dal primo all'ultimo". 

Ma allora sono i musicisti, semmai, che vanno lasciati perdere. Non la musica. La musica mai. E quando un problema tecnico spegne l'amplificazione sul palco a me viene voglia di riguardare il film di Personas. Quando David attacca "Sperman" ricordo quel concerto del 2008 pressata tra la gente con un caldo boia. Una foto en blanco y negro è ancora il video di compleanno più bello che mi sia mai stato fatto. Non per il montaggio o la canzone, ma per quello che rappresentava. 

Forse non si è mai trattato di riconciliarmi con Dani Martín, ma di riconciliarmi con me stessa. Di accettare che una tappa si è conclusa non in virtù di una delusione, ma di una necessità di vivere le passioni in modo diverso. Forse più sano. Forse più distaccato. Forse si tratta solo di far pace coi ricordi, ripremere play e ripartire da lì. 

L'ho saputo nel momento in cui David ha detto Primo, guardando col sorriso verso il fondo della sala. Sapevo quello che poi avrebbe confermato: Dani era lì, in quello stesso posto. Sapevo anche che non l'avrei visto; che avrebbe evitato la gente, che comunque in ogni caso l'avrei evitato io.

Eppure ero contenta che ci fosse. Ero contenta di provare così forte quella nostalgia. 

E ringrazio El Pescao perchè, senza volerlo, la sua fine tour mi ha dato la giusta carica per festeggiare un traguardo per me importante. Nel 2016 compierà dieci anni il fanclub che ho fondato. Un fanclub che - scioltisi o meno-  era, è e resterà sempre per prima cosa il fanclub di quella band che tanto ho amato.

Larga Vida - siempre- a El Canto Del Loco.