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lunedì 5 dicembre 2016

Concerti e sorprese

É inconfondibile il rumore di un'attesa quando esplode. Alle prime note di Cobacabana il palazzetto sbraita, salta, si dimena. É il tutt'uno di mani e di voci - e spalle, e calci involontari, e lieve odore di marijuana - che sta per "finalmente" quando arriva la hit. Gli Izal, ormai mi sembra chiaro, erano il nome di punta in questa sottospecie di mini-festival. L'ha organizzato la San Miguel, birra gratis col biglietto e timbro col pesciolino, per festeggiare i suoi 50 anni di malagueña internazionalità. Dal centro della pista non si vede un buco libero. Coppiette innamorate. Gruppi di amici ubriachi. Ragazze giovanissime. Famiglie con bambini. Tutti ondeggiano, cantano, strillano d'amore puro. E io, di nuovo, mi scopro a chiedermi in quale razza di dimensione abbia vissuto fino ad ora.




É la prima volta che lo vedo, questo tizio coi riccioli che si dimena sul palco. La sua intera esistenza, a dirla tutta, mi si è rivelata non più di una settimana fa. Io, all'evento di Music Explorers, ci volevo andare per i Sidonie. Gli altri erano un nome sul cartello. Anche corto, poco impegnativo. L'aggettivo superfluo che puoi eliminare da una frase. Però  "Ascoltali, ti piaceranno", aveva detto Laura. Lei che allo stesso evento, per loro, sarebbe corsa anche da sola. Avevamo appena appurato la somiglianza inquietante dei nostri gusti musicali. Curiosità chiama Spotify. Ho premuto play. 

Ed è stato uno di quei play che ti aprono mondi nuovi. 

Perchè sono sempre troppo pochi, ahimè, i dischi che ti entusiasmano davvero. Quelli che ti chiedi "dove eravate?"; quelli che appena finiscono avresti già voglia di farli ripartire. Gli Izal - chiunque essi siano e da qualunque posto vengano - sono senza dubbio una delle migliori scoperte musicali spagnole che io abbia fatto negli ultimi anni.

Posso dirlo con cognizione di causa, ora che li ho apprezzati anche dal vivo. Certo, se me lo chiederete vi risponderò comunque che ho preferito il live dei Sidonie. Ma è solo perchè il tempo mi ha consentito di mettere più vita nei loro album. Tutto qui. Tutto in quella Por Ti che me li fece conoscere anni addietro grazie a un consiglio pubblico di Dani Martín. Tutto nelle aperture dei concerti de El Canto del Loco. Nelle polemiche di qualche loro fan sul forum verde. Nella prima fila del Sant Jordi con le corna da diavolo. Tutto nell'immagine vivida di una strada di Barcellona che per me é - e forse sarà sempre - En Mi Garganta. 



Un video pubblicato da Ilaria (@ilaria_luna84) in data:


Gli Izal, poveri loro, mi girano nelle orecchie da troppo poco per pretendere di generare le stesse emozioni. Ma nonostante questo, nonostante la stanchezza di un concerto iniziato troppo tardi in una giornata partita troppo presto, nonostante conoscessi solo i pezzi dell'ultimo disco, nonostante l'equilibrio precario sui bicchieri vuoti per terra, le loro due ore di esibizione mi sono sembrate durare troppo poco.

Venerdì, ore 2.00: sono uscita nella pioggia, stordita da un mix di adrenalina e relax. E adesso sento quest'esigenza irrazionale di consigliarveli, come ogni volta che qualcosa mi sembra aggiungere bellezza alla quotidianità.

Per un assaggio vi direi di partire proprio da Cobacabana, la già citata hit che dà il nome all'ultimo album: un concentrato di energia su un tappeto di percussioni che vi travolgerà sin dal primo momento. Poi Pequeña Gran Revolución, l'altra faccia della medaglia: un mezzo tempo da cantare a squarciagola, struggente e dolcissimo nel testo dedicato da un genitore alla figlia appena nata. E infine Magia y Efectos Especiales, del secondo disco (ne hanno quattro di studio all'attivo): un vero e proprio climax di ritmo e sensazioni.



Un video pubblicato da Ilaria (@ilaria_luna84) in data:



La cosa migliore, però, è che non sono stati loro l'unica sorpresa. In un periodo particolarmente pieno di novità musicali (dal nuovo e meraviglioso brano degli Imagine Dragons a tre delle Spice Girls che si riuniscono) la notte di San Miguel ha saputo entusiasmarmi anche con i Culitos Chicos. Dio solo sa come diavolo gli è venuto in mente di chiamarsi così, ma questa band cileno-malagueña ha svolto a perfezione il compito di aprire la serata col botto. Mischiando cumbia, rock, reggae e sonorità quasi balcaniche hanno infiammato l'atmosfera quando davanti al palco il pavimento si vedeva ancora. Si può ballare anche seduti su una sedia. E li ho riconosciuti subito come istantaneo antidoto all'infelicità. 


giovedì 28 aprile 2016

Il concerto crowdfunding di Lucas Masciano

Lucas Masciano sogna di girare il mondo, e vuole metterci una colonna sonora. 

Viaggi e musica, d'altronde, sono sempre stati un binomio inscindibile nella vita del cantautore argentino. Basti pensare al documentario con cui, nel 2014, aveva accompagnato l'album "De París a Transilvania". Specchio fedele del suo spirito un po' naif e un po' gitano, quel filmato ci consegnava non solo l'inusuale processo di creazione del disco, ma anche - o forse soprattutto - l'apertura di vedute tipica di chi non capisce il senso dei confini. É proprio per questa sua intrinseca negazione di stereotipi e preconcetti se le canzoni di Lucas lasciano la porta sempre aperta a sonorità miste di folklori lontani.

Vuole cercarne di nuove, adesso. Anzi, a dire il vero le ha già trovate, ma intende arricchirle inseguendo il sogno di una vita. Per questo ha avviato un progetto di crowdfunding online. Un progetto di cui non posso non parlarvi, e non soltanto perchè la musica di questo tizio mi piace. No. La menzione, sul blog, è resa di per sè già doverosa dal cognome. Perchè in quel "Massiano" che gli ispanoablanti strascicano di aspirazioni e sibili c'è un Masciano con pronuncia più marcata, che sa di amatriciana. Italiano, come italiane sono le origini di cui mi parlava un giorno alla Fnac di Madrid. Quelle origini, per il tramite consueto della sua Argentina, l'hanno portato quindici anni fa a suonare per le strade di Barcellona, dove tutt'ora vive. E poi da lì al contratto con le major, alle canzoni su Los 40 Principales, a un nuovo, coraggioso, affrancamento indie, che si costruisce ancora adesso attorno alla schizofrenia di locali mezzi vuoti e immediatamente conseguenti sold out. 



Vi parlo del suo crowdfunding perchè quello che Lucas vuole fare - e che in parte già fatto con "De Paris a Transilvania" - è chiudere il cerchio tornando su quelle strade. I soldi che raccoglierà serviranno a finanziare il suo prossimo disco. E, subito dopo averlo presentato, partirà per un viaggio attorno al mondo in auto. Durerà diversi anni. Anni che lo porteranno a suonare le nuove canzoni, come lui stesso scrive, in "concerti, festival, per le strade, nelle riserve aborigene, nei deserti e nelle grandi città". 

La cosa migliore, però, è che il suo non è un crowdfunding qualsiasi, ma un crowdfunding basato sul live. Masciano farà, infatti, partire la sua nuova avventura con un concerto alla sala Bikini di Barcellona, il prossimo 4 Giugno. Per contribuire al finanziamento del disco si può comprare un biglietto reale per assistere allo show di persona o un biglietto virtuale per seguirlo in diretta streaming grazie ad un codice privato che lo renderà sì accessibile da tutto il mondo, ma solo agli spettatori paganti.



Ovviamente, sono previste varie ricompense a seconda della quantità  di denaro elargita. Perciò, se vorrete strafare, potrete guadagnarvi anche una copia del cd, una maglietta, la partecipazione al videoclip del singolo o una visita agli studi di registrazione, fino ad arrivare ad un concerto privato a casa vostra.

Trovate tutti i dettagli a questo link.   
E io direi che quindici euro per un concerto valgono sempre e comunque la pena. 

lunedì 15 febbraio 2016

Imagine Amsterdam.


Post in differita. Molto in differita. Troppo in differita. Però, in fondo, sempre meglio tardi che mai. 




5 Febbraio 2016. 
La stazione di Bijlmer Arena si apre su un mondo di luci e colori. 

Qui non ci sono biciclette appoggiate ai ponti in attese di acciaio. Le strade non odorano di marijuana e waffle. Nessuna casa si specchia al contrario, pittoresca, nei canali. Eppure è già questa, la zona di Amsterdam che amo di più. 

Mi succede sempre, con i posti non segnati sulle guide. Non poteva non succedermi, nel Paradiso della musica live.

Le persone si muovono a passo svelto, in piccoli gruppi e direzioni alternate. Si incrociano di gusti ed impazienza, riempiendo a poco a poco strade e bar. La senti nell'aria, l'elettricità inconfondibile che precede gli eventi musicali. Si moltiplica e si sparge tra le sale pronte a offrire sogni a chi già attende fuori. Davanti ad un cancello. All'ingresso di uno stadio. Poco importa. Stringono biglietti ben diversi tra le mani ma hanno tutti, sulla faccia, quell'identico sorriso. Quello che, probabilmente, indosso anch'io. 


E' questa, la cosa migliore del concentrare le principali location di concerti 
in pochi metri: che, comunque vada, senti sempre che qualcosa di bello sta per accadere. O è accaduto. Sta accadendo, magari, in questo stesso istante, mentre il vento freddo di una sera qualsiasi ti spettina la frangia sulla strada per l'hotel.

Incredibile, davvero, come la musica sappia costruirti una casa attorno indipendentemente dal luogo in cui ti trovi o dalla lingua che ti parlano accanto. Sono in Olanda. Un posto che non ho mai visitato. Eppure Il rumore metallico dei palchi che si montano è uguale in ogni angolo del mondo. I bus a due piani con i finestrini oscurati, solitari in un parcheggio sterrato, sono gli stessi qui come a Madrid. Nel pomeriggio, persone con il pass legato ai pantaloni accendevano sigarette fuori dall'ingresso staff, ed io mi sono sentita di colpo a mio agio. 




Suonavano i The Foals, ieri, alla Sala Haineken. Oggi, una serpentina ordinata di persone attende un gruppo a me ignoto dal nome Disclosure. Ma è la fila molto più lunga a pochi metri da lì a catturare veramente la mia attenzione. Si dipana da un punto non ben chiaro all'orizzonte, circondando edifici per quelli che mi sembrano kilometri. "Sta a vedere che...". Fermo una ragazza qualsiasi. Mi ispira fiducia. Ha la felicità negli occhi, gli occhiali sul naso, una giacca pesante persino più ingombrante della mia.

"Scusami, siete qui per gli Imagine Dragons?"
"Sì, esatto!"

E benedico di colpo il mio biglietto in gradinata. I posti numerati. L'ansia appena un po' smorzata dall'idea di poter, tutto sommato, aspettare ancora. Anche se, francamente, fosse per me non lo farei. L'impazienza, adesso, è tanta che a quella fila mi accoderei in questo preciso istante. Come quella ragazza che "sarei in gradinata ma ho preferito venire prima". Come quelli del parterre che finalmente intravedono nella frenesia dei buttafuori l'agognato traguardo di un'attesa infinita. Il pre-concerto. Dio, come vorrei sapervelo davvero raccontare.

Sembra ieri che, nei corridoi affollati all'uscita di Assago, ho deciso che li avrei assolutamente dovuti rivedere. Mi era venuta in mente l'Olanda. Avevo pensato che, se l'ultima data è, di per sè, speciale, quella che mette fine il punto a un tour mondiale di due anni doveva essere un evento imperdibile. Aveva senso, lì per lì. 

Poi l'ha perduto.

"Devo essere completamente pazza", negli ultimi giorni non facevo che ripeterlo. Insomma, dai. Comprare un biglietto da una sconosciuta su Internet. Un pdf qualsiasi, che la malafede altrui mi ricordava facilissimo da fotocopiare. Prendere aerei per andare ad un concerto completamente da sola. In una città straniera. Ignota. Pazza è dir poco. Scema non rende l'idea. Certo, se non altro avrei fatto del turismo, visto un posto nuovo. Però tutto il resto... forse, al resto, avrei potuto rinunciare.

Ci avevo pensato. Fino a stasera. Fino a che non ho visto questa fila, questa ragazza. Fino a che le luci proiettate sulla parete dello Ziggo Dome, in lontananza, non mi hanno ricordato chiaramente cosa aveva mosso quella decisione. Una decisione che, come tutte le più assurde, si è rivelata essere poi una delle migliori che abbia mai preso.

Chè meno di un'ora più tardi, all'interno di quel palazzetto enorme, la luce verde sullo scan del ragazzo all'ingresso mi garantirà l'accesso a un personale Luna Park. E sarà bello, nel guardarlo validare il mio biglietto, constatare che delle persone ci si può, a volte, ancora fidare.





Sono seduti accanto a me, i figli della sconosciuta che me l'ha venduto. Un ragazzo e una ragazza, entrambi molto simpatici. Cominciamo a chiacchierare da subito. Perchè la musica è già sottotesto, è premessa al discorso, è il miglior interesse condiviso in assoluto da cui far partire una conversazione. "Siamo tutti qui per la stessa ragione", dirà più tardi, sul palco, il frontman della band. "Non importa la religione, la razza, la provenienza", perchè una manciata di canzoni riesce ad annullare le differenze, a farci sentire parte della stessa storia - foss'anche per due ore scarse appena. "Spread peace and love". Forse, in un coro unisono, si può fare davvero.






Paradossalmente, sono stata più sola ad altri concerti. Non a questo, in cui mi preoccupavo perchè non avrei avuto compagnia. Ridicolo. Ora è quel pensiero a sembrarmi tale, non più l'idea di essere qui. Perchè qui, mentre le luci piano smorzano, si respira già l'inconfondibile atmosfera dell'ultima data. Sa di festa mista a un po' di nostalgia. E non importa da quanto tempo segui un gruppo, da dove vieni, chi sei. E' in quei momenti che capisci che è solamente lì che dovresti essere ora.

I Sunset Sons, dal vivo, mi sembrano ancora più bravi che a Milano. "Devo comprarmi il disco", dico al mio vicino di posto. "Avevi ragione, spaccano". E "lo vedi?". 





Poi, il batterista e il bassista degli Imagine Dragons irrompono sul loro palco in mutande. Una maschera sugli occhi. Il chitarrista che lancia carta igienica per confermare l'usanza tutta americana di finire con gli scherzi una tournè. In fondo inizia già un po' lì, il loro "ultimo concerto".

Un live in cui la scaletta italiana si modifica leggermente per far crollare il palasport sotto il peso emotivo di Amsterdam, uno dei miei preferiti in assoluto. 






O, ancora, per riciclare vecchi brani come Bleeding Out, suonare interamente Hopeless Hopus. Immaginare un cielo stellato dove le torce dei cellulari accendono le tribune in "Second Chances". E meno male che gliel'ho data, la seconda possibilità di farmi stare bene.




Dan Reynolds non riesce ad attaccare Gold, ostacolato da un attacco di genuine risate provocato da uno scherzo non meglio identificato da parte di un suo compagno di gruppo. Daniel Platzman - che la maschera non se la toglie mai - si scatta selfie a pioggia con della gente che, in platea, si è travestita da unicorno. Il cantante dei Sunset Sons si vendica salendo sul palco vestito da donna sulle note di "On Top Of The World".





No, decisamente non è stato un concerto normale. E a chi mi chiede se sia stato migliore o peggiore di Milano posso solo dire questo: che sono felice di averli vissuti entrambi. Che Milano è stata la prima volta, l'attesa interminabile, la scoperta. Invece Amsterdam è stata follia. In tutti i sensi. Ma è stata una follia che, tra le altre cose, mi ha regalato facce nuove, case che si specchiano al contrario, biciclette appoggiate ai ponti e musei spettacolari. 

Ecco perchè le sono grata.

Perchè la mia follia ha quasi sempre a che vedere con la musica. E la musica è - non sarò mai stanca di dirlo- il miglior pretesto in assoluto per viaggiare.




domenica 20 dicembre 2015

"Te encontré sincero, primo": pesci, lumache e nostalgia.

É passata ormai più di una settimana, dal concerto di fine tour de El Pescao. Parlarne adesso rischia di sembrare inutile. Notizia vecchia, buona tutt'al più per incartarci il pane. Eppure, per uno dei miei tanti inspiegabili tarli mentali, so che non sarò in pace con me stessa fino a che non vi racconterò come è andata.

Ed è andata bene, intendiamoci. Bene da risate di pancia. Bene del tipo che è stato uno dei live più divertenti a cui io sia mai stata. Roba da coriandoli (e difatti). Da gag sul palco. Da overdose di amici. É andata che ha avuto il sapore di una festa di fine anno scolastico al liceo. Con la birra che sa di trasgressione, gli arrivederci che suonano come un grazie, la spensieratezza di un futuro da esplorare. Aiutava anche la location. I colori psichedelico-naif dei dipinti sui muri della sala Caracol. Lumaca, in italiano. Un posto che chiaramente si chiama così perchè sono tutti lenti da morire. E poi c'erano i deejay. Anzi, i diiyey. Dai, quanto è meravigliosamente buffo come lo pronunciano gli spagnoli? 




Comunque. Il fatto è che sarebbe riduttivo limitarsi a questo. Ad un paragone. A una definizione di cinque lettere appena. No. Per me quel live ha significato ben più di questo. E, d'altra parte, in tutte le feste della mia vita ho sempre avuto almeno un attimo di riflessione. Forse è un problema di chi scrive. Molto più probabilmente, solo mio. 


Mi sembra ieri - e al contempo un secolo fa - che uscivo da una sala prove nel quartiere di Carabanchel. Avevo appena finito di ascoltare per la prima volta il nuovo disco di David Otero. Il resto del mondo (vabbè, di Spagna!) l'avrebbe conosciuto appena di lì a qualche mese, ed io mi sentivo una privilegiata. Ci eravamo fermati a chiacchierare fuori da un portone. Avevamo scattato selfie. Girato video. L'estate illuminava di luce diversa la stessa città che di quel tour avrebbe in fondo scandito tutte le tappe fondamentali. L'aveva sempre fatto. Era così dai tempi de El Canto del Loco. Non dovrebbe stupirmi, dal momento che quella città è la sua. 






A pochi metri da quella sala prove, ignaro di tutto, un discografico della Sony usciva da un bar con i vetri appannati. "Che ci fate qui?!" "El Pescao?!" "Cosa?!". David, quell'etichetta, l'aveva da poco lasciata. Una mossa azzardata che aveva riscontrato tutto il mio entusiasmo, traducendosi al contempo in voglia di rischiare, supporto di agenzie piccole e giovani, ed incremento di soluzioni promozionali anti-convenzionalmente creative. Lui, il discografico, di quel pre-ascolto non sapeva nulla. In compenso ci parlava di Dani Martín. Del DVD di prossima uscita in cui sarei comparsa anch'io. "É sempre speciale lavorare con Dani", diceva. Ed io pensavo "see, certo". Mordendomi la lingua per trattenere il sarcasmo. In quel momento quasi l'odiavo, Dani Martín. Avevo deciso di chiudere quella tappa dopo una delusione che ancora bruciava. Tutto o niente. Niente o tutto. Le mezze misure lasciatele agli altri, non a me. 

É passato più di un anno, da allora. Adesso El Pescao è tornato alla Sony, e ha scelto di mettere fine al progetto Ultramar con una specie di Festival alla sala Caracol. Ha coinvolto i suoi amici. La bravissima Ms Maiko, live from Canarias: un concentrato di energia con l'aggiunta di un tocco di itagnolità ne "il numero da lei chiamato è inesistente" che introduce in italiano uno dei suoi pezzi. Los Galván, al loro decimo anniversario, che mi fanno sgolare rispolverando quella "Por eso canto" che nella versione con Melendi era stata per un periodo uno dei miei ascolti ossessivo-compulsivi. Paula Rojo, che l'accompagna in "Por las Calles de Palermo". E ancora Joshua Diaz, musicista che ho imparato a conoscere a seguito di una richiesta di amicizia mandatami su Facebook. Umile ed efficace mentre canta con David "Descalza y sin avión", il brano che hanno composto assieme e che certo non poteva non piacermi nel suo parlare di aerei e libertà. 




El Pescao, quel festival, l'ha fatto iniziare con una playlist che sembrava una delle mie su Spotify; E già metteva voglia di sorridere e ballare. Una voglia che non si sarebbe mai spenta, neanche dopo. Nello snodarsi di un repertorio calibrato che ri-arrangiava pezzi noti mescolandoli ai meno conosciuti, passando da una Me Da Lo Mismo in chiave rock a una troppo poco suonata Si Me Pusiera en Tu Piel; dalle suggestioni acustiche di "Cuando llegas tú" a quell' "El Mundo de Los Recuerdos" sempre sorprendentemente difficile da cantare.

Un repertorio che, soprattutto, comprendeva una quantità di brani de El Canto del Loco superiori alla media. Ed è questo che non mi aspettavo. La nostalgia. Il modo in cui una sola parola, aggiunta al testo di Tal Como Eres, riesce a disegnarmi in testa tutto un universo di ricordi e sensazioni. 

"Te encontré sincero, PRIMO."
E la mia mente va via, all'istante. Torna al momento in cui, seduti su di una panchina al centro del palco, i due cugini si guardavano cantandola a duetto. Ai palchi fantasmagorici con le "gabbie" a più piani. I carnevali improvvisati al Sant Jordi. Sweet Child o' Mine. Le corse a perdifiato verso una prima fila alla Ciutadella di Roses. Primo. Solo Primo. E ritrovo gli anni belli. Quelli in cui ancora non c'erano stati hotel, abbracci, chiacchiere o anche solo menzioni sui social. E magari vivevo la musica in modo malato, ma mi bastava una dedica dal palco per scoprire una felicità impossibile da descrivere a parole. Una felicità che non avrei mai smesso di provare a raccontare agli altri, che fosse in mille post, davanti ad un caffè al tavolino di un bar, o al telefono con le amiche per ore. L'avrei inseguita ovunque; L'avrei rincorsa per anni, quella briciola di felicità.






Qualcuno, in altre circostanze, mi avrebbe detto più avanti che non ne valeva la pena. Qualcun altro ancora, che "i musicisti sono tutti stronzi, dal primo all'ultimo". 

Ma allora sono i musicisti, semmai, che vanno lasciati perdere. Non la musica. La musica mai. E quando un problema tecnico spegne l'amplificazione sul palco a me viene voglia di riguardare il film di Personas. Quando David attacca "Sperman" ricordo quel concerto del 2008 pressata tra la gente con un caldo boia. Una foto en blanco y negro è ancora il video di compleanno più bello che mi sia mai stato fatto. Non per il montaggio o la canzone, ma per quello che rappresentava. 

Forse non si è mai trattato di riconciliarmi con Dani Martín, ma di riconciliarmi con me stessa. Di accettare che una tappa si è conclusa non in virtù di una delusione, ma di una necessità di vivere le passioni in modo diverso. Forse più sano. Forse più distaccato. Forse si tratta solo di far pace coi ricordi, ripremere play e ripartire da lì. 

L'ho saputo nel momento in cui David ha detto Primo, guardando col sorriso verso il fondo della sala. Sapevo quello che poi avrebbe confermato: Dani era lì, in quello stesso posto. Sapevo anche che non l'avrei visto; che avrebbe evitato la gente, che comunque in ogni caso l'avrei evitato io.

Eppure ero contenta che ci fosse. Ero contenta di provare così forte quella nostalgia. 

E ringrazio El Pescao perchè, senza volerlo, la sua fine tour mi ha dato la giusta carica per festeggiare un traguardo per me importante. Nel 2016 compierà dieci anni il fanclub che ho fondato. Un fanclub che - scioltisi o meno-  era, è e resterà sempre per prima cosa il fanclub di quella band che tanto ho amato.

Larga Vida - siempre- a El Canto Del Loco. 





lunedì 12 ottobre 2015

Riemergere da un weekend nel Día de la Hispanidad.


Da certi weekend capita anche che ci riemergi. A fatica, come se sgambettassi dai fondali più profondi, con migliaia di ricordi a zavorrarti i piedi. Non è piacevole. Ci stavi bene, sott'acqua. O, fuor di metafora, nel caldo del tuo letto, la mattina di un Lunedì che arriva troppo in fretta. Ti piomba addosso, col ronzio del tosaerba a dividerti in due la fase Rem. Prima della sveglia. Prima della comprensione. 

L'aria, suppongo. Qualcosa di simile. In cucina un paio di biscotti al cocco, un messaggio vocale sul cellulare. E sei più stanca di quanto tu ricordi di essere mai stata. Dovrebbe essere previsto un weekend per riprendersi dai weekend. Dovrebbe essere almeno proibito che sfocino in un cielo grigio. Covi pensieri funesti. Tipo che il tuo ideale di vita dovrebbe essere sposare un milionario e farti mantenere. O collaudare materassi, che ne so. Ti viene in mente che oggi è il Día de La Hispanidad. Per qualche motivo, lo trovi di buon auspicio. Prima, però, fatemi dormire. 

E poi, sotto la doccia, é tutto un ritornare. Sono immagini sconnesse. Foto in auto-proiezione. Ci sono le pareti colorate del bar in cui hai presentato il libro. La foto di Hemingway sopra la tua testa. L'installazione con le meduse di quel nuovo negozietto di design che inauguravano a Trieste. 




Ci sono i nuovi jeans di Desigual, comprati sfidando la bora a 130, col sacchetto che ti fa da vela. "I hope you know how beautiful you are", c'è scritto all'interno. La cena per due persone vinta al Casinó - io che non vinco quasi mai niente. I budini della Cameo gratis davanti al tramonto più bello di sempre. Un pullman costato 2 euro. Enrique Iglesias sparato a manetta. Rebecca che ti dice "io quasi quasi mi trasferisco". Renzo e Lucia che, più che Twitter, userebbero Whatsapp. C'é una ragazza del Venezuela che ti dice di non aver mai visto tanto talento come in Italia. "Sí, peccato che non ci diano spazio per esprimerlo", ribattevi in modo quasi meccanico. E lei insisteva che no, che sono tutte balle. "Siete voi stessi a frenarvi, perchè siete troppo legati a quello che la gente potrebbe dire o pensare". Dio solo sa quanto avesse ragione. E poi un altro sorso. E poi vorresti visitare il Guatemala. 









É che certi weekend ti lasciano una traccia dentro. Lo capisci il giorno dopo, ripercorrendo quelle stesse strade. Un bicchiere ancora rotto sotto il tavolino di un bar assume di colpo lo sguardo schifato di una donna. "Ragazzi, state un po' attenti, eh!". "Ci scusi, glielo ripaghiamo". Qualcuno che strabuzza gli occhi. L'ennesimo selfie. Un sottofondo di tunz-tunz. L'angolo di un edificio un po' malandato echeggia le voci di tre ragazze che confabulano. Il palco, sconquassato dal vento forte, è tutto un clang clang di disperazione. Eppure ti sembra di vederlo ancora illuminato dai riflettori, nel momento in cui scrutavi l'orizzonte preoccupata, e tartassavi Rebecca di squilli perchè "ora inizia" e non la vedevi tornare. Poco più in là, pieni e vuoti di risate e birre, felicità e lievi tensioni, segni zodiacali e musica. Ascoltata, detta, e da ascoltare. La musica che crea e disfa i miei universi. E a cui - proprio per questo - non saprei rinunciare. 

Chè alla fine è andata come avrei voluto. E non importa se il concerto de Il Cile aveva scaletta ridotta. Se faceva troppo freddo. Se non è stato forse il mio preferito tra i suoi. Quello che importa è che ha concluso un tour sintetizzando tutto quello che per me ha significato: nuove conoscenze. Notti insonni. Dialoghi al buio e sorrisi appena sveglia. Umanità, nel bene e nel male. Amicizia. E in quella, un male, non c'è mai. 



venerdì 11 settembre 2015

El Pescao sul tetto che scotta (Live The Roof, Barcelona)

Mi è francamente difficile immaginare qualcosa di meglio di un concerto intimo al tramonto. Su di una terrazza panoramica. Al sesto piano di un hotel con vista su di una città spagnola. Figuriamoci se, poi, quella città si apre sul mare. Figuriamoci se a cantare è un artista che segui da ormai più di dieci anni. Uno con i piedi per terra, che ti abbraccia quando ti rivede.






Non c'é da stupirsi che io mi sia emozionata, ai primi accordi di "Una Foto En Blanco Y Negro". Non l'avevo mai sentita, cantata da El Pescao. Non dal vivo. Quella canzone - e chi mi conosce lo sa bene - ormai per me trascende il mero concetto estetico. Non posso più essere sicura che mi piaccia in quanto tale, perchè ha smesso di essere combinazione di testo e musica dal momento in cui ha iniziato a proiettarmi in testa il film di tutta una vita. 

Una foto en blanco y negro sono io su un treno diretto a Trieste. Io aggrappata alle transenne in qualche posto della Spagna. Io che cammino da sola per le strade di Parma, felice, in un giorno di sole. Mi sembra quasi un essere vivo, ora che si è spogliata da ogni fronzolo elettronico. E, vestita com'è soltanto degli accordi di una chitarra spagnola, mi riassume in tre minuti il motivo per cui sono qui. 

Quando ho comprato il biglietto per assistere al live di David Otero per Live The Roof, non sapevo ancora se sarei potuta andare a Barcellona. Era il penultimo. "Al massimo lo rivendo", dicevo. Ma una parte di me ha sempre saputo che avrei fatto di tutto per non perdermelo.

Perchè, se scegli di andare all'estero per un concerto, dovresti far sì che almeno sia particolare. Diverso dagli altri. Degno, in sostanza, di un ricordo indelebile.

Questo lo è stato. E per quanto abbia dato sfogo al mio insito romanticismo, si è rivelato anche divertente come pochi. Sì. Perchè El Pescao - ho già avuto modo di dirlo - è diventato uno showman di quelli navigati. Uno che, a quelle cento persone su un tetto catalano, racconta aneddoti. Uno che ci chiacchiera e ci interagisce a suon di gag improvvisate con la suoneria di un cellulare, dediche a bimbi e bimbe che gli ricordano i suoi figli, cambi di look "in stile madonna" ed esilaranti siparietti che lo vedono interpretare (con voce in falsetto e doverosa imitazione dell'accento) una ragazza argentina. 





Di David Otero mi piace il fatto che trasmette allegria dentro e fuori dal palco. E' disposto a scherzare sui problemi tecnici, a condividerli col pubblico per non farne mistero. E poi sorride. Sorride sempre. Anche se dopo cento firme e cento foto verrebbe naturale immaginare la stanchezza. La voglia di andarsene. Di stare, semplicemente, un po' da solo. Invece lui ha una parola per tutti, una risata da dipingere su ogni singolo volto, anche su quelli che si sono attardati per guardare le luci della Barceloneta. Un'impressione positiva impossibile da non dare. 

Al concerto di Live The Roof ha offerto un campionario dei suoi successi rivisitati in chiave acustica. Un viaggio musicale che ha dato spazio alle hit piú conosciute della sua carriera solista (Castillo de Arena, Azul Y Blanco, Buscando el sol), alternando brani intimisti (La Luz Oscura del Mar, Cada Día, Me Da Lo Mismo, Cuando llegas tú) con le atmosfere più ritmate e scanzonate di pezzi come Pachanga o Peces Voladores, senza rinunciare a qualche salto nel passato con El Canto del Loco (El Pescao, Tal Como Eres, Volverá, Una Foto en Blanco Y Negro).

Senza altre parole, vi lascio qualche video.
Perché il bello dei concerti intimi al tramonto, lasciatemelo dire, é anche che le riprese riescono piuttosto bene. 










lunedì 3 agosto 2015

Forse non avrei dovuto, ma.


Se sei reduce da una bronchite, potrebbe non essere una buona idea cantare a squarciagola ad un concerto. Neanche produrti in urletti da bimbaminkia alcolizzata, se è per quello. Specie perchè poi restano imprigionati per l'eternità nei video che - masochista - scegli di pubblicare lo stesso su Youtube.

Sì. Se la tua salute è cagionevole da troppo, forse dovresti evitare di prendere autobus con l'aria condizionata impostata sul clima del circolo polare artico. E magari anche di importunare il tizio delle birre artigianali perchè ti faccia lo sconto a furia di sorrisini. Assolutamente vietato, poi, tracannare vodka lemon troppo in fretta perchè hai sete. A meno che tu non voglia ritrovarti un giorno a raccontare ai tuoi nipoti (o a quelli degli altri, più probabile) di quella volta che intrattenevi conversazioni rock n roll sul fatto che ti scappa da morire la pipì. 

Il buon senso, però, non fa per me. O almeno non in certi casi. 




Chè "c'ho l'inferno in gola" ma anche la responsabilità della fan di vecchia data sulle spalle. Il preciso dovere morale del supporto e dell'apporto nozionistico di fronte a chi, quello sul palco, non l'ha manco mai sentito nominare. 

E così torno da Bologna con la febbre a 38.5. Non proprio l'ideale, quando tra due giorni avresti un volo per Málaga. Mi ha mandato un messaggio minatorio, Ryan Air. Era costellato di punti esclamativi rossi e di preoccupazione. Del tipo: "Oh, demente, guarda che non hai fatto il check in online! Sei scema?". Ed io, col mio bel shottino di Tachipirina on The Rocks e i brividi che manco un cammello in Siberia, che nel frattempo calcolo quanto mi costerebbe spostare il viaggio ad altra data. 

La risposta é "troppo". 

Come se poi non lo sapessi già.

Maledetta me e le mie idee sciagurate di notti brave e musica live. Maledetto il momento in cui ho scritto ad Angela: "ci vengo io con te!". E ci siamo addormentate alle quattro del mattino con in testa un micro-film di immagini confuse e vagamente surreali. Ma allora com'è che di quella decisione non mi pento neanche un po'? 

Ché la mia etica da viaggiatrice filo-ispanica potrà anche vacillare di fronte a sogni febbricitanti di geyser e rime rap (robe tipo "l'eritema non è un problema", giusto per darvi un'idea della gravità), ma la mia italianissima anima ciloska sa che un concerto come quello di San Lazzaro non se lo sarebbe potuto perdere. E non è solo perchè la fiera che l'ospitava è una sorta di paradiso gastronomico suddiviso sullo spazio di due parchi (la piadina, ragazzi, la piadina!); non perchè il direttore artistico era nientemeno che Ballo, il bassista di Cremonini; nemmeno per la possibilità non verificatasi di incrociare entrambi tra gli stand. No. Il punto è che quello show, nel mio personale ranking qualitativo di performance live de Il Cile, si colloca al secondo posto subito dopo l'inarrivabile emozione di Parigi. 


La morale è che dovreste darglielo sempre, il microfono wireless. Garantirgliela in ogni dove, l'acustica giusta. Perchè è così che Lorenzo Cilembrini smette i panni del cantautore canonico per trasformarsi in animale da palcoscenico. Uno che salta. Si distende sul palco. Uno che scende in mezzo al pubblico, oltrepassa le transenne, si siede di fronte agli spettatori delle prime file. E canta meglio di sempre. Senza una stonatura. Senza un'imperfezione. Ricordandomi una volta in più il motivo principale che mi ha spinta a seguirlo a così tante date. 





Se sei reduce da una bronchite, forse dovresti sigillarti in casa onde evitare ricadute.
Ma, per quanto mi sia costato 17 ore a letto tra brividi e sudore, lo rifarei mille altre volte ancora. 
Etciù. 



sabato 30 maggio 2015

Juan Solo in 4 canzoni

Ho conosciuto Juan Solo seduta su di un marciapiedi a pochi passi dal Manzanares. Era un pomeriggio di eccessivo excursus termico, nel confine tra ombre e luci di Madrid. Si è avvicinato subito dopo il soundcheck, un paio di occhiali da sole addosso. La prima cosa che ho pensato – valgami la superficialità - è che fosse carino un bel po'. 

“Non vedo l'ora di potervi far sentire le mie canzoni, questa sera”, ha detto all'ancora scarso gruppetto in fila davanti alla Sala Riviera. Suo, il compito sempre arduo di aprire un concerto altrui.

“Davvero, voi non potete capire quanto sia emozionato all'idea”. 
Se n'è andato così, pregando ci piacessero. E un paio di ore dopo, di fronte agli occhi attenti di una sala gremita, il suo microfono non funzionava. Insomma, dai, come avrebbe potuto non starmi simpatico? Tanto più che, a problema tecnico risolto, si è rivelato spiritoso e coinvolgente. Capace di intrattenere il pubblico tra un pezzo e l'altro. Di accaparrarsi la scena. Di convincerti con poche note ad andare ad ascoltarlo anche la sera dopo, in uno show intimo e stavolta personale nella centralissima Sala Buho Real.


Juan Solo sul palco della Sala Riviera di Madrid in apertura del concerto de El Pescao 


Perchè alla fine, sì, Juan Solo canta pure bene. Messicano D.O.C, è noto nella sua terra d'origine ma non ancora molto in terra iberica, dove è stato introdotto e fortemente pubblicizzato nientemeno che da David Otero. Con lui, del resto, ha composto addirittura una canzone via Skype, in un interessante esperimento trasmesso in live streaming grazie alla app upclose e interamente accessibile online. 

C'è tutta l'essenza latinoamericana, nella sua produzione. Il che comporta una facile collocazione da primo ascolto in un territorio neutro a metà tra i ritmi di Juanes e i pezzi lenti del primo Ricky Martin. A volte, per il mio gusto personale, è proprio questo a penalizzarlo un po', con testi e melodie un troppo disperatamente sdolcinate per un'italiana del Nord con troppi pezzi del Cile e degli Imagine Dragons sull'iPod. Nei pezzi più veloci, però, funziona eccome. E potrebbe funzionare anche da noi. 

Ve ne consiglio quattro, perchè possiate avvicinarvi anche voi alla proposta di un ragazzo umile, simpatico, e talentuoso che al di sopra di ogni dubbio si merita almeno un play. 

1. Contigo puedo ser quien soy - Un singolo é sempre il miglior biglietto da visita possibile. L'introduzione, perció, l'affido tutta a lui.



2. Terapia Intensiva – Durante il concerto alla Sala Buho Real l'ha descritta come l'unico retaggio dei suoi studi universitari (mai terminati) in medicina. “Assieme ad una valida scusa per 'curare' le ragazze carine”, ovvio.





3. Ámame – tra le piú latineggianti del suo album "Ni solo ni mal acompañado", è senz'altro una delle più orecchiabili. 






4. Tú lo que quieres – Brano dedicato (se non ricordo male) ad una donna che l'aveva tradito. Vi sfido ad ascoltarlo una volta e non canticchiare per l'eternità la rima baciata Paraíso/Piso. 



Poi fatemi avere il vostro parere!

martedì 26 maggio 2015

El Pescao. La Riviera. Madrid.

"Una lenta. Ti prego, fanne una lenta" 


Agonizzo la richiesta nella mente, la canotta a righe ormai impregnata di sudore. E penso che, in fondo, il concerto si riassuma anche così. 

Me lo ricordo, David Otero, nei suoi primi live come solista. Un po' intimidito, fermo in mezzo al palco, ancora alla ricerca - forse - di una più completa identità. Difficile crederlo, adesso, lo stesso showman che ha preso in pugno il pubblico della Sala Riviera. Palco mitico. Agognato. Emozionante. Scenario ora stracolmo di anime saltellanti con addosso facce di età e sesso variegati. Sono lontane anni luce dalle bimbeminkia dei guapoooo troppo striduli. Dai pennarelli squagliati sulla fronte. Dalle botte e dalle invidie nelle file eterne sedute sui marciapiedi. E' una folla bella, colorata, che mi rispecchia e rappresento nel sentirmi a mio agio. Una folla che, con El Canto del Loco, non pare avere più nulla a che vedere.



Ed è sua. Completamente sua. Di quel ragazzo con la chitarra colorata che ha saputo conquistarla sin dal primo accordo di Delay. E adesso salta da un angolo all'altro dal palco, ci interagisce, spazia senza paura da un genere musicale all'altro. Lui che fa gli onori di casa con gli ospiti e riesce a ballare senza portarsi addosso alcuna traccia di ridicolo, deciso e sicuro di sè come il più navigato dei frontman.



Mi rende orgogliosa, constatarlo. Io che ho sempre creduto nell'evoluzione costante come unica possibilità per un futuro vero e duraturo nelle professioni creative. David Otero, El Pescao, ha lottato, migliorato e scommesso giorno dopo giorno. Ha lasciato una casa discografica importante e tutte le certezze che ne derivavano. Ha preso lezioni di canto. Ha viaggiato. Si è confrontato con nuove realtà osando idee sempre nuove. E, poco a poco, è passato dalle poche anime dei paesini sperduti di provincia ai sold out della Joy e del Messico, per arrivare oggi in una delle sale più emblematiche della capitale spagnola, in una profusione di energia lunga due ore. Così tanta da farmi implorare una pausa. Da credere che forse non ce la posso fare. E invece sì. Certo che sì. Se ti diverti ce la puoi sempre fare.





Qui, alla Sala Riviera, David Otero aveva pianto sul palco in occasione di uno dei primi concerti veramente importanti del Canto del Loco. Ora ci torna da solista, dopo quella che a occhio e croce ipotizzo essere più di una decina di anni. E io lo vedo, dalla prima fila, lo vedo distintamente che succede di nuovo. Almeno due volte. Nei ringraziamenti. Nei ricordi. Nelle parti più emotive. 

In tanti gli hanno chiesto, sui social network, perchè dicesse che considera questo "il concerto più importante della sua vita". Lui che ha suonato davanti a un Calderón Sold Out, che ha fatto la storia riempiendo Las Ventas per tre giorni di fila. La veritá é che a me non sembra tanto difficile da capire. É un ritorno, epocale come tutti i ritorni sanno essere. Un ritorno da vincitore, oltretutto. La dimostrazione che ce la fa, e ce la fa eccome, anche senza il supporto di una band da classifica.


Per questo sono fiera di essere stata alla Riviera. Ed é questo che, soprattutto, ricorderó. Piú ancora dell'umiltà di un ragazzo con la chitarra che, appena sceso dal palco, è rimasto lo stesso di tanti anni fa. E si ferma a chiacchierare con tutti, fino che l'ultima persona non se n'è andata. Anche se gli amici lo aspettano altrove. Anche se l'una di notte è passata da un po'. E a Madrid fa freddo, tanto freddo, nelle sere ventose di maggio sulla riva di un fiume. 

David è la persona comune con cui, per qualche bizzarro motivo, non riesci a sentirti in imbarazzo neanche se lo vuoi. E ti chiede consigli sulla musica da ascoltare. Opinioni sul concerto. Parla di figli, di musica, di aneddoti di vita professionale e quotidiana in conversazioni che scorrono lisce come quelle con i conoscenti di una vita. Con la differenza che poi sale sul palco, e quando se ne va hai messo sù il più radioso dei sorrisi. 


Sono ancora più fan de El Pescao, al ritorno da una Madrid che dopo un anno mi ha ri-accolta come se non l'avessi mai lasciata. E quasi piangevo, quando la sua luce peculiare e indescrivibile mi ha avvolta oltre i finestrini dell'aereo. Possibile che l'avessi dimenticata? Possibile che fossi riuscita a vivere senza di lei?

Ché Madrid è una di quelle città in cui riesci a muoverti anche senza cartina, spinta soltanto dai ricordi e dall'amore. Una di quelle a cui hai legato così tanti ricordi che ti sembra che ogni strada racconti una storia. Una di quelle che - come ogni relazione seria - vorresti presentare ai tuoi. E quando te ne vai hai sempre qualcosa che non sei riuscito a fare. Un motivo per tornare. Un viaggio nuovo da pianificare al più presto. 

Ecco. Oggi in quella città c'è un capitolo in più. Uno in cui David Otero mi insegna che la depressione post concerto può curarsi solo con un altro concerto. Soprattutto se attorno ad esso ci muovi incontri e persone. Volti visti in foto che diventano 3D. Facce cambiate dal tempo trascorso dall'ultimo "ciao". E assieme ad essi una marea di progetti e di canzoni nuove.


Stravolta dai ricordi e dal troppo sonno arretrato, anche per questo sono grata alla Spagna che più amo. 



giovedì 12 marzo 2015

Siti e app per musicofili

L'ho scoperto documentandomi per un articolo. Sì, insomma: uno di quelli per cui mi odio. Chè finisci di lavorare, hai poco tempo a disposizione, sei anche decisamente stanca. Non te lo impedirebbe nessuno, di mettere insieme due righe scopiazzate qua e là. Tradurre un post già scritto. Chessò, magari spedire un trafiletto preso pari pari dall'Ansa. Sarebbe semplice. Veloce. Lineare. Invece tu che fai? Passi ciò che resta del pomeriggio in ricerche incrociate sul web. Ovvero, alla resa dei conti, esattamente quello che hai appena finito di fare per lavoro. Devo farmi vedere da uno bravo, ve lo dico io. 

Comunque. Il punto è che, nell'intento di onorare al meglio il mio impegno con Total Free Magazine, sono venuta a sapere che quest'anno, al Mobile World Congress di Barcellona, la app premiata come migliore al mondo è di ambito musicale. Qualcuno, addirittura, afferma che aspiri a salvare l'industria discografica. Pretenzioso, certo. Ma, da incallita musicofila, la notizia non può che farmi piacere. Ho deciso di parlarvene, perciò. Solo che, tanto per odiarmi ulteriormente, non ho saputo limitarmi ad una mera descrizione. Cosí, in uno di quei pomeriggi di ricerche incrociate, sono andata a spulciare tra i vecchi link aggiunti ai preferiti e poi dimenticati. Il risultato é un elenco delle app e dei siti web a mio avviso più originali e interessanti per chi ama il mondo delle sette note. Eccolo a seguire. Nei commenti, invece, potete lasciarmi l'indirizzo di quello bravo. 

Fansino - La Migliore App al Mondo! 

Premiata come Best App nella prestigiosa cornice del Mobile World Congress di Barcellona, Fansino offre ai musicisti la possibilità di monitorare in tempo reale chi sta ascoltando la loro musica sui diversi canali streaming, interagendo direttamente con gli ascoltatori e conoscendone in modo più approfondito gusti ed abitudini di fruizione. Dal canto loro, anche i fan hanno dei vantaggi: possono, ad esempio, riunire in un unico canale i diversi account social dei loro gruppi preferiti, così da essere sempre certi di non perdersi nessuna novità. Non solo, ma possono anche entrare facilmente in contatto con altri ascoltatori dai gusti a loro affini, comunicando tramite chat di gruppo. I più competitivi troveranno, inoltre, piuttosto stimolante il fatto che esista una classifica dei migliori fan basata sul numero di ascolti. E poi c'è il valore aggiunto, ovviamente, quello che quasi ogni ammiratore sogna: la possibilità di essere contattati dal proprio idolo. 






Shows on Demand - La piattaforma per richiedere concerti 

Piattaforma al 100% Made in Spain, "Shows on Demand" mette in atto quello che definisce "fan funding": la possibilità, per i fan, di richiedere ed ottenere un concerto del loro artista preferito nella propria città. Il meccanismo di funzionamento è semplicissimo e soddisfa tutti: il fan segnala l'artista che vorrebbe vedere dal vivo e la località in cui vorrebbe si esibisse. Questo viene quindi inserito nella "wishlist" assieme ad altri musicisti segnalati. Tutti gli artisti della wishlist possono essere votati dagli utenti della piattaforma, a cui si può accedere gratuitamente e in pochi secondi anche tramite Facebook o Twitter. Il più votato passa alla categoria "Finalist". A questo punto, gli utenti sono chiamati ad ordinare il proprio biglietto per il concerto, il cui costo non verrà tuttavia addebitato fino a quando non si avrà il numero di pre-ordini sufficiente a garantire il live. Non appena la quantità minima viene raggiunta, gli importi vengono prelevati et...voilà! Non resta che godersi lo show! 





Momondo - La mappa dei Festival 

Sei un appassionato di Festival? Allora adorerai questo sito, italianissimo, che non solo ti segnala tutti i principali festival musicali del mondo, ma ti organizza il viaggio per assistervi! Il meccanismo è estremamente intuitivo: segnali il Paese in cui vorresti andare (ad es. Spagna) su di un mappamondo interattivo. A questo punto ti appariranno i festival che si terranno nel corso dell'anno in quel Paese. Cliccando su quello di tuo interesse avrai accesso a tutte le informazioni su date e luogo di svolgimento, cast, aeroporto più vicino, possibilità di campeggio, alloggi e motore di ricerca voli. Più facile di così...! Ah, c'è anche una sezione "ispirazione" con consigli di viaggio più o meno originali.






Retrojam - La timeline musicale della tua vita 

Nostalgici a rapporto! Con questo sito avrete modo di ricostruire l'intera timeline musicale della vostra vita. Basta inserire la vostra data di nascita e Retrojam farà il resto, ricostruendo la vostra colonna sonora dalle elementari ai tempi attuali, basandosi sui successi del momento. Potete anche impostare dei filtri per selezionare solo i brani di un determinato genere musicale, ed ovviamente ascoltare le playlist su Spotify! Unica pecca: è basato sulle hit globali, escludendo quindi hit intramontabili in lingua italiana (o spagnola). Ci si può accontentare, però.





SideStage - Il sito per ingaggiare i musicisti 

Un po' come Shows on Demand, SideStage permette ai fan di richiedere un concerto del loro musicista o dj preferito. Con una differenza, però: possono ingaggiarlo direttamente e in pochi click per feste ed eventi privati! Funziona così: l'utente inserisce il luogo del suo evento. A questo punto gli verranno mostrati tutti i musicisti disponibili in quella località, con in evidenza relativi cachè e generi musicali. Ovviamente, i risultati possono essere scremati filtrando la ricerca per solisti, band o dj, ed ordinati per costo. Cliccando su ciascuno di essi, si ha accesso a maggiori informazioni sulla sua carriera, tracce audio ascoltabili e video. Se soddisfatti, l'artista può essere contattato direttamente,
 senza passare per l'intermediario di agenti o manager, e la sua performance richiesta anche all'ultimo minuto. Purtroppo il servizio non è ancora disponibile per tutte le città d'Italia, ma siamo fiduciosi. In Spagna, invece, la copertura è migliore e si riesce a trovare almeno un artista o dj per ognuna delle principali località.



Pianogram - il sito che trasforma la musica in immagini 

Pianogram è un originale strumento che trasforma i file audio in immagini. Sostanzialmente, permette di visualizzare le note più suonate nelle più famose composizioni in un grafico a forma di pianoforte. Sul sito sono già inseriti i pezzi più famosi, da Per Elisa alla Radetsky March, ma l'utente può anche caricare file MIDI con composizioni originali al pianoforte per visualizzarne il corrispettivo visual. Forse è un po' inutile, ma ammetterete che affascina un bel po'.





























Se conoscete altre app o siti web interessanti nel settore della musica, segnalatemeli!