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sabato 23 giugno 2018

Prima di San Juan.

L'età degli italiani all'estero dovrebbe essere calcolata come quella dei cani. La mia di sicuro, per lo meno. Ilaria: 33. In anni malagueñi fanno 150. "Cavolo, se li porta bene, però!". Modestamente. 

Tra l'altro giustificherebbe le borse sotto gli occhi e il fatto che devo appendere un cartello al frigo per ricordarmi di fare la lavatrice.

Però, sul serio: ho talmente tante cose su cui vorrei aggiornarvi che non so nemmeno da dove cominciare. Che poi magari non è che voi stiate proprio morendo dalla voglia di saperlo, eh. Solo che stasera è San Juan. La notte più magica dell'anno. Il capodanno dell'estate. Il nuovo inizio che - dai, sù-  questo duemilaeschifotto mi deve.

Ma non é concesso a nessuno aprire un nuovo capitolo senza prima aver chiuso il precedente, quindi figuriamoci se posso farlo io con un post in sospeso! Ergo, che vi piaccia o no, vedrò di tirare le fila.

Tanto per cominciare, sono andata al Gastronauta. Trattasi di locale piccolissimo e relativamente nuovo la cui paella si è guadagnata in tempo record la fama di "migliore del centro di Málaga". Recensioni entusiaste su Tripadvisor. "Devi andarci!" entusiasti da parte delle amiche. Peccato che ogni volta che provavo a metterci piede succedeva qualcosa: chiusura per lavori in corso; chiusura per giorno di riposo; chiusura perché é Semana Santa; chiusura perché é caduto un meteorite sulla terra e nooo, non dirmi che non te ne sei accorta! Insomma, ordinaria routine. 



É dovuta venire a trovarmi Céline perché ci riuscissi. Sapete, no? L'amica francese che si palesa ogni tanto. Quella che conosce sempre più gruppi spagnoli di me. Ecco, lei. Non so se mi abbia portato fortuna o il karma abbia deciso che avevo sofferto abbastanza, ma in un'imprevedibile svolta del Destino s'é liberato un tavolo proprio al nostro arrivo (voi non rischiate, però: é quasi obbligatorio prenotare). 

La paella de marisco a El Gastronauta
E quindi niente, confermo tutto: paella buonissima fatta al momento, camerieri gentilissimi, prezzi ragionevoli e - per i food blogger tra voi - il posto è pure altamente instagrammabile. Fate conto che c'è una gabbia vuota sulla parete con sotto la scritta "questa non è una gabbia vuota, è un passerotto in libertà": e già solo con questo avete sbancato i social per un mese. L'unica pecca, a volergliela trovare, è che assieme al conto ti portano delle caramelle gommosissime che ti si attaccano istantaneamente al palato. E siccome i camerieri sono socievoli poi ti ritrovi a sostenere conversazioni del tipo: "graie ì bissimo pso are tacreio?"; Che, tradotto, significherebbe: "grazie, tutto buonissimo, posso pagare con la carta di credito?"

Sono esperienze che ti segnano. 


El Gastronauta


Se come evento epocale non vi sembra abbastanza, sappiate che poco dopo sono salita sulla ruota. Sì, quella del Porto. Il Málaga Eye, Málaga Ayyyy, Málaga Ahí. Era uno dei punti della mia lista aggiornata con le cento e passa cose da fare in città prima di morire (capirete che devo darmi una mossa, avendo 150 anni!). E devo dire che ne è valsa la pena. Certo è caro - 10 euro per tre giri -  quindi non quel che si dice un'escursione da ripetere a cadenza regolare. La fai una volta, e stop. Per questo vi consiglio di scegliere la giornata giusta (tersa, senza vento), l'ora giusta (verso le 20.45-21.00 c'è una luce stupenda) e, soprattutto, la compagnia giusta. Perchè il bello è che - salvo, immagino, circostanze di affluenza straordinaria - vi danno una cabina tutta per voi. Il che significa che, oltre a godervi il panorama, potete sclerare di brutto senza incorrere nello sguardo perplesso di estranei. Chessò, farvi i selfie con le facce buffe, mettere like alle cose usando un cuoricino di cartone (il mio nuovo hobby), cantare canzoni a tema tipo "siempre se repiteeee esta misma historia, estoy harto de rodaaar como una noriaaaa" o "obsesiones, paranoias, la sensación de estar en una noriaaaa". Robe così.



Vista dalla ruota del Porto di Málaga


Vista dalla ruota del Porto di Málaga




Ah, e poi c'è stato il concerto di Carmen Boza sulla terrazza del Room Mate Hotel Larios. In pieno sole. A mezzogiorno. Con 30 gradi e i divani in pelle: un modo economico per farsi la ceretta mentre ascolti della musica live. 

Al di là del fatto che quando è finito mi sarei bevuta tutte le riserve idriche della Costa del Sol, 'sta tizia è veramente brava. Voce stupenda, testi per nulla banali, concept artistico a trecentosessanta gradi che rende la tracklist dell'album inscindibile dal suo contenitore. Se siete curiosi, vi consiglio di conoscerla con "Vida Moderna", probabilmente uno dei brani migliori del suo ultimo lavoro.

Concerto di Carmen Boza ad Art&Breakfast



La Boza suonava nell'ambito di Art&Breakfast: una sorta di fiera d'arte contemporanea volta a dare visibilità agli artisti più giovani. Ma proprio TANTO giovani. Del tipo che una mi ha detto "beh, loro hanno 35 anni" come se parlasse di vecchi decrepiti. E giuro che per un attimo l'avrei voluta picchiare. La particolarità, tuttavia, sta nel fatto che le esposizioni vengono allestite nelle camere d'albergo, di cui si sfrutta ogni spazio disponibile. 



Art&Breakfast, fiera d'arte contemporanea in un hotel


Il risultato è decisamente d'impatto, anche se in alcuni casi ho avuto la sensazione che la ricerca della provocazione - o, di nuovo, dell'instagrammabilità - fosse superiore all'effettiva qualità artistica. E poi non me ne voglia nessuno, ma una vasca da bagno piena fino all'orlo di spaghetti al pomodoro (veri, cotti, commestibili) non la giustifico neppure in nome dell'arte. SOPRATTUTTO non in nome dell'arte. In primo luogo perchè dopo due giorni di fiera l'odore, in uno spazio piccolo e senza finestre, ti fa venire il voltastomaco. E poi perchè parliamo di kili e kili e kili di cibo sprecato. E lo so che suona retorico dire che "in giro c'é gente che muore di fame". Ma se c'è una cosa al mondo che mi fa incazzare quella è buttare via il cibo. Che bisogno c'era poi? Usavi degli spaghetti di plastica e il risultato estetico era esattamente identico. 

Comunque. 

Nonostante questo ho avuto modo di apprezzare anche dei lavori interessanti, specialmente nell'ambito della fotografia. Ad esempio, il progetto "miopia" di Victoria Adame, che guarda caso ha fatto l'Erasmus a Trieste ("Di dove sei?" "Vicino a Venezia" "Ah sí? Io sono a stata a Trieste!" sta diventando una delle conversazioni più assurdamente ricorrenti nella mia vita). I suoi scatti sfocati ambiscono a ricreare l'esatta visuale che abbiamo noi orbi quando ci togliamo gli occhiali, e riescono nel loro intento alla perfezione. Oppure l'idea vincente di un ragazzo di cui (ahimè!) non ricordo il nome, che consiste nel ritrarre varie tipologie di persone viste per strada e presentarle come carte dei tarocchi. 


Art & Breakfast 


Art & Breakfast
Art&Breakfast
Avevo ancora i loro volti nelle retine quando mi sono accomodata sulle gradinate in pietra dell'Auditorio Municipal. Sul palco, l'inconfondibile scheletro con il fiocchetto fucsia mi parlava di un passato che non credevo di aver voglia di affrontare. Ormai ero distante da Dani Martín. Distante dalle ragazzine ammassate in prima fila. Distante dai fuochi che mi avrebbero scaldata. Distante dalle corse, dal sudore, da quell'emozione che ti increspava la pelle prima che le luci si suicidassero nel buio di un countdown. Comoda, e distante. Fisicamente. Emozionalmente. Io che avevo detto di preferire un festival flamenco. Io che avevo detto che avrei voluto essere altrove. Io che ci casco sempre, e dopo 33 - o 150 anni - ancora nego di conoscermi davvero. 
Concerto di Dani Martín all'Auditorio Municipal di Málaga

Perché mi ci sono voluti due secondi a cambiare idea. Letteralmente. Due.
Alle prime note di Volver a Disfrutar mi stavo già dimenando come se dovessi per contratto lasciare nella musica il mio DNA. Come l'altra sera col concerto dei Killers in diretta radio. Come quella volta che ho rotto addirittura un piatto.

In quel concerto c'era tutta la mia vita. Due ore e mezza ininterrotte di vita. Besos. Zapatillas. Puede Ser. E il secchio d'acqua. E la panchina. E Ya Nada Volverá a Ser Como Antes. Un tributo al Canto del Loco che mi ha riconciliata - per l'ennesima volta - con la me ventenne che, in fondo, non ho mai perduto.



Distante, allora? O, forse, solo cresciuta?


Perché certe mattine ti condannano a un profumo, ed é l'odore che do al tempo quando mi fa respirare un po'. Mentre Dani mi abbraccia per la solita foto io la frase nemmeno la riesco a finire. 

"Non sai quanto mi ha fatto bene quel concerto, ieri". 

Non sai quanto avessi bisogno di lasciarci la pelle, la voce, i piedi, l'anima.
Non sai - perché non lo sapevo neanch'io - quanto abbia bisogno, ogni tanto, di un porto sicuro a cui tornare.

E adesso sí che sono pronta per San Juan. 

Certe cose non cambiano mai. #Dieciocho

domenica 11 giugno 2017

Il ragazzo con i capelli blu.


Málaga, 28 Maggio 2017. 

Fuori dal Cervantes la gente è già in fila da ore. Ai fan di Dani Martín fare le file piace da morire, anche quando ci sono circa quattromila gradi all'ombra e i posti sono numerati. Alzo gli occhi al cielo, sbuffando malcelata insofferenza. Nella borsa ho un biglietto pagato troppo caro e decisamente troppo tempo fa. 

All'ingresso posteriore, Carmen si sbraccia per salutarci. Ha in mano un regalo per il cantante, una pizza di caramelle che adesso non sa a chi dare. Mi snocciola nomi che non associo a volti. Accenna a setlist che suppone che io conosca. E intanto, dietro di lei, le solite facce regolano il flusso delle solite persone al camerino. Chi rimane fuori brandisce  un amore giustificato da anni e oggetti, lamentandosi d'invidie che somigliano a odio. Sono paladini di ingiustizie formato retweet, come del resto sono stata anch'io. Perché "si è montato", perchè è "muy divo", perchè certe cose qui non cambiano mai. 

Non sono mai stata così indifferente a tutto, prima di un suo concerto. Lo dico e lo penso sul serio, gli occhi ancora persi tra i colori di Lagunillas, dove andare a cena dopo come unico problema concreto. Quanto sarà passato, quattro anni o quattro vite? Io vorrei soltanto andarmene da qui. 

La zona di Lagunillas, paradiso della Street Art a pochi metri dal Teatro Cervantes


Solo che poi, in teatro, il posto davanti al mio si rivela occupato da Naza. Due chiacchiere di rito. Il mio trasloco. "Ah, quindi sei tornata più o meno dalle parti in cui vivevi in Erasmus!", dice con tutta l'innocenza del mondo. Ma di colpo mi ricordo. Di quando uscivamo insieme, a parlare della passione che ci aveva unite attorno al tavolino di un bar. Nessun altro a parte lei sembrava capirla, ed era per questo che mi ci trovavo così bene. Naza, di colpo, è di nuovo la Naza con cui ero andata a vedere gli Efecto Mariposa alla prima Noche en Blanco. La Naza del Costa Pop e gli indirizzi sbagliati. Dello zucchero filato rosa - che chissà poi dove aveva preso - e dei passi di danza per strada mentre sfilavano le maschere del carnevale. Mi ricordo di quando mi aveva fatta entrare nell'hotel di Zaragoza con trentanove di febbre e un sogno da realizzare. Di quando aveva lasciato i sacchi a pelo sulle sedie dell'aeroporto di Barcellona perchè non stavano nel bagaglio a mano della Ryan Air.  "Tanto qualcuno ne farà buon uso!". Di quando giravamo i video al Parc Guell (tzan tzan) ricongiunte e perse mille volte dopo la sua paura di volare. Naza, che mi aveva chiamata per prima dopo il concerto di Roses nella sera speciale della mia despedida. Lei che gioiva con me, sempre. Che gioiva per me, come io facevo per lei. E le parlavo in italiano dopo una notte sull'asfalto di Madrid, per poi ridere assieme del mio perenne disagio bilingue. Cos'è successo dopo? Perchè abbiamo - perchè HO-  permesso che un'amicizia in musica andasse a puttane?

Il teatro Cervantes, all'interno


Comunque non importa, perchè adesso è ieri. É oggi. É sempre. E mentre le luci si suicidano nel buio un'assenza impaziente prende a tremarmi nel cuore. "Sono emozionata, Dio, sono emozionata!", continuo a ripetere a Céline, incapace di spiegare quello che provo davvero. Poi gli accordi de Las Ganas (almeno, credo sia Las Ganas) danno inizio ad un viaggio confuso tra gli ultimi undici anni della mia vita. Ci sono persone. Immagini. Protagonisti di attimi dimenticati. Lacrime che non riesco a piangere e risate che non riesco a ridere. Tutto in una voce che ancora sa di casa. 

Dani Martín al Teatro Cervantes di Málaga


E allora canto. E salto. E urlo con tutto il fiato che ho in gola. Mentre Una Foto En Blanco y Negro è ancora Trieste dai finestrini di un interregionale, Paris è l'overdose di un ritorno e l'anima si chiude dentro a un pugno ne La Suerte de Mi Vida. Ascolto Paloma e per la prima volta mi ritrovo nel testo. Rivedo nella mente il siparietto del bar di Por las venas. Associo Los Charcos ai diluvi di Málaga. E quando arriva la fine lascio tutti i polmoni su Cero. Perchè qui, in questo preciso istante,  voglio davvero che "Todo vuelva a empezar". 

O forse no. 

Dani Martín al Teatro Cervantes di Málaga


Quando raggiungo di nuovo l'uscita posteriore lo faccio, in fondo, solo per la curiosità dichiarata "di vedere se si ricorda di me". E nel profondo, irrazionalmente, spero di no. Perchè se Dani Martín non mi riconosce vuol dire che questo capitolo è ormai chiuso sul serio. Che questa serata è stata solo una parentesi. Che questo mondo non mi appartiene più. 

E così sopporto l'attesa, stordita da un afflusso di sensazioni contrastanti. Le orecchie fischiano la vicinanza con le casse. Céline mi parla di tutt'altro. Chiede il mio aiuto per organizzare un'intervista, credo; Ma, per quanto mi sforzi, adesso non la riesco a capire. Il numero di ragazzine isteriche attorno a noi, intanto, sta aumentando in modo preoccupante. Un piccione mi caga dritto in testa. "Mierda" - "Sì, eso es". Forse non è stata poi una buona idea. Ho appena finito di pulirmi con una catasta di fazzoletti di carta quando un branco di ormoni adolescenziali con le gambe inizia letteralmente a trascinarmi via con sè. 
Mi ritrovo sballottata tra la folla, in traiettorie non decise da me, mentre decine di smartphone si alzano all'unisono tra urletti a mille decibel in cui distinguo a malapena un "Dani". 

Lui quasi non lo vedo, finchè la sua mano scavalca le teste delle ragazzine per posarsi in una carezza sulla mia guancia sinistra. 
"Gracias, mi amor", dice semplicemente, guardandomi negli occhi. 

E gli anni non sono mai passati. 

"Cuánto tiempo!" è tutto quello che riesco a rispondere, prima che la folla mi trascini di nuovo via. Apro Twitter d'impulso. Digito in fretta un messaggio privato che visualizzerà di lì a poco. "Ha sido tan bonito como siempre", é tutto quello che scrivo. Perché non c'é bisogno d'altro. Perché é tutto lì. Nel sorriso ebete dei miei vent'anni. Nell'ovatta cerebrale che culla la mia euforia.

Così il mattino dopo, prima di cominciare a lavorare, sono di nuovo davanti ad un hotel. Lui esce di lì a pochi minuti, con la fretta di un AVE da prendere alla vicina stazione. 

Non mi saluta. Non lo saluto. Non parliamo. Semplicemente mi abbraccia, strettissima, tanto che quasi penso che in realtà mi voglia ammazzare. E per molte cose, forse, me lo meriterei. Semplicemente mi soffoca di mille baci sulla guancia, ché poi in fondo mica c'è altro da dire.

"Joder, è che ieri ti ho vista un secondo e sei sparita", esclama poi.
"Eh, c'era un casino".

Poi la foto di rito, ancora grazie, ancora scuse per un treno da prendere. 

"La foto di rito"

E se ci penso è assurdo che ci siamo scambiati in tutto meno di dieci parole e a me sia sembrata una conversazione lunghissima. Un dialogo che sapeva di bentornata, di rancori inutili e sepolti, di come il tempo passi e resti fermo insieme. Perchè certe cose, sì, è vero, non cambiano. Perchè le canzoni sono colla per ricordi. Perchè lui ora ha quarant'anni, si tinge i capelli di blu, indossa (sigh!) camice leopardate e fa le stories su Instagram con le orecchie di animali; Ma resta sempre l'autore della colonna sonora di una parte importante della mia vita. 

É che le vecchie passioni, forse, ti condannano per sempre. Anche quando le ignori. Anche se provi a dimenticarle, perchè credi che dimenticarle significhi crescere. E chi mai l'avrà detto, poi. 










venerdì 23 settembre 2016

Prima notte d'autunno

NB: Questo post è stato scritto alle due di notte, giusto per smentire l'ultimo paragrafo.



Bridget Jones è sempre Bridget Jones. C'è un po' di lei nei pop corn che sono riuscita a sparpagliare ovunque, persino dentro alle tasche dei Jeans. Avevo messo quelli di Desigual un po' spiegazzati, abbinati alla bell'e meglio con una camicia vecchia, rosa, pescata dal fondo dell'armadio. 

Ormai è una settimana che mi concio come una disagiata: i vestiti migliori sono già tutti in valigia, assiderati nei sacchetti sottovuoto, e devo fare sfoggio di tutte le mie doti creative per dare vita ad abbinamenti vagamente accettabili dalla società. Anche in questo c'è un po' di Bridget Jones. Anche in un Giovedì che sembra Sabato, e la notte è un tripudio di stelle, e la Luna sembra uno spicchio di limone in un'immagine un po' troppo smielata anche per me. 
Bridget Jones, tra le risate, mi consola. Mi fa pensare che le imperfezioni rendano umane, non inette. Simpatiche, non sbadate. Bridget Jones è la speranza adolescente che un giorno, nonostante tutti i miei indicibili casini, salti fuori un Darcy anche per me. 

Ma intanto guardo Trieste, con le cassette della posta che sembrano faccine stupite, i bar arredati con cura impeccabile, la striscia rossa che dà fuoco al cielo nel punto esatto in cui confina col mare. La vedo bella come mai prima. Ne ammiro i dettagli con gli occhi di un moribondo ai suoi ultimi giorni di vita. Perchè in un certo senso è un po' così: questa è già la mia vecchia vita. 
Se ci penso mi sembra di avere davanti un foglio bianco su cui non ho ancora capito come dovrei dipingermi il futuro. A volte riesco a visualizzarlo, nei colori brillanti del successo personale. Nuove amicizie, economie più stabili. Altre è tutto così terribilmente confuso che vorrei soltanto starmene sdraiata sul mio letto a chiamare la mamma mentre abbraccio un orsetto di peluche. 



Quest'estate, mentre avanzavo nell'acqua bassa, pensavo spesso che trasferirsi all'estero fosse un po' come decidersi a tuffarsi anche se la temperatura sembra fredda. C'è un istante, prima che il tuo corpo vi si immerga, in cui pensi che non avresti dovuto. Ma ormai è tardi, sai che toccherai quell'acqua, e a meno che tu non ti ferma, a meno che tu non la smetta di nuotare, in quell'acqua alla fine starai bene. 
Il rumore dei miei schizzi l'ho sentito qualche giorno fa. Aveva la forma di uno scatolone enorme con le coperte e i vestiti invernali arrivato sano e salvo in un salotto di Torremolinos. Lo stesso giorno una sconosciuta, dopo un bizzarro terzo grado digitale, mi dava appuntamento a Lunedì per vedere la prima casa. Un'agenzia immobiliare parlava di loft in centro. E c'erano numeri, informazioni pratiche, responsi che sedavano in parte tutta questa profonda agitazione. 

Dani Martín, persino lui, ci mette del proprio. Lunedì sarà all'Hormiguero - leggo- Martedì da Buenafuente, e penso che la Spagna abbia uno strano modo di darmi il bentornato. Che un Paese intero, camuffato da promozione discografica, stia cercando di farmi sentire a casa rievocando l'universo del 2008. Un mondo che, però, oramai sento mio in modo solo parziale. Forse dovrei ascoltarlo adesso, quel disco. Mettermi le cuffie e togliermi il pensiero. Piantino, catarsi, via. In fondo con Dani ho condiviso un countdown, la voce rotta, la tensione. In fondo ho ascoltato París per tre volte di fila, un pomeriggio che non sapevo di essere nervosa. L'ho ascoltata senza riuscire a fermarmi, nonostante il Jingle di Cadena Dial l'interrompesse nel mezzo. L'ho divorata in modo compulsivo ricavandone lo stesso tipo di conforto che ti dà una fetta di pane con burro e marmellata. Lo stesso tipo di conforto, solo molto più forte, che mi ha dato a conti fatti Bridget Jones. 

Ho bisogno di ancora un po' di tempo. Solo un altro po'. Perchè premere play sarà in un certo senso già salire sull'aereo. 

E intanto, negli ultimi giorni, ho ripreso a dormire di un sonno pesante. Come una bambina che ha soltanto cose belle da sognare. E in fondo so che non c'entrano niente i cicchetti di vino, la stanchezza fisica o il cervello iperattivo: è solo che ormai non si torna più indietro. Le preoccupazioni le ho esaurite tutte. Splash.

E adesso sì, credo di essere davvero pronta a partire. 


sabato 21 maggio 2016

Las Ganas.


Non è mai solo una canzone. Non con lui. 

Passano gli anni, ma l'uscita di un singolo di Dani Martín è ancora per me una specie di evento epocale. É come se lo caricassi della responsabilità ingrata di scandirmi le fasi della vita. Come se a ispessire quella voce fosse in realtà il peso dei ricordi che porta con sé. 



Premere play è inspirare odore di mare e d'asfalto, gravido di pioggia appena scesa e di speranze da stracciare. É il fading involontario delle conversazioni mentre ti addormenti su una macchina non tua. I sacchi a pelo lasciati (lanciati!) su una sedia in aeroporto. Le luci di Barcellona. La consistenza umida dell'afa sulla pelle in qualche paesino della Spagna, Costa Est. E "vaffanculo", in italiano. Una porta che sbatte. I segni delle transenne, violacei, sui gomiti. "Dormi un po', facciamo a tempo". Il dolore al collo. Le hall degli alberghi a cinque stelle. Gli accordi di una chitarra, un po' pic nic, un po' falò. Quella volta che alle quattro del mattino (ahahaha) mi girava il mondo attorno alla vodka lemon. "Ma chi aspettano?" "Me!". Lo sguardo perplesso di un taxista. Dormire in quattro in una stanza doppia. Il vissuto pop più rock and roll di sempre. Al gusto di crema solare, di panini con la tortilla, di lacrime salate e notti di Luna piena. 

E poi eccomi qui, di nuovo. Io che avevo affidato all'avanti veloce il compito di spazzare via ogni delusione dall'iPod. Io che ho scoperto in suggestioni d'America che la musica è più bella quando è musica e basta. Senza gli abbracci e l'influenza e l'ossessione e le dicerie e le malevolenze e i regali e le porte sul retro e i cartonati e i tweet senza risposta e gli urli delle ragazzine e le lettere alla Sony e l'infinita- Dio, tremenda!- stanchezza che subentra alla passione in un porto di Gandía. Quando dici "basta". Punto a capo. Cammino altrove. E il fardello dei tuoi trent'anni diventa di colpo più pesante di tutto il groviglio degli istanti passati.

Lo diceva anche lui, in qualche intervista: "Al final, sólo quedarán canciones".
E voglio davvero credere che sia così, mentre ascolto Las Ganas.

É uscita ieri, anteprima del nuovo disco registrato ad Abbey Road. 

Ché non avevo potuto fare a meno di pensarci, a quel mattino di Málaga. A un cd che passa dalle mie mani alle sue, alla conversazione che ne era seguita. Quello stesso studio. Un documentario. Le canzoni della band che non esiste più. M'era venuto da sorridere. Il piano. L'orchestra. Le strisce pedonali. Io che anche quella volta avevo sentito l'esigenza di mettere distanze tra me e la musica che ascoltavo, solo per riprendere ad amarla come prima.
Forse dovrei semplicemente smetterla di vedere segni dappertutto. Perchè di Las Ganas quel che davvero conta va al di là del modo in cui l'ho ascoltata. Quasi in apnea. Col sospirone finale, sonoro, in cui tutti quei ricordi, d'improvviso, sono al contempo usciti, tornati e andati via. 

Chiamatela catarsi. Chiamatelo deja vù.

Ma le chitarre, in quel brano, ricordano El Canto del Loco. Sono, di nuovo, il mix di sound internazionale e lingua spagnola che mi aveva conquistata e cambiata per sempre in quel lontano 2006. Sono passati dieci anni. Dieci anni esatti, di tutto e di niente. E, proprio, mentre penso di tornare in Spagna, un live di Periscope dichiara più plausibile addirittura un duetto col cugino.

Ci vedo dentro dei segni perchè tutto sta cominciando a somigliare troppo alla trama di uno dei miei tanti libri mai scritti. Pensato e basta, perchè non sono mai stata in grado di inventarmi un finale. Ma in fondo non importa. Alla fine resteranno solo canzoni, anche se solo canzoni non saranno mai. E saranno, invece, punti fermi nel cambiamento continuo della mia vita. Rassicuranti dentro ogni paranoia. Belle come Las Ganas (ma anche come dibujas, l'altro brano svelato appena ieri, più morbido e imbevuto di Madrid). Intense come l'esigenza che ho, e forse avrò sempre, di farle ascoltare anche a voi. 

E quindi bentornato, Dani Martín. 


La Voglia
Dani Martín 

Cade il soffitto,

non riesco a respirare.
Cosa avremo fatto perchè tutto andasse storto?

Si sono disfatti il cielo e la casa
E quello che c'è dentro non si è potuto salvare. 



E dove andrà a finire tutta la voglia di amarci ancora? 

Se l'è portata via la nostra voglia di volare. 
E dove andrà a finire tutta la voglia di lottare ancora?

Si brucerà con l'ambizione. 

E me lo sento, che farà ancora più male.
E i ricordi incendiano il luogo, 

continuano a bruciare, non smettono di portare via tutto

Credo che il tempo non li voglia spegnere. 


E dove andrà a finire tutta la voglia di amarci ancora? 
Se l'è portata via la nostra voglia di volare. 
E dove andrà a finire tutta la voglia di lottare ancora?
Si brucerà con l'ambizione. 


E lasceremo che scappino altri momenti, 


sempre cercando di fare in modo che ci sia altra luce dopo la luce. 
E lasceremo che vincano tante paure, 


e la realtà è che mi sveglio e non ci sei tu. 


E dove andrà a finire tutta la voglia di amarci ancora? 
Se l'è portata via la nostra voglia di volare. 
E dove andrà a finire tutta la voglia di lottare ancora?
Si brucerà con l'ambizione. 


domenica 20 dicembre 2015

"Te encontré sincero, primo": pesci, lumache e nostalgia.

É passata ormai più di una settimana, dal concerto di fine tour de El Pescao. Parlarne adesso rischia di sembrare inutile. Notizia vecchia, buona tutt'al più per incartarci il pane. Eppure, per uno dei miei tanti inspiegabili tarli mentali, so che non sarò in pace con me stessa fino a che non vi racconterò come è andata.

Ed è andata bene, intendiamoci. Bene da risate di pancia. Bene del tipo che è stato uno dei live più divertenti a cui io sia mai stata. Roba da coriandoli (e difatti). Da gag sul palco. Da overdose di amici. É andata che ha avuto il sapore di una festa di fine anno scolastico al liceo. Con la birra che sa di trasgressione, gli arrivederci che suonano come un grazie, la spensieratezza di un futuro da esplorare. Aiutava anche la location. I colori psichedelico-naif dei dipinti sui muri della sala Caracol. Lumaca, in italiano. Un posto che chiaramente si chiama così perchè sono tutti lenti da morire. E poi c'erano i deejay. Anzi, i diiyey. Dai, quanto è meravigliosamente buffo come lo pronunciano gli spagnoli? 




Comunque. Il fatto è che sarebbe riduttivo limitarsi a questo. Ad un paragone. A una definizione di cinque lettere appena. No. Per me quel live ha significato ben più di questo. E, d'altra parte, in tutte le feste della mia vita ho sempre avuto almeno un attimo di riflessione. Forse è un problema di chi scrive. Molto più probabilmente, solo mio. 


Mi sembra ieri - e al contempo un secolo fa - che uscivo da una sala prove nel quartiere di Carabanchel. Avevo appena finito di ascoltare per la prima volta il nuovo disco di David Otero. Il resto del mondo (vabbè, di Spagna!) l'avrebbe conosciuto appena di lì a qualche mese, ed io mi sentivo una privilegiata. Ci eravamo fermati a chiacchierare fuori da un portone. Avevamo scattato selfie. Girato video. L'estate illuminava di luce diversa la stessa città che di quel tour avrebbe in fondo scandito tutte le tappe fondamentali. L'aveva sempre fatto. Era così dai tempi de El Canto del Loco. Non dovrebbe stupirmi, dal momento che quella città è la sua. 






A pochi metri da quella sala prove, ignaro di tutto, un discografico della Sony usciva da un bar con i vetri appannati. "Che ci fate qui?!" "El Pescao?!" "Cosa?!". David, quell'etichetta, l'aveva da poco lasciata. Una mossa azzardata che aveva riscontrato tutto il mio entusiasmo, traducendosi al contempo in voglia di rischiare, supporto di agenzie piccole e giovani, ed incremento di soluzioni promozionali anti-convenzionalmente creative. Lui, il discografico, di quel pre-ascolto non sapeva nulla. In compenso ci parlava di Dani Martín. Del DVD di prossima uscita in cui sarei comparsa anch'io. "É sempre speciale lavorare con Dani", diceva. Ed io pensavo "see, certo". Mordendomi la lingua per trattenere il sarcasmo. In quel momento quasi l'odiavo, Dani Martín. Avevo deciso di chiudere quella tappa dopo una delusione che ancora bruciava. Tutto o niente. Niente o tutto. Le mezze misure lasciatele agli altri, non a me. 

É passato più di un anno, da allora. Adesso El Pescao è tornato alla Sony, e ha scelto di mettere fine al progetto Ultramar con una specie di Festival alla sala Caracol. Ha coinvolto i suoi amici. La bravissima Ms Maiko, live from Canarias: un concentrato di energia con l'aggiunta di un tocco di itagnolità ne "il numero da lei chiamato è inesistente" che introduce in italiano uno dei suoi pezzi. Los Galván, al loro decimo anniversario, che mi fanno sgolare rispolverando quella "Por eso canto" che nella versione con Melendi era stata per un periodo uno dei miei ascolti ossessivo-compulsivi. Paula Rojo, che l'accompagna in "Por las Calles de Palermo". E ancora Joshua Diaz, musicista che ho imparato a conoscere a seguito di una richiesta di amicizia mandatami su Facebook. Umile ed efficace mentre canta con David "Descalza y sin avión", il brano che hanno composto assieme e che certo non poteva non piacermi nel suo parlare di aerei e libertà. 




El Pescao, quel festival, l'ha fatto iniziare con una playlist che sembrava una delle mie su Spotify; E già metteva voglia di sorridere e ballare. Una voglia che non si sarebbe mai spenta, neanche dopo. Nello snodarsi di un repertorio calibrato che ri-arrangiava pezzi noti mescolandoli ai meno conosciuti, passando da una Me Da Lo Mismo in chiave rock a una troppo poco suonata Si Me Pusiera en Tu Piel; dalle suggestioni acustiche di "Cuando llegas tú" a quell' "El Mundo de Los Recuerdos" sempre sorprendentemente difficile da cantare.

Un repertorio che, soprattutto, comprendeva una quantità di brani de El Canto del Loco superiori alla media. Ed è questo che non mi aspettavo. La nostalgia. Il modo in cui una sola parola, aggiunta al testo di Tal Como Eres, riesce a disegnarmi in testa tutto un universo di ricordi e sensazioni. 

"Te encontré sincero, PRIMO."
E la mia mente va via, all'istante. Torna al momento in cui, seduti su di una panchina al centro del palco, i due cugini si guardavano cantandola a duetto. Ai palchi fantasmagorici con le "gabbie" a più piani. I carnevali improvvisati al Sant Jordi. Sweet Child o' Mine. Le corse a perdifiato verso una prima fila alla Ciutadella di Roses. Primo. Solo Primo. E ritrovo gli anni belli. Quelli in cui ancora non c'erano stati hotel, abbracci, chiacchiere o anche solo menzioni sui social. E magari vivevo la musica in modo malato, ma mi bastava una dedica dal palco per scoprire una felicità impossibile da descrivere a parole. Una felicità che non avrei mai smesso di provare a raccontare agli altri, che fosse in mille post, davanti ad un caffè al tavolino di un bar, o al telefono con le amiche per ore. L'avrei inseguita ovunque; L'avrei rincorsa per anni, quella briciola di felicità.






Qualcuno, in altre circostanze, mi avrebbe detto più avanti che non ne valeva la pena. Qualcun altro ancora, che "i musicisti sono tutti stronzi, dal primo all'ultimo". 

Ma allora sono i musicisti, semmai, che vanno lasciati perdere. Non la musica. La musica mai. E quando un problema tecnico spegne l'amplificazione sul palco a me viene voglia di riguardare il film di Personas. Quando David attacca "Sperman" ricordo quel concerto del 2008 pressata tra la gente con un caldo boia. Una foto en blanco y negro è ancora il video di compleanno più bello che mi sia mai stato fatto. Non per il montaggio o la canzone, ma per quello che rappresentava. 

Forse non si è mai trattato di riconciliarmi con Dani Martín, ma di riconciliarmi con me stessa. Di accettare che una tappa si è conclusa non in virtù di una delusione, ma di una necessità di vivere le passioni in modo diverso. Forse più sano. Forse più distaccato. Forse si tratta solo di far pace coi ricordi, ripremere play e ripartire da lì. 

L'ho saputo nel momento in cui David ha detto Primo, guardando col sorriso verso il fondo della sala. Sapevo quello che poi avrebbe confermato: Dani era lì, in quello stesso posto. Sapevo anche che non l'avrei visto; che avrebbe evitato la gente, che comunque in ogni caso l'avrei evitato io.

Eppure ero contenta che ci fosse. Ero contenta di provare così forte quella nostalgia. 

E ringrazio El Pescao perchè, senza volerlo, la sua fine tour mi ha dato la giusta carica per festeggiare un traguardo per me importante. Nel 2016 compierà dieci anni il fanclub che ho fondato. Un fanclub che - scioltisi o meno-  era, è e resterà sempre per prima cosa il fanclub di quella band che tanto ho amato.

Larga Vida - siempre- a El Canto Del Loco. 





giovedì 11 giugno 2015

Fan che incontri, Emoji che trovi


Non per fare la nerd, ma questo post ha avuto serie ripercussioni sulla mia sanità mentale. Così, in uno dei miei consueti attacchi di "Chissà Cosa", mi sono messa in testa di provare a capire quali fossero le emoji più usate dai fan dei musicisti che seguo. Non che il mio metodo sia stato proprio scientificissimo, eh. Più che altro dovete visualizzarvi una povera Crista che, sul Lago di Garda, passi i tempi morti a scartabellare Instagram mentre appunta su un foglietto: "lingua-pugno-fiorellino-scimmietta che si tappa gli occhi". Roba che, se mi avessero scoperta, ora vi starei scrivendo dall'Ospedale Psichiatrico. Comunque. Il fatto è che - per quanto sembri strano - 'sta cosa mi ha divertita. Tanto che, al momento di ricopiare il tutto su Excel (fare i conti a mano era oggettivamente troppo impegnativo) mi sono resa conto che di foto ne avevo ormai visualizzate ben più di un migliaio. Quindi sì, magari i risultati della mia ricerca non saranno proprio da prendere come La Verità Assoluta, però secondo me rischiano di andarci vicino. 



Quello che ho scoperto, in sintesi, è che non solo le emoji più utilizzate cambiano effettivamente molto a seconda dell'artista ammirato (e meno male! Immaginate se avessi fatto tutto 'sto lavoro per niente); ma rispecchiano anche in modo sorprendente i tratti distintivi delle diverse community di fan prese in esame. E questo posso dirlo, visto che - più o meno da vicino- le frequento tutte e cinque anch'io. Eccovi i dettagli. 

IL CILE - "Ciao proprio!"





I fan del Cile salutano. Non perchè siano particolarmente cortesi, quanto perchè tendono a trasferire in linguaggio grafico il gergo giovanile in cui si esprimono sul web: un agglomerato di espressioni idiomatiche in cui io ho sempre scorto una qualche lieve connotazione rappettara. Così, ecco che i "ciao proprio" si sottolineano con la manina ondeggiante, mentre che il pezzo è "una bomba" o "il top" lo dicono le icone corrispondenti. Un po' fuori dal quadro la frequenza del fiore, che ipotizzo legata alla citazione dei "prati di viole" o all'aspetto più sensibile dei testi di Cilembrini: in effetti, è più usata in relazione ai suoi brani piuttosto che all'onnipresente collaborazione nel tormentone estivo di J-Ax. In generale manca solo un "bella zio", che a questo punto mi sarei aspettata di veder descrivere così: 
 (Quello coi baffi è chiaramente uno zio, dai). 

DANI MARTÍN - Too much love! 




Saranno i proverbiali occhi azzurri. Sarà la prevalenza di ragazze molto giovani nella composizione del suo pubblico. Sarà - chissà - forse anche il contenuto romantico delle sulle canzoni più famose. Il punto è che l'ex leader de El Canto del Loco si conferma un conquistador anche su Instagram. Basta cercare l'hashtag #DaniMartín per ritrovarsi letteralmente sommersi da cuoricini di ogni tipo. Il più usato in assoluto é quello doppio, descritto nei miei foglietti come "cuore grande-cuore piccolo". La cosa (essendo io scema) mi fa anche un po' ridere, dato che nella ricerca da cui tutto ha avuto origine era risultato essere il più utilizzato per indicizzare le foto scattate dalle madri assieme ai loro figli. Molto presente anche il piú classico cuore rosso, superato in quantità soltanto dai sorrisi. Chiude l'alfabeto grafico l'emoji con il bacio. Anzi besos. Ché "eso es lo que quiero". 

EL PESCAO - Blub Blub Blub 





Per quanto possa sembrare scontato, l'emoji del pesciolino azzurro è ormai diventata il codice internazionale ed universalmente riconosciuto per indicare il nome d'arte di David Otero. Il suo impiego supera di gran lunga quello di qualunque altra immagine a lui associata, facendo pensare ad una sorta di convenzione non scritta che imponga ai suoi fan di inserirla per un preciso obbligo morale. Al secondo posto, seppur molto distanziata, c'è l'emoticon con il gesto dell'ok, utilizzata soprattutto in relazione alle foto dei live, come ad indicarne l'eccelsa qualità. Molto usata anche la chitarra, che strizza l'occhio anche al ruolo di David all'interno de El Canto del Loco. Il cuore è presente anche qui, ma nella forma del rettangolo/carta da gioco, evidenziando una vena più creativa ed anti-convenzionale dei seguaci de El Pescao rispetto a quelli piú tradizionalisti del cugino Dani Martín. 

IMAGINE DRAGONS - LOL 





Arrivati a questo punto, verrebbe da pensare che i fan degli Imagine Dragons facciano man bassa di queste icone: (per il nome della band), ☢ (per la hit "Radioactive") e (perché sono di Las Vegas). Beh, niente di tutto ciò. Invece, se la ridono un casino. Non è poi così strano come sembra: basta guardare quello che scrivono su Twitter, o video tipo questo, per capire che 'sti ammeregani sono obiettivamente out like the balcons, fuori come balconi. Io li amo anche per questo, e sembra sia così anche per le migliaia di persone che in tutto il mondo abbinano alle loro foto la faccina con le lacrime di gioia. Salvo che poi spunta una specie di bipolarismo latente quando constati la frequenza (insolita, per un fan) del posting dell'emoticon disperata. Sbalzi d'umore che si spiegano, nella maggior parte dei casi, con la lontananza di un evento live a cui si sarebbe voluti assistere, o con l'eccessiva attesa per l'agognato concerto nella propria Nazione. Da segnalare anche la presenza delle stelle (When the stars look down on me, what do they se?") e, al secondo posto, dell'emoticon con gli occhi a cuore. D'altronde l'ho sempre detto, io: "Imagine Dragons = cuoricini". 

CESARE CREMONINI - Get Lucky!





Ascoltare Cremonini porta fortuna! O, per lo meno, porta fortuna seguire su Instagram i suoi fan, che tappezzano il social di quadrifogli. Si tratta, per lo più, del giusto complemento all'augurio della hit "buon viaggio", e fa ad apripista a tutto un universo insolitamente natural. Le cosiddette "Furie Rosse" usano infatti molto anche il sole e il girasole, per quanto quest'ultimo in quantità per poco non sufficiente ad entrare nelle Top 4. Vale la pena segnalare  anche il palloncino rosso, che a me ricorda sempre il ciclo mestruale, ma che in realtà potrebbe essere una sorta di riferimento indiretto al colore storicamente indossato dagli utenti del suo forum ufficiale per riconoscersi ai concerti. 





Se volete che analizzi le emoji utilizzate su Instagram dai fan di qualche altro cantante specifico, dite pure. Però poi mi pagate, sia chiaro. 


domenica 19 ottobre 2014

Mi Teatro.

Prometteva di ricreare l'atmosfera dei concerti, il nuovo DVD di Dani Martín. E, in un certo senso, é stato così. Non credevo di poterla provare anche attraverso uno schermo, quella sensazione. La famigliarità dei volti in mezzo a cui sono cresciuta. Lo strano senso di conforto e appartenenza. Il sorriso ebete che, per due ore di fila, mi mette in pausa il resto della vita. Mi é sempre successo, ai live. Si accendono i riflettori, i primi accordi riempiono di storia un palco, ed io dimentico di colpo ogni fastidio. Deja vú. Ricordi inanellati nelle stesse quattro note. Sei lí, sei viva. Ti aggrappi a una transenna come fai con le illusioni. D'improvviso la tua rabbia sembra sbagliata e lontana. Perdono di significato, gli episodi che ti hanno strappato di dosso l'entusiasmo. Le delusioni che ti accorgi dipendere in percentuale eccessiva da parole altrui. "Sono un'idiota", ti ripeti. "Voglio riviverlo", ti sembra urlarti in faccia l'emozione. 




Per questo, soprattutto, mi é piaciuto "Mi Teatro". Non perché ci sono anch'io, a parlare di quella stessa sensazione in fila. Non perché la mia felicità trasuda in modo evidente nel veloce primo piano sulle note di "Mira la Vida". Anche se sarebbe stata una giustificazione valida, non è nemmeno perché si guadagna a pieno titolo la dicitura "italo-spagnolo" in virtù della regia. L'ho scoperto per caso,  merito di un accento un po' troppo rivelatore e di una successiva ricerca su Google: a curarla è stato Cristian Biondani,  italianissimo e già responsabile - tra altre molte opere impeccabili - del film in 3D del concerto di Ligabue a Campovolo. Ma no, non è per questo. Mi Teatro mi è piaciuto, essenzialmente, perché per 110 minuti sono riuscita a fingere che niente fosse cambiato. 




Certo, poi spegni la tv e l'effetto passa. Tanto ormai sono rassegnata a viverla in modo conflittuale. In bilico tra l'allontanamento imposto dalla crescita e la volontà di rimanere attaccata a qualcosa in cui ho investito quasi un decennio di vita. Lo so, che quando idealizzi troppo qualcuno e te lo buttano giù dal piedistallo niente può tornare come prima. E siccome cambio gusti, cambio ascolti, trovo sempre la stessa frase nel profondo dello stomaco. Estrapolata dal contesto, eppure crudelmente vera. "Così acido è il sapore della delusione". Giá. 

Forse è un bene, però. Perché se poi cullarsi nei ricordi riesce a restituirmi quelle sensazioni, allora vuol semplicemente dire che posso guardare agli eventi con un occhio più critico. Che posso provare (se non sempre riuscire) a separare la persona dalla musica, a riconoscere quello che non mi piace risparmiando il resto. A rinunciare - Alleluiah, alleluiah - alla visione distorta della fan in favore di uno sguardo finalmente obiettivo. 

Ci sono dichiarazioni su cui ho da ridire, in effetti, dentro a quel DVD. L'affermazione per cui ora "non c'è più isterismo tra la gente che si accampa fuori dai palasport", per esempio. Oppure quella, opposta e ribadita in più interviste successive, per cui un pubblico di quindicenni è il benvenuto, perché "garantisce alla mia musica un futuro"; "Perché mi fa vendere", anzi, meglio ancora. 

É vero, non c'é dubbio. Sarebbe ipocrita sostenere il contrario. Ingenuo pensare che chi vive di musica non aspiri a commercializzarla. A quale prezzo, però? 
Puntare ad un target di adolescenti urlanti vuol dire portarle ad identificarsi nelle canzoni che scrivi. Il che spiega, peraltro, il terrore dichiarato in un altro DVD. La paura di sistemarsi, mettere sù famiglia, perché "temo che non mi verrebbero più canzoni". Perché verrebbero, in realtà, ma affronterebbero altri temi. Racconterebbero storie che le ragazzine non vivono. Il contrario, però, rischia di allontanare (come in molti casi ha - ahimè - già fatto) le trentenni che con la musica de El Canto del Loco sono cresciute. Di escludere l'ondata di madri ultra- quarantenni che erano salite sul carro dei fan all'uscita di Pequeño e che si sono volatilizzate, veloci com'erano venute, al comparire del ciuffo e dello styling per gli abiti di scena. 
É una scelta, e come tale va rispettata. Le adolescenti, però, sono umorali per definizione. Continueranno a seguirlo, quelle che ora si scrivono il suo nome sulla fronte? Se non lo faranno ne arriveranno altre, pazienza. Ma per quanto tempo ancora? Se si stuferanno, un giorno, cosa rimarrà? 

Non dovrei chiedermelo, lo so. Non dovrebbe importarmene. Non dovrei sentirmi dispiaciuta alla sola idea come se su quel palco ci fossi io. É questo il mio problema: che, nonostante le delusioni, di questa storia mi sento ancora parte attiva. Coinvolta ed incapace di indifferenza alcuna. 






E ad ogni modo resta bello, poter dire "io c'ero". Farsi venire la pelle d'oca davanti all'interpretazione di Gretel in duetto con Axel (Axel e Gretel: non fa ridere anche voi?). Sentire l'esigenza di indicare con orgoglio quel tizio con gli occhi azzurri mentre canta "Señora" con Serrat. Incoerente con tutti i pensieri pregressi insistere orgogliosa che "vedi, vedi? Ce l'ha fatta! Vedi? Lo vedi quante emozioni arrivano, da lí?". 

Dovreste comprarlo giá solo per quei due momenti, il DVD di "Mi Teatro": Per Gretel e per Señora. E poi per le altre imperdibili chicche. Tipo "Contigo" di e con Sabina. "Terriblemente Cruel" di e con Leiva. La mia faccia sconvolta che mi apre un indiscusso futuro nel cinema (di genere horror). La performance flamenca improvvisata nei camerini. O, ancora, la rivelazione inedita di un episodio imbarazzante avvenuto durante un concerto a Mallorca, fatto di pantaloni strappati e di mutande assenti. Che, tra parentesi, leggo come una chiara pulsione al masochismo. Perché, a meno che non sia un modo morboso per strappare altri urletti alle adolescenti, a me qualche domanda la impone. Voglio dire: io non sono un uomo, ma non dev'essere quantomeno scomodo se non dolorosissimo portare gli skinny jeans senza mutande? Mah. 

E, tanto per restare in tema di Domande Esistenziali, ce ne sono due a cui non avremo mai risposta: 

La strada che percorrono con il furgoncino é inquietantemente poco varia in quanto a panorama, o hanno passato un'ora a girare su se stessi? E, soprattutto, come diavolo fa a rimanergli intatto il ciuffo dopo 3 ore di show, se io dopo cinque minuti ho in testa un cespuglio degno del migliore performer reggae? Dopo tutti questi anni, almeno un prodotto per capelli, Dani, potrebbe anche consigliarmelo. Che diamine.