sabato 10 agosto 2013

La leggenda di Lorenzo e Catalina (ma Jovanotti lo saprà?)

In qualche momento della mia vita da blogger io, questa storia, devo giá averla raccontata. Peró, che vi devo dire? Oggi mi sono svegliata. Ho guardato il calendario. E, dopo il consueto dilemma-da-stelle-cadenti (riassumibile in: “dove vado a vederle?” e “Ammesso che ne veda, a quale desiderio do prioritá?”), me ne sono di colpo ricordata. Per cui magari saró ripetitiva, d'accordo.  Ma, a conti fatti, quante possibilitá ci sono che qualcuno di voi mi segua dal - boh!- 2003? E, soprattutto, che si ricordi di tutti i miei post pubblicati a vario nome e titolo su piattaforme molteplici? Appunto. 

Quindi, statistiche alla mano, io la storia di Lorenzo e Catalina ve la riporto. Che, voglio dire, magari faccio anche un favore a qualcuno. Sí, insomma: vi sará capitato, di andare in Spagna d'estate. Qualche vecchietta, lamentandosi dell'afa insopportabile, vi avrá probabilmente sbuffato contro un “Cómo pega Lorenzo!” (come picchia Lorenzo). E voi, osservandola con aria ebete, avrete  pensato di denunciare 'sto tizio per percosse. O magari vi avranno fatto presente che “si nota subito quando Lorenzo se ne va, senti come si sta meglio!”. E, di nuovo, sarete stati lí a chiedervi chi fosse 'sto maleducato. Perché non l'aveste visto. Perché, soprattutto, giá che c'era non s'é degnato di salutare. 




Ora, per fare chiarezza nelle vostre menti confuse, dovrei iniziare col dirvi che Lorenzo é il Sole. Ma a questo punto prendereste gli spagnoli per matti, quindi é il caso di cominciare dal principio. E il principio – quello che sta dietro ad alcune delle espressioni colloquiali piú usate nella penisola iberica – altro non é che una canzone popolare asturiana. 

Oddio: a dirla proprio tutta non é chiaro se sia nato prima il brano o la leggenda. Quel che si sa é che narra di una storia d'amore contrastato. Lorenzo, il sole, vive di giorno. Catalina, la Luna, esce solo di notte. Sono mondi opposti, lontani, che si completano senza incontrarsi mai. Peró si amano, tanto. Tanto che lui le chiede di sposarlo. E le loro attese nozze sono lo spettacolo piú bello di cui l'umanitá possa godere. Si ripete ad ogni loro sporadico incontro, a implicita dimostrazione che la lunga attesa – e il lungo struggimento – rende l'evento migliore. L'incontro, manco a dirlo, altro non é che l'eclissi. 

La storia, che é diventata uno dei classici spagnoli per l'infanzia, é stata riscritta e rivisitata negli anni da migliaia di poeti, scrittori, blogger, e narratori piú o meno noti. Se ne avete voglia e tempo, una veloce ricerca su Google ve ne proporrá in quantitá notevoli. 

Qui, io mi limito a condividere la canzoncina incriminata. Con tanti auguri a tutti i Lorenzo del globo, e buona notte di stelle a tutti gli altri.
Tra l'altro, mi sono sempre chiesta se Jovanotti, con tutte quelle menate lí di SoleLuna, abbia mai saputo di 'sta cosa. No, perché io, fossi in lui, la sfrutterei. 




venerdì 9 agosto 2013

La Questione Gibilterra spiegata alle scimmiette.

Che inglesi e spagnoli non siano fatti per andare d'accordo, lo si capisce subito. Questo dicono gli stereotipi, almeno. Perchè basta guardarli, dai. Gli uni biondicci, la carnagione lattea biologicamente progettata per l'ustione. Gli altri per la maggior parte mori, melanina compiacente, abbronzatura bronzea da spot della Bilboa. Gli inglesi sono organizzati. Abitudinari. Puntuali. Gli spagnoli incasinati. Imprevedibili. L'impianto linguistico che prevede già da sé il ritardo cronico. Altrimenti non direbbero “nos vemos al medio día” (letteralmente: mezzogiorno) per intendere le cinque del pomeriggio, né userebbero cosí spesso la flessibilitá di quel “dentro de un rato”. Gli spagnoli alzano le spalle. Gesticolano. Ti abbracciano e ti baciano a mó di presentazione. Gli inglesi, tutt'al piú, ti porgono la mano. Gli uni cenano alle sei. Gli altri alle undici, se basta. I primi, alle cinque, bevono il tea. I secondi programmano un giro di tapas tra un po'. Gli spagnoli sono quelli del “no pasa nada, hija”, quelli che l'usted (il lei) l'usano poco o mai. Gli inglesi, al contrario, esigono eccessi di “excuse me” e di “sorry”, perché é importantissimo essere polite. 

Sono lo ying e lo yang fatti nazione. Gli opposti che si attraggono in destini di vacanza. Due popoli che amo. Due Paesi in cui ho studiato e vissuto. Due mondi che, a dispetto di tutti, ho sempre ritenuto piú simili di quanto si creda. Per la loro gentilezza congenita, ad esempio. Ché, in effetti, si distingue soltanto per grado d'introversione. 



Hanno due lingue musicali, diffuse internazionalmente tra Oceani e canzoni. Hanno identica passione per il calcio. Per le feste notturne. Persino le cifre (tristi) di consumo alcolico riescono ad avvicinare la loro popolazione piú giovane. Se ne fregano, inglesi e spagnoli, dell'opinione altrui sulle apparenze. Se hanno caldo si mettono la canottiera. Se hanno freddo, il cappotto. E cosa importa che stagione è, che taglia portano, o cos'ha indossato il loro vicino oggi. Se devono portare fuori l'immondizia, lo fanno pure in pigiama. Tanto, per due metri, che sará mai! E noi italiani ci scandalizziamo, critichiamo, parlottiamo, senza renderci conto che é cosí che riescono – e quante volte l'ho detto! - a vivere almeno centomila volte piú sereni. 

E poi piace fare la fila, a entrambi. Magari per occasioni diverse, certo. Gli inglesi per il bus o per il taxi, gli spagnoli per un concerto pop o per il biglietto della lotteria. Peró la fanno. La rispettano. Ci si organizzano. Alla faccia delle disordinatissime mandrie italiche. 

Comunque sia, il fatto é che a me, Gibilterra, sarebbe piaciuto vederla. Non foss'altro che per affiggere una bandierina in piú sulla mappa dei posti visitati. Che ne so, magari per godermi il contrasto delle cabine telefoniche rosse con la vegetazione tipicamente Andalusa. Per scattare una foto al cartello con scritto “Spain”. Per ridere del bipolarismo assurdo della gente che guida a destra. Poi, per sei virgola otto kilometri netti, a sinistra. Poi, di nuovo a destra. E usa le sterline per comprare sangría. 

Mi sarebbe piaciuto visitare quel posto perché é curioso, insomma. Perchè secondo gli antichi era la fine del mondo, ma letteralmente. Tutto qui. Anche perché, a conti fatti, non é che ci sia molto altro, se si esclude la tecnologia a prezzi da duty free e  uno stuolo di scimmiette rompiballe che ti apre lo zaino appena ti distrai. 



Ad ogni modo, non lo faró. Capito, ragazzi? Scherzavo! Che, da quando ho espresso ad alta voce questi pensieri, attorno a quello scoglio s'é creato un casino. Ma robe che tra un po' lo ying e lo yang si dichiarano guerra. Il che non é bellissimo, in vista della mia imminente partenza per la Costa del Sol. 

In sintesi, per chi si fosse perso le ultime puntate: 

- Gli inglesi, preoccupati per le incursioni dei pescatori spagnoli nelle loro acque, hanno innalzato delle sottospecie di blocchi di cemento nel mediterraneo. Che giá, dico io, come cacchio ti viene in mente? Non é antiestetico un casino? Gli ambientalisti non dicono nulla? Boh. 

- Gli spagnoli s'incazzano. Dicono una roba tipo: “oh, guiris de mis cojones, togliete di mezzo 'sto obrobrio che state rompendo le palle ai nostri pescatori”. 

- Gli inglesi, al solito molto educati, si lanciano in discorsi forbitissimi pieni di scusate, davvero, siete molto carini e vi vogliamo bene, peró l'obrobrio lo lasciamo lí. 

- Gli spagnoli, probabilmente fomentati dai turisti in astinenza da pescaíto frito, passano al contrattacco. Impediscono agli aerei che decollano da Gibilterra (sí, perché quello sputo di posto lí c'ha pure un aeroporto: a tipo due metri da quello di Cadiz; ma vabbé) di transitare sullo spazio aereo spagnolo. Il che significa, lo capirete anche voi, che gli aerei non si posson proprio muovere. Perché dov'é che vanno? Stanno fermi a girare su se stessi per spaventare le scimmiette? Non si puó. Come se non bastasse, parlano di far pagare un pedaggio di 50 euro alla gente che volesse varcare il confine, inasprendo i controlli alla dogana con la scusa che “non sono mica shengen, 'sti qui”. 



- Al che, anche agli inglesi iniziano a girare un po' the balls. Continuano coi Keep Calm, manteniamo la diplomazia, siamo tutti friends. Cameron e Rajoy chiacchierano al telefono in continuazione, come due fidanzatini adolescenti. “Dai, riattacca tu”, “No, dai, prima tu”. I media la definiscono “Hotline Londra-Madrid”, difatti.Ma intanto, infidi, i britannici mandano le navi militari a presidiare il fortino (e le scimmiette, é chiaro).

-  Il sindaco della vicina Algeciras (il posto piú caotico che io abbia visto in tutta l'Andalusia, giuro), che fino a quel momento se n'era stato zitto e buono, inizia a sproloquiare in diretta tv. “'Sti qui parlano bene e razzolano male, é una vita che sopportiamo angherie e soprusi da parte loro”. Dopo di che, inizia a chiacchierare a ruota libera di faccende di contrabbando e fallimento di esercizi locali di cui – sono sincera – non ho capito proprio granché. Intanto, su twitter, si inizia a parlare di “politica neocoloniale”, “conflitto imminente” e “levate 'sta cacchio di royal navy dal porto che la gente c'ha un filino di caga”. 

- Da Downing Street impeccabili funzionari in doppio petto insistono a dire che la faccenda é stata fraintesa: le navi militari sono lí per far degli esercizi di manovra (in pieno Agosto? Proprio lí? Cos'é, in Gran Bretagna non avevano spazio?) e la loro presenza era prevista da almeno un anno. E, comunque, mica hanno intenzione di toglierle. Very Sorry. Faccio anche presente che l'obrobrio cementifico stile Berlino Est/Ovest della pesca pare sia ancora lí. 

Insomma, io non lo so com'é che andrá a finire 'sta faccenda. Ma, in tutto questo, c'é una cosa a cui non smetto di pensare: voi ve li immaginate, Rajoy e Cameron che discutono della faccenda? In INGLESE? Con la caratteristica SH di Rajoy ad aggravarne l'accento? Cioé, secondo me questi qui si fanno la guerra davvero, prima o poi. Ma non perché siano lo Ying e lo Yang, né perché delle scimmiette gliene importi tutto 'sto granché. Naaa. Questi qui inizieranno a spararsi cannonate addosso perché non si capiscono, credete a me. Son brutte cose.

(NB: questo non é un articolo di cronaca, evidentemente. Ergo, se ci sono inesattezze, non prendetevela con me. Tanto non é che le scimmiette si formalizzano, voglio dire). 

giovedì 8 agosto 2013

8 consigli per i musicisti su Twitter

Intendiamoci: io non è che sia così presuntuosa da pensare di aver qualcosa da insegnare a qualcuno. Semmai è il contrario, anzi. Però, a quanto pare van di moda gli elenchi. I consigli. Le regole. Ed è piuttosto logico che, nella mia ormai più che decennale esperienza attiva nel mondo delle community musicali, io abbia più o meno finito col capire cos'è che le persone cercano seguendo un musicista sui social network. 




Perchè, vedete: noi fan siam gente strana. Probabilmente disturbata, non lo nego. Siamo gente che esalta Internet per la meravigliosa opportunità che ci concede: quella di entrare in contatto diretto con i nostri idoli. Di conoscerli in sfaccettature più personali e quotidiane, che svelano la persona al di là del personaggio, rendendolo - per la prima volta nella storia - umano e raggiungibile. E però a questa cosa ci siamo abituati talmente da pretendere Retweet, auguri per i compleanni, ringraziamenti per un ottenuto Trending Topic. Attenzioni, insomma, che quando non arrivano rattristano, al punto da generare delusioni. Tristezze. Nel peggiore dei casi, anche insulti e gelosie. 

Per non parlare di chi si sente autorizzato allo stalking, raccontando la propria vita all'artista tanto amato a base di 140 caratteri al colpo. Chi lo menziona, intasandogli la timeline, in conversazioni con le amiche con cui, a benvedere, lui non c'entra alcunchè. Ci sono quelle che inviano foto mezze (o totalmente) nude, incuranti della minor età e dei rischi di una rete pubblica. C'è chi posta messaggi osè e proposte indecenti in vario grado. Chi - ed è la categoria peggiore! - riscrive lo stesso messaggio 124 volte di fila. E lo correda proprio col numero, come uno di quegli elenchi che tanto vanno di moda. Come se vantarsi di un'attenzione reclamata allo sfinimento fosse normale, dovuto, necessario. Chè poi non è che abbiano niente di urgente da dirgli, al "vip". Anzi, le volte in cui lui risponde (più per sfinimento che altro) chiedendogli cosa accidenti vogliano, finisce che rispondano "che mi mandi un bacio". O "che mi retwitti", che nella logica contorta del web è un po' quasi la stessa cosa. 




Se a tutto questo ci si aggiungono haters e troll  (e cioè, fondamentalmente, gente che si diverte ad interagire con i nomi noti al solo scopo di deriderli e insultarli), non c'è da stupirsi se molti personaggi pubblici decidano di arrendersi ed abbandonare il campo. Un autentico peccato, per le persone più pacate (e più mature, in genere) che si limitavano a sfruttare, invece, l'opportunità di illusa vicinanza offerta dai nuovi media. Ma un peccato anche per loro, per gli artisti stessi, che grazie ai social possono finalmente dire la loro sui temi più svariati senza bisogno di conferenze stampa ed intermediazioni; Che, soprattutto, hanno l'opportunità di un feedback immediato da parte del loro pubblico, sempre ed in qualunque occasione.

Ma come fare, allora, a rendere il più amena possibile la convivenza in Rete?  Io la risposta non ce l'ho, lo dico subito. Credo, però, che il cervello tarato di noi fan (mi metto in mezzo, anche se appartengo - spero!- alla categoria più pacata) purtroppo non si possa cambiare. E allora ho pensato di proporre, nel mio piccolo, alcune dritte ai musicisti social. Sì, insomma, accorgimenti che dovrebbero permettergli di accontentare al meglio le persone che li seguono su Twitter.  Ammesso che le persone siano tutte come me, o almeno come buona parte di quelle che ho conosciuto in questi tanti, variegati, anni "groupie". Buona lettura!

1. Non retwittare i complimenti. MAI. Ti fa sembrare un presuntuoso. Se proprio sei in vena di gratitudine, vai di FAV. Più discreto ed elegante, farà la gioia di chi ti ha lodato senza effetti collaterali sulla tua immagine social. Senza contare che, nei momenti di depressione, potrai tirarti sù di morale rileggendo le belle parole che in tanti hanno speso per te.

2. Soppesa attentamente i follow. Se scegli di seguire le tue fan più accanite dovrai seguirle tutte, altrimenti le escluse rischiano di rimanerci male. Allo stesso modo, nel momento in cui decidi di seguire una persona, per qualunque motivo, poi non smettere di seguirla, e soprattutto non dopo un periodo medio-lungo: nel migliore dei casi si chiederà perchè non tu non l'abbia considerata interessante. Nel peggiore, inizierà a provare malcelate antipatie per te. Ah, scordati di ovviare a tali questioni non seguendo nessuno: su Twitter la scritta 0 following è considerata chiaro segno di qualcosa da nascondere.

3. Rispondi alle menzioni, ogni tanto. E non soltanto a quelle delle stesse tre o quattro persone. Intendiamoci, rispondere a tutti è difficile e nessuno si aspetta che tu lo faccia. Non rispondere mai a nessuno, però, va contro il principio stesso di "social network", mentre che i soggetti dei tuoi reply siano sempre gli stessi rischia di generare gelosie ed invidie tra i fan. Risultato pessimo, in vista dell'ambiente che finirà col respirarsi ai tuoi concerti.





4. Promuoviti, la gente se l'aspetta e vuole essere informata. Però non limitarti a fare solo quello. Retwitta battute, esprimi pensieri e opinioni su altre faccende, metti al corrente il pubblico di altri tuoi interesssi. Insomma: mostra il tuo lato umano.

5. Twitta foto. Le foto ai fan piacciono sempre. Soprattutto se riguardano situazioni di vita quotidiana oppure offrono altri punti di vista di qualche tuo concerto a cui hanno assistito come pubblico. Insomma, dacci dentro con gli scatti dall'iphone.

6. Ignora le critiche sterili (insulti, minacce di morte, e simili). Capisco che, come essere umano, la voglia di rispondere per le rime a chi ti manda a quel Paese sia molta, ma ricordati due cose:
A) chi si nasconde dietro ad un nickname per insultare un personaggio pubblico, nella maggior parte dei casi, sta solo cercando il suo perverso momento di gloria. Una tua risposta è tutto ciò che cerca. Negargliela, la sola cosa che lo farà desistere dal continuare.
B) I giornalisti ti leggono. Sempre. Ed, essendo una categoria spesso piuttosto infida, non aspettano che un tuo passo falso per riempire le pagine di un rotocalco. Quindi, al primo insulto, conta fino a dieci e- lo ripeto- LASCIA STARE.






7. Quando non sei tu a twittare dal tuo account, assicurati che il Community Manager di turno inserisca la parola "(Staff)" al termine del messaggio. Se invece non puoi o non vuoi gestire mai in prima persona i tuoi social network, specificalo nella biografia dell'account, così che tutti ne siano sempre informati. E' una questione di lealtà nei confronti del tuo pubblico, né più né meno.

8. Ignora tutte le regole e fa un po' quello che accidenti ti pare. Essere autentici paga sempre, alla fin fine.

PS: se avete qualche altro consiglio da elargire ai musicisti twitteri, i commenti sono tutti per voi! 




martedì 6 agosto 2013

La Pegatina: quando l'italo-spagnolismo mette di buon umore.

Tradurre in italiano i nomi delle band spagnole è quasi sempre fonte di ilarità. La Pegatina, ad esempio, diverrebbe "L'adesivo". Ma, se pensi a qualche suo ritornello, ti rendi conto che la scelta è azzeccata un bel po'. Ve ne parlo- oltre al fatto che l'ho appena scoperto - perchè quel gruppo incarna come pochi l'essenza stessa di questo blog. Originari di  Montcada i Reixac (in provincia di Barcellona) , i musicisti si avvalgono nel piú recente album di studio della collaborazione di amici tra cui i Baciamolemani, siciliani DOC. Con loro (ma non solo!) mescolano, nei testi, i suoni del castigliano a quelli dell'italiano, senza dimenticare concessioni al catalano qua e là. Quel che ne esce è un universo musicale eclettico, poliglotta, di quelli che se ne fregano piuttosto bellamente di confini, generi e definizioni. Ascoltando "Eureka!" (visto? Anche il rimando al greco nel titolo del disco mi chiama a gran voce!), ti trovi a passare con scioltezza dallo ska ad atmosfere un po' latine, accarezzando nel mezzo i confini di rumba catalana o world music. Il risultato è una ventata di assoluto buonumore. Un po' ripetitiva, forse, a voler fare i puntigliosi. Ma di sicuro adatta a questo periodo estivo. 

Vi lascio due loro brani che più di altri mi sono piaciuti. Il primo, "Non è facile", incarna l'essenza dell'itañolismo piú puro. Il secondo, strumentale, é breve come un tweet. E guardate un po' come si chiama... 







domenica 4 agosto 2013

In Treno.


Visto l'inaspettato successo riscosso su Facebook, concludo i resoconti ciloski riportando anche qui un divertente (per voi, per me mica tanto!) siparietto accaduto in treno tra i fatti del primo e del secondo post. Protagonisti del suddetto, due signori al di sopra della cinquantina, che hanno inevitabilmente deciso di invadere il mio scompartimento nel momento stesso in cui mi stavo beando della mia solitudine. Devo imparare a stare zitta, devo.





- Come mai vai a Prato?

- Per un concerto de Il Cile.

- Noooo! Vaffan***, ma porc*** (serie di improperi a caso). Il Cile é quel ragazzetto di Arezzo...anche noi siamo di Arezzo.

- Ah.
- Anche Pupo é di Arezzo. Ti piace Pupo? 
- Mah, veramente...
- é un grande Pupo! Guarda che é famosissimo all' estero! E ha lavorato in tv, va rispettato.
-...
- Comunque, cos'hai detto che fai, di lavoro?
- Lavoro nei social network
- Quindi a Ruzzle immagino che te asfalti tutti ( sto ancora cercando di capire il nesso)
- Beh, in realtà non ci gioco
- ....
- ....
- Come si chiama la canzone che il ragazzetto, lì, ha portato a sanremo?
- Le parole non servono più. 
- Ah si! Daaai, cantacela, ti preeego!


Ora: a causa dell'estemporaneità della scrittura su cellulare mentre aspettavo Gaia alla stazione centrale, su Facebook ho omesso qualche dettaglio. Tipo il fatto che, in qualche punto a caso della conversazione, i tizi hanno iniziato a stilare un elenco alquanto preciso dei cantanti delle loro zone, dai Negrita a Jovanotti, suppongo allo scopo statistico di appurare i miei livelli di filo-aretinità. Il tutto concludendo che come la musica da balera romagnola, però, non ce n'è per nessuno. Viva Fred Bongusto, e bei tempi quelli lì in cui andavo a ballare. Cioè, non so se rendo. Mi hanno anche illuminata sulla presenza di un bar bellissimo tutto tappezzato di poster formato gigante di Pupo in qualche paesino della Toscana "di cui era originario suo padre". E, di fronte al mio rifiuto categorico nel prestarmi a loro juke box personale ("è che se canto poi piove", ho detto per sdrammatizzare), hanno asserito che meglio ancora, dato che c'avevano da irrigare l'orto. 





Dopo di che me la sono data a gambe, ho rimorchiato un ubriaco e, a giudicare dal colore delle nubi, seriamente sventato un apocalissi. Anche senza aver cantato, voglio dire.



Oltretutto,  io non sono mica convinta di 'sta cosa che Pupo sia di Arezzo. Ma va be'. 

venerdì 2 agosto 2013

Giornate Ciloske- Parte II: Prato

Altro post in differita, scritto il 30 Luglio. La prima parte é qui. 

Alla fine ha tenuto, il tempo. E, tra le tante cose che potrei dire di ieri (perchè sarebbero tante, credetemi, tante davvero) scelgo il riassunto di uno spot del Maxibon. Two is mej che one. Sempre, soprattutto si parla di musica Live. Perchè possono essere a distanza ravvicinata. Possono avere - quasi!- identica scaletta. Ma due concerti dello stesso cantante riescono a darti un quadro più completo di uno solo. Presentarti una realtà a tutto tondo. Sì, insomma, farti rivivere una sensazione pur senza mai ripeterla uguale. 

Ecco: io, a Prato, l'ho capito più che altrove. 


Il Pecci dopo il diluvio, in una foto postata da Il Cile su Facebook


Chè, sulle gradinate in pietra dell'anfiteatro del Pecci, l'atmosfera sapeva di grandi occasioni. E non era solo per i cognomi noti in fila davanti a me alla cassa accrediti. La vicinanza geografica, si sa, è congrega di parenti e amici. Con probabile - e palpabile, in effetti - conseguente impennata di emozione. Non era neanche per la piccola fila formatasi all'ingresso all'apertura dei cancelli, o per la processione degli autografi, pressochè infinita, del dopo show. No. A dividere in modo abissale lo spettacolo toscano da quello trevigiano c'è stata, soprattutto, quell'intimità. L'ambiente raffinato, il senso di eleganza raccolta anticipato da un bravo cantautore siciliano. Tutto il contrario dello spirito rock - fango, alcol e transenne - respirato davanti alla distesa piatta di un festival a base di varietà e gazebo. E poi l'acustica. A voler essere un po' tecnici, l'acustica del Pecci era mille volte migliore. Mi ha permesso di apprezzarlo, finalmente, il testo di quella Baron Samedi la cui bellezza, tra youtube e mix di volumi sbagliati, avevo fino ad ora soltanto intuito. Ha contribuito alquanto, nella pelle d'oca, all'ascolto atteso dell'unica aggiunta in repertorio. Chè nemmeno io le amo, le cover. Ma "Escluso il Cane" di Rino Gaetano sembra essere fatta apposta per essere reinterpretata dal Cile. Dalla sua voce impura e graffiante. Dall'intensità di cui vi ho già parlato. 




E quindi, niente. Non saprei dire quale dei due live abbia apprezzato di più. Non lo so perchè non posso. Perchè sono complementari. Perchè avevo bisogno di entrambi, come delle due anime che convivono in me. Two is mej che one, appunto. Lo sostengo anche in bipolarsmi di nazionalità. 

E se Treviso è stato il primo, il tremore da quindicenne, il fiato buttato fuori con la violenza di un'attesa prolungata...beh, Prato è stata la tranquillità, invece. Il relax di un cammino intrapreso, foss'anche dagli eventi e dall'età. La decisione di entrare in un mondo nuovo, ancora, incurante di ferite ed esperienze del passato. Diversissimo, in effetti, da quelli del passato. Un mondo da cui, sul treno del ritorno, mi sembra adesso di venire strappata. 

Su quelle gradinate, prima che le luci si abbassassero, chiacchieravo con Laura e Rebecca come se le conoscessi da tutt'una vita. Nel guardarmi attorno, tra i volti che s'infittivano, ne scovavo più d'uno già visto qua e là. E, di colpo, per un attimo, giuro che m'è venuta voglia di scappare. Mi sono chiesta che ci facessi lì. Come fossi arrivata, in così poco tempo, addirittura a riconoscere persone. Ad infilarmi - e di diritto, dicono- nella curva ultras delle fedelissime. Quelle che si scatenano. Quelle che il minacciosissimo tizio della security redarguisce ogni due secondi perchè non riescono a non alzarsi in piedi. Quelle che fanno cine, insomma. Davanti ad occhi che, dal palco, sorridono e rispondono, conoscendoci già. Per un attimo, ritorna quella sensazione assurda che provo ogni volta che una nuova esperienza mi fa stare bene. La sensazione di tradire qualcuno, o qualcosa. Di essere in difetto. Ingiusta. Psicanalista da quattro soldi dei miei stessi rimpiazzi.

Se stai bene, però, sensazioni così tendono a svanire in fretta.

E allora al Diavolo le mie paranoie, che in quest'ultimo periodo , l'avrete capito, mi rendono difficilmente sopportabile. Al Diavolo il disagio. Al Diavolo tutto. A me basta, come sempre, che la musica mi arrivi alle vene. 
E in breve diventa un tormentone, la lotta che ingaggiamo con il tipo della security. Uno dei momenti salienti, come quella cover o il discorso de Il Cile prima di attaccare Tamigi. Chè lo fa sempre, lo so. Eppure, a Prato mi ha particolarmente toccata, sentir parlare del coraggio di andare all'estero e cambiare vita; di cercare nuove opportunità o semplicemente arricchirsi d'un esperienza  in altri scenari. Anche se é provvisoria. Anche se torni. Anche se in fondo, poi, non torni mai.
Sarà stata quell'intimità, magari. La sensazione indotta dalla vicinanza fisica che Lorenzo stesse parlando direttamente con me. Il ricordo improvviso di uno dei miei infiniti deliri per cui avevo fatto di quel brano rivisitazioni ispaniche. Ma certo che ti aiuterò con lo spagnolo, prima che tu parta per Madrid. Non lo so. In ogni caso si sa, che l'immedesimazione è il modo più diretto e più efficace per tuffarsi di testa dentro a una canzone. 

Ma l'omone minaccioso proprio non ci lascia, ballare sulle note che amiamo. Ci prende per le spalle, contenendoci fisicamente, tra la nostra indignazione e le risate della band. Che comunque riusciamo a fare un bel casino anche da sedute. "Il moto sussultorio si è sentito fin qui", dice Il Cile (in effetti, "moto sussultorio" potrebbe dirlo soltanto lui). E poi cambia in corsa il testo de Il Nostro Duello, trasformandolo nella "storia di un uomo che vuol far sedere le persone". Ovazioni. Vittoria. "Ma devo fare il bravo perchè ci sono i miei". 
Momenti salienti, insomma. Come la sua emozione ripetuta. Ribadita. Spinta all'apice nella standing ovation finale. 



Quindi non lo so, com'è che andrà a finire ora che sto tornando a casa. Se riprenderó la vita e le passioni di sempre, o se mi immergerò sempre di più in quest'altra nuova dimensione. Onestamente, non mi va neanche di rimuginarci troppo. 

Quello che so è che, a Prato come a Treviso, l'atmosfera attorno al Cile m'è piaciuta almeno quanto la sua musica. Che è stato bello chiacchierarci a tarda notte, senza stress, senza sentire il bisogno di (ri)chiedere una foto o un autografo; Come se - finalmente- quel tastino fossi riuscita a schiacchiarlo. Come se quella sottospecie di deja vù di dialoghi e persone mi avesse riportato indietro nel tempo a fasi alterne di momenti che ho vissuto, e che non c'entravano niente con le masse o le celebrità. Perchè tutto- proprio tutto!- quello che ho vissuto in questi intensi giorni "groupie" ha avuto il sapore esclusivo della normalità. Dal pubblico ai musicisti. Dalle battute ai comportamenti. E allora, al momento del ritorno, tutto ciò che posso fare è rubare un augurio ai Negrita. A una canzone che proprio non la smette di girarmi in testa. Dice: "Resta ribelle, non ti buttare via".


mercoledì 31 luglio 2013

Giornate Ciloske - Parte I: Treviso

NB: Il post, in realtá, data 29 Luglio.

Non so quando o con che modalità riuscirò a pubblicare questo post. Intanto, però, lo scrivo. Qui, nello scompartimento stranamente vuoto di un intercity diretto a Prato. Chè scrivere in treno, poi, m'è sempre riuscito bene. 

Davanti a me, la prospettiva di un cellulare che squilla risposte. Un altro concerto. Altri sorrisi.  Sopra la mia testa, nel trolley mezzo vuoto, c'è una t-shirt nera con sù scritto "siamo morti a vent'anni". Dentro, immagini confuse di sabato scorso. Frammenti di suoni, di facce, di voci. Ecco, soprattutto le voci. Quella di un cantante con gli occhi azzurri che "ormai mi conosce", ma non parla spagnolo. Quella ormai famigliare di Marta, incontrata al tavolo di un bar solo due settimane addietro, eppure già oggetto di confidenze tra amiche. Quella di un musicista che mi saluta con inatteso entusiasmo. "Ma 'sta confidenza?" "Giuro, non ne ho idea!". Le voci, soprattutto, affastellate e sovrapposte di tutti quei "tu sei Ilaria, giusto?" . Quelle che, ancora una volta, hanno fatto di un'esibizione live il simulacro più appropriato del concetto di "casa". 
Devono essere passati almeno due millenni da quando affermavo che avrei mantenuto le distanze. Che sì, quel disco mi piaceva, ma questa volta non mi sarei fatta coinvolgere. 

Illusa. 



Io davvero non lo so, com'è che sono fatta così male. Progettata per lasciare pelle ed anima in ciascuna delle cose che amo. Estraggo il cellulare dalla borsa, con un filo d'ansia a chiudermi lo stomaco. Forse dovrei scrivere a Rebecca. Chiedere consiglio pure a lei in merito a un’idea balorda che mi gira nella testa da un po' in qua. Desisto. Tanto la vedrò tra qualche ora. Forse il problema è che la musica ho sempre saputo viverla solo e soltanto così. Ma in fondo, poi, chissenefrega. Mi piace, giusto? Sentirmi una quindicenne, con la voce che mi trema il mio presunto inadeguato. Ricambiare sguardi da un palco. Conoscere persone. Vivere, masochista che non sono altro, sulla montagna russa dell'adrenalina. Quella che da un "wow" ti precipita nel vuoto più vasto e assoluto. E tu ti senti una cretina. Completa. Preda dei "perchè lo faccio?!", almeno fino alla prossima impennata. 

Mi ha accolta con insolita rapidità, la community de Il Cile. A braccia aperte, nonostante la pedanteria dei miei primi interventi. Che se li avessi letti dall'esterno, io mi sarei stata sulle palle un bel po'. Ecco, avrei dovuto dirgli questo, Sabato, quando mi ha riconosciuta dall'avatar. Mi ero anche preparata il discorso. 
"Guarda, Lorenzo, che non sono così. Sono una normale, ogni tanto. E' solo che non riesco ad esimermi dal commentare tutto. Solo che la grafomania e il desiderio di far bella impressione, assieme, non stanno bene per niente". Ci avevo pensato. Un sorrisetto qua e là a condire il tutto. Una battuta, magari. Ma poi mi sono tornate in mente le sue frasi. Le ho riviste tutte, nella loro perfezione fonica e concettuale. E mi s'è chiusa la bocca. Così, di botto. Salivazione disattivata. Incastrato il tastino che avrei dovuto premere per farlo passare dalla modalità "uno-che-scrive-da-Dio" alla modalità "ragazzo-toscano-che-ha-soli-tre-anni-più-di-te", con cui mi sarebbe stato più congeniale rapportarmi. Pazienza.

Il fatto è che, non appena ho iniziato a prendere confidenza con i nomi letti su uno schermo, ho capito che quel che avevano da dire aveva molto a che vedere con me. Ho ritrovato lo spirito di gruppo. La voglia di divertirsi. Di condividere sensazioni, senza invidie o gelosie sterili. E Sabato, nel guardarmi indietro, dopo l'esibizione dei Bastard Sons of Dioniso, ho visto il pubblico cambiare. I quindicenni sostituirsi ai trentenni. I ragazzini che pogavano abbandonare il campo a favore di persone più mature. Ed ho capito, nella migliore delle metafore, cos'è che veramente avevo perso altrove. La ricerca del posto nel mondo: lo dicono anche i sociologi, che è sempre stato questo essere fan. E c'è un perchè, se la prima volta che ho inserito quel disco nel lettore cd dell'auto, ho pensato "cazzo, questo qui mi ha capita". La canzone era la stessa che ora urla "finalmente" dal trolley qui sopra. Siamo morti a vent'anni, con i nostri progetti di vita alternativa. E' colpa di quella canzone, più che di Cemento Armato, se io adesso sono qui. 


Ma cominciamo dall'inizio. Che, detto a questo punto, vi potrebbe anche spaventare. Ma l'inzio, in realtà, non è che una strada inondata dal sole. Costeggia le mura di Treviso, dove una sfilata di gazebo bianchi mette a dura prova la mia necessità di risparmiare. Sotto ci sono borsette. Bracciali con le perline. Mojito. Persino un chiosco di gastronomia spagnola che evoca nostalgie tra bandiere e immagini di flamenco. Lo sguardo coglie i primi addobbi, a forma di note musicali colorate. Non c'è dubbio: è il mio Paradiso.


Sto iniziando vagamente a realizzarlo, quando le note de "I tuoi pugnali" mi riportano alla realtà. Segue scambio veloce di occhiate tra me e Marta. 
"No, ma è qua dietro?" 
Rischiamo di finire sotto un auto, nella foga di raggiungere la fonte del suono. Quando ce la facciamo, ci ritroviamo in uno spiazzo. Da sole. Col Cilembrini che ci guarda tra il perplesso e il divertito mentre io inizio ad accusare i primi vaghi sintomi di regressione all'adolescenza. O del delirio, in generale, che poi quello è innato in me. E spero che non mi stia guardando per quello che penso. Anzi, spero non stia guardando me e basta. Mi volto nella speranza di trovarmi davanti altre persone, ma alle mie spalle c'è soltanto una distesa deserta. E, quasi certamente, era vero anche quello che pensavo. 

Lo appuro poco dopo, mentre l'imbarazzo della solitudine quasi assoluta mi abbia ormai convinta a filarmela con poca dignità. Nonostante continui a ripetere a Marta "se vogliamo chiedergli una foto lo dobbiamo fare ora, questo momento non ricapiterà". In effetti, sono bravissima a elargire in modo convinto consigli che io poi non seguo. Lei sì, però, a quanto pare. E proprio mentre sono distratta a guardare non so cosa (probabilmente una notina colorata: le amo), si lancia in un impeto di determinazione di cui - manco a dirlo - mi accorgo in ritardo. Ma ormai, oltre a tutto il resto, sono anche vittima di una specie di insolazione, per cui ogni mio comportamento potrebbe essere scusato. Compresa la colossale figura di merda in cui sto per imbattermi. Che, nello specifico, consiste ne Il Cile che mi saluta con entusiasmo, elargendomi due baci sulle guance e la già citata conferma che mi ha riconosciuta da Facebook; e in me che, ricordandomi di botto le sue doti scrittorie (nonchè le fesserie che scrivo io sui social network), mi cimento in una scena quasi muta da copione. Anzi no, blatero qualcosa di non molto sensato sulla macchina fotografica che ha vita propria e sul fatto che ci vedremo anche Lunedì. 

Ho ventott'anni, ricordiamolo tutti. Ripetiamolo in coro.  

Comunque. A mia parziale discolpa, è dal 2012 che sogno questo concerto. Quindi, presumo sia da considerarsi normale se ogni emozione viene un po' enfatizzata. E poi il mojito, l'ebbrezza della prima-fila-centro, le chiacchiere e le nuove conoscenze...insomma, poi ce la faccio, a rilassarmi un po'. Tanto che recupero anche un po' di dialettica, nel ri-beccare Il Cile dopo lo show. Non tutta 'sta gran roba, figuriamoci. Ma l'assetto di persona normale e non psicologicamente disturbata, forse forse, potrei anche essermelo riguadagnato. Ho detto potrei.



Quanto al concerto in sé, penso valga come giudizio l'afonia del giorno dopo. Chè una si esalta in modo proporzionale all'attesa, capirete. Soprattutto se dal vivo metti i punti esclamativi ad un pensiero che avevi già formulato. Perchè se oltre a scrivere dei testi bellissimi (l'ho per caso già detto che mi piace come scrive?) uno canta anche in modo impeccabile, e interpreta con un'intensità che ho visto a pochi...beh, allora la musica italiana ha un futuro. Non è in mano ai reality e ai talent. Non è del tutto in balia di qualche banalità infilata a caso, o - che ne so- di qualche cover. 
Ed è francamente assurdo quanto questo riesca a rendere orgogliosa me, cioè la persona meno patriottica che esista al mondo. 

I momenti salienti?
1. "La ragazza dell'Inferno accanto", dedicata – come mi dicono, poi, faccia sempre - alle "belle ragazze qui davanti". Che siccome sono una ragazza ed ero "lì davanti", mi sono appropriata della dedica pur non possedendo necessariamente l'aggettivo qualificativo. Insomma, 2/3 è una bella percentuale, per rivendicarsi qualcosa, no? Soprattutto se il brano è uno dei tuoi preferiti.  

2. La mia esaltazione al momento dell'attacco di "La Tortura Medievale". Dove per "esaltazione" dovete visualizzarvi una tipa che inizia a saltellare sul posto al grido di "uuuuuuuuhhhh, la adoro". Forse anche battendo le mani tipo foca. Infatti dal palco ho colto risate. Ma io spero sempre di sbagliarmi, quando penso alla ragione più logica per cui una cosa accade. 

In tutto questo, sono ormai a Rovigo. Sto scrivendo ininterrottamente da circa due ore. M'è venuto un fastidioso mal di pancia di cui la legge di Murphy mi sta suggerendo in modo piuttosto evidente la causa. E il cellulare ha squillato l'unica risposta che non avrei voluto avere: a Prato sta diluviando. Considerato che il concerto è all'aperto, fate un po' voi.

[...to be continued...]