domenica 30 novembre 2014

Lo spagnolo in immagini

Lo spagnolo, se l'analizzi dall'esterno, affascina anche per le tante bizzarrie. Sono espressioni peculiari di cui è spesso difficile trovare in altre lingue un corrispettivo letterale. É storia fatta lettere. Frutto semantico di una società in cui chi ama le parole non può far altro che perdersi ammirato. Come me. Oppure come Ed M.Wood, di origine anglofona, che così bene lo racconta su Babbel.com. 
É proprio lí che ha raccolto in un post i suoi vocaboli castigliani preferiti, corredandoli di stupende gif animate in grado di riportarne il significato in modo visivo, immediato, e con la sempre apprezzabile aggiunta di un pizzico di ironia. 
Ho voluto riportarne qui i principali. Non solo per il valore estetico o l'utilità educativa, ma anche perché - solidarietà tra stranieri - sono pure tra quelle che piú hanno conquistato me. 

1. L'ossessione per il latte 



"Non si può fare molto con il latte, in inglese", dice Ed M.Wood. E neanche in italiano, a dire il vero. Si può bere a colazione. Averlo alle ginocchia. Piangerci sopra dopo averlo versato (ma è meglio di no). Poco altro. Non è così in Spagna, dove è  l'ingrediente principale della maggior parte delle conversazioni colloquiali. Anziché a "tutto gas" lì si va a "tutto latte" (a toda leche) quando si corre molto veloci, si "dà un latte" (dar una leche) a qualcuno quando lo si colpisce, ci si attacca un latte (me he pegado una leche) quando si cade e ci si fa male. Una cosa è "la leche!" quando è veramente una gran figata, ma se ci aggiungi un "ay" davanti e cambi il tono, stai imprecando per qualcosa che non va. Se defechi nel latte ("me cago en la leche!"), poi, sei proprio contrariato. Forse é perché sei di latte cattivo ("estar de mala leche"), e cioé davvero di pessimo umore. Ma, se qualcuno te lo fa notare, potresti rispondere incazzato "y una leche!". Come a dire "per niente", intendendo di sí. 
2. 50 sfumature di grigio...polvere.  


La polvere è un altro dei concetti più versatili della lingua spagnola. In italiano gli oggetti possono prenderla e le persone possono morderla, ma nella lingua castigliana... oh, nella lingua castigliana ci puoi fare moltissimo di più. Chiedete ad un mia compagna di Erasmus, che all'arrivo a Málaga credeva di dire "ti spolvero" quando in realtà stava facendo pesanti avance sessuali ad ignari sconosciuti! Ma se "echar un polvo" significa avere un rapporto carnale (quante sfumature di grigio ha la polvere spagnola!, dice il nostro amico Ed su Babbel), basta la forma passiva ed un'acca spostata per intendere che si é veramente stremati ("estar hecho polvo") dopo una giornata di lavoro. Se dici a qualcuno che "ha la polvere" (tiene polvo) stai dichiarando di sentirti attratta fisicamente da lui, mentre se lo fai polvere (hacer polvo a alguien) lo stai distruggendo in un qualche tipo di competizione. 

3. Le onde della Resaca





La risacca, per noi, é solo quella della marea. Per i postumi di una sbronza dobbiamo usare perifrasi lunghe e mai abbastanza utili a descrivere mal di testa epici e rapporti ravvicinati con la tazza del wc. Forse l'assenza di sintesi dipende dal nostro generico non essere, poi, dei gran bevitori. Studi relativamente recenti hanno dimostrato che il maggior consumo di alcol, in Europa, arriva dall'Inghilterra e dalla Spagna: due Nazioni che, guarda caso, hanno vocaboli sintetici ed azzeccatissimi per indicare le conseguenze degli eccessi: hangover e resaca. In questo senso l'immagine che accompagna la definizione del vocabolo nel post di Babbel.com é, secondo, me, in assoluto la piú azzeccata. Basta guardarla un po' piú a lungo e ti viene la nausea. Come dopo una notte a troppi brindisi all'ora. 

4. La Grande Bottiglia 


Letteralmente "grande bottiglia", "botellón" é in realtà uno di quei vocaboli che semplicemente non si possono tradurre. Intimamente correlato alla resaca, e spagnolo piú delle tapas e delle corride, indica l'abitudine, da parte della popolazione piú giovane, a mettere ciascuno una cifra per comprare dell'alcol e consumarlo in compagnia in qualche luogo pubblico. Come ricorda anche Ed M. Wood, é in genere il primo vocabolo che imparano gli studenti Erasmus appena atterrano su suolo iberico... chissà perché. 

5. La candela non brucia la vela. 


Dove c'é mare, ci sono navigatori. Sarà per questo che la Spagna, terra peninsulare e ricca di arcipelaghi, fa della parola "vela" un altro dei vocaboli piú frequenti e versatili del parlare comune? Non lo sapremo mai. Resta il fatto che quello della tela che, spinta dal vento, muove la barca, non é l'unico concetto indicato da una parola apparentemente identica all'italiano. La vela é anche la candela, e se stai a due candele ("estar a dos velas") a livello economico non te la passi bene. Se invece passi la notte in candela ("pasar la noche en vela") significa che non riesci a dormire, mentre se ti "desvelas" ti svegli, e se hai passato il tempo "desvelado" quando avresti dovuto riposarti significa che non hai chiuso occhio, in genere per qualche causa esterna, dai rumori dei vicini alle preoccupazioni. 

E le vostre parole spagnole preferite, quelle che piú vi affascinano a livello semantico, quali sono? 

1 commento:

  1. Il mio elenco:
    almuerzo, parola cacofonicissima che però tradotta significa pranzo, pur sempre un momento di condivisione;
    pesadilla, suono dolcissimo, che vuol dire incubo, cosa che non fa dormire;
    demandar, che non è domandare ma denunciare, querelare... e altre amenità giudiziarie;
    coger, parola proibitissima in America Latina... e non ci vuole molto a capire perché;
    telebasura, e anche qui mi sembra fin troppo chiaro...

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