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domenica 4 ottobre 2015

Nuove uscite in Spagna: Cris Méndez e gli Estopa


Se nell'autunno c'è un lato positivo, è la quantità di nuove uscite musicali. E, parlando di Spagna, ce ne sono almeno due che proprio non posso non segnalare. 

La prima è Cris Méndez, omonimo esordio solista di quella che avevo conosciuto come corista di Dani Martín. Mi piace vantarmi di aver contribuito a finanziarlo io stessa, facendo riferimento al piccolo contributo dato all'apposita campagna di crowdfunding. Il lavoro ha visto la luce in ritardo, sotto etichetta Warner, trasformandosi da EP in vero e proprio album di otto tracce.



Non dovreste perdervelo perchè Cris ha una voce davvero molto bella, che sposa a melodie orecchiabili nel più classico stile pop. Oltre alla mia amata Vida - di cui credo di avervi già parlato - non posso non suggerirvi l'attuale singolo Sube: un omaggio della cantautrice ai fan che l'hanno sostenuta, disponibile online anche in una versione a duetto proprio con il suo "mentore" Martín.






Degna di nota anche Tatuado, la cui diffusione sul web è stata garantita grazie ad un video caricato su youtube; e, tra le meno conosciute, Salir a Ganar: perfetto mantra motivazionale per un'iniezione di coraggio ed autostima: "tornerò a ridere e ad ignorarti", recita il testo, "uscirò a cantare dappertutto, ne uscirò vincente ". 






E poi ci sono gli Estopa, che come ho più volte ricordato sono sempre stati in qualche strano modo legati alla genesi e allo sviluppo di questo blog. Dopo lunga assenza, i fratelli Muñoz sono tornati sulle scene con "Rumba A Lo Desconocido": album di inediti che comprende il classico gioco di parole nel titolo (quasi un marchio di fabbrica, per loro!), una copertina - parliamoci chiaro- veramente brutta, e qualche incursione su terreni musicali più rock. Ma sono sempre loro, e si fanno sempre amare. 



Tre, in particolare, sono i pezzi che consiglio. La malinconica Estatua de Sal, nelle più tipiche sonorità Estopa. Gafas de Rosa, scanzonata deriva ironico/satirica dei difetti della società spagnola, che invita a "rilassarsi e godersi il proprio Paese" in un'indovinata serie di amari sottintesi che spaziano senza dirlo tra corruzione politica, indifferenza e credo.

"Poi possiamo andare a festeggiare nella piazza del paese come facevamo anni fa; sappiamo tutti come organizzarci, sappiamo che ne siamo in grado. Possiamo sempre alienarci in qualche religione, con il passare degli anni, nonostante i danni, gli danno ragione. Possiamo anche affiliarci ad un partito im-popolare : ti proteggono dallo Stato, sono i migliori"






E, poi, soprattutto, Mundo Marrón, che mi sono giá spinta a definire la "Ya no me acuerdo" degli anni dieci. Trovo il testo di questa ballata romantica di una bellezza struggente. Oltretutto, la mia mente bacata vi ritrova un sorprendente agglomerato di rimandi non voluti ad immagini contenute nel titolo di alcune delle mie canzoni italiane e spagnole preferite. E' augurandovi un buon ascolto (ed invitandovi, se lo vorrete, a divertirvi a cercarli) che ve lo traduco a seguire.







Mondo marrone 

Estopa

Bruciano tutte le stelle, mi rigiro nel letto
Il fondo di una bottiglia non sa niente
di 
quello che mi succede, lo racconto al mio cuscino. 
Io seguo la tua comparsa, mangio la tua marmellata. 
Se le tue labbra sono stanche di parola, 
a forza di chiedermi se il cielo è vero, 
o è un'altra farsa... 

Sarà di cartone, sarà di ghiaccio, 
sarà il solletico quando mi sfiorano i tuoi capelli, 
Sarà di cemento, saranno i tuoi occhi neri,
Sarà il tempo passato senza infilarmi nel metro, 
Sarà che il mio cuore è un'auto senza freni, 
Sarà il mio mondo marrone
E la mia anima in bianco e nero. 

Io conosco solo il cielo della tua bocca e mi avveleno
Con i baci che ci diamo
con il desiderio che sentiamo, 
e con il poco che ci mettiamo a sentire la nostra mancanza... 

Si spengono tutti i lampioni, salgo in terrazza
la prima luce dell'aurora mi ha svegliato 
da questo dolce sogno
che anche se non ne ho il controllo 
perchè ultimamente sogno solo a colori, 
sogno solo con diversi sapori 
e dall'inferno io cerco di chiederti
di cos'è fatto il cielo dei nostri cuori 

Sarà di cartone, sarà di ghiaccio, 
sarà il solletico quando mi sfiorano i tuoi capelli, 
Sarà di cemento, saranno i tuoi occhi neri,
Sarà il tempo passato senza infilarmi nel metro, 
Sarà che il mio cuore è un'auto senza freni, 
Sarà il mio mondo marrone
E la mia anima in bianco e nero. 

Io conosco solo il cielo della tua bocca e mi avveleno
Con i baci che ci diamo
con il desiderio che sentiamo, 
e con il poco che ci mettiamo a sentire la nostra mancanza... 

e anche se cantano le sirene io resto qui al tuo fianco, 
con il cuore spettinato, 
che sogna di essere un vagabondo che vuole seguire i tuoi passi 
i tuoi passi, i tuoi passi, i tuoi passi. 










domenica 2 marzo 2014

Melendi e gli altri: l'inspiegabile mania delle versioni in italiano.

Ora: io non sono una guru del marketing, ma certe cose si dovrebbero capire con la logica. Per esempio, che se alcuni cantanti spagnoli hanno un discreto seguito in Italia, forse- e dico forse-  è proprio perchè cantano in spagnolo. Prendi gente come gli Estopa, Melendi o Alejandro Sanz. Sono tra i più seguiti, da noi, almeno se ci si limita al sottoinsieme di quelli per niente o poco considerati dai circuiti top 40 nazionali. Cos'hanno in comune? Le sonorità. Gli esordi marcati da echi pseudo-flamenchi, che tanto evocano (consciamente o meno) lo stereotipo tutto italico di ibericità. Il castigliano fa parte del pacchetto. E' una delle ragioni, se non la principale, della nostra ammirazione. Ebbene: come reagireste se vi dicessi che due dei tre nomi che ho citato hanno realizzato una versione in italiano di qualche loro brano? Inorridireste, giusto? Ecco. E non avete neanche ascoltato il risultato.

Che poi basta pensarci, accidenti.  I pochi spagnoli che hanno avuto successo da noi – Miguel Bosé a parte – chi sono? Vado a memoria. Enrique Iglesias, che si é fatto conoscere con bailamos. Lingua: spanglish. Las Ketchup, tormentone estivo con Aserejé. Lingua: spagnolo misto nonsense. Miguel Angel Muñoz, emerso dal successo di Paso Adelante con tú dirás que estoy loco. Lingua: spagnolo. Se torniamo indietro nel tempo ci sono i Gipsy King, che cantavano in spagnolo. E, piú avanti, David Bisbal, che ha fatto una meteorica comparsa al Festivalbar di Trieste (io c'ero!) cantando nella sua lingua madre. O ancora Bebe, fortunatissima con Malo. Lingua: spagnolo. Persino il caso piú eclatante, Jarabe De Palo, nonostante i numerosi duetti e pezzi in italiano, s'é fatto conoscere in terra italica con La Flaca. La stessa Depende, tra i suoi brani di maggior successo, é stata piú apprezzata in lingua castigliana che nella versione tradotta da Jovanotti. 

E' solo una piccola case history raccimolata a memoria. Niente di che, a confronto di quella facilmente rintracciabile da chiunque abbia accesso agli archivi di una major. Ma allora, perché ostinarsi a tradurre? Io capisco il contrario, intendiamoci. Lo spagnolo medio, di per sé, ascolta musica spagnola o musica cantata in inglese. Punto. Difficilmente, oggi come oggi, si comprerebbe un cd di musica italiana cantato in italiano. Li abbiamo abituati noi, da Ramazzotti in avanti (ma anche indietro, a dire il vero). Quindi capisco – e in certi casi approvo – che i nostri cantanti gli si continuino a proporre in versione castigliana. Il contrario, peró, mi sembra totalmente privo di senso. 

L'italiano, la musica spagnola, l'ascolta eccome. C'é tutta una fetta di ascoltatori latineggianti che stravedono per le sonoritá di quella lingua. Non sará una fetta maggioritaria, d'accordo. Ma nel momento in cui decidi di importare un cantante spagnolo nel nostro mercato, per pura logica é a quella fetta che devi puntare. Perché quella del pubblico che ascolta solo musica italiana, della tua canzoncina con l'accento marcato, l'impostazione forzata e la percezione di assoluta artificialitá, beh, mi spiace dirtelo ma se ne fregherá altamente. E chi ascolta musica straniera sará escluso a priori, cosa che non accadrebbe nel primo caso. 

Mi sfugge la difficoltá di questo processo deduttivo, sul serio. Com'é possibile che si arrivi a rendersi conto che a una discreta fetta di italiani piace un certo cantante spagnolo, si decida di rischiare a conquistare quel mercato, e per farlo – anziché portare le canzoni cosí come sono – se ne realizzi una versione in italiano? 

Versione in italiano che immancabilmente non viene cagata, del resto, perché l'errore di target piú banale e ripetuto del mondo porta a far sí che gli unici a comprarla siano i fan pre-esistenti, ma quasi tutti al grido di “preferivo l'originale”. Gli altri italiani non faranno altro che coglierne ogni privazione intrinseca di autenticitá, la pronuncia innaturale, la resa mediocre. Ribadisco, a costo di essere noiosa: chi ama la musica spagnola non la comprerá perché non é in spagnolo. Chi ama la musica straniera non la comprerá perché non é straniera. Risultato? Il pezzo non andrá nelle radio, i dischi rimarranno invenduti nel negozio, il cantante s'é perso ogni chance di tentare una carriera da noi. Con conseguente perdita di denaro da parte della discografica di riferimento, che nel frattempo avrá speso fior fior di quattrini in traduttori, produttori, studi di registrazione, re-incisione dei dischi e campagne promozionali varie.

Una cosa del genere era successa anche con La Oreja de Van Gogh e il loro triste invenduto a palate sugli scaffali della defunta Ricordi di Parma. E non credo che il mancato successo di “Guapa” da noi fosse dovuto soltanto al fatto che Amaia Montero lasció il gruppo più o meno al momento del lancio. 



Poi non si considera l'Italia come un mercato favorevole agli spagnoli. Poi si dice che gli artisti spagnoli non hanno successo mediatico da noi. Dico, pare brutto chiedersi perchè?

Ché l'ho scoperto per caso, il singolo in italiano di Melendi. Doveva uscire nel 2013 ma, ovviamente, se n'é persa ogni traccia. Io spero davvero che i signori della Warner, a questo punto, non si stiano arrovellando nel cercare di capire cosa sia andato storto. Perché, dai, a me Melendi generalmente non dispiace affatto. Ma 'sta cosa nella nostra lingua é un obrobrio come pochi se ne ricordano negli annali della discografia mondiale. Roba che definire “inascoltabile” è poco. Siamo seri.




Mancano addirittura le basi; il promemoria universale per cui la musica é innanzitutto suono. E il suono di “no se asuste señorita, nadie le ha hablado de boda” é fatto di vocali morbide. Tonde. Dolci. Niente a che vedere con le v e con le z del pur letterale “non si spaventi ragazza, non parlo di nozze ancora”. Duro. Forzato. Totalmente stridente nei confronti della melodia. Senza contare la solita forzatura, l'artifizio papabile di chi é costretto ad esprimersi in una lingua che né conosce né tanto meno gli appartiene. La scelta stessa del brano, pure quella é assurda! Ché presentare Melendi all'Italia come quello che scrive del “tuo giardino coi nanetti” fa sembrare ridicolo un autore che, nell'arco della sua carriera, ha scritto invece testi di tutto rispetto. 

E poi c'é Alejandro Sanz, che in italiano – mi segnalano – ha fatto a quanto pare un disco intero. Non é un mistero: a differenza di Melendi, a me Sanz non convince nemmeno in spagnolo. Ma almeno nell'originale ha una sua ragion d'essere. Almeno, non risulta finto e forzato. Almeno non é come “se tu mi guardi”, Santo Cielo! 




Per cui, se qualche addetto ai lavori incappasse per puro caso in questo mio post, spero accolga la mia accorata (e infervoratissima) preghiera: gli spagnoli, in spagnolo. Sempre. Fatelo per noi filo-ispanici. Per la mia pressione arteriosa. Per il benessere di chi è costretto a sorbirsi i miei papiri.

PS: A proposito degli Estopa, trovo questo riadattamento amatoriale in italiano di "Ya no me acuerdo" a cura di un certo Giuseppe Liberatore di gran lunga migliore di tutti quelli ufficiali. E E lo dico nonostante le sue imperfezioni. Il motivo? Oltre al mio personale amore per le voci un po' roche, canta nella sua lingua madre. 



sabato 13 aprile 2013

I piú ascoltati in Italia e Spagna: post semi-serio con echi astrologici.


Una vecchia canzone di Renga, riaffiorata dai ricordi in base a chissà quale meccanismo cerebrale. Eventi che si accumulano in una stessa serata. E in testa, a fregarmi, ancora il rapporto tra tempo ed idee. Oggi va così, poco altro da dire.

Certo, a meno che non vi interessi sapere quanto costa l'affitto della mia futura casa. Perchè li ho poi guardati, i prezzi. D'altronde si sa, che sono esperta nel farmi del male.

Si parla di 450 euro al mese. 500 a dir tanto. Mi riferisco a monolocali da 60-70 metri quadrati. Ammobiliati. Con tutte le caratteristiche di cui avevo sognato. 500 euro, capite? Basterebbe uno stipendio medio-basso, altro che milioni! Solo che la devo smettere, di dar ragione agli oroscopi de Il Piccolo. Perchè io non è che ci credo; Non è che li interpreto. Io proprio mi impegno a metterli in pratica. Prendete quello dell'altr'anno. Diceva: “2012: periodo di viaggi”. Ed io cos'altro ho fatto, se non prendere aerei? Per il 2013 prevedeva che avrei avuto voglia d'indipendenza. Ed eccomi qui, a cercare annunci su pisos.com. Sono patetica. 

Comunque. Il fatto è che ho una specie di blocco dello scrittore. O della blogger, quel che è. Come se i troppi progetti grafico-visivi che ho in programma rendessero gelose le parole. Come se si rifiutassero di disporsi nell'ordine giusto, che ne so. Non potete neanche immaginare quanto questa cosa mi faccia star male. Dormo male. Mi angoscio. Premo il tasto “delete” con troppa frequenza per non sentirmi frustrata. Finchè mi viene da piangere forte. Proprio coi singhiozzi e i moccoli, in pieno stile bimba capricciosa. Insopportabile agli altri, oltre che a me. Scaglierei il computer contro il muro con la stessa violenza con cui in era analogica appallottolavo i fogli. E Keep Calm un corno, dannazione. Avreste anche un po' rotto, coi Keep Calm.

Poi sarà l'ascendente Scorpione. Cioè, gli Scorpioni sono tormentati, no? Lo diceva un tizio, l'altro giorno, su Teletruria (sì, lo so, non fate domande). E a me non bastava nascere cocciuta come una capricorno da copione. No. Io dovevo essere testardamente tormentata. Mi par giusto. Anche l'astrologia doveva rendermi la vita un casino.

Insomma: mi perdonerete, se il post non è all'altezza delle vostre aspettative. E' che, persa ogni speranza di apparire interessante, non restava che pescare a pieni mani da un articolo di Rolling Stone. L'edizione spagnola, intendo. Quella che ha da poco reso noti i risultati di uno studio sulle abitudini di consumo musicale degli universitari iberici. Se ne evince che gli artisti locali vengono generalmente preferiti a quelli internazionali. I più ascoltati sono, in quest'ordine: Estopa, Fito y Fitipaldis ed El Canto del Loco. Al quarto posto c'è David Guetta, il più apprezzato (sigh!) tra gli stranieri. Soltanto noni gli intramontabili Beatles.


I piú ascoltati dagli universitari spagnoli


Il dato è interessante anche perchè proprio ieri Spotify ha diffuso i dati sugli artisti più ascoltati online in Italia. E, al contrario degli universitari spagnoli, noi continuiamo ad essere immancabilmente esterofili. I più cercati sono i The Lumineers, seguiti da Pink e Calvin Harris. Per trovare degli italiani bisogna scendere al decimo posto, dove il più amato pare essere ancora Max Gazzè. Dopo di lui Marco Mengoni, Fabrizio de Andrè e Lucio Dalla.

Se ne evince che se Gazzè duettasse con gli Estopa ne verrebbe fuori un italo-spagnolismo da best seller.

Non riesco proprio a immaginarmelo, però.

sabato 2 marzo 2013

(Italo) Spagnoli a Parigi.


Il bello delle grandi città è che, per quanto alienato ti senta, trovarti un micromondo sarà comunque possibile. Facile, addirittura. A ben vedere è per questo che il mio sogno di indipendenza si limita a un monolocale. Altro che ville al mare, ché poi con l'umidità vengono i reumatismi. Basta con le idealizzazioni bucoliche! In fondo la campagna ha odore di letame e troppe zanzare in estate. Senza contare i galli, che tendono a svegliarti ad orari inumani. Naaa, io chiedo solo asfalto. Tanto asfalto. Tonnellate di asfalto condite da luce al neon. Basta che, appena uscita, io abbia sempre qualcosa da fare. 

Sì, insomma: prendi il concerto degli Estopa a Parigi. Mica è stato l'unico, di un gruppo spagnolo. C'è un'intera associazione, nella capitale francese, che si dedica a diffondere la cultura iberica. Contattano band d'oltre Pirenei. Le fanno esibire in sale di piccola o media capienza. E ci aggiungono, a contorno, un sacco di attività collaterali a tema. Hanno anche una radio, fate un po' voi. Ogni Domenica trasmette i maggiori successi pop della penisola iberica. Organizza concorsi. Mette in palio dei premi. Anche essere filo-ispanici è un po' meglio, se vivi in una grande città. 




Ci riflettevo Venerdì scorso, quando la mia compagna di avventure accennava en passant al ricco programma sull'Andalucía Gitana. Me lo mostrava sullo schermo del pc. Locandina un po' pacchiana,d'insistenza Alhambrica. C'erano mostre fotografiche sul flamenco. C'erano spettacoli di baile. C'era Manuela Carrasco – Manuela Carrasco, capite?!- ad esibirsi quello stesso giorno, obbediente alle leggi di Murphy e al mio scarso dono d'ubiquitá. Mi scapperebbe anche un'imprecazione, ma in un post su Parigi non sta bene. Uh la lá. Mon Dieu. 

In ogni caso, la scelta sarebbe valsa la pena. L'ho capito sin da quando la scritta “Cabaret Sauvage” ha fatto comparsa nel mio campo visivo. Il fiume, sulla mia destra, come un generatore d'aria gelida. L'eco ancora lontana del soundcheck a catapultarmi nell'attesa. Qualcuno che supera a passo svelto, con una qualche non meglio specificata cartellina in mano. E luci al neon. Luci al neon dappertutto. Quasi a ricordarmi – e perché, poi? - il musical del Moulin Rouge. 



Allora non importa, se la fila é molto piú lunga di quanto ci aspettassimo. Se non abbiamo mangiato, e io ho il terrore di svenire. Se, mentre Céline mi abbandona in cerca di surrogati calorici, sento che il sangue, dentro me, é ormai ridotto a ghiaccio tritato. No, nemmeno questo importa. Perché, saró anche a Parigi, ma attorno a me in gran parte parlano spagnolo. E in fondo basta questo, per sentirsi a casa. 

La sala, poi...Dio, la sala é bella davvero! Costruita sulle immagini architettoniche di un circo vecchio stile. Platea circondata da un piano rialzato su cui si ergono tanti, eleganti, tavolini rossi e oro. La marea umana, scopro in un accenno di sorpresa, ci si butterá a pesce. Cosí, senza troppi sforzi, riusciamo a guadagnarci un'altra prima fila. 

E gli spagnoli...ragazzi, a me gli spagnoli mettono sempre allegria. Non parlo dei Muñoz, adesso. Non ancora. Ora mi riferisco al pubblico urlante che, con tutto il rispetto, alza il termometro di tre gradi almeno. Rispetto ai francesi, sí. Ma anche rispetto a noi. Perché allo spagnolo medio non importano le cornici: lui ce l'ha nel DNA, il buonumore. Lui, gli occhi illuminati da un orgoglio patriota (e forse anche da qualche drink) si sa comunque sempre – e meglio d'altri – divertire. Mi ricorda l'eramus, d'un tratto, il Cabaret Sauvage. A dirla tutta, mi ricorda anche un po' i mondiali. L'atmosfera di quel bar di Parma, circondata da quelle stesse bandiere, quando nel 2010 la selección sconfisse l'Olanda. E io, dimentica dei miei natali, stavo per gettarmi dentro a una fontana. 

Come allora, i cori “yo soy español, español español” si alternano ad “Alcol, Alcol, Alcol, hemos venido a emborracharnos y el resultado nos da igual”. E a me viene in mente Grace. Il Carnevale di Cadiz. Le bottiglie di Sandevid col tappo giallo. A me viene da ridere, fondamentalmente, un bel po'. 

Anche se accanto a me, in realtá, c'é un parigino. E mica uno qualunque, no. Un ubriaco. Di quelli molesti, che ogni tre canzoni circa ti scomodano per andarsi a prendere una birra. E piú birre bevono, piú la loro capacitá di coordinamento muscolare diventa difficile. Finendo col rovesciarti un bicchiere sul tuo piumino. E tu, al solito “Keep Calm”. “Lo siento”. “Keep Calm”. E poi un'altra birra. Sposti il piumino. Poco male, la ribaltano sulla sciarpa. Ancora “Keep Calm”. Respirerai Heineken per tutto il giorno e mezzo a venire, ma “Keep Caaaaalm”. E poi, piú birre bevono, piú diventano socievoli. E attaccano bottone. La voce impastata. Una miscela di lingue francamente intellegibile. Sempre la stessa solfa, ripetuta cinque volte. Sempre sulle canzoni che, guarda caso, amo di piú. 

- [Frase misteriosa in francese]
- Lo siento, no entiendo, no hablo francés. 
- Ah, hablas español!?
- Sí. 
- [frase misteriosa in – suppongo – spagnolo ]
- Lo siento, no te he entendido. 
- [frase misteriosa in lingua a caso]
- Eeeeehhh?! 
- Quieres una cerveza? 


Sul serio: non credevo che l'avrei mai detto, ma rimpiango le ragazzine isteriche che mi fracassano i timpani di striduli Guaaaaaaaaaaaaaaaaapoooooooooooo ad ogni concerto di Dani Martín. Tra l'altro, un tizio dello staff indossa la maglietta del tour Pequeño. E a me prende un raptus di nostalgia. Comunque, che vi devo dire? Meno male che Vino Tinto l'hanno giá fatta. Tra le prime in scaletta, a continuare l'esaltazione iniziata con l'incipit di Mañanitas. Meno male che han giá fatto anche “Ya no me acuerdo”, in assoluto il mio brano preferito degli Estopa. Cantato da José tutto cuore, rabbia e polmoni. Mi sono emozionata. Forse anche perché non me l'aspettavo. 





E tutto sommato, dai, non mi posso lamentare. Certo, l'ubriaco, col passare del tempo, si é sempre piú comodamente stravaccato sul palco al grido rauco de “Los chichos, los chichos lalalala los chichos”; ma se non altro mi lascia tranquilla anche per tutta la parte flamenco-rumbera del concerto. Un cambio di sound e formato che spezza il ritmo rock della prima e dell'ultima parte, catapultandomi in una dimensione parallela. Il mio micromondo, per l'appunto. Un micromondo da pelle d'oca. E' una delle parti meglio riuscite del concerto, secondo me. Peccato solo che la naturalezza delle palmas altrui faccia sentire la mia vena da impostora gitaneggiante alquanto fuori luogo. A ben vedere, forse avrei dovuto accettarla, quella cerveza. Anzi, facciamo due. 


Comunque. La vera rivelazione del concerto degli Estopa é stata in realtá Ludovico Vagnone. Nel caso in cui stesse leggendo – non si sa mai- gli faccio ciao ciao con la manina. Spiego: Vagnone suona la chitarra con loro. Se non erro ha un trascorso coi Pooh e con Alejandro Sanz. E- come il nome vi avrá suggerito – é al cento per cento italiano. Un italiano che, stando alle biografie che si trovano online, si é innamorato della Spagna al punto da volerci rimanere. Insomma: un degno rappresentante dello spirito di un blog che, come ho giá piú volte ricordato, proprio sotto la stella degli Estopa é nato. E giuro che la rima non era voluta. Ricordato-Nato, intendo. Vabbé. 

Poi, i Muñoz se ne sono andati. E' successo dopo circa tre bis, tre ovazioni con piedi sbattuti a terra, centoventisei “los chichos, los chichos”, e una stretta di mano per ciascuno. I Muñoz, che giocano sulle loro scarse nozioni di francese e, nonostante un tour mondiale estenuante, su quel palco si divertono davvero. Perché si vede, accidenti. Si vede eccome, in ogni singolo sorriso. 

I due fratelli di Cornellá, sorridenti e affiatatissimi, hanno lasciato il Cabaret Sauvage in una festa appena cominciata. Un dj metteva musica spagnola. Ancora ritmi rumbeggianti. A suon di palmas e accenni di sevillanas, la gente giá iniziava a ballare. Ballare come piace a me, intendo. Senza paranoie. Come, quando e con chi capita. Ballare mentre canti a squarciagola. Ballare per sfogare tutta la gioia che hai in corpo. Ballare muovendo le dita in posture flamenche, e poi prenderti in giro. E poi ordinare un drink. Ballare come ogni fine settimana per i nove mesi di Erasmus, in definitiva. Dio, non so neanche dirvi quanto mi fosse mancato! 

In una grande cittá puoi rivivere l'erasmus, capite cosa intendo? Puoi guardarti gli Estopa dalla prima fila e dopo scatenarti sulle note di Melendi. Dico: puoi forse volere altro, se vivi in una grande cittá? 

Ma, per quanto quella pista attragga il mio corpo come una calamita, resta il fatto che non ho cenato. Perché due biscotti con sopra disegnata una faccina sorridente io non li considero cenare. E vedete: io, se non mangio, non ragiono. Lo stomaco, con i suoi brontolii post adrenalina, finisce sempre e comunque per dettare le sue regole. A Céline, poi, non so nemmeno se andasse, di ballare. In fondo, lei in Erasmus mica c'era. 

Allora infilo il giubbotto. Mi avvolgo attorno al collo la sciarpa gusto Heineken, e saluto mentalmente la possibilitá quasi perfetta delle copie. Un attimo prima di rigettarmi nel freddo, col la coda dell'occhio, scorgo l'ubriaco. Si sta dimenando in modo poco aggraziato di fronte ad una bionda coi capelli corti. Manco a dirlo, ha una birra in mano. 



E sono quasi certa stia cantando “Los Chichos”. 

mercoledì 20 febbraio 2013

Parole d'altri (e viaggi miei).

Porta un bambino in un negozio di dolci. Digli che può assaggiare tutto. Proprio tutto, senza spese e costrizioni. Poi sarò anche troppo stanca per i paragoni ad effetto, ma da quando ho Spotify mi sento così. Ché i finlandesi avranno pure denti sanissimi, ma sono gli svedesi a spaccare. Insomma, pensateci: scrivono best seller mondiali, mangiano salmone e, dopo tutti questi anni, siamo ancora tutti qui a cantare “Mamma mia” degli Abba. A chiunque altro sarebbe bastato. Invece loro, non contenti, decidono di sfornare l'Ikea e Spotify. Cioè, le due migliori invenzioni al mondo dopo internet e l'anestesia. Questi ne sanno, ragazzi. Altrochè.

Per cui, niente. Domani parto per un weekend parigino. Mi aspettano due amiche, gli Estopa e un paio di crepes come si deve. Non volevo partire senza salutarvi, ma ho i neuroni stremati dagli eccessi cerebrali di una giornata intensa. Ergo, parlo con parole d'altri. Di parole d'altri, anzi. Del miele e del vento che sanno di Canarie in ogni testo degli Efecto Pasillo. Un disco energico, dal ritmo incalzante. Di quelli che ti rendono euforica se balli e produttiva se lavori.




Parlo – come dagli ultimi due post avreste potuto prevedere – de Il Cile. Chè mi piacciono anche le due inedite, quindi è proprio la fine. Mi salva solo il fatto che mi vengono i complessi di inferiorità all'idea di scrivergli sui social network. E così, per una volta, almeno un po' di distanza la riesco a conservare. Comunque, nello specifico, direi che la frase "scusami se non riesco piú a difendermi dal ruggito dei tuoi occhi" vale giá da sola i due brani. Ma, nel complesso, é forse la rabbia de "la tortura medievale" a piacermi di piú. 




Parlo dei Fun, perchè il loro “Some Night” è un album pressochè perfetto. Lo è sin dall'introduzione. Da quel “‎"Tea parties and Twitter, I've never been so bitter. And you, why you wanna stay?" che tanto mi si addice. La mia preferita è Why am I the one, ad ogni modo.



Ve la lascio. Mi rilasso. E...ci sentiamo tra un po'.  Se ci si pensa, comunque, é giá quello che ascolto a rendermi bipolare.

martedì 8 gennaio 2013

Estopa: gli imprescindibili (secondo me).


“Vengo de una tierra bonita y cercana, que nunca me cierra la puerta de entrada,
pero yo siempre quiero buscar la salida... “
Vacilón, Estopa.





Gli Estopa sono uno di quei gruppi che ti riempiono la vita senza far rumore. Non arrivi mai ad esserne una fan. Non ne segui tutte le mosse. Non sogni di avere una foto con loro. In realtá non ci pensi nemmeno, al di fuori dei dischi che ti tanto in tanto ti trovi a comprare. Eppure stanno lí, al tuo fianco, in ogni singola tappa della tua esistenza. Canzone dopo canzone ti accompagnano nella tua crescita, nelle tue cotte, nelle tue passioni. E tu, razza di ingrata, non te ne accorgi nemmeno. Non fino a quando ti trovi con i mano i biglietti giá pagati per un loro concerto a Parigi. Ebbene sí. Céline li ha vinti ad un concorso radiofonico. Mi ha offerto di andarla a trovare. Il resto é stato tutto in discesa, a partire dal volo easyjet con l'ultimissimo posto in offerta che, a quanto pare, aspettava proprio me.
In fondo gli Estopa – e l'ho giá detto in piú occasioni – sono sempre stati un po' anche la mascotte di questo blog. Il primo post su splinder era dedicato a loro. Il primo su blogger, per scaramanzia, pure. E allora, ecco: ché il primo concerto di questo 2013 rischi seriamente di essere il loro sa di catarsi. Non poco. Per prepararmici, ho scelto di passare in rassegna le dieci (che poi in realtá sono 12) loro canzoni che piú hanno rappresentato qualcosa per me in questi anni. Sí, insomma, le imprescindibili.



E' il secondo anno del corso di spagnolo all'Universitá. Il loop costante sul sedile blu del treno. Credo di averla scoperta prima ancora di innamorarmi de El Canto del Loco, fate un po' voi. Tra l'altro, l'immagine delle statuine del presepe ubriache perse mi ha sempre fatta ridere un bel po'.

2. Luna Lunera / Ninguna parte / Ya no me acuerdo

Tutte e tre assieme, sí. Loro sono i primi testi di canzoni che io abbia mai tradotto in italiano. Quelli che per un periodo non facevo che canticchiarmi in testa prima di dormire: metodo infallibile per prendere sonno, estratto da un libro di Luca Bianchini. Al giorno d'oggi sono ancora, in assoluto, i tre brani degli Estopa che preferisco. 





...y el cielo pinta tus ojos negrooooss ! Parma. L'appartamento di Via del Prato. Io, con l'asta del mocio come microfono e il volume dell'ipod a palla sul mio playback. Avreste dovuto vedermi: quella sí, che era felicitá.


Il primissimo post di Italo-Spagnola, quando ancora ad ospitarmi era il defunto splinder. Di tutto il disco “Allenrok” era quella che piú affascinava. Ché “ hoy te escribo en un papel, no tengo internet, o pinto en la pared la pared pa quien la pinte, o hago un disco de jazz para jugar al despiste” (oggi ti scrivo su un foglio, non ho internet, o dipingo sul muro un muro perché qualcuno lo dipinga, o faccio un disco jazz per giocare al depistaggio).

5. Vino Tinto

Le uscite con Roberta. Pepa y Pepe. I film con Paco Léon. Calle Larios deserta e scivolosissima dopo la pulizia cittadina. Un tizio assillante e troppo biondo dell'Olanda che si ostinava a provarci con me. Insomma: l'Erasmus, nientemeno.





6. Fuente de energia

Il primo concerto del tour Hasta Luego, l'ultimo de El Canto del Loco come band. Alla Farga de l'Hospitalet de Llobregat tutti i biglietti erano stati venduti. Dani non ricordava il testo di Volverá. E noi peró eravamo ancora tutti uniti. I Muñoz erano ospiti d'onore, in quella data. Il duetto contenuto in “X Aniversarium” é stato registrato proprio lí. Io ero in seconda fila, al centro. Gli urletti che si sentono di fondo immagino che siano un po' anche i miei. 







Me l'ha fatta conoscere Marianna, e ogni volta che l'ascolto mi ricorda lei. Rappresentava il suo ritorno dall'Erasmus, cosí diceva. Soltanto quando é atterrato anche il mio aereo ho finalmente capito perché.



L'ho sempre sentito come un inno personale. “No nací gitano, no. No quiero ser payo, yo. No tengo raza, ni credo, ni religión. Especie por determinar, fuera de catalogación, en este mundo surreal, falta imaginación. No nací gitano, no. No quiero ser payo, yo. Sé muy bien donde nací: nací en el Mediterraneo.” (Non sono nato gitano, no. Non voglio essere un “payo”, io. Non ho razza, né credo, né religione. Specie da determinare, fuori dalle catalogazioni. In questo mondo surreale manca immaginazione. Non sono nato gitano, no. Non voglio essere un “payo”, io. So molto bene dove sono nato: sono nato nel Mediterraneo”) . Dico, c'é forse altro da aggiungere?


Se Jugar al Despiste era Italo-Spagnola su Splinder, Mañanita é Italo-Spagnola su Blogger. Non dimenticate che questa nuova tappa l'ho aperta sulle sue note. E in fondo ha molto a che vedere con le mie notti insonni in terra spagnola.

10. La bombillita

Non so esattamente per quale motivo, ma sin dal primo istante in cui l'ho ascoltata m'ha ricordato la vita da Tour. Sí, insomma: l'ultimo anno, in definitva. Agrodolce e riflessiva, come mi sentivo io verso la fine.

[…]
Vamos a cantar una canción, y salir disparados
vamos a rezar otra oración a un Dios equivocado
venga, vámonos rápido que no se encienda
la bombillita que hará que comprendas
vámonos rápido, venga, ¿que estamos haciendo aqui?
Pero el tiempo pasa sin consultar, contra el viento del olvido
yo sé que un día te levantarás buscando un mundo perdido
pero la suerte de poder soñar te hara mirar para alante,
yo aqui con unas canas mas y otra canción,
otra manera de entender la realidad, otra ilusión,
pero llevo aqui tu bandera clavada en el corazón. [...]





[…] Andiamo a cantare una canzone, e uscire sparati,
andiamo a rivolgere un'altra orazione ad un Dio sbagliato.
Dai, andiamocene in fretta prima che si accenda
la lampadina che ti fará capire...
Andiamocene in fretta, dai, che stiamo facendo qui?

Ma il tempo passa senza consultarti, contro il vento dell'oblio.
Io so che un giorno ti sveglierai cercando un mondo perduto
ma la fortuna di poter sognare ti fará guardare avanti.
Io qui, con qualche capello bianco in piú e un'altra canzone,
un altro modo di guardare la realtá, un'altra illusione,
ma ho qui la tua bandiera conficcata nel cuore. […]


Sará un gran concerto, mi sa.