giovedì 14 agosto 2014

Gli 11 Hotel più strani di Spagna


Perché accontentarsi di un hotel qualsiasi quando puoi dormire su un albero, in un igloo o magari sul vagone di un treno merci? Aiutandomi con gli elenchi di ABC , Hacemos Turismo Hotel World ho selezionato gli 11 hotel più strani di Spagna: perfetti per chiunque aspiri a una vacanza davvero anti-convenzionale. Tra l'altro, qualcuno ha anche dei prezzi niente male. Ah! Tranquilli, ho controllato: sono ancora tutti in funzione! 

1. Cabanes als arbres (Barcelona) - Dormire su un albero






Chi non ha mai desiderato, da bambino, possedere una casa sull'albero? Ubicato in piena Sierra del Montseny, a soli 84 Kilometri da Barcellona, questo peculiare hotel coronerà il vostro sogno d'infanzia. Potrete, infatti, pernottare in piccoli edifici in legno sospesi ad un'altezza compresa tra tre ed otto metri, in perfetta comunione con la natura. Le capanne sono sprovviste di elettricità, ma comprendono lanterne, candele, acqua e lavandino. Inoltre, i clienti hanno libero accesso alla vicina struttura de La Masia, provvista di tutti i confort tra i quali la piscina, il giardino privato, la connessione wi-fi gratuita e il servizio bar.  In obbedienza alla politica di assoluto rispetto per la natura, persino il WC é biodegradabile.
L'hotel può essere una buona opzione anche per una fuga romantica. Per gli innamorati sono, infatti, previsti servizi speciali che comprendono pack di champagne, cioccolatini, fiori e buoni per massaggi da utilizzare all'interno della casa sull'albero.

Il prezzo medio per due persone varia da 110 a 130 euro, a seconda della stagione. La colazione, inclusa nel prezzo, viene servita ogni mattina in un'apposita cesta che, issata con una corda, vi verrá recapitata direttamente alla vostra capanna.





2. O semaforo (La Coruña) - Dormire in un faro






Collocato a 143 metri sul livello del mare, all'estremo Nord- Ovest della Penisola Iberica, l'hotel é un rifacimento del Faro di Finisterre e offre una visuale mozzafiato di quello che un tempo era considerato il limite ultimo del mondo. Prima di essere adattato per fini turistici, l'edificio é stato una base militare e, per breve tempo, una stazione meteorologica. Oggi, oltre alle stanze, ospita una caffetteria e un ristorante specializzato nella cucina tradizionale gallega. 

Il prezzo per la stanza doppia va dai 95 ai 110 euro, con un supplemento di quasi 7 euro per la colazione. 





3. Circo Museo Raluy (Aldea, Tarragona) - Dormire nella carovana di un circo 






Se amate il circo non potete perdervi l'esperienza che offrono i fratelli Raluy, che hanno creato uno dei pochissimi - se non l'unico - hotel itinerante. Si tratta, in realtà, di carovane originali del 1939 completamente restaurate e dotate di tutti i confort per albergare i visitatori che volessero osservare da vicino la vita di acrobati e circensi senza rinunciare alla comodità di un alloggio di lusso. Ogni carovana può ospitare fino a un massimo di sei persone ed é costituita da una stanza doppia, una stanza con letti aggiunti, un bagno, un minibar e un salotto dotato di televisione. Il prezzo per due persone é di 200 euro a notte e comprende l'ingresso allo spettacolo. 



4. Altiplano Tipis (Granada) - Dormire nelle tende degli indiani 





Augh! Sentirsi un pellerossa é possibile anche sulla Sierra di Baza, nei dintorni di Granada. Tutto grazie ad una coppia di inglesi, che ha avuto l'idea di trasformare una zona di grotte primitive in una serie di tende coniche in perfetto stile comanche. Ciascuna di loro é provvista di un letto matrimoniale o due letti singoli, tappeti di fabbricazione locale e un cesto di vimini in cui custodire gli oggetti personali. Di notte, la pace e l'isolamento del luogo invitano alla meditazione. Il prezzo medio per due persone é di 60 euro al giorno. 

5. Hotel Plaza de Toros de Almadén (Ciudad Real) - Dormire in una plaza de toros








Monumento storico e artistico dal 1979, l'Hotel Plaza de Toros de Almadén é stato dichiarato dall'UNESCO Patrimonio dell'Umanità. Questo perché ha riadattato, conservandoli, gli spazi tradizionali del recinto taurino della località. Quelle che furono un tempo abitazioni indipendenti sono oggi 24 stanze a quattro stelle integrate nella caratteristica plaza de toros esagonale. Ad Agosto, durante le feste di Paese, o nel corso della Settimana di Pasqua, vengono ancora celebrate delle corride, offrendo agli amanti della tauromachia un motivo in più per la prenotazione. Il prezzo per due persone va dai 65 agli 80 euro a notte, con la colazione inclusa. 






6. Vagón Rural (Murcia) - Dormire nel vagone di un treno 








Ubicato a soli 10 minuti dalla città di Murcia, questo originale alloggio rurale nasce dalla volontà di recuperare e riabilitare gli antichi vagoni dei treni in uso negli anni 50 del ventesimo secolo. Ristrutturati a dovere, sono stati riconvertiti oggi in moderni appartamenti attrezzati con riscaldamento, aria condizionata e connessione wifi gratuita. Chi vi soggiorna può usufruire anche di una cucina privata, del giardino comune della struttura e del barbecue a disposizione degli ospiti. Il prezzo per due persone varia dai 49 euro infrasettimanali  ai 119 euro per il fine settimana. 




7. Iglú- Hotel Granvalira (Andorra) - Dormire in un igloo 








Se il freddo non vi spaventa, questa é decisamente una delle migliori opzioni per un'esperienza insolita. L'hotel, interamente di ghiaccio, viene ricostruito ogni anno nel mese di Dicembre e si scioglie naturalmente con l'arrivo della primavera. Situato a 2.350 metri d'altitudine, nei pressi di alcune delle maggiori località sciistiche dei Pirenei, é composto da 4 igloo standard in grado di ospitare fino a 6 persone ciascuno, due igloo con bagno privato, un igloo-suite, un bar, un ristorante, un servizio di WC pubblico e altri servizi complementari. Il prezzo per un adulto può variare dai 109 ai 551 euro a notte, a seconda del pacchetto prescelto. La prenotazione standard, ad esempio, comprende aperitivo, cena nel ristorante dell'Igloo, escursioni e tea, acqua e colazioni presso il ristorante Tres Estanys nella vicina località di Grau Roig. Se invece si sceglie la suite romantica si avrà a disposizione anche una vasca idromassaggio privata con il tetto aperto, così da potersi godere il cielo stellato mentre ci si rilassa con la propria dolce metá. Tutti i letti sono provvisti di materiali speciali per proteggere dal freddo, ma - siccome la precauzione non é mai troppa - ai clienti vengono comunque offerti, in aggiunta, sacchi da pelo pensati per le spedizioni artiche e pesanti lenzuola di cotone.  Tutte le stanze sono, inoltre, rivestite di pelli d'agnello. 
Se decidete di optare per un'esperienza così estrema, vi invito anche a dare un'occhiata preventiva al sito dell'hotel, in cui é riportato l'elenco dell'abbigliamento e dell'attrezzatura consigliata per i pernottamenti in igloo. 





8. Casas Karen (Cadiz) - Dormire in una capanna di paglia






Collocate nella localitá marina di Caños de Meca, queste peculiari abitazioni fatte di legno e paglia ricreano lo stile delle timore tipiche della regione del diciottesimo secolo e vogliono essere un omaggio al lato più autentico della splendida Costa della Luz. Le ha fondate Karen Abrahams, una belga innamorata della località andalusa, con il fine di proteggere la purezza dell'ambiente che la circonda. Oggi le case (dotate di doccia, bagno e cucina privata) sono sparpagliate su un'estensione pari a quasi 8.000 metri quadrati, e sono state definite dalla maggior parte dei visitatori una perfetta oasi di tranquillità. Il prezzo per due persone va dagli 85 ai 135 euro a notte, a seconda del tipo e delle dimensioni della capanna (Choza) prenotata. Gli animali domestici sono i benvenuti. 


9. Cuevas Pedro Antonio de Alarcón (Guadix, Granada) - Dormire in una grotta 





La localitá di Guadix, in provincia di Granada, é famosa per le sue grotte scavate nella roccia, dove i suoi abitanti vivevano sin dal XVI secolo. Alcune di esse sono state riconvertite in appartamenti attrezzati con tutti i confort, come nel caso di questo hotel. I prezzi per due persone variano dai 67 agli 81 euro a notte a seconda della stagione, e le opzioni d'uso o alloggio sono tra le più numerose: a disposizione, tra le altre, grotte attrezzate per gli invalidi, grotte speciali per le fughe romantiche (in cui é inclusa una jacuzzi), e addirittura grotte per feste, riunioni ed eventi privati. 


10. Hotel Marqués de Riscal (ElCiego, Paesi Baschi) - Dormire in un'opera d'arte







Progettato da Frank Gehry, questo lussuosissimo hotel a 5 stelle si caratterizza per il design innovativo che ne fa una vera e propria opera d'arte al centro di uno scenario rurale da mozzare il fiato. Collocato nell'area della cosiddetta Cittá del Vino, fornisce gratuitamente i clienti di biciclette con cui esplorare le colline circostanti. Da provare anche la Spa tematica del vino, che sfrutta, nei suoi trattamenti, le proprietà benefiche dell'uva. 
Il prezzo é, prevedibilmente, esorbitante (dai 300 euro a notte per due persone, in sú) ma l'appagamento é garantito. 

martedì 12 agosto 2014

Il tipico post sui libri da leggere sotto l'ombrellone

Ci sono svariate costanti, nel mese di Agosto. Ad esempio, il traffico dell'esodo. I bollini rossi. Gli incendi. La gente bloccata agli imbarchi di voli, traghetti, sottomarini e teletrasporti vari. I servizi di Studio Aperto sulla necessitá di bere molto se fa caldo (se non ce lo dicessero loro non so proprio come faremmo). E, ancora, i premi di ogni genere e specie in diretta tv, accompagnati da non meglio precisate sfilate di soavi dozzelle in bikini e tacco dodici su scalinate alla San Remo che secondo me montano apposta per l'occasione. Per non parlare dei servizi del TG1 coi connazionali che sbuffano su qualche ritardo incastonati in un mare di valige che, a giudicare dalle dimensioni, contengono su per giú tutto l'armadio di casa e almeno due unicorni nani.




Ma, soprattutto, ci sono loro: gli inevitabili post sui “libri da leggere sotto l'ombrellone” (con la possibile variante del “libri da mettere in valigia”) che, implacabili, in questo periodo prendono ad invadere il Web. Che poi, siccome sei sempre alla ricerca di ispirazioni letterarie, finisce che li leggi pure. Ed é lí che ti prende quella strana specie di sconforto misto incredulitá tipico di chi si sente alieno al resto della razza umana. Perché, dai: voi che tipo di storie leggereste, sotto l'ombrellone? Io, col riflesso del sole negli occhi, quattordici bambini che giocano a rincorrersi attorno al mio asciugamani, e la necessitá di un bagno all'incirca ogni 4 minuti, in genere prediligo qualcosa di leggero. Non troppo impegnativo. Divertente. Sí, insomma: qualcosa che mi faccia evadere completamente dai problemi della vita quotidiana. Invece. Se ci fate caso, un buon 50% delle liste dei suddetti “libri da leggere sotto l'ombrellone” comprende: romanzi tristissimi con protagonisti devastati da malattie terminali, giovani donne represse da religioni e dittature, ragazze vittime di stupro che cercano il coraggio per tornare alla vita di ogni giorno, gente in crisi perché licenziata a sessant'anni con un'intera famiglia da sfamare, madri che si suicidano, innamorati depressi che non riescono a coronare il loro sogno d'amore, trattati di fisica quantistica, riscritture di Guerra e Pace in cirillico. Che poi capisci perché gli italiani, in vacanza, sono sempre e comunque i piú incazzati.

Quindi. Visto e considerato lo stato delle cose, la lista me la sono creata da me. Ho assemblato gli elementi piú in linea con le mie esigenze da almeno 5 siti diversi, li ho shakerati con la wishing list di Anobii, e questo é quello che ne é uscito. Non un consiglio, perché – complici librerie sfornite e biblioteche in surplus di prestiti – non ho ancora avuto modo di iniziare nessuno dei volumi citati. Semplicemente, una dichiarazione d'intenti. La condivido con voi per adeguarmi allo status symbol della blogger seria. E anche perché, non si sa mai: magari puó esservi d'ispirazione!

1. Joshua Harris - Svegliamoci pure, ma ad un'ora decente

Più riguardo a Svegliamoci pure, ma a un'ora decenteLo consiglia anche Wired, il che già dice tutto. Paul, trentenne smarrito ma affermato libero professionista, si trova ad affrontare un furto di identità sul web che rischia di danneggiare lo studio dentistico per cui lavora. Il suo tentativo di scovare l'impostore diventa pretesto per raccontare in modo ironico l'era dei tag, dei like, dei post e dei tweet. Mi ispira perché…social! 

Più riguardo a Didone, per esempioMariangela Galatea Vaglio riporta in vita con humor e leggerezza miti ed eroi dell'antichità, dimostrando che "sono meglio di Beautiful". Ecco allora che Elena di Troia, altera e distaccata, potrebbe fare uso di droghe pesanti; Messalina diventa la Paris Hilton dell'Impero Romano e la Didone del titolo, bella e intelligente, si innamora di un Enea che "più che un uomo é una iattura". Ovviamente, c'è di mezzo anche Ulisse. Mi ispira perché…beh, avete letto #Odissea



Più riguardo a Il posto più strano dove mi sono innamorataDefinita "la storia ironica e disillusa di una globe trotter dell'esistenza", racconta le peripezie di Irma: preda di una famiglia improbabile e scombinata, lavori impossibili, spasimanti troppo timidi per rivelare la loro identità, segue il consiglio del padre e lascia la Palermo in cui è nata per Torino, Praga e Roma, alla ricerca di un posto nel mondo che qualcuno sembra sempre occupare prima di lei. Mi ispira perchè…in un certo qual modo, sono una globe trotter anch'io! 



Più riguardo a I baci non sono mai troppiDi straordinario successo in Spagna, il romanzo di Raquel Martos si presenta come un inno all'amicizia vera, raccontando del re-incontro tra due amiche di infanzia all'aeroporto di Madrid. Mi ispira perché…italo-spagnolo!



Più riguardo a La banda degli insoliti ottantenni Annoiati dalla vita disagiata in una casa di riposo costretta a tagliare le spese, alcuni vecchietti decidono che starebbero meglio in prigione. Così, decidono di mettere a segno il furto del secolo, tra tutta una serie di esilaranti avventure. Mi ispira perché…si preannunciano risate! 



Più riguardo a L'incredibile viaggio del fachiro che restò chiuso in un armadio IkeaUn indiano, fachiro di professione, decide che è giunto il momento di comprare un nuovo letto di chiodi, e si imbatte in una promozione incredibilmente vantaggiosa firmata IKEA. Una volta arrivato nella sede parigina del megastore svedese decide di trascorrere la notte a curiosare, finché l'arrivo di una squadra di commessi lo costringe a nascondersi dentro un armadio. Peccato che al mattino proprio quell'armadio debba essere imballato e spedito in Inghilterra. E' l'inizio di un'avventura fatta di incontri a dir poco surreali. Mi ispira perché…è strano già dal titolo, immaginate come dev'essere dentro!



Più riguardo a Una notte a Parigi per innamorarsiCharlotte sta per coronare il suo sogno d'amore, trasferendosi a Parigi con il fidanzato, quando scopre che lui l'ha tradita con una ragazza conosciuta online.  Così decide di partire comunque, ma da sola, e giura a se stessa che mai più nella vita avrà una relazione seria con un uomo. Non solo: determinata a salvare quante più donne possibile dalle delusioni d'amore, crea un blog tutto al femminile, in cui dispensa consigli su come passare da un letto all'altro senza mai innamorarsi. Ma circondata com'è da affascinanti single parigini ­e assillata dall'ex che è tornato a farle una corte spietata, la sua missione è messa a dura prova. Mi ispira perché…sono una blogger romantica, tutto sommato. 



Più riguardo a Un vestito color del ventoMadre e figlia arrivano nella cittadina di York con un passato difficile da dimenticare e l'intenzione di aprire un negozio di abiti e accessori vintage. Non tutti, però, sono pronti ad accoglierle a braccia aperte, soprattutto perché l'esuberante Fabia (la madre) non è disposta a rinunciare alla propria unicità per assecondare il conformismo dei compaesani. Mi ispira perché…il fascino dei negozi Vintage mi conquista sempre. 



Più riguardo a La figlia diCon una madre ex modella, una sorella in carriera e soprattutto un padre che, da famoso fotografo, è diventato anche un volto televisivo, Olimpia Reale è la pecora nera della famiglia. Vive a Roma in un attico dei suoi  e scrive la biografia di un’artista sconosciuta. Ogni giorno deve spiegare a chiunque incontri che sì, è è la figlia di. Quando, armata di una cagnolina rantolante, si presenta all’appuntamento con un editore, pensa che finalmente la sua vita cambierà. Non sa che quell'incontro la obbligherà una volte per tutte ad affrontare suo padre. Mi ispira perché…"sì, sono la figlia di", nel mio piccolo, è capitato di dirlo anche a me. E poi la copertina è dannatamente estiva! 


Se volete suggerirmi altri titoli, i commenti sono tutti vostri. Peró evitate le tragedie umane. Almeno ad Agosto. Dai.  

giovedì 7 agosto 2014

El Pescao, il coraggio e l'aura.

L'aura serve a mantenere le distanze. É lei che fa di te una superstar. Immateriale, però la percepisci. Scia di successi e stili di vita, specchio di ammirazione in occhi altrui. Aura. Io, almeno, la chiamo così. Ce l'hanno tutti quelli che – loro malgrado- un po' ti fanno sentire inferiore. Quelli che impongono un po' piú del rispetto, insomma. Quasi una sorta di timore reverenziale. L'aura ti fa balbettare, arrossire, sentire inadeguata. Non la scegli, ce l'hai e basta. E David Otero, grazie al Cielo, non l'ha avuta mai.

Forse si spiega cosí, l'assenza di isterismo nel suo pubblico. Cosí diverso da quello de El Canto del Loco. Di suo cugino. Di chiunque si trascini dietro urletti e scritte sulla fronte. I fan del Pescao sono posati. Mediamente trentenni. Comunque eterogenei in interessi e demografie.

L'assenza d'aura: a conti fatti é questa, una delle cose che piú mi mi piace in lui. Non ti fa pesare le classifiche, i traguardi, la misteriosa magia dell'esercizio creativo. Perché é una professione, punto e basta. La svolge, non lo definisce. Perciò, davanti a te, resta soltanto un ragazzo comune. Con un sorriso contagioso. Una t-shirt ironica. E tutto l'agio del sentirsi alla pari. Impossibile non chiacchierarci con naturalezza. Frenarsi di imbarazzi inutili nello scambiarci opinioni. David, El Pescao, é un ragazzo degli anni ottanta i cui occhi si illuminano d'amore quando nomina i figli. É solo questo e molto piú di questo. Un artista eccletico d'animo gentile, a cui non manca nulla tranne i tratti del divo.




L'ho visto cosí, ancora una volta, in un edificio anonimo del quartiere di Carabanchel. Il deserto dei passanti tra le industrie. Qualche bar scarsamente frequentato. E poi la sala prove, messa a disposizione da un amico per il tempo necessario al mio premio. L'ho usata anch'io, la creativitá. Oh, sí. Mi é servita ad ascoltare il disco in anteprima. Due mesi prima dell'uscita. Assieme ad altre dieci persone, due ragazze che svolgono grossomodo il mio stesso lavoro, e un paio d'altre facce note dello staff. Ero lí perché ho partecipato ad un concorso: si trattava di esprimere, in qualunque modo volessi, la ragione per cui avrei voluto viaggiare a Londra con El Pescao. Ho usato un programma per disegnare fumetti. Ci ho mescolato ironia. E mi é valso una sedia in plastica, nel cuore di una torrida Madrid, davanti al tasto play di un Mac.






L'ho giá scritta per Total Free Magazine, la recensione di Ultramar. Sarebbe inutile, monotono e vagamente controproducente ripeterne i contenuti anche qui. Peró c'é un'altra cosa che mi piace, in David, oltre all'assenza d'aura, ed é il coraggio di sperimentare.

Ché, in qualsiasi campo artistico, la sfida é andare avanti. O, almeno, ho sempre pensato che dovesse essere cosí. Se ti limiti a riprodurre all'infinito la formula del tuo successo non ne avrai soddisfazione. E, al contrario di quello che si crede, a lungo non ne avranno piú neanche i tuoi fan. Puó piacerti il panino con la mortadella. Piacerti da morire. Ma prova a mangiarlo tutti i giorni, pranzo e cena, per settimane e settimane. Dopo un po' ne avrai la nausea, é inevitabile. Uscirai a far la spesa e comprerai il prosciutto. O una scatola di sofficini, magari.

Cambiare, invece. Metterti alla prova. Ecco...é questo che fa di te un artista vero. Perché il nuovo lavoro potrebbe non piacere. La gente potrebbe dirti “era meglio il primo”, schiacciarti l'autostima, scaraventarti dai palasport gremiti ad una sala con meno di dieci spettatori. Perché ci pensi e fa paura. Talmente tanta paura che ti metti a disegnare come un esercizio zen per ritrovare la calma. Ché ci sei tu, in ballo. I tuoi soldi. Il tuo futuro. Ché sarebbe stato piú facile restare con la Sony, rinnovare il contratto, accettare i meccanismi di sempre.

Peró ci avrai provato, accidenti. Comunque vada potrai dire di averlo fatto. Di aver inseguito i tuoi obiettivi e le tue pulsioni, non quelle di qualcun altro. Al di lá del fatto che il nuovo album de El Pescao mi piaccia da morire, per me é giá questo a valergli il piú grosso degli applausi. La piú grande delle ammirazioni.

Perché David é tendenzialmente una persona pacata. Ride, scherza, difficilmente lo vedi litigare con qualcuno, quasi mai risponde a troll e provocazioni sul web. E allora ti verrebbe da descriverlo in leggerezze, lui che – al contrario – mette in ció che fa tutta la serietá e la professionalitá possibili.

E va a scuola di canto per migliorare quello che non lo convince. Si trasferisce in un'altra cittá per potersi ripulire da tutto in cerca dell'ispirazione. Cerca nuovi sound nelle stoviglie e nei dischi che ascolta; nelle strade; nei talenti poco noti a cui chiede di collaborare con lui...No, credetemi: David della leggerezza non ha niente. Piuttosto, ha impegno, sogni e determinazione che vorrei potergli rubare anche per me.





Abbiamo incontrato una persona della Sony, a pochi metri da quell'edificio di Carabanchel. Un volto noto, un incontro costante ai concerti, sin dai tempi de El Canto del Loco.

“Che ci fate qui?”
“Eravamo all'incontro de El Pescao.”
“Perché, che incontro ha fatto El Pescao? Ma dove? Proprio qui?!”

Ho letto il suo stupore come la fine di un'Era. La coincidenza, come un'assurda burla del destino.

A quindici giorni esatti dal mio rientro, le cronache di un viaggio mi sembra doveroso concluderle cosí.



martedì 5 agosto 2014

Gandía…shore?!

Il suffisso shore ha fatto di Gandia una localitá universalmente nota come scenario marittimo di gente tamarra. La nomini e ti viene in mente un reality show di Mtv, con corrispondenti protagonisti palestrati in cui diametro dei bicipiti, numero di tatuaggi e taglia del reggiseno paiono inversamente proporzionali al quoziente intellettivo. In realtá...beh, la realtá non é che sia proprio cosí diversa, parliamoci chiaro.


Una buona fetta della sua popolazione estiva (e quindi, per definizione, non autoctona) si condensa in riva al suo mare turchino con il solo e preciso intento di fare festa. In base ad un rituale d'origine paleozoica, famiglie ed over cinquanta sembrano essersi guadagnati la licenza di occupare la spiaggia nelle prime ore di sole. Dove per “occupare” si intende per lo piú piazzare ombrelloni a due centimetri l'uno dall'altro fino a ricreare cinque, sei – anche sette, le Domeniche di Luglio – file variopinte ove aspirare a tutto, fuorché alla tranquillitá. Non c'é il tizio del Cocco Bello, ecco. Quello, magari, se lo sono risparmiato. Peró organizzano zumba, balli di gruppo ed esercizi di aerobica alle ore tredici, col termometro che segna 37, nessun copricapo in testa, e la sabbia ridotta ad una brace. Ché ti fermi, sconvolta, a guardare l'istruttore (uno che non capisci se sia d'origine caraibica o semplicemente molto abbronzato) mentre urla ad una donna sovrappeso “VAMOOS! A SALTAR”, e ti viene il sospetto che stia cercando di ammazzarla per accaparrarsi l'ereditá. Sembra anche sorridente, lei, a dire il vero. Come tutti gli altri che le sculettano attorno. E tu, coi rivoli di sudore che scendono molto poco dignitosamente dalla fronte, ti senti contemporaneamente molto vecchia, molto poco sportiva, ma soprattutto molto poco in sintonia con certi aspetti del genere umano.



Comunque. Verso il tramonto – dopo probabile collasso a seguito delle sopra citate attivitá ginniche – anziani, bambini e genitori muniti di materassini e paperelle prendono a sciabattare allegramente verso i rispettivi hotel. É allora che, furtivi e assatanati come un branco di vampiri, i ggggiovani prendono possesso della Costa. La loro routine é grossomodo la seguente: sveglia (ore 18, sú per giú); tuffo nel Mediterraneo (con occhiali da sole addosso per non far vedere le occhiaie); abbronzatura in pose plastiche, frutto di anni di studio e video-tutorial su come mettere in mostra gli addominali; esercizi sulle apposite panche messe generosamente a disposizione dal comune sul lungomare (altrimenti come fai a farti vedere dalle turiste?); alcol; cena; alcol; alcol; alcol; discoteca; droghe q.b. (facoltativo); alcol; alcol; alcol. Rientro in albergo alle prime luci dell'alba (ove se ne sia in grado). Dormire. Ripetere l'operazione.

Tra una tipologia e l'altra di frequentatori di tale ameno loco si incastrano i turisti stranieri: per lo piú signori inglesi e tedeschi di una certa etá che puoi facilmente riconoscere dalla colorazione color aragosta e dalla fila composta al Carrefour per l'acquisto di litrate di – inutili, é abbastanza ovvio – creme dopo sole.

Insomma: se ti capita di andare a Gandía, una serie di incontri quantomeno folcloristici la devi mettere in preventivo. Ad esempio, una sfilza di automobilisti, motociclisti e proprietari di quad che, per qualche motivo non meglio specificato, avvertono la precisa necessitá morale di urlare “ESEDANIMARTIIIIIIIIIIIN” passando davanti alla fila per un concerto. Con un volume atto a rendere comprensibile il messaggio agli abitanti della Scandinavia (Si narra che l'altro giorno l'Ajuntament abbia ricevuto la mail di un tale di Stoccolma che chiedeva: who's Deny Mértin?, con la precisa finalitá di dedicargli un mobile dell'Ikea). Oppure un gruppetto di italiane in evidente escursione da Benidorm che, in un castigliano stentato, chiedono “disculpa, sai donde está la avenida de PincoPallinos?”. Mossa da pietá, rispondi nella loro lingua madre che non ne hai la piú pallida idea. E loro ti continuano a parlare (sforzandosi sempre di piú) in spagnolo come se non se ne fossero nemmeno accorte.

La fila per il concerto di Dani Martín a Gandía, scenario di mirabolanti avventure. 

E poi c'é lui: un omone di fattezze gitane che, a circa due ore dall'apertura dei cancelli, si presenta in canottiera bianca, catenazza d'oro al collo, e un'intera confezione di gel in testa. L'accompagna una donna con una capigliatura bicolore che non capisci se é ricrescita o statush. Senza lasciar spazio a un minimo di convenevoli, il tipo prende subito a sbraitare come un pazzo che “A ver! Que mi hija é qui dalle ore 14.00 e aveva davanti a sé 68 persone, e ora ne deve avere davanti esattamente 68 perché qui nessuno prende in giro nessuno, É CHIAROOO?”. E, mentre una ragazzina educata ed inspiegabilmente sobria (la cosa del pero che non casca lontano dall'albero dev'essere una palese stronzata) cerca di interromperlo con le guance rosse e una serie di “papá, ti prego, papá...non fa niente...”, tu ti chiedi come diavolo abbia fatto a contare esattamente le persone che aveva davanti a sé in fila. Intanto, lui sta giá sgomitando come un pazzo per crearsi un varco a due metri scarsi dalla prima transenna. Dopo di che prende di peso la figlia (che guarda tutti con occhi da gatto di Shrek e un “vi prego, scusate!” cucito sul labiale) e ce la colloca in mezzo. La tizia con lo pseudo statush blatera un “bien hecho, bien hecho” e lui piazza il punto conclusivo con un “Y AHORA QUÉ NADIE SE MUEVA, che mia figlia é qui dalle due e si merita di stare dove sta”. Ché ti verrebbe da fargli notare che tu, come del resto tutti quelli che al momento si trovano dietro di lei, sei lí dalle 12, se non fosse per il timore che possa avere una pistola nascosta in mezzo a tutto quel gel. La ragazzina, nel frattempo, sta palesemente cercando di sotterrarsi scavando un buco nell'asfalto. A dirla proprio tutta, ti fa veramente pena.

Perció sí, Gandía é tutto questo. É un posto dove noleggiano bananoni di plastica (e i bananoni di plastica, un posto, lo definiscono di per sé). Uno in cui, in imitazioni autoctone del burger king, ti fanno le patatine fritte colorate, guardandoti anche straniti se dici che le vuoi normali.

“Ma guarda che costa uguale, eh? Sicura che non le vuoi verde fluo?”
Che a te viene da dire: perché cacchio uno dovrebbe mangiare delle patatine fritte verde fluo? Cosa ci guadagna? Ma soprattutto: non fa un po' schifo? Mah.

Non é solo questo, peró. Perché, se é vero che ogni angolo di mondo possiede un suo fascino, anche Gandía ne ha davvero un bel po'. Basta evitare i tizi da reality, tutto sommato. E allora ti godrai i 100 montaditos con vista sul mare. La sabbia bianca e finissima. Le acque di una trasparenza invidiabile. 




Gandía é anche una serie di cocktail bar suggestivi in cui rintanarti prima che la movida prenda il sopravvento (io l'avrei fatto piú che volentieri, accidenti a me che giro con gente astemia!); mercatini artigianali allestiti sul lungomare; un centro storico snobato dal turismo e per questo intrigante nella sua autenticitá. Coi suoi portici medievali. Le luci basse. Gli ombrelli colorati a fare da tetto provvisorio tra un vicolo e l'altro. La texture ornamentale sulle pareti degli edifici.





A Gandía ci sono receptionist d'una gentilezza rara. Aitanti giovani con la barbetta che ti chiedono di tirargli la palla sfuggita dall'altra parte della strada. E tu che A) non hai manco visto la palla; B) hai i sandali; C) Se si tratta di tirare un calcio a qualcosa di sferico hai la forza fisica di un'ameba e D) stai lottando con il cappellino perennemente conteso dal vento, dai il meglio di te con una serie di frasi sconnesse che terminano – tutte, inevitabilmente- con hihihihihi. E, non avendo una quarta, non te le puoi permettere neppure.

Appunto mentale: lavorare urgentemente sulle tattiche d'approccio.


Ah, dimenticavo di dirvi che (se la memoria non mi inganna) vicino a Gandía hanno girato anche una puntata di Cuenta Atrás. 

A proposito di palle, lo scatto italo-spagnolo da Gandía non poteva mancare!

domenica 3 agosto 2014

Una serata italo-spagnola a Gradisca d'Isonzo

Abbronzarsi camminando. 100 like su un post. Le parole “avevi ragione”. Alla lista delle cose che danno soddisfazione mi tocca aggiungere, adesso, anche la serata di ieri. Ne sono stata coinvolta piú del solito. E non é solo perché ho ballato.



L'associazione con cui studio flamenco ha accettato il mio invito. Piú rappresentanti di quanto sperassi hanno regalato intermezzi coreografici ad una presentazione letteraria insolita. Osservava rapito, il pubblico. Ascoltava col sorriso a fior di labbra il racconto di un Camino de Santiago che, piú che misticismo, trasudava umanitá. L'hanno narrato due scrittori locali, mettendo talento e verve ironica a servizio di social network prima, e di fogli stampati poi. Bravi. Davvero. Anche a catturare l'attenzione di una folla che, seppur privata di un posto a sedere, non ha mollato la postazione fino all'ultima parola. E poi c'é stata la Tarta De Santiago, da me cucinata non senza le consuete battaglie con mattarello, impasto ed autostima. La Sangría, preparata da mia madre sotto mia ormai consolidata ricetta. La continuitá tematica – forse piú fortuita che cercata – dei dettagli. Quella che, nel ritmo frenetico degli eventi, non c'é stato modo di evidenziare.



Ché nel momento in cui il racconto volgeva verso la conclusione, il palo flamenco messo in scena altri non era che la Farruca. Di origine incerta, alcuni sostengono che derivi proprio dalla Galizia. Altri, che debba in ogni caso il nome al termine "farruco", con cui gli andalusi designavano gli abitanti del nord-ovest spagnolo che avevano abbandonato la propria terra per emigrare all'estero.

Ché, quando le letture parlavano di arrivo a Santiago, é stata servita la torta che tradizionalmente veniva e viene offerta ai pellegrini al completamento del cammino. Non solo, ma il dolce è particolarmente tipico e diffuso proprio in questo periodo, tra l'ultima settimana di Luglio e la prima di Agosto, in occasione dei festeggiamenti per il Santo Patrono (25 Luglio). 

Il punto é che questa mattina mi sono svegliata con i ricordi ancora nitidi della serata piú italo-spagnola che sia mai stata organizzata alla Galleria La Fortezza di Gradisca d'Isonzo. Ho rivissuto l'ebbrezza di overdose di complimenti. “Che buona la torta”, “Che brave siete state”, “Che serata raffinata”. E – sí, lo ammetto – mi sono sentita orgogliosa.



Così, anche se forse esula un po' dallo stile di questo blog, ho avuto voglia di scrivere un post con il preciso ed unico intento di dire grazie. A chi ha ballato. A chi ha aderito. A chi c'era di persona e chi solo con il pensiero. Grazie perché eventi come questi, in cui la Spagna si unisce all'arte e la declina a 360 gradi, ecco…eventi come questi, a me, scaldano il cuore. 


sabato 2 agosto 2014

L'incanto di Cuenca.

La cittadina di Cuenca è stata dichiarata patrimonio dell'umanità. Dovrebbe essere una ragione sufficiente a garantirne la fama nel mondo. I nostri connazionali, invece, sembrano non pensarla così. Te ne accorgi in Plaza Mayor, una sera che la brezza litiga con la tua gonna. Piacevole. Fresca. Fredda, anzi, nel contrasto col sudore di appena qualche ora fa. Lo prendi come l'ennesimo contrasto. L'essenza di un paese in saliscendi. Arroccato di marrone. Scoppiettante di colori come dentro ad un involucro di carta banale. Cuenca è così: l'incarnazione geografica di un concetto arcinoto. Chè le cose più belle, come lei, le devi conquistare. Poveri loro, perciò. Poveri quelli che non c'hanno provato. E mancano, adesso, a questi tavolini. Gremiti di turisti, affollati di etnie. Del tutto privi, però– beatitudine rara!- di qualcuno che parli la tua lingua madre.






Sorrido. In lontananza arrivano le note di un tablao flamenco allestito in una delle tante piazzette che sembrano tirate fuori, tali e quali, da un racconto medievale. I negozi di souvenir, ormai, hanno le serrande abbassate. Un gitano che vende cartoline ci tiene a raccontarmi il suo concetto di cultura. M'ha detto anche del museo scientifico. Del panorama verdeggiante, un po' toscano, a cui s'affaccia un arco. Facciamo che una gliela compro, dai.



A metà strada tra Valencia e Madrid, Cuenca si raggiunge facilmente da entrambe le città. E, che tu scelga l'autobus o il treno, il panorama dal finestrino saprà già confermarti che, comunque, hai scelto bene. Ti regala laghi turchini. Distese di terra rossa. Campi di girasoli. Ti regala, in sintesi, gli scenari che ispirarono Cervantes. E a te sembra di vederlo, Don Chisciotte, tra un mulino qua e là e gli spazi di un immenso nulla. Trecentoquaranta incipit di storie ti scoppiettano in testa. Nascono e muoiono nello spazio di chilometri. Comprensive di ispirazioni troppo alte. Stimolate da stereotipi di Spagna. Terrorizzate (sì, davvero) dall'esagerazione del paragone. Strano, che le idee narrative partano dallo stesso posto. Che la letteratura tiri letteratura, come si dice facciano le ciliegie? Se invece fosse proprio qui che vivono le Muse?


Foto: Céline Bt. 

Nessuna risposta. Non ci sarà mai. Ci sarà, però, una cittadina che riunisce gli scenari che più amo. E vi diranno, se andrete a Cuenca, che non dovrete perdervi le casas colgadas. Vero, senz'altro. Sospese nel vuoto, ospitano uno dei musei di arte astratta più importanti di Spagna e d'Europa. Sono state costruite a partire dal XIV secolo– Dio solo sa come abbiano fatto - ed emanano un incanto da storie di fate. 





Vi diranno, anche, di non perdervi il castello. O la cattedrale, imponente e bianchissima nel contrasto con una schiera di edifici colorati.



Vi diranno “segui gli itinerari segnati sui cartelli”, “vai ai punti panoramici”, “non ti potrai sbagliare”. Io, però, vi suggerisco soprattutto di perdervi un po'. Perchè qui, nel centro storico di Cuenca, ne vale la pena mille volte più che altrove.

Ad ogni angolo ti si apre un po' di storia. Un quadro fatto di colori sempre nuovi. Ogni stradina è meraviglia, anche al di là del caldo e del male ai piedi. Chè se chiudi la cartina, anche solo per un minuto, puoi lasciarti soprendere dal profumo dei fiori. Da una stradina che non sembra portare a nulla, e invece si burla del concetto di “fondo cieco” con le sue visuali mozzafiato. Se cammini senza meta, se esplori senza seguire le frecce, magari incappi in un chitarrista bravo. Suona a ritmo di rumba e bulerìa. Un asiatico balla con la sua donna qualcosa che è tutto tranne che flamenco. E a te viene un sacco voglia di applaudire.





Tra i piatti tipici, da provare il Mojete: sorta di zuppa fredda a base di tonno, pomodoro, olive e uova, vi darà la giusta dose di energia necessaria ad affrontare la scalata. Una volta in cima, poi, potete scegliere di accomodarvi per cena ad uno di quei tavolini gremiti di turisti; Oppure scendere le scale, fare pochi passi, e andare alla ricerca di qualche taverna incantevole.



Io, ad esempio, vi consiglio L'Albero. L'ho scoperta per caso e, nonostante il nome italiano, è frequentata in modo pressochè esclusivo dalla gente del paese. Se già vi sembra di per sé un buon segno, sappiate che presenta anche un'offerta di ottime insalate e piatti tipici di Cuenca, per prezzi davvero più che convenienti. Il tutto, in un ambiente veramente suggestivo.


Ultimo consiglio pratico: se raggiungete Cuenca in treno da Valencia, arriverete quasi certamente alla stazione dei treni di alta velocità collocata fuori dalla città. Lì, i bus per il centro non passano così di frequente. Se viaggiate in compagnia, quindi, vi consiglio il taxi: la corsa costa circa 10 euro e ne trovate a decine appena usciti dall'edificio. Buona scoperta, e pensatemi un po'!