mercoledì 22 aprile 2015

13 segnali inequivocabili per riconoscere un italiano che ha vissuto in Spagna

Chi ha vissuto in Spagna, inutile, lo sgami subito. Non importa che ci sia stato per tre anni o per tre mesi; certi comportamenti gli restano incollati addosso, che lui lo voglia o meno. É cosí che si rende riconoscibile ai suoi simili: una cricca di accaniti filoispanici col piantino facile che sogna l'importazione del tinto de verano e avverte brividi di sincera emozione ogni volta che qualcuno pronuncia bene “Zara”. Se ancora non li avete identificati, provvedo ad elencarvi i principali:

1. L'italo-spagnolo dice uifi, non uaifai. Non si capisce perchè, la tendenza tutta iberica a “leggere come si scrive” attecchisce meravigliosamente su di noi italiani, quando si parla di connessione wireless. Se vi capiterà di accennarvi utilizzando la corretta pronuncia anglofona, la prima reazione dell'italo-spagnolo sarà con tutta probabilità quella di guardarvi con espressione smarrita urlando contrariato “eeeeehhhh?!”. 



2. L'italo-spagnolo non sa mai da che parte iniziare a baciare la gente. 
In Spagna, i classici due baci di saluto sulle guance si inizia a darli dal lato opposto rispetto alla convenzione nostrana. Risultato: il povero malcapitato qui in oggetto tenderà ad andare controcorrente in entrambi i Paesi, causando testate, imbarazzo, incidenti diplomatici, risse con amanti gelosi e – in pochi, fortunati, casi – l'inizio di una relazione.


3. L'italo- spagnolo si presenta ad ogni appuntamento con almeno quindici minuti di ritardo. Non lo fa apposta. É che se la prende comoda. Fa la siesta. Ha imparato ad odiare lo stress. E, soprattutto, dimentica che i suoi amici in Patria hanno questa fastidiosissima abitudine di intendere davvero le quattro quando dicono le quattro. Come gli verrá in mente, poi. Bah.


4. L'italo- spagnolo, al ristorante, propone sempre di “ordinare vari piatti e dividere”. La filosofia del “compartir” alla base delle tapas, delle medias raciones e di un po' tutta la gastronomia spagnola gli sembra troppo perfetta per venire abbandonata. Anzi, sappiate che ogni vostro “no” gli causerà un'immensa frustrazione.


5. L'italo-spagnolo veste casual. Cioè, casual è un eufemismo. Diciamo che, dell'apparenza, non gliene frega proprio alcunchè. Il Credo che lo muove è: perchè spendere soldi in abiti firmati e costosi quando puoi usare quei soldi per viaggiare? E soprattutto: perchè qualcuno dovrebbe giudicarti per i tuoi vestiti? Così  compra tutto da H&M, Berska, Cinesi (anzi, chinos!) e, tutt'al più, qualche mercatino qua e là. Gli uomini li riconoscerai dai jeans consunti e le t-shirt. Le donne dalle stampe floreali, i colori accesi e i rossetti rossi che tenderanno ad abbandonare progressivamente man mano che si riadattano al clima modaiolo italiano. Con un bel po' di sospiri ogni qualvolta apriranno l'armadio.




6. L'italo-spagnolo dà del tu a chiunque. 
In Spagna si è abituato a farlo con professori, funzionari pubblici e possibili datori di lavoro, rendendosi conto che ogni rapporto – in questo modo – riusciva ad essere più naturale. Perchè dovrebbe smettere, ora?





7. L'italo-spagnolo si lamenta costantemente del prezzo di alcol, concerti e beni alimentari. 
Sopportatelo. Anche se è la ventitreesima volta che vi ripete che con lo stesso prezzo, in Spagna, faceva la spesa per due settimane. O che un litro di Mojito al suo baretto di fiducia costava la metà di 'sta roba annaquata qui. Quando non glielo offrivano aggratis (se è una donna), chiaro.


8. L'italo-spagnolo regge l'alcol che è una meraviglia. 
Per la ragione, vi rimando al punto precedente. Tranquilli, però: dategli un paio di mesi a ritmi e costi italici e tornerà perfettamente normale.



9. L'italo-spagnolo ama la birra. 
La scienza non è ancora stata in grado di spiegare cos'abbiano di tanto speciale le cañas spagnole, ma sembrano in grado di produrre dipendenza anche tra gli individui piú insospettabili. Magari prima di partire non la bevevano mai. Al ritorno, invece, é l'ordinazione fissa come accompagnamento ad ogni pasto. Se potessero, ci farebbero anche colazione.

10. L'italo-spagnolo non si fa mai mancare patate, uova e olio nella sua cucina. 
Li considera, infatti, il trittico fondamentale alla preparazione del 90 per cento dei pasti. La loro assenza basterà a mandarli in crisi.



11. L'italo-spagnolo va in depressione se piove per più di tre giorni di filadiventando un essere assolutamente apatico e rompicoglioni in grado di stuzzicare i peggiori istinti omicidi del prossimo. Nota bene: vale solo per chi ha vissuto alle Canarie o in Andalusia.

12. L'italo-spagnolo riconosce uno spagnolo autoctono al primo sguardo
, e non sa dirti perchè. Di solito avrebbe anche voglia di correre ad abbracciarlo, ma (ringraziando il cielo) si trattiene.


13. Ora che l'hanno importato in Italia, 'italo-spagnolo vivrebbe al 100 Montaditos
, custode imperituro di buona parte dei suoi ricordi migliori. Che, ovviamente, non esiterà a condividere in ogni minimo dettaglio con voi che l'accompagnerete. Ignoratelo annuendo a fasi periodiche, come si fa coi matti.


Vi riconoscete, cari i miei filo-ispanici? Avete qualche altro segnale inequivocabile da aggiungere? Dai, non fate i timidi: tanto lo so, che ho sicuramente dimenticato qualcosa!  

lunedì 20 aprile 2015

Quello che ho fatto negli ultimi quindici giorni (o del perchè mi perdo sempre Aprile)

É tornato il periodo piú confuso dell'anno. Quello che ti sfugge tra le dita.

I ragazzi bivaccano in piccoli gruppi, i piedi sospesi nel vuoto, seduti ai bordi del molo audace. Cacofonia di stereo accesi, bottiglie di birra mezze vuote, gli sguardi spensierati verso il cielo. Mi rivedo in loro, avida come sono di questo primo sole. Dei pomeriggi all'aria aperta. Della vita che, di nuovo, sembra sgorgare dopo l'inverno da una fonte troppo a lungo ostruita. C'è un tizio elegante, in Piazza Unità. Riarrangia Viva la Vida dei Coldplay con il solo ausilio di un violino. E, senza alcuna ragione apparente, io mi sento davvero felice.

Aprile se lo perdono tutti, da Sabina in poi. Lo ricordo ogni anno, perchè ogni anno è più vero. Si accumulano i bip sul cellulare, raddoppiano i treni da prendere verso orizzonti comunque rinnovati. Dormi poco, o se non altro meno del dovuto, la testa troppo piena di progetti per far posto a un calendario da gestire. Benvenuta Primavera. Benvenuta alla Speranza che si fa stagione.

Negli ultimi quindici giorni, se mai ve lo steste chiedendo (e capisco che sia interessantissimo), sono successe un bel po' di cose.

Ad esempio, ho dato sfoggio del mio ormai ineluttabile spanglish intercalando con “bueno”, “entonces” e “también” ogni singola frase pronunciata in inglese. Ho litigato con le palpebre cercando di evitarlo in macchina. Convenuto, una volta per tutte, sul fatto che restare sveglia su di un mezzo di trasporto in movimento, se fuori è buio, va contro natura. Ancora, ho dimenticato di spegnere il termosifone prima di dormirci accanto, quando fuori imperava una ventina di gradi. Ho sperimentato con (spero) molto anticipo le vampate della menopausa. Rievocato il Terral nel luglio di Málaga. Brevettato il Maxi-Phon definitivo. Fatto un giro all'inferno per decidere di comportarmi bene. Ma tanto poi aprivi la finestra, e c'erano quei tetti. Con tutti quei camini. Con tutto quel sapore di favola e bon ton. C'erano le montagne, a far loro da cornice. E allora tutto poteva anche andarmi bene. 




Ho scoperto, negli ultimi quindici giorni, che Grenoble è una piccola Parigi incastonata tra le Alpi. Che qualsiasi indicazione, lì, può essere riassunta nel “seguire i binari del tram”. Che non importa in quale Paese tu sia cresciuta: se sei nata negli anni '80, sotto al coperchio di un piatto raffinato, ti aspetterai sempre e comunque di trovarci il granchio della Sirenetta.



E poi ho preso un treno. Ho varcato il confine. Guardato il verde farsi sempre più intenso appena superata Bardonecchia. Ho assaporato un gusto d'altri tempi in una vecchia cabina telefonica dismessa ma tenuta bene. Ho visto il Monte Bianco. Ho visto ponti a metà tra i cantieri infiniti dell'Expo. Ho comprato la cena in una sottospecie di take away bio, pensando che un posto così potrebbe esistere soltanto a Milano. 





E allora ho fotografato il Duomo, sotto un cielo che non credevo potesse essere così azzurro. Mi sono vergognata della frangia spettinata in una città sempre troppo perfetta e frenetica. Chè i passanti muovono l'aria, nel loro correre tra i corridoi della metro. Anche di Domenica. E, nonostante tutto, trovano comunque il tempo di badare a te. Dove per “badare” intendo scansionarti con occhio critico, col probabile fine di individuare le tracce di ghiaia depositate sull'orlo del pantalone nero. Una città da ansia da prestazione. Da insicurezza cronica. Assurda nei suoi pseudo “caffè letterari” in cui un antipasto può costarti 40 euro. E tu ti chiedi se lo sanno, che i veri letterati è già tanto se hanno i soldi per arrivare a fine mese. Poi sono tornata a casa. Ho ribadito che comunque può essere bella, a modo suo, persino lei. Che può esserlo l'Italia, che lo è il mondo intero. Ho sognato teletrasporti. Come il peggiore dei drogati, ho già avuto di nuovo voglia di partire.

Ed ho ospitato, invece. Condiviso chiacchiere e risate con un'altra viaggiatrice. Ho visto furgoni in panne e gelate improvvise cercare di mandare a monte – e non riuscirci – un progetto covato da mesi. Ho mangiato dolcetti siciliani. Mi sono rallegrata per un evento riuscito. Mi sono innamorata di una vecchia macchina da scrivere Underwood. Sentito la gente passarci davanti e dire “Frank”.



Mi sono arrampicata, infine, sulla salita impervia per San Giusto, scovandoci dettagli di street art . E, sapete che c'è? Ho saputo meravigliarmene. Ho saputo apprezzare la bellezza di un tramonto da cartolina, di quelli con il sole fatto a palla, appoggiata sulla spalla di James Joyce. 

E' stato il giorno di quei ragazzi sul Molo Audace. Il giorno in cui ho capito che Aprile me lo perdo perchè mi distraggo a forza di essere felice. 





mercoledì 15 aprile 2015

Coscienze Accese.


I fanclub, in qualche strano modo, riflettono il carattere dell'artista che ammirano. É stata la prima cosa che ho pensato quando, ormai tre anni fa, ho iniziato a frequentare la community de Il Cile. É lì che ho conosciuto Angela, tra le mie troppo accurate selezioni di vocaboli e una marea di riflessioni culturali. All'epoca viveva a Los Angeles, e questo mi bastava a renderla interessante da morire.

Poi sono arrivate le chat di gruppo. I forum. I weekend ad Arezzo. Sono arrivati i tavolini di un bar di Cremona, le cheese cake al bar della stazione, i chilometri macinati a piedi (che "assottiglia il girovita") in direzione Artefiera. Ci sono stati, ancora, i 'antucci tra i colori di un mercato di Firenze, i vicoli stretti alle quattro di notte nel cuore di un'Emilia più che mai da canzone. Ne è nata un'amicizia, una di quelle belle. E adesso anche una mostra d'arte contemporanea.

Ché Angela, oggi, studia per diventare curatrice d'arte all'Accademia di Belle Arti di Bologna. Ha la curiosità di chi viaggia molto. L'entusiasmo determinato di chi insegue una passione. E ha accettato di metterli al servizio della collettiva di artisti che il prossimo Sabato 18 Aprile, alle ore 18.30, inaugurerà alla Galleria d'Arte La Fortezza di Gradisca d'Isonzo. Ha fatto tutto lei: ha selezionato alcuni tra i più promettenti studenti dell'Accademia, ha studiato con loro il percorso critico e l'allestimento, si è occupata della (bellissima!) immagine coordinata, ha richiesto ed ottenuto il patrocinio dell'istituzione. Il risultato è Coscienze Accese, un compendio di generi e stili che rivendica anche nel titolo le sue profonde radici musicali. Quello di coscienza accesa è infatti un concetto teorizzato da Gino Stefani proprio nel mondo delle sette note. “É uno stato di coscienza dilatata, alta, profonda”, scriveva, dove “si rivelano e sperimentano i potenziali umani […] abitualmente contenuti da convenienze e convenzioni”. Applicabile ad ogni altro ambito della creatività, lega i lavori di Barbara Baroncini, Debora Cavazzoni, Jessica Ferro, Con.Tatto e Daniele Pulze per il modo stesso di intendere l'arte: uno strumento critico di comprensione ed interpretazione della realtà. Un approccio, questo, che a me, personalmente, sembra voler dire “ehi! ci siamo!”; Saremo pure giovani, ci sarà pure toccato vivere in un mondo che ci strappa di dosso le illusioni con la stessa semplicità violenta di una ceretta all'inizio dell'estate; ma sappiamo ancora creare, sappiamo ancora pensare. Le nostre menti sono adesso più che mai al lavoro.






Per Angela Coscienze Accese è la prima occasione importante di mettere a frutto l'esperienza accumulata in anni di studi e di stage. Per gli appassionati d'arte, è un modo per scoprire cosa si sta cuocendo tra le mura delle istituzioni didattiche. Per me, l'ennesima dimostrazione che la musica - o una passione condivisa, una qualunque - può incrociare le strade della gente per dirigerle verso qualcosa di bello. Che Internet porta anche connessioni ed opportunità, oltre che fredde dipendenze di selfie e foodporn, o insulti di estranei a 140 caratteri al colpo. E che in fondo è bellissimo, quando ritrovi un po' di te nell'anima collettiva di un agglomerato di fan.

Se volete scoprire di più su Coscienze Accese, trovate e troverete tutte le informazioni qui.







venerdì 10 aprile 2015

Direzione Grenoble.

C'è un che di inquietante, nel modo in cui la montagna si appoggia agli edifici di Grenoble. La cinge, quasi a proteggerla da chi non ritiene abbastanza degno di lei. E' questo, per lo meno, ciò che scorgo nelle foto. Rituale pigro di ogni pre-partenza, come leggere la trama prima di guardare un film. Non lo so che cosa mi aspetta, in questi due giorni di arte, ovovie e trasporti pubblici transnazionali. So che, a Grenoble, fanno la birra aromatizzata alle noci. (e scusate se è poco!). So che c'è un excursus termico in grado di mettermi in crisi al momento di fare la valigia. E so che ogni viaggio, a me, ingrassa il cuore.





Quest'anno il Destino, nel girare il mappamondo, sembra aver abbondato in destinazioni francofone. Prima di raggiungere la prossima, come in un altro mio rituale pigro, ci tenevo a salutare.

Ci si rilegge tra qualche giorno. Con molte cose in più di cui parlare.




mercoledì 8 aprile 2015

“Vestitini” Reloaded: a volte ritornano.

Passare la Pasquetta in un centro commerciale é considerato da molti un peccato mortale. Probabilmente hanno ragione. Anzi, mi prodigo in mea culpa. Se volete, valuto anche l'ipotesi della flagellazione. Però faceva freddo, accidenti. E sono sempre stata contraria all'ibernazione come forma di tortura. Per quale motivo, poi? Raggiungere il coma etilico fingendo sia una gran figata? Inzaccherarsi i jeans sulla riva dell'Isonzo per mostrare a tutti la tua completa inettitudine nelle discipline sportive? Naaa. Meglio, molto meglio, maledire H&M per le gravi minacce apportate ai tuoi risparmi dal lancio della linea Coachella (leggi OH MIO DIO. Leggi VOGLIO. Leggi AAAAAAAAAAAAAHHHHH!) . Provarsi tutte - e dico tutte!- le corone di fiori. Dedicare occhi a cuore alla bandiera spagnola affissa fuori dal negozio Desigual. Magari innamorarsi non corrisposta di un abito che costa quanto un biglietto aereo andata e ritorno per Madrid;  Chessò, completare l'outfit per uno dei prossimi concerti con l'acquisto di una canotta a righe che “fa taaaanto Pescao”. Morale: il delirio consumistico mi ha fatto tornare in mente la vecchia abitudine di creare outfit ispirati alle copertine dei dischi spagnoli e italiani. Così, giusto per restare in tema di rubriche poco apprezzate. Ecco. Io, in realtà, quegli outfit ho continuato a crearli. Certo, li ho condivisi su Pinterest e Polyvore, anziché qui. Ma, a perdite di tempo di tale livello, capirete che non potevo rinunciare. Per questo, con l'approssimarsi della bella stagione, mi è sembrato giunto il momento di ripescarne un paio. Chissà che non troviate anche voi l'ispirazione per rinnovare l'armadio. O, quantomeno, per rimpolpare le vostre playlist.

Ah: il titolo si deve ad un commento che mi era stato fatto all'epoca dinnanzi al mio entusiasmo per questa rubrica molto fescion. Del tipo: “nooo, ancora 'sti post coi vestitini!”. Quindi capirò se mi vorrete picchiare.


L'ho nominato. Potevo non cominciare dal look ispirato alla copertina del suo ultimo album solista? Direi di no. Arancione sgargiante, cuori, colori e il tocco in più: la borsa con il collage di foto, proprio come nell'artwork di Ultramar.



Music Inspired!







Cremonini, lo sapete, è una delle mie poche certezze. In attesa del nuovo, inaspettato, album in uscita a Maggio, vi ripropongo la trasposizione in indumenti del suo Logico: binomio azzurro/rosso, dettagli viola e decori rigorosamente geometrici. Da accompagnare a un bicchierino di Greygoose.






Vi sconsiglio vivamente di andare in giro con le ali. Il resto dell'outfit sulla copertina dell'ultimo ed omonimo cd di Rosario, però, può essere una proposta da non sottovalutare per l'estate. Imprescindibili stivaloni da cowboy, shorts, cintura e bracciali etnici. Quanto al dettaglio angelico, potete sempre trasferirlo sugli orecchini. O sostituirlo – se ne avete il coraggio – con questa specie di (boh?) coprispalle piumato.



Music Inspired - Rosario






Questo è l'anno della Martínez. O, almeno, lo é per me. Alcune tra le sue hit accompagnano i miei esercizi di riscaldamento alle lezioni di flamenco, guadagnandosi un posto di rilievo anche tra le mie playlist. Adiós a España, per esempio, ha il potere di inondarmi gli occhi di lacrime. L'outfit ispirato al suo ultimo lavoro conserva l'essenza flamenca nella gonna lunga, ricreando i fiori e i colori della copertina. Chi mi conosce non avrà neanche bisogno di leggerlo: è, tra tutti, il mio preferito.

Music Inspired! - India Martinez, Dual [Spain]








A voi, invece, quale piace di più?

domenica 5 aprile 2015

Viral Songs #10 (E uova di Pasqua)

Dicono che bisogna prestare attenzione alle reazioni dei lettori. Tener conto dei loro interessi. Adeguare i contenuti a ciò che dimostrano di amare e odiare. Per cui, certo: è il mio blog. Un posto su cui scrivo perchè e quando mi va di farlo. Eppure, per quanto adori la recente tradizione delle Viral Song italo-spagnole, proprio non riesco a fregarmene di voi. Chiamatela deformazione professionale. Chiamatelo puntiglio. Ma non posso non notare che il numero di visite e like ai contenuti di questa rubrica è nettamente inferiore a quello di ogni altra mia pubblicazione. É per questo che, non senza un po' di dispiacere, ho deciso di trasformarla in un appuntamento mensile. Un modo come un altro per accontentare tutti: la mia mania di controllo statistico sui brani più condivisi del momento in Italia e Spagna; e voi, che dovrete sopportarne gli effetti con frequenza nettamente minore. 

Ho aspettato la decima puntata, per farlo. Ho aspettato un numero tondo. Ho aspettato la Pasqua, con il suo carico di uova al cioccolato e sorprese di dubbio gusto plastico. Chè la vera usanza, in realtà, è passare la giornata a cercare di capire cosa siano. 

Ho aspettato - soprattutto-  che, per la terza settimana di fila, i Muse in testa a entrambe le classifiche rendessero ogni ulteriore aggiornamento noioso. É, pertanto, con il motto di "Ragá, ascoltate altro!" che condivido l'infografica con i dati riassuntivi di queste dieci settimane di attente rilevazioni, ampliamento delle playlist di Spotify e volume ai massimi sistemi. 

Qualche curiosità degna di nota? Carlos Sadness è stato l'artista più virale in Spagna mentre, in base alle preferenze che mi avete segnalato in calce ai post, amate complessivamente di più i brani condivisi dagli italiani rispetto a quelli postati dagli spagnoli. 



Buona Pasqua, e buona musica a tutti. Sia essa virale, oppure no. 


mercoledì 1 aprile 2015

5 cose che neanch'io sapevo su Málaga.

La recente apertura del bellissimo e coloratissimo Centre Pompidou Pop-Up, nella sua al momento unica sede extra-francese, ha quintuplicato la presenza di Málaga sui social media e nelle conversazioni. Non propriamente un bene, considerata la mia perenne nostalgia. Eppure, in onore dell'evento, ho deciso di celebrare il mio amore per la città andalusa condividendone le curiosità che io stessa, fino a poco fa, ignoravo. Ci ho vissuto per un anno, in quel posto. Ci sono tornata ad intervalli regolari. Eppure, per illuminarmi, ci é voluto il blog My Guía De Viajes. Nel suo post le chicche erano addirittura 25, e vi consiglio vivamente di darci un'occhiata. Lì ho scoperto, tra l'altro, che i miei occhi a cuoricino hanno un nome: dicesi MálagaManía. Pare sia incurabile.


























1. IL TEMPO VOLA. Gli orologi del nuovo metro di Málaga sono britannici e segnano lo scoccare di un nuovo minuto ogni 59 secondi, anziché 60. I ritardatari sono avvisati. 

2. MÁLAGA ISPIRA. Lo dimostra il fatto che il suo cittadino piú illustre, Pablo Picasso, é entrato nel Guinness dei primati in qualità di pittore più prolifico al mondo. 

3. IL NOME NON INGANNA. La costa del sol ha tutto il diritto di chiamarsi così, dal momento che i giorni di sole sono in media 300 su 365 all'anno. L'ombrello, lasciatelo a casa. 

4. ARTE. ARTE. ARTE. Málaga é una delle città spagnole con maggior densità di musei nel centro storico: nonostante non sia grandissimo, ne conta addirittura 30. 

5. GNAM. La provincia di Málaga é nota anche per la sua gastronomia. 4 sono i ristoranti onorati delle prestigiose stelle Michelin: a Marbella, quello dell'hotel Puente Romano gestito da Dani García  (parentesi sul nome che capirà chi mi conosce: A I U T O) Skina, di Jaume Puidengolas, ed El Lago di Diego del Río. Nel capoluogo, il locale di José Carlos García sul Muelle 1. 

Se poi non vi fosse ancora venuta voglia di partire, qui avete una selezione delle migliori foto postate su Instagram con l'hashtag #MalagaMania. Che diamine, posso mica soffrire da sola!