martedì 1 agosto 2017

Una tranquilla Domenica al mare.

Nueve de la tarde. Capelli incrostati di salsedine. Il mio (bellissimo!) costume nuovo ha già arricchito di disegni ton sur ton le tracce della vecchia abbronzatura. Sguardo perso di torpore euforico. Porte che si aprono. Bling. 'nastardes. Pasen al fondo del autobús. 

Il variegato campionario umano dell'uno, a quest'ora, comprende: 


- Autista figo.  

- Ragazze munite di: due sdraio a testa, due borse, un frigo portatile, un ombrellone, uno stereo, una palla, un fornellino, forse un disco volante e probabilmente una parabola satellitare. 
- Folta comitiva di gitani che include, tra altri figuranti: donna di mezza età quasi completamente sdentata che parla urlando al marito dall'altra parte della vettura; Marito che risponde alla moglie sciorinando barzellette di cui ride solo lui; Figlia con disabilità che chiede ogni tre secondi a chiunque capiti se siamo già arrivati a Las Flores; Giovane donna con bimba neonata che decide di allattare lì per lì in mezzo alla calca. Suddetta neonata addobbata con un fioccone variopinto in testa che la fa sembrare un po' un uovo di Pasqua (ma che personalmente mi intenerisce perchè mia mamma, quando ero piccola, tendeva a pettinarmi così. Non fate commenti). 

- Giovane e bionda genitrice che ha chiaramente deciso di assuefare il figlio con le canzoncine della buonanotte sparate a palla sull'iPad. Col risultato che, però, lui è sveglissimo mentre io tra un po' scivolo in fase REM. Spegnete quell'affare Per Dioooo. 

- Ragazzo all'incirca della mia età che, isolatosi da tutto, risponde concentrato ai messaggi su Whatsapp (Tra parentesi: ma voi le spiate le digital-conversazioni altrui sul bus? Perchè io spessissimo. Cioè, me ne vergogno, ma non riesco a farne a meno. Mi sono creata tante di quelle trame di romanzi in testa sulle basi di quei frammenti di vita rubati che non potete averne idea). 
- Signore con stampelle che gareggiano verbalmente a chi ha la malattia più grave sui posti riservati agli invalidi. 
- Sbuffanti varie e fischiettanti eventuali. 

Quando finalmente riesco a scendere, penso che alla fin fine è stato più facile ballare flamenco in teatro che passare una Domenica al mare. 

Sì, insomma, le Domeniche d'estate le spiagge andaluse sono un corso di sopravvivenza, si sa. L'iPhone dice che mi sono fatta 5,4 km a piedi prima di trovare un frammento di sabbia su cui stendere il mio modesto asciugamano. Giusto il tempo di un bagnetto. Di auto-compiacermi del mio costume nuovo (no, davvero, è proprio bellissimo), e l'acqua del Mediterraneo, dal nulla, mi solletica il piede.

Urla di terrore tutto attorno. "ER MELILLEROOO! ER MELILLEROOOOO! QUE LLEGA EL MERILLEROOOO". Oh, merda, el Melillero. Raccolgo le mie cose in fretta e furia e mi unisco all'esodo di massa dei bagnanti in infradito verso il fondo della spiaggia. Il tutto mentre un muro bianco si staglia all'orizzonte alzando di almeno mezzo metro la gente che nuota. "uaaaaaaaaaaa!", bimbi che urlano felici come fossero al Luna Park. Qualcuno si affanna a cercare di recuperare un materassino. Un secondo appena. Poi, metà della spiaggia non c'è più.



Ri-assestamento. Gli asciugamani si ri-piazzano, ancora più vicini di prima. I vecchi, che hanno osservato la scena dalle porte immaginarie dei loro gazebo iper attrezzati, tolgono le mani dai fianchi e tornano a sedersi sulle loro sedie. Proprio lì, tra il barbecue, il frigo, e il tavolino di plastica che si sono portati da casa. Spettacolo finito. Tempo due minuti, e ricompaiono anche i venditori. Quello delle bibite e del tinto de verano. Quello dei dolci ripieni di cioccolata. Quello dei teli mare. Quella dei gioielli. L'aereo che squarcia l'orizzonte per propinarti lo striscione pubblicitario di un negozio di pentole. 




E dire che l'avevo pure letto, del Melillero. Possibile che me ne dimentichi sempre? É un fenomeno naturale cento per cento malagueño per cui, quando passa il ferry che va a Melilla, si alza improvvisamente la marea provocando un'onda improvvisa ed allagando tutto. Il nostro piccolo tsunami in miniatura, insomma. Lo scherzetto ai turisti, ih ih ih mira el guiri ese. Il modo che ha il Mediterraneo di tenerti sempre sull'attenti. 

Ci riesce fino ad un certo punto, comunque. Ché, con la stanchezza che mi porto dietro, tempo di mettermi le cuffie e scommetto che finirò fritta in secondi tre, due, un...ZZZ. Infatti. Mi arrendo definitivamente al sonno sulla famigliarità di Parlano di Te de Il Cile (scusa Lorenzo; giuro che è un complimento, in qualche modo). Le immagini del giorno precedente si scrollano di dosso le cronologie per ricomporsi in un quadro scomposto ma fedele dei momenti clue della mia prima esibizione andalusa. L'abbraccio delle compagne che mi accoglie fuori dalle quinte. Io che, sciolta la tensione dei primi passi, inizio a divertirmi in un sorriso. Le tre maestre che mi sorridono di Missioni Compiute alzando entrambi i pollici al cielo. E, ancora, la treccia che in qualche modo sono riuscite a combinarmi in testa. Le tapas del matahambre, e quelle del giorno prima. Il caldo che teneva quel vestito. I palloncini che "sono per mia nipote". La voglia di feria. Badare alle bambine. "Seño, mi sistemi il mantón?" La tipa col calo di zuccheri. I monitor nei camerini delle prof. I pettegolezzi. "Prenota prima per Alcatraz". Il modo tutto peculiare che ha uno spettacolo di unire le persone. 




Perché è di questo che sono più fiera, adesso. Più del diploma da appendere. Più del concetto di per sé altamente emotivo dell'aver ballato flamenco in un teatro dell'Andalusia. Più dell'idea di averlo fatto tutto sommato bene, nonostante il mal di stomaco, le paturnie e la frustrazione che mi aveva causato l'attesa. Nah. Ridere attorno a un tavolo: è questo che alla fine resterà. 

Ma i sogni sono sogni, e in mezzo a verità disordinate il mio subconscio incastra - chissà poi perchè - una versione di Battiato con i capelli blu davanti e fucsia dietro. Un'amica che dice di avermi regalato disinteressatamente un post sponsorizzato su Facebook (IO.HO.BISOGNO.DI.FERIE), e le note di una canzone che non riconosco. Ah, no, quella arriva dalle orecchie. E lentamente mi riporta alla realtà. 

Apro gli occhi, bevo un sorso d'acqua. Le sette, ormai.
Playa de la Misericordia è ancora lì, adesso un po' meno guarnita di umanità. 
Dietro di me una signora apre l'immancabile frigo azzurro, che in Andalusia è più o meno la porta ad una dimensione parallela.

"Niñaaaa" - inizia ad urlare, guardandoci dentro- "Cosa vuoi? Tortilla? Filetto? Crocchette? Una banana? Niñooooo, vieni qua, portaci dei dolci!". 

E a me viene da ridere, dell'affetto bonario di cui ridi di chi ami. 

Perchè persino nel loro stratosferico casino; Nel colorato affastellarsi di architetture improvvisate; Nell'incapacità del rispettare gli spazi e la privacy; Nell'attaccare bottone sempre e comunque, anche quando vorresti startene sulle tue; Nel tono di voce altissimo; Nei bagagli con cui intralciano lo spazio sul bus; In questo loro spiazzante senso di comunità senza confini; In questa loro leggerezza accogliente, gioiosa ed informale. Sì, persino in tutto questo - e in parte proprio per questo - io agli andalusi voglio davvero bene. 

Però magari la Domenica la siesta è più rilassante farla a casa. 

A parte per il fatto che a casa nessuno avrebbe visto il mio bellissimo (perchè è proprio bellissimo) costume. 


Mi scusi signora, non è che le avanza una crocchetta anche per me? 









sabato 22 luglio 2017

Le parole non scritte.

Morirò soffocata dalle parole non scritte. Quelle che potevano -e dovevano- diventare post. 
Vi giuro che mi sembra di sentirle gorgogliarmi dentro. Aumentano, come una marea vischiosa che si appropri a poco a poco del mio interno litorale. 

Non sarò mai in grado di usarle per spiegarvi quanto male faccia. 

É come una massa di catarro nel petto. Come la nausea non espressa in vomito. Qualcosa di schifoso eppure estremamente umano. Ecco, un attacco di diarrea quando sei lontana dal bagno. Ché almeno se direte che "scrivo di merda" potrò darvi una valida ragione. 

Tutti indagati, tutti colpevoli. Il vento caldo di Terral, i voli aerei, le luci di un palco: sono loro che hanno ucciso le parole. Quelle che, per vendetta, adesso uccideranno me. Perchè qui è il solito caos di immagini confuse. E notti senza sonno. E divorare la vita a grandi morsi senza fermarsi un attimo a sentirne il sapore. 

Un giorno è un anno, un anno è un giorno. E ormai vivo di flussi di coscienza, nell'attesa spasmodica di trovare un momento per attivare il mese di prova su Netflix. 

Non li ho comprati, poi, quei fiori. 

Però odora di tiglio, ogni mia notte. Appiccicata di sudore sulle cosce; anestetizzata dai bicchieroni di tinto de verano che trangugio come acqua, e so che non dovrei. Chissà, magari un giorno riuscirò a raccontare.

E allora vi dirò della fiera d'arte. Delle montagne del Trentino. Del vento che spettina i capelli su un traghetto. Di come sono passata dal concerto degli Imagine Dragons a quello di Franco Battiato riuscendo ad amarli entrambi. Perché la musica, anche nelle differenze, è solo una delle tante forme che diamo alla magia. 

Le percussioni, come previsto, rimbalzavano sui secoli di storia dell'Arena di Verona. Laser verdi. Il matto che fa irruzione sul palco e la paura di un secondo appena. La consapevolezza lucida di quanto sia terribile, seppure un solo istante, sentire la paura farsi spazio tra la gioia. Welcome to the new age. C'era la gente che ballava, però, lo stesso. La Via Lattea negli spalti, stelle moderne formato smartphone. Maria, quasi fatico a ricordarne il volto. La stima di chi attraversa un Paese in pullman, seduta su un sedile scomodo, pur di andare ad un concerto anche da sola. 





E poi, due aeroporti dopo, l'odore inconfondibile che ha la sabbia nelle Plazas de Toros. Un po' di selvaggio, tanto di suggestione. Quanto sono belle le Plazas de Toros, comunque, quando nessun animale ci viene torturato in mezzo. E al posto di quei tori ci siamo noi, che invece delle banderillas ci facciamo infilzare nelle orecchie cucuruccucù paloma. Giro della capote, incornata di cori su Voglio Vederti Danzare. Noi, drogati dal delicato romanticismo de La Cura, sorpresi da una mossa ardita nella scoperta tardiva di "fornicazione". "Ma questo parla sempre così? Cioè, si mangia i vocabolari?". Per un attimo, senza soluzione di continuità, mi viene in mente Il Cile. E Angela. E Rebecca. E tra tutti gli scenari, chissà poi perchè, la presentazione di un libro a Cremona.



Massì. Un giorno vi spiegherò cosa mi è passato per la mente, quando stremata dall'umidità ho impugnato le forbici alle otto del mattino. E con gli occhi ancora appannati di sonno, senza occhiali, in un solo gesto rabbioso, ho massacrato la mia frangia per un senso di asimetrica - ma se non altro piastrabile - libertà. Vi racconterò di quando sono uscita nel deserto post-nebbia di un Sabato mattina, constatando che sarebbe stato divertente potermi registrare i pensieri. Perchè riflettevo contemporaneamente sul gruppo whatsapp coi riferimenti epici, sulla voglia che m'ha messo di scrivere un altro libro, sull'inquietante bruttezza di un murales sulla destra, su quanto ha ragione la pubblicità della Red Bull ("para días largos y noches aún más largas"), sulla campagna marketing dell'Unicaja in calle Larios, su cosa comprare al mercato, sul sogno assurdo fatto la notte prima in cui mio nonno comprava un fucile a pallettoni, su un tizio su Twitter che sembra la mia fotocopia al maschile. E il mondo che mi urlava nel cervello é andato a pezzi nello squillo di un cellulare. 

Forse riuscirò a parlarvi anche della famiglia americana. Perchè, dai: con tutto il mondo a disposizione, quante probabilità c'erano che mi toccasse far fare un food tour proprio a delle persone che vivono nella Silicon Valley? "Scrivici se vuoi venire, che ti diamo tutte le informazioni". Ed è subito cartolina di me con lo sfondo del Golden Gate. Perchè, come ha detto qualcuno: "Che sia il rock, che siano gli hippie o che sia la tecnologia, abbiamo tutti un motivo per andare a San Francisco".

Già, ma chi l'ha detto, poi? Ah, sì. Era quel tizio con la barba conosciuto all'Artsenal. Quello che dimostrava più anni e sembrava capirmi alla perfezione. Ché "quando ti abitui a viaggiare ti metti nei panni degli altri, e allora sei più incline ad aiutare". E infatti ho regalato una bottiglietta d'acqua a una signora che viveva per strada nell'inferno del Luglio andaluso. Ho dato qualche moneta per aiutare i bimbi poveri. Mi sono fatta dei lunghissimi monologhi mentali sul paradossale egoismo insito nell'altruismo, dato che in entrambi i casi a sentirmi meglio sono stata soprattutto io.

Come all'inaugurazione di Alessia, in effetti.  Perchè è stato bello darle un contatto e vedere che è riuscita a trasformarlo in qualcosa. Le sue foto, poco prima che se ne vada, fanno bella mostra di sé su una parete mentre qualche passante ci identifica subito la metro di Napoli. E il danese che parla delle tasse. E le patate con eccesso di salse. Discutere in tre lingue diverse, mischiarle tutte assieme, sentirsi una di mondo mentre dentro in realtà ti identifichi nella signora che si lancia sulla pista credendo di ballare il tango. Sola. Del tutto fuori luogo. Con un ritmo proprio. Eppure incredibilmente felice.
Un post condiviso da Ilaria (@ilaria_luna84) in data:



Potrei dirvi anche, se la nostalgia non vi disturba, che sono fatta per i quartieri marinai. L'ho capito una volta di più alla festa per la Virgen Del Carmen, nella spiaggia di Pedregalejos con le barche già addobbate, i festoni tra le case bianche, e le ragazze con i drappi rossi tra i camion delle tv. Il rumore ritmico delle processioni arrivava in lontananza, intervallato da scoppi di petardi, mentre l'odore dell'incenso si mischiava a quello degli espetos in una miscela che era in sé Málaga intera.







E io questo voglio, respirare il mare. Aprire la finestra e vederlo. Percepirlo. Avere l
a possibilità di scendere cinque minuti a passeggiarci accanto, parlare con i pescatori, sentire la sabbia dentro al mio modo d'essere - così come riuscivo ad avvertirla a Huelin. 

Io tornerò lì, prima o poi. Io DEVO. Ché, come dice Laura, "ognuno, in questa città, ha un posto in cui è un po' più felice". E dopo anni a cercare il centro, io ho capito che è sulla costa Ovest. O Est, è uguale. Però sia costa. E non la costa turistica della Malagueta, col suo miscuglio di accenti e i croceristi in truppa; No: la costa autentica, con le famiglie accampate sotto i gazebo, il cibo per un reggimento, i negozi di quartiere.

Ho aperto Idealista, di nuovo, il giorno della Virgen Del Carmen. Eppure dicono che la mia casa "è accogliente". Dicono che mi rispecchia. Dicono che la mia casa è come me. Piango alla sola idea di un altro trasloco, ma ho bisogno del mare. Mi è entrato dentro. Io voglio il mare. 

Calma. Chè qui si esagerano anche le sensazioni. Tipo l'altro giorno che, tornando da flamenco, avrei solo voluto singhiozzare a squarciagola. Chi me l'avrà mai fatto fare, di dare la mia disponibilità a ballare al saggio? É tra meno di una settimana, e se non l'ho detto a nessuno é perché sono un completo disastro. Dico sul serio. Continuo a sbagliare la coreografia, non mi sento sicura di niente. Il cuore mi si stringe in un pugno di panico alla sola idea di uscire dalle quinte. Vorrei scappare urlando. Cambiare scuola. Pianeta. Galassia. Sotterrarmi. Che ne so. Con quest'ansia non é neanche divertente. Per la prima volta non vedo l'ora che le lezioni finiscano. Che basta. Che forse ad Agosto potrò dormire, e scrivere, e mettermi Netflix. 

Ma poi mi viene in mente che ad Agosto c'è la Feria e mi riscopro a ridere da sola.

Prima o poi (o forse mai) vi racconterò delle cene in casa, dei sottofondi di chitarre, delle salse piccanti e dei divani comodi. Del rock del ZZ Pub, dei tizi che si dimenano come tarantolati, di quello che raccontava barzellette alle tre del mattino, e io crollavo dal sonno cercando di ridere per dargli qualche soddisfazione. 

"Mi sento come se dovessi vivere ogni attimo fino in fondo, perchè chissà dove sarò domani". 

Non esiste scrittura senza vita. Però, oh, anche  cercare di averle entrambe è un lavoro duro. 
















giovedì 6 luglio 2017

L'evoluzione controversa degli Imagine Dragons

Countdown agli sgoccioli. Trolley aperto a terra. Immagino sia inutile aspettare ancora. 


Io lo so che Lunedì mi verrà la pelle d'oca, quando tutta la storia dell'Arena di Verona incornicerà le note di Radioactive come se si trattasse di un bel quadro. E starò lì, esaltata e confusa, a sperare come sempre che quel tripudio di batteria non finisca mai. 

Sì, vado a vedere gli Imagine Dragons. Torno in Italia apposta. Perchè non so se la musica faccia davvero muovere il mondo, ma di sicuro fa muovere me. 

Per questo, nell'ascolto compulsivo del pre-live, mi sembra giunto il momento di dirvi la mia sul loro nuovo lavoro. Certo, non che l'umanità ne sentisse l'esigenza, ma concedetemi di affollare il web con una voce in più. 




Evolve, lo devo ammettere, non è stato subito facile da digerire. Se tre dischi fanno una prova, Dan Reynolds e i suoi fanno parte di quella categoria di musicisti che non ha affatto paura di osare. Amano sperimentare, divertirsi con i suoni, farsi permeare dalle influenze che  - mentre girano il mondo -  gli arrivano alle orecchie dallo stereo. Sarebbe stato fin troppo facile replicare con lo stampino gli ingredienti di hit che sono valse un Grammy, ma evidentemente non era quello che volevano. L'avevano dimostrato già con Smoke & Mirrors, e l'hanno ribadito ora. 

Il punto è che io, in tutti i campi artistici, ammiro da morire chi ha il coraggio di andare avanti per la propria strada. Di reinventarsi. Di spiazzare i fan. Solo che, quando ami alla follia certe sonorità, i cambiamenti si fanno complicati da accettare. 

Evolve conserva nei tappeti di percussione la cifra identificativa degli Imagine Dragons, ma la colora di elettronica e campionature. Al primo ascolto, le melodie mi sembravano omologarsi a una corrente generale, che ad occhi chiusi e ascoltatori ignari avrebbe potuto rendere l'attribuzione difficile. Sono i Bastille, Sono gli One Republic, Sono i Coldplay? Le perplessità erano tante. Soprattutto quando, arrivata all'ultima traccia, mi sono trovata ad ascoltare una roba distorta che per qualche ragione associo al consumo di sostanze stupefacenti. E mi veniva da chiedere quali avessero assunto loro per pensare di dar vita a "Dancing in The Dark". 

Però ho voluto darmi tempo, prima di cadere nel giudizio facile, e oggi posso dire che ho fatto bene! Perchè se il brano finale non riuscirò probabilmente mai a farmelo piacere, tutti gli altri sono andati magicamente a comporre quello che adesso è per me un autentico capolavoro. Quelle che seguono sono le mie canzoni preferite, che vi invito, di cuore, a conoscere. 

1. Walking The Wire


La più vicina alle sonorità degli Imagine Dragons vecchio stile. Me ne sono innamorata sin dal primissimo ascolto, arrivato a pochi giorni dall'uscita del disco. Vi basterà premere play per capire perchè. 





2. Whatever it takes

Anche questa uscita sul web come antipasto all'album, il frontman Dan Reynolds l'ha definita come il riassunto perfetto dello spirito che incarna l'intero lavoro. Pulita, precisa ed emotiva parla di accettare se stessi senza vergognarsi dei difetti, e con tutte le debolezze del caso fare tutto ciò che serve per raggiungere i propri obiettivi. 







La mia preferita in assoluto. Non solo per la melodia, il ritmo e l'indiscutibile orecchiabilità ma - forse soprattutto - per il testo, che ho immediatamente trasformato in una sorta di inno personale. Lo trovate tradotto qui sotto.
Una curiosità: la band ha anche accompagnato il brano con un video non ufficiale che racconta il loro percorso e che io trovo semplicemente meraviglioso. 







Ieri 


Questa è per il mio futuro, 
Questa è per il mio ieri. 

Questa è per il cambiamento, 
Questa è per il mio ieri. 
Non c'è domani senza ieri. 

Questa è per il mio futuro, 
addio a ieri. 

In tutti questi anni ho cercato 
di capire chi avrei dovuto essere. 
Tutto tempo sprecato: 
ero proprio qui davanti a me. 

E' una vecchia tradizione corrotta 
da un mago potente,
Ma tra tutti i problemi che ho incontrato
non ho neanche un singolo rimpianto. 


Questa è per il mio futuro, 
Questa è per il mio ieri. 

Questa è per il cambiamento, 
Questa è per il mio ieri. 
Non c'è domani senza ieri. 

Questa è per il mio futuro, 
addio a ieri. 

Sono uno schianto inevitabile
perchè sono schiavo del mio orgoglio
per mia stessa volontà 
sono stato un santo, sono stato la verità, sono stato una bugia. 


E' una vecchia tradizione corrotta 
da un mago potente,
Ma tra tutti i problemi che ho incontrato
non ho neanche un singolo rimpianto. 


Questa è per il mio futuro, 
Questa è per il mio ieri. 

Questa è per il cambiamento, 
Questa è per il mio ieri. 
Non c'è domani senza ieri. 

Questa è per il mio futuro, 
addio a ieri. 

Puoi vivere un nuovo giorno, 
Puoi fare tutto ciò che vuoi, 
è il tuo gioco: muoviti in basso, vola alto, 
ovunque tu voglia.
Puoi raggiungere persino la luna, 
Ogni posto in cui i tuoi sogni possono portarti.
Vai fuori rotta, svanisci, 
lascia semplicemente tutto al passato. 




E voi, quale canzone di Evolve preferite? 










martedì 4 luglio 2017

Ma a voi capita mai?

... E con "voi" intendo gli italiani all'estero. I cervelli in fuga. Sì, insomma, gli "espatriati"; Che poi è una parola bruttissima, perchè presuppone un concetto di patria che per voi è adesso più che mai confuso. Voi, che avete fatto della libertà l'unica bandiera. E temete le radici, che abbiano la forma di un certificato di residenza o di un mutuo da pagare. Voi che quando siete stanchi mescolate le lingue, e a volte vi affidate a Google per esprimere un concetto in italiano. Voi che vi destreggiate tra due numeri di cellulare, due conti in banca, due compagnie di amici. Due direzioni opposte per l'imbarco a cui applicate comunque la frase "torno a casa". 

Voi. Voi che vivete tutto con la massima intensità possibile, divorando le giornate ad alta velocità. Voi che le lacrime sono più salate. Le risate sono più sonore. Voi che prendete a piene mani, senza nemmeno chiedere, tutto quello che il presente vi propone. 

Voi, che avete interiorizzato i ritmi di vita del Paese che vi ha accolti. Voi che l'amate alla follia. Voi che l'unico rimpianto è non averlo fatto prima. Voi che però ci sono giorni in cui, senza dirlo a nessuno, fate la spesa a base di tortellini, mozzarella e pesto. E poi sospirate ai fornelli di una cucina. Voi che fate gli schizzinosi col caffè. Voi che scattate mille foto, sempre, perchè una parte della vostra anima è condannata a sentirsi in eterno il turista che un giorno siete stati.  

Voi. Voi che come me vi sorprendete a sorridere beati guardando le tante meraviglie della città in cui vi trovate, pensando a quanto siete fortunati. E avete bisogno che qualcuno, dall'esterno, vi ricordi che quella fortuna ve la siete costruita. Porchè voi - sì, voi- siete stati abbastanza folli, o coraggiosi, o ingenui da fare una valigia e prenotare un volo solo andata. 

Ecco, voi. Dico a voi. A voi capita mai di estraniarvi per qualche secondo da una serata in discoteca o al pub? Di guardare le persone con cui state parlando o ballando; persone che vi siete abituati a considerare parte della vostra quotidianità, e per un attimo rendervi conto che avreste potuto non conoscerle mai? Che in quel preciso istante avreste potuto essere - nella più rosea delle ipotesi - seduti al tavolo di un bar del paesino in cui avete vissuto quasi tutta la vita. A dividere la casa con i vostri genitori sentendovi irrisolti, in colpa per non essere stati capaci di conquistare l'indipendenza che volevate. O potreste stare dormendo, o chattando con qualche amico che se n'è andato, invidiandolo senza riuscirlo ad emulare. Vi chiedereste cosa avete fatto di buono, mentre le coetanee figliano o ottengono promozioni. E trovereste, sì, la felicità in altre cose (perchè se ti ci impegni la felicità la trovi sempre), ma non sarebbe così piena. Non vi farebbe sentire così orgogliosi.



Ve lo chiedo perchè a me capita, accidenti. Spesso. É come se riuscissi a vedere distintamente le diverse vie che la mia esistenza potrebbe aver preso. Sono affiancate, come in uno schermo suddiviso a metà. Come in un'intervista doppia. Come in sliding doors. Da una parte ci sono questi volti, questi nomi ormai famigliari con cui rido sotto alle luci blu con una birra in mano. Dall'altra il divano di casa, una serie tv, la piazza deserta troppo presto sotto gli immancabili temporali estivi. 

A me capita. Ed ogni volta mi sento sopraffatta dalla sensazione di vertigine che crea pensare a come una singola scelta - UNA. SINGOLA. SCELTA. - abbia il potere di cambiarti in fretta e radicalmente la vita.

Che poi lo so: sembra la frase di un libro di auto- aiuto. Ma voi (che poi siamo noi, che poi sono io), so che riuscirete a capire. 

mercoledì 28 giugno 2017

Riflessioni a caldo su #TATGranada17

NB: questo post è stato scritto di getto in una camera d'albergo di Granada, di ritorno dal più grande evento dedicato a Twitter del mondo.



Riemergo dal Talking About Twitter di Granada con due cartoni del latte (che poi dove li metto?), un gadget di utilità incerta, svariati nuovi follower, nessun premio (Hashtag non vinco niente, Sfiga Trending Topic) qualche nuovo following e una quantità di notifiche che al momento mi sembra inesauribile. 

Ci riemergo, soprattutto, con una sensazione di tristezza che non è comune, e tantomeno normale, quando vai ad un congresso per motivi legati al tuo lavoro. 

Insomma, dovresti essere felice quando finisce, no? Soprattutto se sei in una città come Granada e il giorno dopo hai qualche ora libera per fare del turismo prima di prendere un bus.

Invece. Ultima ad andarsene, come è mio l'ultimo tweet sul maxischermo. Ma la sensazione, alla resa dei conti, sembra diffusa. La gente, all'uscita, fa quasi fatica a togliersi il pass. Il commento più frequente è "Yo el año que viene vuelvo fijo". 

Parte del motivo, forse, sta nel fatto che noi che usiamo in modo assiduo Twitter finiamo per sentirci un po' una setta. Amiamo quel Social Network con un senso di appartenenza ed esclusività che è impossibile da spiegare, perchè non esiste, né forse potrà esistere mai, su nessun'altra piattaforma. E intendo tutti, eh. Non solo i pazzi come me, che ormai (me ne sono appena resa conto, con discreto imbarazzo) seguo praticamente mezza azienda. 

Quindi, al di là delle incredibili novità svelate, delle nozioni imparate, delle mille idee che già mi stanno germogliando nella testa, è stato bello sentirsi per due giorni un po' più vicini a quel mondo. Dare nomi a ruoli. Volti a nomi. Personalizzare imprese ed account. Perchè alla fine è questo che siamo tutti: persone. E gli spagnoli sanno dimostrarlo, consentitemi di dirlo, più e molto meglio di noi. Anche ai più alti livelli professionali. 

Riemergo dal #TATGranada17 sperando - e credendo fermamente - che diventerà ancora più grande negli anni a venire. Ed è per questo che, in attesa della prossima edizione, sempre che il testo riportato nelle foto si legga, vorrei condividere con voi la storia di questo evento. Ok, é in spagnolo. Ma, se capite la lingua, dedicateci cinque minuti. 


Ve lo chiedo perchè quella storia, per me, è anche la storia di come con pazienza e determinazione tutto può davvero accadere. 










E ora perdonatemi, ma la smetto di esaltarmi e vado a magnà.

martedì 20 giugno 2017

Era Bellissimo: Il Cile riparte da Barcellona



Ebbene sì. L'attesa è stata lunga, troppo, ma sono lieta di annunciarvi che è finalmente tornato Il Cile. E, siccome vuole bene alle sue fan italo-spagnole, l'ha fatto con un video girato a Barcellona. Così ho anche il pretesto giusto per parlarvene su questo blog. 





Il clip, uscito ieri, accompagna in immagini la melodia orecchiabile e il testo non banale di "Era bellissimo", primo singolo radiofonico incaricato di anticipare il disco di prossima uscita. Gli ingredienti che mi avevano fatta innamorare della sua musica ci sono tutti, di nuovo: la voce roca, la malinconia struggente, la capacità di evocare immagini vivide tramite accostamenti di parole. E seppure mi raggiungano in un periodo della mia vita sicuramente più felice di quando mettevo in loop "Siamo Morti a Vent'anni", c'è comunque un senso di conforto nel ritrovare le emozioni che mi hanno cambiato (e segnato, e migliorato) una parte di vita. 

Scrive Lorenzo (perchè certe frasi potrebbe partorirle solo lui): 

"Era bellissimo” è un addio consapevole a un amore importante, è la Waterloo di un progetto di vita adulta che avrebbe previsto una convivenza, un piano esistenziale comune. E’ una giostra impazzita di ricordi, talvolta dolorosi e altre volte curativi, è il freddo glaciale di scoprirsi adulti e soli, contro tutto e tutti, a camminare con le proprie gambe per le strade della stessa città in cui per quattro anni, con sacrifici, fatiche e sudore, avevo provato a costruire questo cammino di due mani unite e strette, di due corpi che respirassero all’unisono, di due anime pronte a difendersi dalle intemperie del quotidiano.



A dire il vero, prima di questo brano, Cilembrini ci aveva già regalato un altro piccolo antipasto del nuovo progetto. Di "La Fate Facile", uscito solo per il web, avevo apprezzato lo stacco musicale del ritornello e il coraggio di mettersi a nudo in modo così completo e viscerale; Tuttavia non mi aveva convinta, in parte forse per la difficoltà ad immedesimarmi in un vissuto così lontano dal mio, e molto per l'eccessiva vicinanza alle strutture e alle metriche del rap: un genere che personalmente non amo. 

E' ancora più bello, quindi, dare il bentornato - adesso sentito sul serio - ad un Cile molto più vicino alle mie corde. Un Cile che mi piacerebbe l'Italia riscoprisse una volta per tutte come cantautore, come identità a sè stante, e non solo come quel benedetto featuring in María Salvador. 



Anche se pure lì, in fondo, un po' di Spagna c'era. 











domenica 18 giugno 2017

Torera (con la o che diventa a)

L'arte, in tutte le sue forme, aiuta a vivere meglio. É questo che ho pensato ieri quando sono uscita dal Cervantes, oltre che ultimamente passo più tempo lì che a casa mia. Torera di Ursula Moreno mi ha lasciato addosso la soddisfazione euforica delle cose belle. Quelle che ti riempiono di brividi, stordendoti di commozioni trattenute mentre in platea parte la standing ovation. 

I volantini, per presentare lo spettacolo, avevano assemblato sfilze di concetti criptici. Parlavano di Eros e Tanatos. Dualismi. Totem. Sguardo femminile. 

Io, invece, lo definirei come una sorta di musical flamenco. Le melodie della chitarra, la voce discontinua del cante e - soprattutto - il ballo sono qui insieme pretesto e mezzo per raccontare una storia. Ed è un racconto in cui la mera narrazione dei fatti si alterna armonica all'evocazione delle sensazioni, come soltanto l'arte riesce a fare.  

Luci, scenari, costumi e coreografie si fondono per non lasciare niente al caso. Quello che creano, inscindibili e mai scisse, è la fusione perfetta tra teatro e tablao, tradizione e contaminazione,  classico e contemporaneo.  É pura Andalusia e, insieme, Pianeta intero. E in quella o cancellata dalla a c'é non soltanto il vero titolo, ma il riassunto supremo dello show. 




La trama é semplice. Una donna conosce l'amore spolverandogli le scarpe. Sono normali calzature da flamenco, come quelle che, sul palco, aspettavano la folla di ragazze che ballando scalze in mezzo al pubblico, hanno dato inizio alla funzione. Clamore di nacchere. Atmosfera festosa. Si fa conquistare, quella donna, in un gioco di bende che è certamente scherzo, ma anche un po' possesso e superiorità. 

Lui fa il torero. 
Lo vediamo poco dopo nell'arena, in una delle scene migliori, intento ad affrontare il toro incarnato dal magistrale Akim Santos: perfetto nel ricreare i movimenti dell'animale furioso - e poi ferito, e poi morente - tra ruote, acrobazie e passi di danza contemporanea. Quasi lo incorna. Posizioni congelate. La voce della cantaora, nascosta dietro ad un pannello, si palesa per la prima volta in un tragico "me apareció la muerte" mentre un solo fascio di luce illumina la ragazza del torero. In piedi tra gli spalti, un velo bianco in testa, sembra quasi la Madonna. L'attimo si scongela. Azione. Banderillas immaginarie. Ed é l'uomo a vincere, alla fine, i movimenti del capote alternati al zapateado. Il trionfo. La gioia. La felicità. 



Il torero e la ragazza si sposano di lì a poco, con tanto di cambio d'abito in scena. 




Durante la festa, il tempo si ferma di nuovo. Ed è lì che, in carezze silenziose allo sposo, la luce bianca ci svela le intenzioni di una delle amiche di lei.

Andranno a letto insieme, alla fine, in un amplesso ricostruito con i movimenti della bata de cola. La sposa li becca, nell'urlo disperato che il cante non lesina a sottolineare. 

Fine prima parte. E da lì tutto cambia, non solo nei vestiti. Da quel momento in poi la prima ballerina sarà sempre accompagnata, alle spalle, dalla figura del toro. Perchè lei, adesso, è il toro. Lo è in quanto bestia ferita, sconfitta, ingannata dall'uomo che ama. Ma lo è anche, forse, per la cieca furia che porta con sè. 



In un crescendo continuo, tra scontri e liti fatte di taconeo e braceo, le vicende precipitano verso il finale, che è poi l'altra delle scene che ho preferito. Il torero affronta il toro, di nuovo. Ma adesso l'arena non c'è. Adesso è solo un simbolo, un emblema, qualcosa che per questo è ancora più pericoloso. Il duello si consuma, per chiudere il cerchio, tra i ballerini vestiti con manti neri all'esterno e rossi all'interno, ad evocare il capote in un effetto coreografico ai limiti dello straordinario. 

Il toro sta per avere la meglio. Poi la donna, che osservava la scena dall'alto, gli si avvicina. Un solo colpo sulla spalla, e l'animale si ritrae. Lei restituisce al marito il fazzoletto con cui l'ha conquistata e lo guarda andarsene via affranto. Senza più tori. Senza più rancore.

Nella scena dopo la vediamo ballare da sola, felice, circondata dalle altre ballerine che sembrano indicarla come a dire "guardatela! Guardatela adesso". La cantaora mette in musica qualcosa che non capisco, ma che mi sembra voglia dire "ora respira". É una celebrazione delle donne, dell'indipendenza, della forza, della libertà. In definitiva, della o che diventa a. 

Che poi, magari, la mia interpretazione non è nemmeno giusta. Forse ho frainteso tutto. Forse non c'ho capito nulla. Ma il bello dell'arte, in fondo, è proprio questo: che ti lascia spiragli di apertura, buchi di irrazionale da riempire a tuo gusto con la tua visione del mondo, i tuoi sentimenti, e le tue prospettive.

Perciò se quel toro aveva un altro significato; se quelle parole me le sono immaginate; se era davvero soltanto una questione di tensioni contrastanti, Eros e Tanatos, visione femminile...beh, allora vi chiedo scusa tantissimo, ma non lo voglio sapere. Perchè Torera, io, l'ho fatto mio così. 

Perchè Torera mi ha fatto amare il flamenco ancora di più di quanto già lo amassi prima. 

E se mai vi capitasse di trovarlo in programmazione in un teatro vicino a voi, vi prego, fatevi il favore di andarlo a vedere.