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venerdì 23 gennaio 2015

Ceci n'est pas Bruxelles.

Le strade di Bruxelles odorano di cioccolata e di biscotti al burro. Ci consumo i tacchi, verso un tramonto che un po' bramo e un po' non voglio che arrivi. Sono qui per quello, in fondo. Per ciò che mi aspetta dietro alla vetrina. La scritta "ceci n'est pas un prosciutto" troneggia appunto sotto ad un prosciutto, ed io già so che mi piacerà. Si porterà via tutto, quella porta, però. Il piacere dell'attesa, il pomeriggio di turismo, le confidenze tra amiche. Il resto, dopo, scivolerà via ancora più veloce. Non potrò che assorbirlo. Prepararmi alla routine. Magari scriverne un po'. 



Scriverne, già. Ho sempre raccontato dei miei viaggi, essenzialmente, per essere certa di non scordarli mai. Ci metto sempre piú tempo, peró. Abbandono le stesure a caldo a favore di cancellazioni compulsive. E penso che era piú facile seguire i cantanti spagnoli; Ché almeno, se mi lasciavo andare ai sentimentalismi, loro non l'avrebbero saputo mai. Potevo parlare di abbracci e di occhi blu, di lacrime e di brividi. Comportarmi verbalmente come la peggiore delle bimbeminkia o la piú accanita delle stalker. Tanto, chi sarebbe venuto a controllare? Chi avrebbe capito, tra l'altro? Persino nel caso di una ricerca fortuita, di un alert su Google (quanto li odio!), avrei potuto giustificarmi appellandomi ad errate traduzioni. Adesso non più. Adesso faccio i conti con qualcuno che parla la mia lingua. Che conosce il link di questo blog. E, tanto per complicare le cose, dice pure che scrivo bene. Come faccio a non avere l'ansia da prestazione? A non rischiare di cadere nel ridicolo dando sfogo all'infantile entusiasmo che in un weekend nel Nord Europa mi ha fatto tremare l'anima? Cosí finisco col lasciare i miei ricordi alla mercé di una chat su Facebook, o alla memoria di chi fa troppe liste per fidarsi davvero di lei. Perché sono di nuovo quella che porta in dono cioccolatini ai musicisti. Quella senza mezze misure, che o prova indifferenza o rasenta l'ossessione. Ed ogni tanto mi preoccupa constatare di non essere cambiata neanche un po'. 

Allora parlo di Bruxelles, coi suoi negozi di gioielli e artigianato che avrei voluto avere piú tempo di esplorare. Bruxelles con le sue contraddizioni, e i turisti che fanno la fila per fotografare una statua piccola e bruttina di un bimbo che piscia. Accanto c'é uno scorcio da cartolina, una cioccolateria, un vicolo suggestivo. Ma nemmeno se ne accorgono, loro, con gli assurdi bastoni per i selfie a fare da emblema della solitudine. Che poi parliamone, del Manneken Pis. Del suo essere diventato un simbolo da riprodurre sui souvenir. Dell'intero percorso tematico che vi è stato costruito attorno: la bimba che piscia, il cane che piscia... Insomma, io capisco che il Belgio è noto per le birre, e che queste ultime abbiano proprietà diuretiche, ma se fossi una sua abitante non sarei mica tanto fiera di essere identificata con l'urina! Bah. 



Un taxi mi passa davanti, mentre aspetto il verde ad un passaggio pedonale. C'è scritto sopra "Ceci n'est pas un taxi". E a me viene da sorridere ancora.

Parlo di Bruxelles, che mi spalanca addosso la maestositá dorata della sua piú grande piazza. Mi inonda di riflessi colorati dalle vetrate di una cattedrale. E poi mi scoccia nelle troppe scolaresche in visita al museo Magritte (ceci n'est pas une pipe). Malinconica di una malinconia bella, quasi post-natalizia, nel centro raccolto che si gira a piedi. 




Incravattata tra gli edifici delle istituzioni europee, la maglietta con sú scritto "Je suis Charlie" a ricordare l'attualitá su di una statua e le bandiere con le stelle allineate davanti alle vetrate. Letteraria, ancora, col museo dei manoscritti e l'eco perenne di Hugo. Con la Taverne du Passage che un tempo frequentava Baudelaire. C'era una sua poesia scritta sulle pareti di quel locale - quello con il prosciutto. Me ne sono accorta sedendomi per caso di fronte ad un ragazzo spagnolo. A proposito, com'è che ci sono tutti 'sti spagnoli, a Bruxelles? Il pullman della distruzione che da Algeciras conduce ad Hannover (ma siete seri?!), le sale da tea che si chiamano "Málaga" o "Iberia", i  turisti castigliani seduti sul metro. Ce n'era uno persino in aereo. Un ragazzo carino, padre di famiglia dolcissimo. Mi era sembrato opportuno esternare a Marta gli effetti seduttivi che quella lingua ha su di me; "ché se uno é anche appena decente ma parla spagnolo, oh, ai miei occhi diventa immediatamente stupendo". Ho anche specificato che "questo qui davanti, per esempio, se non fosse sposato con prole ci farei un pensierino". Il tutto prima di accorgermi che capiva perfettamente l'italiano. Grazie a Dio, il viaggio per Bruxelles é alquanto breve.

Ma dicevo del locale. Di Baudelaire. Del fatto che, prendendo un'altra tartina, ho capito di sentirmi a casa. 

Ed é cosí che dovrebbero essere tutti i concerti, ho pensato. Buffet gratuito con l'aperitivo, libri ovunque, drink. E la musica spogliata da ogni fronzolo, chitarra e voce, cosí com'é nata. Intervallata da letture di testi editi ed inediti, di parole inanellate a meraviglia, che mi fanno venir voglia - nonostante l'ansia da prestazione- di buttarne giú altre anch'io. 

Dopo, una dedica da decrittare. L'accenno ad un'altra canzone dei Negrita. Le conversazioni con un ragazzo di Napoli accanto agli scaffali coi volumi per bambini. I saluti riportati. I ringraziamenti. Le scuse per il sudore. E Marta, soprattutto Marta, che con tutto il trasporto del mondo dice al Cile che gli vuole bene. Perché ci ha fatte incontrare. Perché ci ha fatte arrivare fin qui. In fondo é proprio questo il punto, a farci caso: se non sono mai cambiata è perchè cose come queste mi rendono felice. E ceci n'est pas une emotion. 

martedì 21 gennaio 2014

30 Momenti Epici al Palacio de Los Deportes

Con l'acquisto del biglietto numero due per l'evento dell'anno (leggi: doblete di Dani Martín nella Primavera iberica) ho ritenuto appropriato passare in rassegna i momenti epici da me vissuti nella stellinata location che l'ospiterá. In realtá, alla base di quest'idea c'é una discreta ansia. Sí, insomma: sono anni, ormai, che covo il progetto bizzarro di scrivere un romanzo sulla vita dei fan. La trama – che non sono mai riuscita a sviluppare in modo parallelamente decente e non autobiografico – dovrebbe cominciare e finire nello stesso luogo. Nello specifico, l'epilogo avverrebbe in occasione di un concerto importante, nello stesso palazzetto intriso di ricordi in cui la protagonista aveva visto il suo primo live. 



Ora: dopo aver comprato il biglietto numero due mi sono resa conto che al Palacio de Los Deportes, nell'anno 2008, ho visto il mio primo live de El Canto del Loco. L'annunciato afflusso di VIP, il viral marketing dei cartellini e la registrazione su DVD definisce altresí “importante” la doppia data live di Maggio. La consapevolezza ha dato il via ad una serie di trip mentali per cui mi sono chiesta se il romanzo che volevo scrivere non fosse in realtá il romanzo della mia vita che qualcun altro sta scrivendo per me. E siccome l'epilogo l'ho sempre immaginato tragico, potrete capire il tormento interiore. Altrimenti noto come cagotto incipiente. A sua volta altrimenti noto come “capite perché non ho bisogno di droghe?”. 

Per scongiurare tutto ció, e cercare di ficcarmi in testa che non sono la protagonista di un qualche pseudo-film di fantascienza, ho maturato quest'elenco. Ergo, ve lo sottopongo; per dirla tutta, senza troppe speranze che vi possa interessare granché. 



30 MOMENTI EPICI VISSUTI AL PALACIO DE LOS DEPORTES DI MADRID

1. L'addio a Jandro impresso sui monitor.

2. Le bandiere italiane disegnate sul braccio a inizio concerto, nel piú perfetto stile Bimbeminkia.

3. L'ammasso indefinito di verde, bianco e rosso spalmato su tutto il corpo a fine concerto, nel piú perfetto stile Kiss Che Si Struccano.

4. Valeria sull'orlo del collasso.

5. Paco che mi solleva all'improvviso da dietro a metá dello show. Io che per un attimo penso :“sto volandooo, maccheffigoooo!”.

6. L'omaccione cattivo che mi strappa di mano il bruttissimo cartellone arancione a cui mi ero affezionata instaurando un rapporto tipo Linus con la sua coperta.

7. L'abitudine di Dani di tirarsi un secchio di acqua gelata in testa nel mezzo dello show e lanciare il suddetto secchio al pubblico una volta svuotato. Eleonora che, mi dicono, rischi per quel gesto la commozione cerebrale.

8. La concomitanza del concerto con la vigilia di una partita decisiva Spagna Vs. Italia agli Europei del 2008. L'intero Palacio de Los Deportes Sold Out che intona “Chi non salta italiano é” (e un sacco di altre cose molto meno carine). Io che, nel mezzo, cerco invano di nascondere la mia bandiera.

9. I Premios 40 Principales con il record di statuette per la mia amata band.

10. L'avvenenza non trascurabile del tizio all'ingresso.

11. La coppietta amorfa che il Destino m'assegna come vicina di posto in gradinate.

12. L'esaltazione con cui mi alzo in piedi ballando come una tarantolata alla prima apparizione de ECDL sul palco. Il che, visto che i miei amici sono tutti nel parterre e sto seguendo il galá da sola, viene visto dai miei vicini come un chiaro sintomo d' insanitá mentale. Il fatto che continui a ridere per gli sms che ricevo forse non gioca  del tutto a favore di una smentita.


13. Il primo dialogo face to face con Dani Martín della mia vita. Lui indossa un giubbotto in pelle nera e il suo miglior look da Pablo Corso senza barba. Io, un naso da pagliaccio verde in plastica e un'espressione da ebete.


14. Il povero cantante del Perú che passeggia solo e sconsolato premio e riccioli per le strade di Madrid. Per poco non ci abbraccia commosso, quando gli urliamo in coro“enhorabuena!”.

15. L'amica di un'amica di una ragazza che non ricordo come si chiama e il suo personale dramma nel restare chiusa in bagno dopo lo sfollamento del Palacio. Sono abbastanza convinta che lo stia ancora raccontando ai suoi nipoti.

16. Cualquier Mariposa, La estrella polar, que viene sola y que solita se va. Con relativa coreografia da me opportunamente inventata. 



17. Il Doblete prima della fine dell'ultimo tour de El Canto del Loco. Le solite dediche strappalacrime. Piú del solito, in quel caso.

18. Lato David. Il quale immancabilmente si scompiscia nell'osservare le mie accorate interpretazioni dei brani in scaletta. Chissá poi perché.

19.  La bell'idea di farmi convincere a dormire all'addiaccio, priva di tenda, in una notte di Ottobre. Il Sacco a Pelo é stato gentilmente offerto da qualche sconosciuto mosso da pietá.

20. I riflettori. Quei cavolo di riflettori. SPEGNETE QUEI DANNATI RIFLETTORI!

21. Lo stordimento della notte insonne che mi induce a intrattenere una conversazione molto lunga e complicata con due amiche spagnole senza rendermi conto che sto parlando in italiano.

22. Lo stordimento della notte insonne che mi induce a intrattenere una conversazione molto lunga e complicata con tre amiche italiane senza rendermi conto che sto parlando in spagnolo.

23. Il café solo come invenzione del secolo.

24. Il tizio della security addetto al turno di notte, ubriaco quanto basta da intrattenere i presenti con un vasto campionario di gossip ancora (ma per poco) non raccolti dai giornali.

25. Patricia Conde e i suoi cocktail.

26. Iker Casillas che mi passa inosservato (dovevo stare davvero molto male).

27. La figlia di David che fa “ciao ciao” con la manina ai fan del suo papá oltre i vetri del Palacio, mentre lui é impegnato nel soundcheck. Premio Tenerezza 2009.

28. I tour di perlustrazione nel parcheggio con conseguente tentativo da parte delle mie compagne di fare di me una vittima sacrificale. Il tutto al grido di: “Ilaria tira fuori la bandiera che cosí Dani si ferma”.

29. L'emergere infruttuoso dal parcheggio suddetto. Javito che ci informa: “Sono appena usciti, voi da dove sbucate?”. Noi che, alzando indifferenti le spalle, indichiamo una botola rispondendo “da lí”. Il punto interrogativo che si dipinge sul suo volto.

30. I saluti malinconici tra bottiglie di birra vuote. Qualcuno che ci invita a far festa. Io che oramai posso aspirare a un ruolo da protagonista in The Walking Dead. Gli abbracci stretti di chi non verrá a Barcellona. E che, in certi casi, dopo di allora non rivedró piú. 

venerdì 25 ottobre 2013

Dell'inizio di un Tour, delle fasi lunari, e dei Latin Music Italian Awards.

Lo scarso entusiasmo con cui oggi accolgo l'inizio del tour di Dani Martìn, in effetti, è del tutto in linea con il mio stato d'animo precedente l'uscita del disco. E mi fa nervoso uguale. Poi magari hanno ragione gli oroscopi, ed è tutta colpa delle fasi lunari. “Potrebbero renderti triste ed eccessivamente attaccata ai ricordi del passato”, dicono. A dirla tutta stavo giusto pensando agli episodi e personaggi bizzarri incontrati in giro per la Spagna in occasione delle tournè precedenti. Suppongo sia ai fini di dare un senso all'euforia collettiva, vai a capire.



Comunque, m'é tornato in mente il pazzo scatenato che mi proponeva le sue teorie sull'imminente fine del mondo in fila a Zaragoza. O la donna argentina che parlava che in itañolo sul pulmann per Roses. Naza, che lascia i sacchi a pelo in aeroporto perché non le stanno nel bagaglio Ryan Air. Sil che urla “Muoviti, che il taxi lo sto pagando io!!!” a degli imbranati impegnati a rallentare il traffico di Málaga. O, ancora, la ragazzina invasata dell“approfitta e tocca” nel marasma di un'uscita sul retro; al tipo ricciolino all'imbarco per Bologna e all'argomento della sua rivista usato a pretesto per attaccare bottone (era Wired, non Playboy, nel caso vi steste preoccupando). Poi la tempesta di neve di un rientro sotto Natale. Le curve del tragitto Mazarrón – Lorca. La coppia porta sfiga che elenca sciagure aeree prima di un decollo. La splendida idea di mangiare calamari fritti, seppie alla griglia e alette di pollo seduta sull'asfalto con 35 gradi all'ombra. And so on. In effetti, ora come ora l'idea del viaggio mi alletta mille volte piú di meta e pretesto. Ma, piú che alla Luna, la colpa della malinconia io l'attribuirei al cielo grigio.

Ad ogni modo, quello che invece mi entusiasma (tanto, pure!) é l'attuale primo posto di Dani nella categoria Best Latin Male dei Latin MusicITALIAN Awards 2013. Ché magari non si vince nulla, ma tremilatrecentonovantaquattro voti nel primo concorso italiano in cui é candidato, lo ammetterete, non son mica bruscolini! Soprattutto se penso che per buona parte si devono alla mia sistematica opera di stalking.

Solo che si puó votare fino al 2 Dicembre prossimo, e Daddy Yankee incalza. Per questo vi chiedo, se mi volete almeno un po' bene (o anche se vi faccio pena, al limite) di votarlo. Il madrileño, dico. Non il losco figuro della gasolina. E' gratis e ci si perde a dir tanto un secondo: basta cliccare qui e poi sul nome di Dani Martín. Nient'altro. Come ulteriore monito vi condivido anche questa meravigliosa e creativissima immagine del cantante in versione Zio Sam. Ché davvero non capisco com'é che nessuno l'apprezzi. Io ne andavo cosí fiera. Mi sembrava cosí potenzialmente virale. Che tristezza. Che incomprensione. Che degrado sociale. Bah.






sabato 18 agosto 2012

Guida Gourmet per concertisti squattrinati in Spagna (Parte I)



Leggenda vuole che la dieta del concertista si limiti tendenzialmente ai paninazzi del McDonald's. Ebbene, sono lieta di dirvi che non sempre é cosí. Seguendo i tour de El Canto del Loco (prima) e di Dani Martín (poi) ho avuto modo in questi anni di conoscere a fondo le variegate meraviglie con cui la Spagna sa sorprenderti. Anche dentro a un piatto da portata. Il punto é che il cibo, per me, non é soltanto un mezzo di sussistenza. Al contrario: sono fermamente convinta che la gastronomia di un luogo sia parte integrante della sua Cultura. Che la rifletta, in certo qual modo. Che sia riassunto e sintomo del carattere stesso di una popolazione. Se no, pensate al modo stesso che hanno gli spagnoli di mangiare. Il loro condividere i piatti, sintomo di grande generositá. Oppure il fatto di ordinare un sacco di assaggini diversi (le famose tapas) per provare un po' di tutto, anziché limitarsi ad approfondire un unico sapore. Dai, non sembra anche a voi emblema stesso di curiositá? Ma pensate, anche, al nostro unirci attorno al tavolo per ore ed ore. All'italico vivere il cibo come un pretesto per riunire la famiglia, piuttosto che per socializzare con gli amici. E' cosí in contrasto con le abitudini anglosassoni! Con quel mangiare ognuno quando e come puó, di fretta, solo per ingurgitare necessarie calorie prima di tornare al lavoro. Cosa che spiega, del resto, la loro non proprio mondialmente apprezzata cucina.

Sí, insomma: per me visitare un luogo senza provarne le pietanze tipiche vuol dire conoscerlo a metá. E viaggiare per conoscere qualcosa “a metá” é un sacrilegio bello e buono. Evidentemente i miei amici lo sanno, dato che la domanda che mi sento rivolgere piú spesso da chi va in vacanza in Spagna é “che locali mi consigli,per andare a mangiare? ”. Da lí, la decisione di scrivere questa mini-serie di post. Post che passano in rassegna, divisi per cittá, i ristoranti e tapas-bar che piú mi hanno soddisfatta nel corso delle mie peregrinazioni da “groupie”. E, attenzione: questo non vuol dire che siano i migliori in assoluto. Per niente. In fondo la mia intenzione é tutt'altra che atteggiarmi a guida Michelin! Semplicemente, i posti qui elencati sono quelli che, nella mia esperienza personale, hanno meglio risposto alle esigenze di ogni concertista squattrinata che si rispetti: qualitá buona, certo; ma – in questo la leggenda dice il vero – sempre e comunque low cost.

Sentitevi liberi di consigliare nei commenti altri ristoranti o tapas bar da voi approvati in Spagna. Sia io che i miei lettori ve ne saremo certamente grati.

MADRID.

Taberna Real.  Calle Isabel II, n.8 , Opera- esquina El Arenal. Metro: ópera.

Non é certo la scelta piú economica per un pasto completo, ma é decisamente una sosta da fare. Locale storico, posizionato in una delle zone di Madrid che preferisco, ha un ambiente tradizionale che vale la pena godersi. Lo consiglio per una birra alla spina (caña) accompagnata da una tapa di jamón.



E' forse uno dei locali piú noti di Madrid, con sedi in vari angoli strategici della cittá, da Atocha alla Gran Vía. Nonostante il nome pretenzioso, si mangia bene a prezzi decisamente sostenibili. E il menú vi dá la possibilitá di scegliere tra molte pietanze, anche al di fuori del prosciutto. Proprio nel loro locale di Calle Alcalá, ad esempio, io ho provato per la prima volta il bocadillo de calamares di cui i madrileñi tanto vanno fieri. Una tapa con primo piatto e bibita, se le vostre ordinazioni non sono pretenziose, puó rimanere tranquillamente al di sotto dei 15 euro.



La Cocina del Neptuno  , Calle Cervantes 44.
Perfetto per rimettersi in forze dopo una visita al Prado, é situato in piena zona dei Musei a Madrid, distaccandosi peró dai tragitti eccessivamente turistici. A frequentarlo – o, almeno, questa é stata la mia impressione - sono soprattutto impiegati in fuga dall'ufficio per la pausa pranzo. Da lí, i menú “esecutivi” a prezzo fisso e la dichiarata scommessa per una cucina il piú possibile sana. Unica avvertenza: le porzioni sono veramente molto abbondanti. Per cui, se optate per il menú (che resta comunque la scelta piú economica ) vi consiglio di ordinarne uno per due. Io, pur in preda alla mia famigerata “fame nera” non ero riuscita a finire nemmeno il secondo, dovendo rinnegare a malincuore il dolce giá pagato. E dire che era tutto buonissimo...!



VALENCIA
La Sardinería , Calle de Bordadores 10.

E' uno di quei posti che consiglio sempre a tutti. Di quelli per cui, d'improvviso, mi prende la nostalgia. Per cui, ve lo dico di tutto cuore: se andate a Valencia e amate il pesce, fate un salto lí. La specialitá (come avrete, del resto, intuito giá dal nome) sono le sardine, cucinate in tutti i modi possibili e immaginabili. Il menú propone accostamenti di sapore a cui non avreste proprio mai pensato, come sardine all'arancia o sardine al gin seng. E vi assicuro che tutti vi lasceranno piacevolmente senza fiato. Un pasto completo, di per sé, non costa moltissimo. Ma se volete risparmiare ulteriormente c'é anche la possibilitá di limitarsi alle tapas e alle numerose offerte di cui la pagina facebook ufficiale informa con solerzia.

Bar Los Toneles , Calle de Ribera 17

A due passi dalla Plaza de Toros de Valencia e dalla fermata della Metro Xátiva, il bar gode di tavolini all'aperto ed é perfetto per le tapas, disponibili in grandissima varietá. Personalmente, ricordo di essermi innamorata delle loro seppioline alla plancha. Un altro di quei posti che consiglio sempre a chiunque vada a Valencia con il preciso intento di spendere poco.

Restaurante San Miguel  , San Miguel 13, Ciutat Vella
La mia ultimissima scoperta gastronomica iberica in ordine cronologico. Situato dalle parti del Barrio del Carmen, fulcro della movida valenciana, propone dell'ottima paella tradizionale preparata al momento. Cosa che, per quanto difficile risulti crederlo, non é poi cosí facile da incontrare, soprattutto a Valencia. Mi spiego: la cittá, essendo nota – tra le altre cose – proprio per il piatto piú internazionale di Spagna , abbonda piú di altre di posti in cui ti spacciano per autentica una di quelle paellas pre-scaldate ad uso turistico. Il trucco per non farsi fregare sta nell'avere amici valenciani che ti guidino nei posti giusti. Come il Sant Miguel, appunto. Dove, tra l'altro, sono ottime anche le tapas da prendere come antipasto. Patatas Bravas e – di nuovo! - tenerissime seppie sono, in tal senso, il mio consiglio personale.




Ad ogni modo, di Arrocerías (“risotterie”) in cui fanno dell'ottima paella il Barrio del Carmen é pieno. Ne trovate un elenco piuttosto affidabile qui:

ZARAGOZA
Ecco, Zaragoza é il mio grande “buco nero”. Non posso dire di averci mangiato male, per caritá. Solo che, ogni volta in cui ci sono andata, qualcosa é intervenuto ad ostacolarmi la concentrazione sulla cucina. Nel primo caso, avevo 39 di febbre. Per cui i miei ricordi confusi si limitano al centro commerciale davanti all'auditorio. A un conto che non si decidevano a portarci. A un posto in cui facevano degli ottimi panini al salmone. E a un mal di testa da urlo. Nel secondo caso, c'erano le fiestas del Pilar. Il che , tradotto, significa una marea di gente accalcata in ogni centimetro libero e file eterne per trovare un tavolino a cui sedersi. Che poi alla fine uno l'avevo anche trovato, per dire. Solo che non ricordo assolutamente né indirizzo né nome del locale. La chiamerei “la maledizione di Zaragoza”. Che poi é un peccato, perché é una cittá di cui mi sono irreversibilmente innamorata.

(To be continued...) 

venerdì 8 giugno 2012

Un play prima di voltare pagina.

Ora: io  lo so che - essendo venerdí -  vi aspettavate una ricetta. Sono senza dubbio una blogger fanfarona. Ma il fatto é che, prima di cambiare drasticamente argomento, mi preme concludere i post groupieggianti con la seconda parte di un riassunto iniziato tempo fa. Un riassunto in formato video, per la precisione. Di quelli che ogni tanto occupano la mia creativitá su fronti non usuali. D'altronde, mica é facile condensare in sei minuti le emozioni vissute durante due anni interi. Soprattutto se l'impresa si pone a diretto seguito di un filmato che ha quasi novecento visite su youtube. Non so se ci sono riuscita in modo degno. Forse vi annoierá. Forse vi parrá troppo smielato. O forse, invece, capirete ancora meglio perché investo il mio tempo (ed i miei soldi) a beneficio di un cantante spagnolo. Comunque sia, rimane il fatto che a me andava di ricordare.

Perció, a chi premerá play, io auguro una buona visione. Agli altri, prometto nuovi scenari a breve. Ché per qualcosa, in fondo, oggi cominciano gli Europei. 


domenica 6 maggio 2012

Canzoni per congedare un tour.


Non è un mistero per nessuno: la settimana prossima, a quest'ora, mi sarò già congedata. Da Dani Martín, dall'odore di Angel appiccicato ai capelli, dalle pensioni economiche e i check in online di Ryan Air. Da due anni – due lunghi, agrodolci anni - della mia vita vissuti a fasi alterne dentro a un tour. Non lo dico con amarezza, sia chiaro. Certo, sono tantissimi i ricordi belli, ma é anche tanto, ultimamente, lo stress. Quel che piú mi ci vorrebbe, adesso, é un cocktail con le amiche di sempre. E' stare sedute al tavolo di un bar, come ai vecchi tempi, a raccontarci le novitá del mese. Lontane per un attimo da quelli che ti chiedono “tu che fai nella vita?”. Da tutta l'insopportabile frustrazione che quella domanda innocente porta sempre con sé. Quel che piú mi ci vorrebbe, lo so bene, é voltar pagina. Non per sempre, per caritá. Giusto il tempo di leggere un capitolo diverso. Di prendere un po' fiato da invidie, isterismi e ipocrisie. Che poi ne ho di progetti, per il “dopo”! Ne ho fin troppi, tra ospiti da accogliere e posti da visitare. Ho altri concerti da vedere, questa volta senza varcare i confini. Ho eventi da organizzare, appuntamenti da rispettare, ho persino un pezzo tutto da ballare.

Ma prima c'é quest'ultimo viaggio. Cartagena. Lorca. Valencia. E se dev'essere un congedo, allora che sia col botto. Due anni sono troppi, per non salutarli con i fuochi artificiali. Per cui, ecco, io a questo tour voglio iniziare a rendere onore sin da ora. Lo faccio imbastendo una playlist nuova di zecca. E, ancora una volta, chiedo il vostro aiuto.

Sí, insomma: sto cercando di raccogliere tutte le canzoni che parlino della vita del tour. Brani che raccontino i concerti, e tutto quello che attorno ad essi gira.

Questi sono, fino ad ora, quelli che ho inserito io. Potete ascoltarli premendo il tasto play. Peró ne voglio altri. Ne voglio tanti. Ne voglio ancora. Ne conoscete? I commenti sono tutti per voi. 





1. Días Extraños - Donde muere el escenario
2. Ligabue- tra palco e realtá
3. Love of Lesbian - Club de fans de John Boy

4. Pereza - 4 y 26
5. Intoxicados - Quieren Rock
6. Baustelle - Groupies

7. Pereza - Grupis

martedì 10 aprile 2012

Quello che le groupies* non dicono.

*Groupie (dal dizionario di inglese) : "Ragazza che segue i gruppi nei concerti del tour". Il termine é qui usato nel suo esclusivo significato letterale.

Questa mattina si è rotto qualcosa. Ha avuto il suono di un sms. Il sapore salato di una lacrima sul labbro. Lo strascico brutale di un mal di testa orribile. E nemmeno così m'è stato subito chiaro.



“La fine del tour é il 2 Giugno al Calderón”, mi scriveva Celine, aggiungendo che i biglietti erano quasi sold out. Poi, all'ultima riga dello schermo del Nokia, chiedeva cosa io volessi fare. Anzi: peggio, chiedeva solo “andiamo?”. Domanda semplice, risposta diretta. I fronzoli, nell'urgenza, non sono affatto graditi. Ci ho messo meno tempo a motivarle il no con una scusa, che a spiegare a me stessa quel lieve fastidio.

Ché non c'entrava niente il fatto che fosse un festival, in realtá. Che i cinquanta minuti dell'esibizione di Dani non sarebbero stati sufficienti neanche a motivare il viaggio. Figuriamoci le file kilometriche fuori da uno stadio, indispensabili a vederlo un po' piú grande di un puntino. E certo, aveva detto che Cadiz non sarebbe stato l'ultimo; invece, come concerto vero, lo é. Aveva anche annunciato sorprese. Peró, no...non é nemmeno questo a farmi arrabbiare.

Il fatto é che ho ricevuto quell'sms, e la prima cosa che ho pensato é stata: “nooo, ancora?”. Mi sono sentita cadere nel baratro della pigrizia piú estrema, improvvisamente stanca come dopo una lunga maratona. Cercavo dentro me qualche frammento di motivazione. Di illusione. Di forza. Lo stretto necessario a non lasciare sola la mia amica. A fare quest'altra follia. A congedarci da una tappa della vita che, probabilmente, allo stesso modo non vivremo mai piú. Eppure, no...per una volta,non la sono riuscita a trovare. Non ne avevo voglia, questa era la triste veritá. Non avevo voglia di pianificare un altro viaggio in fretta. Di angosciarmi per giornate intere, chiedendomi se ne sarebbe poi valsa la pena. Di sopportare liti, sotterfugi, macchinazioni sottili. E poi aspettare un messaggio su twitter. Con il cuore in gola,come una ragazzina innamorata.

Sí, oggi s'é rotto qualcosa. L'ha fatto nel momento stesso in cui ho iniziato a chiedermi perché.



E m'é venuto in mente un video. L'avevamo girato fuori dalla Caja Mágica, laddove questo tour é cominciato. Io mi ero appena laureata. Avevo visto Parma scivolarmi via dal finestrino, il bagagliaio carico dei pacchi del trasloco. Mi lasciavo dietro molto piú dell'Universitá, dei tavolini del Dulcamara, delle notti fresche in Pilotta e del Fuori Orario dove andavo a ballare con Chiara. No. Io mi lasciavo dietro tutt' un pezzo di vita. E, alla resa dei conti, sapevo che non era passata, la sensazione che provavo quella sera. La sera in cui Laura si rendeva conto che non avrebbe mai dovuto dirmi di rinunciare ai leggings ed Eugenio provava a consolarmi dicendo che dovevo pensare prima a cercarmi il posto e il modo in cui essere felice. Poi, soltanto poi, cercare di conservare quella felicitá a tramite di un lavoro. Ho sempre pensato che fosse una delle cose piú sensate che mi fossero mai state dette. Ed é per questo che oggi quella serata ha assunto per me un tono catartico. Perché a volte penso che io, quella felicitá, sono andata piú o meno inconsciamente a cercarla corpo e anima in un tour. E forse, in fondo, l'ho fatto perché non sapevo cosa sarebbe stato della mia vita. Perché non volevo pensarci. Perché quella sensazione, quell'angoscia, l'idea di non riuscire a dare ordine al mio futuro...ecco, non é mai sparita. Ma io avevo bisogno di tapparla. Di non farci caso. Di proteggermi come avrei dovuto fare coi leggings in quella notte gelata. E allora, niente. Allora sono partita. Allora ho avuto l'idea di organizzare una stravagante consegna di premi fuori dalla Caja Mágica. Di girare un video.

Ed eravamo in tanti, dannazione. Eravamo una ventina di persone almeno. Amici che si ritrovavano, uniti dalla stessa passione. Dalla stessa volontá di godersi un'avventura , gioendo per le meraviglie che chiunque di loro potesse provare. Eravamo, al passato.

Ché oggi ripenso a quel gruppo e m'accorgo che non c'é piú. Al suo posto, solo rivalitá. Invidie. Odio pungente, tagliente, sottile. Odio ipocrita, di quello che fa piú male. Di quello che ti parlano alle spalle. Ti eliminano dagli amici di facebook. Ti tolgono il saluto senza che tu ne sappia la ragione. E quanto piú ti avvicini al cantante, allora tanto piú succede. E tra miriadi di sorrisi falsi inizi a chiederti dietro quale, davvero ,ci sia amore. Tra miriadi di baci sulle guance, ti cresce la paura folle che qualcuno arrivi al punto di metterti in cattiva luce addirittura con Dani.



Cambiano gli scenari, la lingua, il soggetto, e il Paese. Ma é dall'etá di quindici anni, ormai, che ci vivo in mezzo . Da piú di dieci anni, dannazione. Per meglio dire tredici, l'etá di un'adolescente che oggi scriverá a Dani di volere un figlio da lui. Sorrido, ma é un sorriso amaro. Com'é possibile, Dio mio? Com'é possibile che dopo tanto tempo, tutto ció abbia ancora il potere di rovinarmi tutto? Di togliermi un po' di voglia di andare ai concerti? Di soffocarmi letteralmente nell'orrore della perdita? Perché, davvero: se perdo questa passione, ormai, io perdo tutto. Io che non esco nei weekend, per risparmiare in vista del prossimo viaggio. Io che vorrei avere il tasto FF nella vita, per mandare avanti veloce le pause tra gli shows. Perché mi sembra cosí noiosa, l'esistenza in mezzo! Cosí priva di emozioni e di avventure! Cosí dannatamente piena di delusioni!

E poi ci sono i favoritismi. Le beneamine che vengono invitate a entrare in camerino. Ad assistere al soundcheck. Quelle che vanno ai concerti gratis mentr'io, essendo straniera, non posso nemmeno partecipare ai concorsi. Le piccole ingiustizie che – ironia della vita – sono la sola e unica cosa che riesce ancora a riunire il gran gruppo che eravamo. I piccoli fastidi che tutti avvertono e nessuno mai ha il coraggio di confessare.

Dovrebbe essere solo musica. Soltanto divertimento. Passione. Soltanto una strada verso la felicitá. Ma conto le volte in cui quello che l'attornia é riuscito a farmi piangere, e m'accorgo che son troppe per non porsi domande esistenziali.

L'altra sera, per qualche ragione, ho messo su una scala i miei incontri con Dani. L'osannazione pubblica di Madrid. Le dediche ai concerti. L'abbraccio prolungato di Zaragoza, con tanti baci impressi e la carezza dolce sulla guancia destra. Poi, lo sguardo di sorpresa ed entusiasmo con cui m'ha accolta all'incontro di Mallorca. L'altro elogio pubblico . L'abbraccio nel cui mezzo m'ha stretta un po' di piú. Il giorno in cui m'ha chiamata “cielo”. E poi, due giorni dopo, il modo in cui, imprevisto, m'ha detto “qué rica eres”. Barcellona, altra stretta dentro la stretta. Le piccole carezze circolari sulla schiena mentre chiacchierava. E infine Málaga...

Li ho pensati in ordine cronologico, e m'é sembrato che impercettibilmente la quantitá d'affetto che lui metteva in quegli abbracci sia andata progressivamente in calare. Poi ho capito che non era vero: lui non c'entra. E' solo il mio entusiasmo, quello che cala. E la cosa peggiore é che non é per la musica, né per i concerti, né (per niente!) per il suo modo di comportarsi con me. No, affatto. E' tutto il mondo attorno, come sempre. E' quello che le “groupie” non dicono. E' questa stanchezza dannata, che vorrei non essere di nuovo arrivata a provare.

Ho una voglia disperata del viaggio a Cartagena e Lorca. Perché voglio scoprire posti nuovi.Perché voglio assaggiare la paella fatta in casa da Inma mentre guardo il mare.  Perché confido, soprattutto, che riesca a chiarirmi le idee. Perché ho la sensazione che sará catartico almeno quanto la sera della mia laurea. E guardare fuori dal finestrino di un aereo, al ritorno, sará forse in un certo senso come dire addio a un'altra parte di vita. Anche se non ho ancora capito cosa faró domani.

martedì 3 aprile 2012

E se fossi andata a Rieti?

A volte me lo chiedo, cosa sarebbe successo. Domanda di per sé giá sbagliata, ché gli “e se...” non mi piacciono neanche tra gli episodi di Grey's Anatomy. Più che altro, non sono affatto pratici. Uno fa le sue scelte, ne accetta le conseguenze, lo dicono tutti che “ya está”. Rimuginarci sopra è un po' come ascoltare “La Descrizione di un Attimo” chiedendosi se qualche Tiromancino al mondo direbbe mai di me “ lo so che sei normale”. Insomma, atti di masochismo vari ed eventuali. Anche se quelle delle canzoni sono sempre state paturnie tutte mie. Vabbé.




Il punto é che mi avevano telefonato, mentre mi preparavo per il sole caldo di Málaga. Lei aspettava fuori ed io, a quel punto, mi ero giá un bel po' incazzata. Che, voglio dire: attendi per settimane l'esito della tua richiesta. Moduli inviati in busta chiusa, elemosina burocratica di quel progetto Leonardo che mi avrebbe regalato tre mesi d'Andalusia. Poi, in Andalusia, ci vai davvero. E il cellulare squilla di vaghi singhiozzi impedendoti di rispondere a una chiamata campale. Ho passato la prima fase, questo mi volevano dire. Volevano dirmi che mi aspettava soltanto un esame di lingua spagnola. Tre giorni dopo il mio ritorno.

A Rieti.

E io ci ho provato, dico sul serio. Ci ho provato, a trovare un modo per arrivarci. Ma...Dio, siamo in Italia! Cosa accidenti mi potevo aspettare? Soluzione treno, la piú ovvia. Peccato che lo sperduto nord est sia privo di connessioni con qualunque posto piú in lá di Venezia. Trenitalia proponeva sei cambi, piú di venti ore di viaggio e un prezzo “flessibile” alla modica cifra di 120 euro A/R. Ovviamente limitati alla tariffa piú economica. Agli Interregionali. Sí, insomma: ai ritardi, allo sporco, e alla puzza di sudore. Senza contare che avrei dovuto aggiungerci l'alloggio, che 'sti benedetti test avevano inizio alle nove del mattino. Soluzione aereo, manco considerarla. Ché se ti avvisano con meno di una settimana di anticipo trovare un low cost é un'impresa titanica. Di corriere, da qui, non ne esiste manco una.




Per un attimo, ho pensato con sdegnato rimpianto alle quattro ore scarse di puntualitá, silenzio e lusso con cui ho attraversato in treno la Spagna. Che se raddrizzi la linea immaginaria che collega Zaragoza alla Costa del Sol ottieni esattamente (lo so perché ho davanti la cartina) tutta la lunghezza della Penisola in senso verticale. Quattro ore, capite? Quattro ore, nessuna coincidenza, cinquanta euro in tutto e centri commerciali dentro alle stazioni. E ogni volta che penso a Mestre, coi tossici e i barboni che sputano per terra; Mestre con le sue belle cacche di piccioni che nessuno mai si degna di pulire...ecco, io mi sento in una specie di Favela. Mi vien da piangere. Da urlare. Da sbraitare. Mi vien da scrivere una lettera alla direzione delle Ferrovie dello Stato per dire che, cacchio, uscite! Uscite un attimo da questa penisola stretta. Date un'occhiata attorno. Prendete a prestito gli occhi dei turisti per guardare, oltre al solito broncio incazzato, che razza di “benvenuto” gli diamo. Paradossalmente, sono i momenti in cui mi sento patriottica. Nel senso che capisco, nonostante tutto , di amare questo Paese almeno quel poco che basta a volerlo migliore. Solo che qui tutto é come spento in una grigia ragnatela. Siamo imprigionati nel “tanto non serve a niente”, nell'apatia, nei chi se ne frega. Tanto abbiamo l'arte, la Storia, il Colosseo, Venezia e la Toscana. Tanto un cappuccino a dieci euro ce lo pagano lo stesso, in Piazza San Marco e a Capri. E allora perché dovremmo cambiare? A cosa serve migliorare? Viviamo pensando che il passato basti in eterno a salvarci, e intanto altrove costruiscono reti di trasporto efficienti. Musei all'avanguardia. Altrove ci battono di grazie e di sorrisi. Ma nessuno sembra accorgersi che, su di una bilancia, questo un bel giorno peserá di piú.

Comunque. Anche avessi avuto la patente, certo ad andare a Rieti non avrei speso di meno. Questo tralasciando, per un momento, che oltre alla patente avrei avuto bisogno di un auto. Che, oltre all'auto, avrei avuto bisogno di sentirmi in grado di guidare tanto a lungo. Tralasciando che mi conosco, e non l'avrei fatto mai.

Cosí, ho preso la mia decisione. Niente Rieti, niente Leonardo, niente Andalusia. In compenso, ho prenotato un viaggio a Murcia per il mese di maggio. Un posto che non ho mai visto. Un altra tappa. Dell'altro turismo. Ancora altri riflettori accesi.

C'é un'altra cosa che mi chiedo, a volte. Ed é cosa faró quando il tour di Dani Martín finirá. Mancano poche date. Poi, piú niente fino al duemilaquattordici. Giá solo pronunciarlo, fa paura. A questo é giá piú facile rispondere, peró. Che ho sempre in testa quel viaggio a Parigi. E poi, proprio volendo, El Pescao suona anche quest'estate. I Negrita sono in Friuli il 3 Agosto. Cremonini sta per buttar fuori il disco nuovo. Detti cosí sembrano tutti “contentini”, ma la fame di live dovrei in ogni caso riuscirla a saziare. C'é twitter, anche. Forse pure questo basterá.

Rieti, invece...




Ma, no. A conti fatti, non mi pento di aver deciso cosí. In fondo si tratta soltanto di studiare un altro piano di evasione. Ché guardo i fiori bianchi del ciliegio in giardino: sembrano pop corn su un cielo di marzapane. Sono sempre stati il mio personale emblema di primavera, quei fiori. E in primavera, in fondo, tutto sembra sempre un po' piú facile e possibile. Nonostante i rifiuti, i “le faremo sapere” e tutte le telefonate che non arrivano mai. Troveró un modo di stabilirmi in Spagna. Non so quando, né come, né dove. Ma, accidenti, prima o poi ce la faró.

E forse dopo mi mancheranno di nuovo i pop corn sul ciliegio. Il pane fatto in casa da mia madre. La mozzarella e l'atmosfera di Natale. Lo metto giá in conto. Tuttavia, facendo un bilancio, so che sarei in ogni caso piú felice . E credo che dividersi la vita sia normale. 


martedì 10 gennaio 2012

Sii buona, Barcellona. Si us plau.


Mi hanno rubato il portafoglio, l'ultima volta che ci sono stata. Mani in tasche altrui. Orecchio incollato al telefono sul tren de cercanías diretto a Mataró. Alba alla centrale dei Mossos d'Esquadra, con gli occhi blu di un giovane in divisa a farsi unica consolazione. La volta prima, d'altro canto, avevo attraversato a piedi ben piú di mezza cittá. Un'amica, al mio fianco, condivideva sbadigli e scarso self-control. D'altronde la stanchezza, se eccessiva, fa impresa impossibile anche del semplice atto di leggere una cartina. L'edificio dell'universitá, monito inconfondibile: "Naza, abbiamo sbagliato strada". E poi ancora la notte, il taxi che sfrutta il mio accento straniero per passare due volte sulla stessa via. Tassimetro che corre sopra a una polemica lieve. Ecco: se non c'é due senza tre, io avrei anche giá dato. Adesso, Barcellona, mi puoi pure perdonare. 


Perché in fondo lo so: é tutta questione di energia. Sí, insomma, io credo che i luoghi lo percepiscano, il nostro stato d'animo. Rispondono alle nostre predisposizioni nei loro confronti, adeguandocisi in conseguenze di sorrisi o negativitá. E lei magari lo sapeva, allora, quanto disperatamente io adorassi Madrid. Chissá, forse voleva dare una lezione al mio snobismo. In fondo non l'ho mai sopportato, l'eccesso chiassoso di connazionali sulla Rambla. La strana convinzione dell'italiano medio di conoscere la Spagna solo perché é stato in fila all'ingresso della Sagrada Familia. Io dicevo “é Catalunya”. Ribadivo: “cacchio! Sí, lo so che é bella, ma resta pur sempre la cittá meno tipicamente spagnola che ci sia”. E poi la criticavo, l'invadenza degli indiani che quasi ti lanciano addosso magliette blaugrana. I prezzi troppo esosi della metro. Quell'atteggiamento, nel calore, un po' piú freddo della gente che cammina per strada. Barcellona mi ha punita per questo, ecco la veritá. E, a dirla proprio tutta, ha avuto anche ragione. 



E' che, vedete, il pensiero umano é selettivo di per sé. Cosí, di fronte ai miei piccoli traumi, ha rischiato troppe volte di dimenticare tutto ció che di bello mi ha donato, invece, la cittá. Tutto quello che, negli anni, ha finito per significare nella vita. Allora, questa volta, sará diverso. Questa volta, io le vado incontro cosí: con i ricordi positivi ben stipati in valigia, accanto ai miei pacchetti regalo e alla bandiera che mi porteró comunque. Anche se non l'useró. Perché senza la bandiera, ormai, non mi sembrerebbe neanche di seguire un tour.  

Domani parte il mio volo, e io terró bene a mente il giorno in cui, a Barcellona, ho comprato il mio primo disco de El Canto del Loco. Cercheró di ricordare che é quella la cittá in cui, per me, tutto é cominciato. Voglio che torni ad essere quel luogo, dannazione. Il luogo delle scoperte, del “footing” al Parc Guell, delle risate. Il luogo in cui ho imparato la parola “cenicero”. Barcellona, in fondo, é l'ambientazione di uno dei miei film preferiti. La cornice del programma televisivo che mi ha ispirata per il nome del blog. E allora perdonami, ti prego. Perdonami, tu che hai sempre provato a parlarmi mentre ero troppo ingrata per saperti davvero ascoltare. Questa volta, lo prometto, ti sapró amare di piú. 





Cosí chiudo il trolley con la speranza di un abbraccio, la certezza di moltri reincontri, e le aspettative un po' piú alte del dovuto. Tra le mie mille lune, un cantante mi scrive su twitter parole carine. Ed é sempre un po' strano, in fondo, iniziare la settimana sulla stessa strada in cui la finiró...strano, sí, se penso che nel mezzo io saró davanti a lui. Lí, in uno dei pochi posti che davvero m'appartengono. Dove, finito un palco, esplode piena e incontenibile la mia felicitá.



Torno a fare la "groupie". Ci si risente domenica, my friends.